lunedì 22 aprile 2019

STALIN E HITLER

Gli importanti studi storici sui totalitarismi condotti negli ultimi decenni hanno messo in evidenza fatti, situazioni, intrighi, e collusioni che ritraggono e certificano una palese simbiosi tra i maggiori totalitarismi del secolo scorso, il nazismo e il comunismo.
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Hitler e Stalin
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Mentre l’apparato disinformatore comunista si poneva davanti agli occhi dell’opinione pubblica come il baluardo e l’argine contro il nazismo, dall’altro astutamente copriva le tracce della propria collaborazione proprio con la Germania di Hitler.
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Oggi è risaputo, e appartiene alla Storia, il fatto che Stalin e Hitler si siano spartiti i territori e le relative sfere di influenza di tutti i territori del continente asiatico ed europeo.
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Voglio soffermarmi, a tale proposito, su uno degli accordi simbolo di questa simbiosi, che ha visto le popolazioni interessate soccombere sotto il peso schiacciante di due superpotenze avide di potere :
il patto Ribbentrop–Molotov, detto anche patto Hitler-Stalin.
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Si trattò di un accordo di non aggressione della durata di dieci anni, stipulato a Mosca il 23 agosto 1939 fra la Germania nazista e l’Unione sovietica comunista, firmato appunto dai rispettivi Ministri degli esteri, quello tedesco Joachim von Ribbentrop e quello sovietico Vjaceslav Molotov.
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Il patto prevedeva, oltre che ad un mutuo impegno a non aggredirsi reciprocamente, anche un protocollo di clausole segrete con cui si delineavano le rispettive “sfere di influenza” corrispondenti ai reciproci interessi territoriali.
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Grazie a questo patto l’Unione sovietica si impossessò della Polonia orientale, dei Paesi Baltici (Estonia, Lettonia, Lituania), della Finlandia, e della Bessarabia (i territori compresi fra le attuali Moldavia e Ucraina), mentre la Germania si accaparrò la Polonia occidentale.
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Durante questo percorso intanto, la popolazione russa viveva già in una condizione di terrore e di estremo disagio, succube delle politiche devastanti del suo aguzzino, Josif Stalin, e del suo apparato criminale comunista.
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Le connivenze del comunismo italiano, ad opera del criminale Palmiro Togliatti sono oggi ben documentate e ci danno la misura del grado di falsificazione storica operato dalla disinformazione delle sinistre nel dopoguerra.
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Milioni di deportati e interi popoli annichiliti dalla furia paranoica del dittatore georgiano, con la complicità e il tacito consenso di personaggi come Togliatti, rappresentano il biglietto da visita del comunismo e dei suoi eredi metamorfizzati.
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A proposito del ruolo comunista nel disastro epocale che lo rappresenta voglio riportare alcune righe tratte dal libro di Christopher Andrew e Oleg Gordievskij intitolato “La storia segreta del Kgb”, che consiglio a tutti di leggere.
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… da pagina 268 …
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Mentre la Gestapo organizzava la persecuzione dei “nemici razziali” nella Polonia occupata dai tedeschi, l’NKVD se la prese con i “nemici di classe”. 
I decreti dell’NKVD nel 1940 elencavano quattordici categorie di persone da deportare.
La prima, ed era significativo, comprendeva i trotzkisti e altri eretici del marxismo.
Poi venivano le persone che avevano fatto viaggi all’estero o avevano avuto “contatti con rappresentanti di Paesi stranieri”, categoria vastissima in cui figuravano perfino gli esperantisti e i filatelici.
La maggior percentuale dei deportati era costituita dai capi della comunità e dalle loro famiglie: uomini politici, impiegati statali, ufficiali, agenti di polizia, avvocati, proprietari terrieri, uomini d’affari, proprietari di alberghi e di ristoranti, sacerdoti e “persone attive nella vita parrocchiale”. 
Non diversamente dalle SS e dalla Gestapo, l’NKVD era impegnata, come disse in seguito il generale Wladyslaw Anders, a “decapitare la comunità”, distruggendo ogni tipo di leadership potenzialmente in grado di organizzare la resistenza contro il dominio sovietico.
In effetti, l’NKVD collaborò con le SS e con la Gestapo, scambiando comunisti tedeschi detenuti nei gulag contro russi e ucraini emigrati in Germania.
Margarete Buber-Neumann fu una dei comunisti tedeschi consegnati alle SS a Brest-Litovsk, presso il ponte sul fiume Bug. Dopo lo scambio dei saluti, gli ufficiali delle SS e dell’NKVD si trattavano da vecchi amici :
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- Quando fummo a metà del ponte, mi voltai indietro.
Gli ufficiali dell’NKVD erano ancora là, in gruppo, a guardarci partire.
Alle loro spalle si stendeva la Russia sovietica.
Ricordai con amarezza la lituania comunista :
Patria dei lavoratori; Baluardo della libertà; Rifugio dei perseguitati … -
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Un totale di circa un milione di polacchi nemici del popolo fu trasportato per migliaia di chilometri, in lunghi convogli di carri bestiame, fino alle enormi distese del Kazakistan e della Siberia.
Quando, dopo l’invasione della Russia da parte dei tedeschi nel giugno 1941, fu dichiarata l’amnistia, quasi metà dei deportati era morta.
I 15.000 ufficiali polacchi perirono in campi di sterminio più vicini alla patria.
L’ultima annotazione nel diario di uno di loro, il maggiore Solski, racconta il momento in cui gli uomini dell’NKVD lo condussero nella foresta di Katyn, vicino a Smolensk, il 9 aprile 1940 :
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- Siamo arrivati in un piccolo bosco che sembra un campeggio di vacanza. 
Ci hanno tolto gli anelli e gli orologi, che segnavano le 6.30 del mattino, anche le cinture e i coltelli.
Che cosa sarà di noi ? -
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Tre anni dopo il cadavere di Solski, con il diario ancora in tasca, fu scoperto dalle truppe tedesche insieme ai corpi di altri 4.000 ufficiali nelle fosse comuni della foresta di Katyn.
Molti di loro avevano le mani legate dietro la schiena e una pallottola nella nuca.
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Questo è il vero volto del comunismo.
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Il comunismo propagandato in Italia da elementi criminali come Togliatti, Longo, Cossutta, Napolitano e tutta l’accozzaglia di comunisti che sedevano sugli scranni parlamentari della Repubblica italiana mentre contemporaneamente prendevano ordini da Mosca, oltre che finanziamenti a piene mani.
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Mi chiedo quindi, a fronte di dati storici incontrovertibili, come mai il comunismo non sia ancora stato messo fuori legge e bandito dai consessi internazionali come “male assoluto”.
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Mi chiedo come mai la Sindaca di Roma, la "grillina" Raggi, si sia opposta alla richiesta di intitolare una via di Roma a Giorgio Almirante mentre per contro permetta che ci siano nella Capitale vie e piazze intitolate a gerarchi comunisti come Togliatti e Lenin.
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Non mi risulta che Almirante, lo scomparso leader del Movimento Sociale Italiano, abbia mai deportato, ucciso, o torturato i suoi connazionali, come hanno fatto invece Lenin e Stalin.
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Non mi risulta che Almirante, abbia mai stilato liste di personaggi da destinare ai gulag siberiani, come ha invece fatto Togliatti, coadiuvato dalla sua congrega di assassini del PCI, lordandosi del sangue dei suoi stessi “compagni.“
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Molti comportamenti criminali dei leader che comandavano nazismo e comunismo sono stati spesso l’uno prodromico dell’altro, a cominciare dalle persecuzioni contro gli ebrei, iniziate da Stalin molto tempo prima dell’olocausto hitleriano, come la Storia ha dimostrato.
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Oggi, con le conoscenze di cui siamo in possesso, non è più concepibile dichiararsi comunisti, a meno non si voglia palesemente porsi in antitesi con i più elementari princìpi di democrazia e di convivenza civile.
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I diritti umani sono incompatibili con il mondo comunista, anche se i loro gerarchi e i loro disinformatori di professione ci hanno far voluto credere il contrario.
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Il disprezzo e l’arroganza, unite ad una continua violenza sono in effetti ciò che contraddistingue, da sempre, qualsiasi forma di Governo comunista.
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La Corea del Nord e la Cina sono lì, davanti agli occhi di tutti, ancora oggi, per confermarlo !
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Dissenso
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domenica 21 aprile 2019

L'ECCIDIO DI ROVETTA


Durante la seconda guerra mondiale, durante le operazioni belliche, fu disposto dai comandi militari italiani che la 1° Divisione d’Assalto “M”, Legione Tagliamento venisse spostata e dislocata nel territorio bresciano, in particolare nella Val Camonica.
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Il suo compito era quello di contrastare le formazioni partigiani attive nell’area, che minacciavano l’integrità delle linee di comunicazione della Wehrmacht, le Forze armate tedesche, e di presidiare i cantieri della Todt, l’organizzazione di costruzioni che operava nei territori a fianco dell’esercito tedesco.
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Il 26 aprile 1945 un gruppo di militari della RSI (Repubblica Sociale Italiana) che presidiavano la località “Cantoniera della Presolana”, un valico alpino in provincia di Bergamo, al comando del Sottotenente Roberto Panzanelli, venne a sapere attraverso le comunicazioni radiofoniche della resa tedesca e italiana, e per questo motivo decise di lasciare il presidio e di raggiungere Bergamo.
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I militari si incolonnarono, al seguito di Alessandro Franceschetti, l’albergatore presso cui i militi erano alloggiati al Passo della Presolana, che li precedeva sventolando una bandiera bianca in segno di resa.
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Quando il gruppo arrivò nel paese di Rovetta, nella Val Seriana a circa quaranta chilometri da Bergamo, deposero le armi e si consegnarono al Comitato di Liberazione Nazionale locale.
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In questo frangente stipularono accordi per sancire la loro posizione di prigionieri di guerra, e fu siglato un documento a garanzia dei prigionieri, firmato e sottoscritto da tutte le componenti, a partire dal Sottotenente Panzanelli, ai rappresentanti del CLN, nella persona del Parroco Don Giuseppe Bravi, per finire con il Maggiore Pacifico ed altri.
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Dopo la firma dell’accordo i prigionieri furono trasferiti nei locali dele scuole elementari di Rovetta in attesa di essere consegnati al comando alleato.
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Il giorno 28 aprile (lo stesso giorno dell’omicidio di Mussolini) però, un gruppo di partigiani che appartenevano alla 53a Brigata Garibaldi Tredici Martiri, alla Brigata Camozzi e alle Fiamme Verdi, prelevarono il gruppo di militi dalle scuole elementari e li scortarono a piedi verso il cimitero del paese.
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Durante il percorso uno dei prigionieri, Fernando Caciolo, riuscì a scappare e a nascondersi nella casa di Don Bravi per circa tre mesi, prima di fare ritorno al suo paese di origine, ad Anagni, nel Lazio.
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Il sottotenente Panzanelli protestò con i partigiani, esibendo il foglio in cui era siglato l’accordo e le garanzie per il suo gruppo di militi, ma i partigiani glielo strapparono e calpestarono con disprezzo.
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Giunti al cimitero i partigiani assassini si disposero a formare due plotoni di esecuzione, e fucilarono 43 prigionieri compresi fra i 15 e i 22 anni di età.
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Ne furono risparmiati solo tre, a causa della loro giovane età :
Cesare Chiarotti di 14 anni, Sergio Bricco di 15 e Enzo Ausili di 16.
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I partigiani scoprirono che uno dei militi era figlio di Edvige Mussolini, sorella di Benito, e per questo motivo lo obbligarono ad assistere alla fucilazione di tutti i suoi commilitoni prima di essere a sua volta fucilato.
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Così ancora una volta i partigiani si macchiarono del sangue di vittime innocenti, ad armi deposte, confermando la ferocia che identificava e distingueva le formazioni assassine e la loro indubbia vigliaccheria.
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Ecco l’elenco delle vittime :
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ANDRISANO Fernando, anni 22
AVERSA Antonio, anni 19
BALSAMO Vincenzo, anni 17
BANCI Carlo, anni 15
BETTINESCHI Fiorino, anni 18
BULGARELLI Alfredo, anni 18
CARSANIGA Bartolomeo Valerio, anni 21
CAVAGNA Carlo, anni 19
CRISTINI Fernando, anni 21
DELL'ARMI Silvano, anni 16
DILZENI Bruno, anni 20
FERLAN Romano, anni 18
FONTANA Antonio, anni 20
FONTANA Vincenzo, anni 18
FORESTI Giuseppe, anni 18
FRAIA Bruno, anni 19
GALLOZZI Ferruccio, anni 19
GAROFALO Francesco, anni 19
GERRA Giovanni, anni 18
GIORGI Mario, anni 16
GRIPPAUDO Balilla, anni 20
LAGNA Franco, anni 17
MARINO Enrico, anni 20
MANCINI Giuseppe, anni 20
MARTINELLI Giovanni, anni 20
PANZANELLI Roberto, anni 22
PENNACCHIO Stefano, anni 18
PIELUCCI Mario, anni 17
PIOVATICCI Guido, anni 17
PIZZITUTTI Alfredo, anni 17
PORCARELLI Alvaro, anni 20
RAMPINI Vittorio, anni 19
RANDI Giuseppe, anni 18
RANDI Mario, anni 16
RASI Sergio, anni 17
SOLARI Ettore, anni 20
TAFFORELLI Bruno, anni 21
TERRANERA Italo, anni 19
UCCELLINI Pietro, anni 19
UMENA Luigi, anni 20
VILLA Carlo, anni 19
ZARELLI Aldo, anni 21
ZOLLI Franco, anni 16
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Per anni la responsabilità è stata addossata principalmente a un misterioso agente al soldo dei servizi segreti britannici (Soe) attivi sul territorio bergamasco, tale Paolo Podujie, conosciuto con il nome di battaglia di “il Moicano”.
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Secondo quanto scritto da Grazia Spada nel suo libro “Il Moicano e i fatti di Rovetta ” invece, la responsabilità materiale sarebbe da ascrivere ai partigiani socialisti della brigata “Camozzi” di Gustizia e Libertà, che in quei giorni avevano il controllo di Rovetta.
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Premetto che Rovetta venne “ufficialmente liberata” il 1 maggio 1945.
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Nel 1946 fu aperto un procedimento penale in cui vennero indagati i responsabili della strage, tra cui Paolo Poduje, capo della 53esima brigata e ritenuto il maggiore responsabile dell’eccidio.
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La sentenza del Tribunale di Bergamo, che arrivò nel 1951, fu oscena :
venne infatti dichiarato dai Giudici di Bergamo che non si doveva procedere nei confronti degli imputati, poiché il fatto (l’eccidio) avvenne tre giorni prima della liberazione della città, quindi non costituiva un crimine di guerra ma una semplice azione bellica.
Esattamente decretava il non luogo a procedere in virtù del fatto che :
“Il Decreto Legislativo Luogotenenziale n. 194 del 12 aprile 1945, firmato da Umberto di Savoia, in un unico articolo dichiarava non punibili le azioni partigiane di qualsiasi tipo perché da considerarsi “azioni di guerra”.
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In pratica le “toghe rosse” bergamasche non ritennero che fosse un atto criminale quello di trucidare a sangue freddo 43 ragazzini disarmati, arruolati da poco, che non avevano mai partecipato ad azioni di guerra, e che si erano comunque arresi.
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Dell’eccidio fino ad oggi nessuno ha mai chiesto scusa o ha dimostrato pentimento, e nemmeno si è voluto riconoscere come pagina buia della Resistenza questo gravissimo fatto.
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L’Anpi ha taciuto per decenni, così come l’Istituto storico della Resistenza, oppure coloro che oggi chiedono di vietarne la commemorazione, palesando un “disprezzo antifascista” che va oltre l’umana razionalità, sconfinando in un bieco odio di parte e nella mistificazione di partito.
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Il Parroco, Don Bravi, ha prima promesso salva la vita a questi ragazzi, poi ha permesso che venissero trucidati, senza che nemmeno la Curia poi, in futuro, prendesse atto di tale barbarie.
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Non una scusa, non un momento di riflessione, ma solo falsità e silenzio su un fatto di sangue efferato compiuto su ragazzini innocenti, vittime della Storia che al momento indossavano la divisa per così dire “sbagliata”.
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Tornando ai responsabili, occorre dire che l’enorme mole letteraria sull’argomento è divisa e contradditoria, almeno per quanto riguarda le tesi della  scrittrice Grazia Spada sopracitata.
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Molti autori indicano come responsabili dell’eccidio il già citato “Moicano”, insieme a :
Lanfranch”, Fomoni detto “Walter ” da Ardesio, “Fulmine” da Costavolpino, “Cascio>” da Costavolpino, Rossi “Buchi” da Castione della Presolana, con il concorso esplicito del maggiore Pacifici, già della Sussistenza del disciolto esercito regio.
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Rimane comunque il fatto che forze partigiane assassine si siano evidentemente contese il controllo del territorio, arrogandosi il diritto di decidere della vita di ragazzini dell’età compresa fra i quindici e i vent’anni, senza che alcuno di questi “eroici” comunisti o socialisti che fossero, si sia mai degnato di profferire una sola parola di pietà o di scuse al riguardo.
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Onore dunque alle vittime di Rovetta, che continueremo a commemorare e a ricordare.
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Dedichiamo loro un pensiero ed una preghiera amorevole, in vece del silenzio molto poco cristiano espresso dal Clero e dai suoi componenti fino ad oggi.
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Dissenso
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giovedì 21 febbraio 2019

Palmiro Togliatti e l'apparato criminale del P.C.I.


Ancora oggi l’universo cui appartengono coloro che si identificano nelle politiche cosiddette “di sinistra”, incominciando con i nostalgici comunisti e passando attraverso le varie tappe di un polimorfismo di sopravvivenza di coloro che hanno cambiato la pelle ma non l'intima essenza, e finendo con personaggi che fanno dell’anacronismo e della falsità ideologica un vero e proprio “modus vivendi” (come i politicanti dell’odierno PD), si riferisce ad un criminale sanguinario ed efferato chiamandolo con l’appellativo “il Migliore” !.
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Si tratta di Palmiro Togliatti, a cui oggi la verità storica ascrive precise responsabilità criminali in termini di terribili efferatezze contro l’umanità, sottolineandone gli aspetti palesi di ferocia e di disprezzo per la vita umana, non solo verso schiere di innocenti, come nel caso delle popolazioni carsiche vittime delle foibe a causa della furia comunista slava, ma anche verso molti dei suoi stessi compagni di partito, colpevoli di non aver ottemperato all’imposizione di una rigida ortodossia politica dettata da Mosca.
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Una delle tante vittime di Togliatti e Stalin
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Togliatti, che era il N° 2 del Comintern (detta anche Internazionale comunista), l’organismo internazionale per la diffusione del comunismo e della rivoluzione bolscevica nel mondo, secondo solo a Stalin, che ne fu l’artefice, appoggiò tutte le scelte del dittatore georgiano, comprese quelle più feroci, rendendosi complice a tutti gli effetti dei crimini sanguinari e dell’orrore che il comunismo produsse sulle popolazioni civili.
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Togliatti viene presentato ancora oggi dai personaggi che guidano l’accozzaglia di disinformatori e dai seguaci del Male assoluto, come alfiere di democrazia e come politico illuminato, al punto che se ne stigmatizza il ruolo nella composizione di una Italia del dopo guerra come “padre costituente”, senza però mai accennare al fatto che “il Migliore” nel 1930 rinunciò alla cittadinanza italiana a favore di quella sovietica, perché – a suo dire – come italiano si sentiva “un miserabile mandolinista e nulla più” mentre come “cittadino sovietico” sentiva di “valere dieci volte più del migliore italiano”. !
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Alla luce di queste sue dichiarazioni, vediamo quale furono le azioni da lui compiute negli anni precedenti la seconda guerra mondiale, e quale fu l’apparato criminale escogitato per compiacere e soddisfare la smisurata ferocia del suo compagno sovietico Iosif Stalin.
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L'oltraggio di Togliatti all'Italia e il suo disprezzo per il Popolo Italiano
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Va detto innanzitutto che l’intero gruppo dirigente del Partito comunista italiano era composto da una "èlite" rivoluzionaria i cui componenti erano stati precedentemente inviati in Urss per essere addestrati, e poi rimandati in Italia per fare politica.
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Come si sa, dalle numerose testimonianze storiche e dagli studi approfonditi delle carte d’archivio sovietiche, Stalin era ossessionato da una preoccupazione che assorbiva ogni suo impegno quotidiano, cioè quella di riuscire a mantenere il potere conquistato, e di consolidarlo sempre di più.
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Per raggiungere questo scopo ogni sua decisione era finalizzata alla distruzione e all’annientamento di qualsiasi ostacolo che si frapponesse alla sua dittatura o che potesse, anche solo a livello embrionale, suggerire ipotesi di futuro pericolo per la riuscita di un controllo totale sulla società sovietica.
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Naturalmente Togliatti, che era in perfetta simbiosi con Stalin, nonostante fosse perfettamente a conoscenza delle deportazioni epocali che condussero nei gulag milioni di kulaki (contadini cosiddetti “ricchi” perché possedevano una mucca), si preoccupò di soddisfare la brama di “pulizia politica” che avvelenava il dittatore, creando per l’occasione un vero e proprio apparato operativo.
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Formò quindi una sorta di NKVD (la famigerata polizia segreta staliniana) italiana, che operava su due fronti, quello nazionale e quello russo.
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A Roma stazionavano Palmiro Togliatti, Giuseppe Dozza, Luigi Longo (alias Gallo), Gian Carlo Pajetta, e tutto il partito, mentre a Mosca l’apparato faceva riferimento all’Ufficio Quadri (tutti membri del Comintern) che si occupava dei controlli e dell’esame delle “schede informative” inviate da Roma.
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Il dirigente moscovita di questa “inquisizione comunista” era Antonio Roasio, ex “bordighista” (e proprio per questo più zelante degli altri, allo scopo di far dimenticare i propri trascorsi), coadiuvato da Paolo Robotti (cognato di Togliatti), addetto a raccogliere informazioni “sul campo” frequentando il “Club” degli italiani a Mosca (circolo ricreativo che divenne in effetti un centro di controllo politico).
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I dati completi, sia quelli provenienti da Roma che quelli raccolti a Mosca, riguardanti ogni italiano, andavano poi a comporre un fascicolo personale per ognuno di loro, e veniva poi inviato sia a Togliatti che alla NKVD.
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Ecco il Link ad un mio articolo che tratta questo argomento sul blog "Italian samizdat" :
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Gli altri collaboratori di Roasio e Robotti erano : Vittorio Vidali, Ilio Barontini, Pietro Secchia, Giovanni Germanetto, Domenico Ciufoli, Aldo Moranti, Elena Montagnana
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La prassi seguita dall’accolita delinquenziale e comunista di Togliatti prevedeva di annotare in ogni scheda (che sarebbe poi stata inviata alla NKVD) le “note caratteristiche” necessarie affinchè fosse aperta una indagine.
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Palmiro Togliatti e Pietro Secchia
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I malcapitati che, grazie alle segnalazioni di Togliatti e del suo apparato criminale, entravano nel mirino della polizia politica sovietica, diventavano oggetto di brutali istruttorie in cui la tortura rappresentava solo un tassello di tutto l’infame percorso distruttivo, il cui epilogo era sempre la deportazione o la fucilazione.
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Togliatti era ben consapevole di tutto ciò, ma imperterrito continuò a siglare i fascicoli di ogni singolo italiano, inserendo le famigerate “note caratteristiche” che avrebbero dato il via alla persecuzione.
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Così facendo Togliatti poteva epurare anche lo stesso partito comunista italiano, invitando i suoi stessi compagni a raggiungere il “paradiso sovietico” (accompagnati a loro insaputa dalle note che li riguardavano), e liberandosi così da elementi che non soddisfacevano la rigida ortodossia staliniana.
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Amadeo Bordiga
Coloro che come comunisti avevano dimostrato simpatia e vicinanza alle tesi espresse da leader di riferimento quali Amadeo Bordiga, Lev Trockij, oppure elementi di estrazione anarchica, rappresentavano esattamente il motivo della ossessione di Stalin, e Togliatti dimostrò con i fatti di essere ben felice di passare sopra i loro cadaveri.
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Dal libro “A Mosca, solo andata” di Arrigo Petacco, insigne scrittore e giornalista, ho estrapolato la “nota di accompagnamento” di Clementina Perrone, comunista, che fu inviata in Russia in seguito ad agitazioni operaie nelle fabbriche.
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Ha legami con elementi malsani (Andrea Rossetti, Mario Visconti, Emilia Mariottini e altri), ha raccomandato tempo fa due elementi estranei : Federico Matteuzzi, provocatore, e Emilio Guarnaschelli, trockista. Ha dimostrato debolezza nella cospirazione in una conversazione con Guarnaschelli. Per questo motivo il Club degli emigrati politici già un anno fa indirizzò una dichiarazione contro la Perone alla cellula alla quale essa appartiene. Si ritiene opportuno che essa viva in URSS e prenda la cittadinanza sovietica.”
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La segnalazione secondo cui la Perrone doveva essere trattenuta in URSS equivaleva a indicare il suo probabile passaggio al nemico in caso ne fosse invece uscita, e questo le costò una condanna a 10 anni di lavori forzati a Karaganda nel Kazakhstan.
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Gli elementi “malsani” citati nelle “note” furono invece arrestati e fucilati.
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La Perrone sopravvisse al gulag e rientrò in Italia nel 1960, dove scoprì che il marito Giovanni Parodi, credendola morta, si era risposato.
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Per il suo calvario le fu concessa una pensione dal Governo sovietico a titolo di indennizzo e finì i suoi giorni vivendo in solitudine.
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Sulle vicende di Emilio Guarnaschelli suggerisco di visitare il seguente LINK ad un mio precedente articolo, sul blob "Italian samizdat".
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Occorre sottolineare e precisare che ogni singola scheda relativa agli italiani comunisti emigrati in Russia era visionata e vidimata per la relativa approvazione da Togliatti in prima persona, per cui appare evidente la sua responsabilità diretta nelle deportazioni di un enorme numero di sventurati, quantificabili in migliaia di unità.
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Lev Trocki, ucciso dai
sicari di Togliatti
Quando Stalin si rese conto della efficacia del metodo attuato da Togliatti per fare una vera e propria “pulizia politica” nel mondo comunista, se ne avvalse per fare la medesima cosa in Spagna, in occasione della guerra civile.
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Poiché la resistenza antifranchista era saldamente in mano degli anarchici e dei comunisti legati a Trocki, Stalin temeva che queste formazioni politiche da lui perseguitate in Russia, potessero in Spagna ed in Europa riprendere vigore, proprio "cavalcando" la guerra civile spagnola.
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Fu così che decise di inviare Palmiro Togliatti in Spagna, segretamente e facendolo operare nell’ombra, come funzionario plenipotenziario del Comintern.
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Questa segretezza servirà poi alla storiografia comunista, falsa e mistificatrice, per  scagionare e assolvere Togliatti dalle sue pesanti responsabilità, negando anche la sua presenza in Spagna.
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In realtà “il Migliore” alias “Ercole Ercoli” operò per tutto il periodo della guerra sotto falso nome, dirigendo le attività presso il quartier generale dei consiglieri sovietici, nell’albergo Gaylord di Madrid.
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I crimini commessi da Togliatti, unitamente ai cospicui finanziamenti che provenivano da Mosca furono diretti a rafforzare il piccolo partito comunista iberico per farlo diventare la forza preponderante nel Governo e nell’Esercito della Spagna.
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La componente anarchica, senza controllo, aveva nel frattempo trasformato Barcellona nella capitale dell’anarchia, saccheggiando le chiese e bruciandole, collettivizzando qualsiasi attività commerciale presente, sequestrando le automobili private ed esasperando al massimo una insana febbre politica.
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Vittorio Vidali
Togliatti si adoperò per far cadere il Governo del socialista Largo Caballero che si era opposto alla “eliminazione” degli anarchici e dei trockisti, sostituendolo con Juan Negrìn a cui diede il compito di smembrare la milizia popolare (anarchici e trockisti) e di ripristinare l’esercito regolare, affidandone il comando a comunisti di sua fiducia.
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Della “liquidazione” di anarchici e trockisti, definiti “banditi”, se ne occupò direttamente Togliatti, coordinando le operazioni e usando come “arma” i killer sanguinari di “Soccorso rosso”, guidati da Vittorio Vidali, uomo del Comintern.
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Vittorio Vidali, alias Enea Sormenti, alias Jacobo Hurwitz Zender, alias Carlos Contreras o “Comandante Carlos” era il killer a cui Stalin affidò il compito di eliminare i personaggi che gli erano più invisi, a partire da Trocki, ma non solo.
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Tra gli omicidi di cui si rese responsabile Vidali, come esecutore o come organizzatore, spicca quello di Julio Antonio Mella (tra i fondatori del partito comunista cubano) in Messico nel 1929, di Camillo Berneri (anarchico ucciso in Spagna), di Andres Nin (segretario del Poum spagnolo), di Buenaventura Durruti (comandante della milizia popolare catalana), del sindacalista Carlo Tresca, direttore de “il Martello” a New York nel 1943, e di Tina Modotti la sua amante, attrice e attivista comunista.
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Le modalità con cui Vidali, Togliatti, e i loro killer compirono la pulizia politica rappresentano un crimine contro l’umanità, in quanto improntate alla ferocia e al disprezzo per la vita umana.
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Lo squallido deputato
comunista Pajetta, che
stilava gli elenchi delle
vittime di Togliatti
La tortura e le violenze esercitate contro gli anarchici e gli attivisti del Poum (Partito operaio di unificazione marxista, legato a Trocki) si concludevano sempre secondo una regola istituita dai dirigenti comunisti : “nel sospetto si fucila”.
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I soggetti catturati venivano quindi uccisi con un colpo alla nuca ed entravano a far parte della macabra contabilità dei morti ammazzati tenuta da Edoardo D’Onofrio e Giuliano Pajetta (aiutante di Luigi Longo).
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Nonostante il fatto che costoro, Togliatti compreso, avessero le mani sporche del sangue dei loro stessi fratelli, ciò non impedì al PCI di eleggerne alcuni come senatori nelle file di partito, come ad esempio Pajetta che potè sedere sugli scranni parlamentari italiani dal 1948 al 1972.
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Alla morte di D’Onofrio, nel 1973, la città di Roma gli ha intitolato una via, oltraggiando ancora una volta le vittime del comunismo di cui lui, corresponsabile, teneva la macabra contabilità.
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Non esiste ad oggi alcun retaggio culturale, o pseudo tale, che riferendosi alle politiche del marxismo e del comunismo possa indurre qualsiasi persona sana di mente ad approcciarsi ad esso con simpatia.
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Il devastante impatto che delinquenti seriali come Togliatti e tutta la classe dirigente del Partito comunista italiano hanno avuto sulle popolazioni, dimostrano che il loro interesse politico era (ed è rimasto) il predominio sulla società, a qualsiasi costo e con ogni mezzo.
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D’altra parte Togliatti, dopo il suo silenzio assenso sulle deportazioni staliniane, dopo la sua compartecipazione all’epurazione dei comunisti non legati all’ortodossia bolscevica, e dopo le nefandezze commesse in terra di Spagna (migliaia di assassinati), dimostrerà anche in occasione delle stragi e degli eccidi delle foibe negli anni 1943-1945 di essere un vero e proprio criminale comunista, macchiandosi del sangue stesso dei suoi fratelli italiani.
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Le vittime di Togliatti si contano a migliaia
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La sua vile attitudine al servilismo verso le teorie farneticanti di Marx, unitamente all’indole criminale che lo ha sempre contraddistinto, ne fanno uno stereotipo di riferimento che definisce l’essenza criminale stessa del comunismo.
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Togliatti ha vigliaccamente permesso che i partigiani jugoslavi comunisti di Tito infoibassero le popolazioni civili dei territori carsici, dando ordine ai partigiani comunisti italiani di non interferire, rendendosi complice di una delle pagine più tristi e squallide della Repubblica italiana e successivamente, non pago, ha sputato tutto il suo disprezzo sugli esuli giuliano dalmati che scappavano dai territori occupati dai comunisti slavi.
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Questo è il volto di Palmiro Togliatti, alias “il Migliore”, alias Ercoli, a cui ancora oggi schiere di fanatici estimatori guardano con ammirazione.
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Questo è il personaggio, dai connotati chiaramente criminali, a cui sono dedicate vie o piazze in molte delle città italiane.
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Dissenso
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