domenica 8 agosto 2021

CRIMINALE COMUNISTA PARTIGIANO E ASSASSINO : SAURO BALLARDINI

Sauro Ballardini fu un assassino partigiano comunista del partigianato bolognese, soprannominato “Topo” per via della sua bassa statura, a cui i “compagni” di Castelmaggiore aggiunsero il nomignolo di “romagnolo” a causa dei suoi trascorsi nel Faenza calcio.

Il suo nome compare in parecchi procedimenti penali per reati ascrivibili al banditismo partigiano comunista che insaguinò le zone del bolognese a guerra finita.

Fu condannato dai Tribunali della Giustizia italiana per omicidio volontario, occultamento di cadavere, furto e rapina.

Nel 1945 fu indicato da Guido Cevolani, a cui i partigiani avevano prelevato il fratello, di essere l’autore insieme ad altri della strage dei sette fratelli Govoni e di altre dieci persone a Casadio, una località del Comune di Argelato.

Cevolani, accompagnato dall’amico Giovanni Campanini, riuscì a seguire l’auto che i partigiani avevano usato per il sequestro del fratello, e a raggiungere il luogo in cui venivano condotti i prigionieri.

Cevolani, a rischio della sua stessa vita,  affrontò Luigi Borghi, alias “Ultimo”, a capo della brigata partigiana “Paolo”, e riuscì a farsi consegnare il fratello, che nel frattempo era già stato sottoposto a violente percosse.

Fu così che Cevolani divenne testimone oculare della presenza di Ballardini, braccio destro di Borghi, fra coloro che compirono l’eccidio delle sequestrate.

Le vittime furono portate nella casa colonica dell’agricoltore Emilio Grazia, in frazione Casadio, dove confluirono parecchi partigiani, avvisati che lì ci sarebbe stata una bella “festa”.

I partigiani comunisti iniziarono così a raggrupparsi sempre più numerosi, per partecipare attivamente al massacro.


Per parecchie ore, i fratelli Govoni, che furono i primi ad essere portati al podere Grazia, vennero torturati, picchiati, e seviziati da chiunque raggiungesse il luogo della “festa”.


 

Il calvario dei fratelli Govoni continuò tra urla disumane, violenza selvaggia, e imprecazioni, fino a quando quasi tutte ossa dei malcapitati furono fratturate e incrinate dalle percosse.

 

Ida Govoni, che fu prelevata appena ventenne mentre allatava la figlioletta Paola partorita due mesi prima, morì tra sevizie inimmaginabili e orrende, invocando la sua bambina.

 

Coloro che non perirono tra i tormenti e le sevizie, furono strangolati.


Le indagini dei Carabinieri, dopo la denuncia-confessione di Cevolani, portarono al rinvenimento di una fossa comune, il 24 febbraio 1951, che conteneva i resti dei 7 fratelli Govoni e dei 10 cittadini di San Giorgio di Piano (Bologna).


Nel processo che seguì, Ballardini Sauro fu assolto per insufficienza di prove dai reati di omicidio e rapina.


Il curriculum criminale di Ballardini è così lungo da indurre a ritenere che  il suo pseudonimo, anziché “Topo romagnolo”, avrebbe dovuto essere quello di “ratto di fogna”, così come tutti i suoi complici partigiani comunisti e assassini !


I suoi delitti furono commessi dopo la guerra, in tempo di pace, successivamente alla cosiddetta “liberazione”, nella feroce mattanza attuata dai partigiani che insanguinò l’Italia.

L’Emilia in particolare fu trasformata in mattatoio dalla furia omicida da quei comunisti partigiani che ancora oggi l’ANPI delinea come giustizieri popolari.

Nella zona di Castelmaggiore, da cui proveniva Ballardini, imperversavano sia la banda della Brigata partigiana comunista “Paolo” che la Gap locale, guidata da Luigi Borghi, alias “Ultimo”.

Ballardini operava in quei territori, insieme a questa accozzaglia criminale, come commissario politico e “braccio destro” di Borghi, con cui organizzava omicidi, rapine, estorsioni, saccheggi, e ogni altro tipo di nefandezze, nascondendo le proprie azioni dietro l’alibi della lotta al fascismo.


A Ballardini si deve l’uccisione di Francesco Testoni, reo di essere imparentato con l’ex Console della Milizia volontaria Enea Venturi.

Testoni venne prelevato a casa sua, di fronte i suoi figli, e condotto fino ad una cascina, in località Castagnolino di Bentivoglio, e percosso a lungo perché rivelasse dove si trovava Venturi.

Dopo aver denudato la vittima, Ballardini (Topo romagnolo) e i suoi complici la seviziarono e si appropriarono dei suoi averi, consistenti nel vestiario, nelle scarpe, nell’orologio e in una catenina d’oro, poi lo  strangolarono e gli spararono diversi colpi di pistola, infine lo gettarono in una fossa, forse ancora vivo.

Le successive indagini dei Carabinieri condussero all’arresto di Mario Neri, un partigiano comunista di ventitrè anni, che confessò, indicando il luogo dove fu interrato Testoni e i nomi degli assassini soi complici.

Furono così arrestati e sottoposti a processo i partigiani comunisti che vennero definiti la “comitiva di belve umane”, i cui appartenenti erano:

Sauro Ballardini, Luigi Borghi (Ultimo), Paolino Vergnana, Fedele Ziosi, Dino Bolelli, Giorgio Chiarini, Rino Resca, Lino Michelini.

Il Tribunale li condannò tutti a pene varianti dai 17 ai 26 anni di carcere, ma Ballardini espatriò clandestinamente in Jugoslavia, aiutato dal P.C.I. bolognese, insieme a Borghi, Ziosi e Vergnana, sfuggendo così alla Giustizia italiana.

Ballardini collezionò un’altra condanna a 21 anni di carcere per l’omicidio di Elio Fioravanti, un partigiano che dopo aver collaborato con le truppe dell’Esercito popolare nella Jugoslavia di Tito, era rientrato in Italia a causa di una ferita riportata in battaglia.

A Bologna Fioravanti stava indagando sull’eccidio della famiglia Bolzan, i cui componenti erano stati prelevati il 10 aprile del 1945 nella loro abitazione di via Lame da un commando di quattro persone.

A chiedergli di indagare erano state Albertina e Rosanna, le due sorelle di Antonio (sparito insieme ai due figli Bruno di vent’anni e Jada di ventiquattro) che gli chiesero di interessarsi della loro sparizione.

Le indagini di Elio Fioravanti condotte negli ambienti del partigianato comunista bolognese produssero forti preoccupazioni negli autori del crimine, al punto che gli fu dato un appuntamento con la scusa di fornire dati utili alle sue ricerche.

Fioravanti si recò all’appuntamento in compagnia di Albertina, ansiosa di avere qualche notizia sulla vicenda, ma mentre i due si recavano sul luogo concordato vennero raggiunti da tre individui in bicicletta.

Uno di loro estrasse una rivoltella e sparò a sangue freddo contro Fioravanti, uccidendolo.

Sauro Ballardini, il ratto di fogna partigiano e assassino, era colui che aveva sparato, riconosciuto da Albertina mentre premeva il grilletto contro il partigiano Elio Fioravanti, reo di essere molto vicino a scoprire chi fossero gli autori della “sparizione” della famiglia Bolzan.

La Jugoslavia comunista di Tito accolse Ballardini tra i suoi combattenti, nascosto sotto lo pseudonimo di Athos Bovina, mentre l’apparato disinformatore delle sinistre in Italia lo proclamava come esule in fuga dalle persecuzioni della Magistratura italiana.

Il “ratto di fogna” però, convintamente staliniano, iniziò ad operare in una cellula jugoslava che complottava contro il regime di Tito, dopo che questi era entrato in rotta di collisione con il regime sovietico, ma fu scoperto e arrestato dalll’UDBA, la famigerata polizia segreta che perseguiva la dissidenza politica nei territori della Jugoslavia.

Nel 1950 scontò tre mesi di carcere, poi nel 1952 venne di nuovo arrestato e accusato di spionaggio militare e politico, per il quale era prevista la pena di morte.


I ratti di fogna della Brigata "Paolo".
Al centro si riconosce Sauro Ballardini.

Bovina, alias Ballardini, alias “Topo”, da me ribattezzato “ratto di fogna” se la cavò con una sentenza che lo condannava a 14 anni di lavori forzati, da scontare nel lager di Sremska Mitrovica.

La fortuna, sotto le mentite spoglie della distensione tra l’Unione Sovietica di Khruscev e la Jugoslavia di Tito, successiva alla morte di Tito, favorì la liberazione degli internati comunisti italiani, tra cui Ballardini.

Nel 1956 l’assassino partigiano uscì dal carcere-lager di Sremska Mitrovica, decidendo di trasferirsi in Cecoslovacchia, uno dei luoghi scelti dal P.C.I. per la latitanza dei suoi protetti, quasi tutti omicidi, rapinatori, delinquenti di bassa lega, e terroristi.

Nell’aprile del 1965 gli fu concessa la Grazia dal Presidente della Repubblica italiana Giuseppe Saragat, lo stesso squallido policante che graziò Francesco Moranino, alias Gemisto, capo del sesto distaccamento partigiano comunista “Pisacane” della Brigata Garibaldi-Biella, autore della strage di sette persone.

Nel 1981  il partigiano comunista assassino tornò in Italia, stabilendosi a Bologna.

La sua immagine di boia e di criminale fu rapidamente trasformata dall’ANPI in quella di un eroico combattente antifascista, mentre l’apparato disinformaore e propagandistico del Partito comunista gli creava un’aura leggendaria.

Ballardini fu invitato anche a presenziare a commemorazioni della Resistenza, come quella che si tenne davanti al sacrario in piazza del Nettuno a Bologna  in cui è ricordato il partigiano Elio Fioravanti da lui assassinato.

La sua partecipazione fu richiesta in convegni e incontri, oppure nelle scuole, per raccontare con enfasi la sua versione dela Resistenza, ponendosi agli occhi degli astanti, adulti e bambini, come personaggio mitico e comunista appassionato.

Nei suoi racconti, naturalmente, Ballardini si è ben guardato dal menzionare le degenerazioni delle squallide squadracce partigiane e le loro stragi di uomini e donne innocenti, così come i furti o le rapine perpetrate a danno delle loro vittime.

Nessun accenno anche al suo “curriculum” criminale, degno di un partigiano comunista crriminale e assetato di odio e di sangue.

Una vera icona del Partito Comunista Italiano!

Ballardini morì nel 2010 a 85 anni di età, liberando il mondo dalla sua squallida presenza.


Dissenso

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giovedì 24 giugno 2021

Comunismo cinese e "Festival di Yulin"

Nella cosiddetta Repubblica Popolare Cinese assistiamo quotidianamente a manifestazioni di disprezzo dei diritti umani, palesate apertamente dal regime comunista di Xi Jinping.

In realtà, nonostante la definizione adottata dai governanti di Pechino, non si riscontra in essa alcuna caratteristica per cui si possano accettare i termini di “Repubblica” e nemmeno di “Popolare”, poiché in Cina appaiono esclusivamente i caratteri identificativi di una feroce dittatura comunista.

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Squallore istituzionale: stretta di mano con un criminale assassino!

Nel sistema totalitario cinese, l’individuo è infatti spersonalizzato e privato della possibilità di esprimere un qualunque dissenso sull’operato dei gerarchi comunisti, pena la deportazione in strutture detentive denominate Laogai, tristemente famose e famigerate, che consistono in veri e propri lager camuffati da industrie.

In realtà queste strutture funzionano esattamente come poli produttivi e sforrnano milioni di manufatti di qualunque tipo, con cui il Partito comunista cinese invade i mercati mondiali a prezzi minimali.

Il basso costo di produzione è legato al fatto che come operai vengono utilizzati gli stessi detenuti, i quali sono costretti a lavorare gratuitamente, senza alcuna assistenza sindacale, e con l’obbligo di raggiungere quote di produzione prefissate, pena la tortura, le sevizie, e le ritorsioni contro i loro familiari.

Non ci si può quindi meravigliare del fatto che, in un contesto simile, si svolga annualmente in Cina il cosiddetto “Festival di Yulin”, e cioè una kermesse alimentare nella quale vanno in scena la barbarie e l’orrore, trattandosi di una manifestazione in cui i nostri amici a quattro zampe vengono macellati e consumati come cibo prelibato.

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Bancarella a Yulin:
i cani sono esposti già arrostiti 
e pronti per essere consumati
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Il Partito comunista cinese guidato da Xi Jinpig non oppone alcun divieto al festival della carne di cane, che è a tutti gli effetti una vera e propria mattanza in cui vengono cotti e consumati decine di migliaia di cani.

Nella regione autonoma di Guangxy Zhuang, nel piccolo centro di Yulin, arrivano da ogni parte i vari Fido e i Bobby, i Fuffi e i Black, che in precedenza sono stati allevati intensivamente, come polli, e rinchiusi in centinaia di gabbie, ammassati gli uni agli altri per mesi, perché predestinati a divenire il piatto forte della orrenda sagra culinaria cinese, una vera vergogna per l’umanità.

Bisognerebe spiegare ai cinesi, mentre cuociono cosce di beagle o arrostiscono interi bassotti allo spiedo, che la grandezza di una Nazione passa anche attraverso il modo in cui vengono trattati i suoi animali.

In questo tipo di situazione pare evidente che si tratti invece di bassezza, sia morale che politica, culturale ed etica, che riflette un contesto del mondo comunista di più ampie proporzioni, in cui l’orrore rappresenta l’incedere quotidiano della società civile.


Si tratta di un comunismo fatto di Laogai, di disprezzo dei diritti umani, di deportazioni e torture, di violenza istituzionale diffusa capillarmente, e di Festival come quello di Yulin, in un crescendo di arroganza inaccettabile.

Viene da chiedersi cosa sia ancora necessario che accada perché l’Occidente decida di opporsi al gigante asiatico, anziché concludere con esso rapporti commerciali ?

Il mercimonio attuato dalla politica europea, Italia compresa, nei confronti della Cina, è indicativo di come i diritti umani siano passati in secondo piano rispetto ai profitti che derivano dalle alleanze e dalle interazioni economiche.

Per questo motivo è importante continuare a raccontare a tutti cosa sia veramente il comunismo e quali nefaste conseguenze abbia prodotto in termini di vite umane.

La diffusione e la cultura dell’anticomunimo devono risultare prodromiche ad una evoluzione sistematica delle coscienze, precedentemente fagocitate da un esercito sinistroide di disinformatori di professione, per riaffermare una esigenza di verità altrimenti compromessa.

Le condizioni che appartengono alla sfera cognitiva individuale prescindono dall’apprendimento oggettivo, in quanto condizionate dall’approccio culturale verso punti di riferimento personali, ed è proprio su questi parametri che la sinistra ha fatto leva per oltre settant’anni, continuamente e capillarmente.

Ogni singolo giorno e in ogni contesto sociale gli intellettuali che si rifanno all’ideologia della falce e martello hanno indirizzato e manipolato le masse, non solo popolari, verso un movimento di pensiero che nulla ha da invidiare a quello “unico” sottolineato da Orwell nel suo libro “1984”.

E’ tempo che gli individui pensanti, non ancora fagocitati e spersonalizzati dalle sinistre, riscoprano assiomi di riferimento diversi da quelli proposti dagli adoratori di Togliatti e dai mondialisti marxisti e massoni alleati con il capitalismo delle Banche, e che intraprendano un percorso libero e deciso a recuperare i valori concreti della tradizione.

Il feudo della mondializzazione capitalistica ha costruito una sovrastruttura ideologica su cui poggia l’intero assunto della omologazione culturale, economica, etnica, laicizzata e sessuale, attaccando chiunque si opponga ai suoi dictat.

Il nemico per costoro, chiunque esso sia, diventa un fascista, che viene additato al pubblico disprezzo, e fornisce un facile alibi per l’attuazione di una repressione coercitiva e immediata.

Combattiamo quindi il comunismo e le sue divagazioni metamorfiche, le sue metastasi e le simbiosi con cui si è compenetrato.

Lo strumento da usare è quello della verità, la semplice verità diffusa attraverso la conoscenza e la cultura, la condivizione e la sintesi di un ideale comune, la fratellanza e il  cameratismo, e il rifiuto di ideologie legate al Male assoluto rappresentato dal comunismo!

Dopo questo breve escursus sul “Male assoluto” cinese, si comprende come sia possibile che il modello comunista di riferimento non consenta alla popolazione cinese di indignarsi per l’esposizione al dolore e alla sofferenza degli animali, divenuti parte di un processo di annichilimento e di spersonalizzazione dell’intera società, amici dell’uomo compresi.

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Un cane viene prelevato dalla gabbia per essere macellato

La violenza contro gli animali da compagnia che da secoli vengono  identificati come i migliori amici degli esseri umani, si ripropone annualmente nelle periferie delle grandi città cinesi e nelle zone rurali dal nord al sud dell’intero Paese, estendendosi in Corea, Vietnam, Cambogia, Laos, India e Thailandia.

Cani e gatti vengono sacrificati in nome di una squallida tradizione che trasforma la Cina in uno squallido mattatoio, nel quale oltre trenta milioni di esseri viventi soffrono a causa della malvagità degli esseri umani.

Contemporaneamente il regime comunista è impegnato nella deportazione degli uiguri, dei tibetani, dei dissidenti politici, e di qualunque altra persona che non si prostri ai dictat del pensiero unico imposto da Xi Jinping.

Lo Yulin Dog Meat Festival, cioè il festival della carne di cane, ha una durata di dieci giorni, in corrispondenza del solstizio d’estate, e fu inaugurato la prima volta nel 2010 a Yulin allo scopo di richiamare turisti.

Va considerato oltre all’aspetto etico, anche il fatto che le insane abitudini alimentari del popolo cinese, come il consumo di animali spesso non controllati dal punto di vista sanitario e portatori di malattie, hanno già prodotto esiti infausti, come le pandemie degli ultimi anni.

L’asiatica del 1957, l’influenza aviaria, quella di Hong Kong del 1968 e la Sars, sono state drammaticamente prodromiche alla pandemia globale che ha infettato l’intero Pianeta con il Covid 19.

Alcuni studiosi hanno ipotizzato che l’origine della malattia provenga proprio da uno “wet market” nel quale si uccidevano e si consumavano animali come cani, gatti, tartarughe, rane, anatre, oche, piccioni, pipistrelli, e ogni altra specie di animali, macellati in condizioni igieniche inesistenti.

Nei “mercati di merce umida”, i wet market appunto, sono state documentate immagini in cui si vedono cani vivi tenuti in gabbia accanto ad altri cani morti appesi ad un gancio, oppure carne di cane e di gatto esposta sulle bancarelle dopo la scuoiatura sul posto.

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Frame tratto da un filmato delle "IENE" in cui si vede un
cinese  che "cuoce" un cane con la fiamma ossidrica,
davanti ad altri cani in gabbia

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Non di rado sulle bancarelle sono venduti anche animali come i ratti del bambù, le nutrie, i procioni, i serpenti, i tassi, i porcospini, gli alligatori, gli scoiattoli, le volpi, gli zibetti, i pistrelli e i pangolini.

Il passaggio di virus all’ìuomo, che in termini scientifici si chiama “zoonosi” avviene proprio in simili condizioni di promiscuità, non solo fra animali di specie diverse, ma anche fra gli animali e l’uomo, provocando contagi e pandemie come quella che ha messo in ginocchio l’intera popolazione mondiale.

Per un regime, quello comunista, che disprezza i diritti umani, è ben poca cosa considerare il benessere degli animali, così come preoccuparsi di eventuali conseguenze che portino la morte al di fuori dei loro confini.



Ricordiamoci sempre che il Male assoluto si nutre di odio, senza il quale non può esistere, come ho più volte ribadito nel mio libro intitolato "Gli orrori del comunismo cinese", disponibile su Amazon. !.

Dissenso

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domenica 13 giugno 2021

Conte, Speranza, il PD, e lo stragismo di Stato

 Sottotitolo : Ribelliamoci alla dittatura socio-sanitaria delle sinistre.

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I fatti dimostrano, a  tutt’oggi, e con palese evidenza, che i due Governi che si sono insediati al potere in Italia, senza che alcun Cittadino li abbia votati, e cioè quello Conte e quello Draghi, attualmente in carica con la complicità della Lega e di Forza Italia, sono semplicemente due aspetti dello stesso problema : l’assassinio premeditato di migliaia di Cittadini italiani, diventati ostaggi del crimine organizzato pilotato dalle industrie di Big Pharma.

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Speranza, il Ministro di Leu (la sigla parrebbe indicare una brutta malattia, ma si tratta invece dell’acronimo che si riferisce al Partito politico di “Liberi e Uguali”) ha interpretato un ruolo delinquenziale, frutto di protervia, di incapacità e inadeguatezza, oltre che di delirio di onnipotenza, con cui prono ai dictat dei colossi farmaceutici ha svelato il vero volto dell’ossimoro che rappresenta.

L’interprete del pensiero unico dal sapore totalitario che lo ha animato fino ad oggi, ha vietato le cure anticovid esistenti, al fine di ossequiare le case farmaceutiche desiderose non di curare i malati di Covid, ma di commercializzare (a caro prezzo) i loro pseudo vaccini, o presunti tali, non testati a sufficienza e pericolosi per i suoi effetti collaterali.

Mentre Speranza vietava le cure domiciliari con cui migliaia di medici coscienziosi salvavano la vita alle persone ammalate di Covid, guarendole completamente, il Governo di criminali che si è insediato in Parlamento con la compiacenza del canuto rappresentante del Colle, ha iniziato una campagna terroristica per indurre la popolazione a vaccinarsi.

L’Aifa e l’Oms, e cioè gli organismi pubblici che dovrebbero controllare le aziende farmaceutiche sono finanziati proprio da queste ultime, trasformandosi da controllori a controllati, uniti in simbiosi con le strategie di marketing che muovono le azioni delle multinazionali del farmaco.

Il profitto e non la salute dei Cittadini è ciò che anima l’essenza delle aziende del farmaco, le quali usano la corruzione e il potere politico per incrementare i loro guadagni sulla pelle delle persone.

Le cure contro il Covid 19 esistono, ma i giornali e gli pseudo intellettuali che appartengono all’universo sinistroide, completamente assuefatti ai dictat del pensiero unico, non ne fanno parola, ma anzi glorificano l’operato del criminale seriale Roberto Speranza e pontificano sulla necessità di vaccinarsi.

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Il “Popolo bue”, riconoscibile attraverso la lunga eco di belati che contraddistingue la massa di pecoroni che si sono vaccinati, sono estremamente ignoranti, nel senso che sono all’oscuro del fatto che non era necessario inoculare nelle loro vene un liquido potenzialmente mortale, poiché il Covid è curabilissimo.

La loro “grassa” ignoranza si è rivelata una panacea per il traballante Governo comunista, il quale ha introdotto una dittatura sanitaria senza la quale non avrebbe potuto sperare di sopravvivere.

Speranza e Conte hanno migliaia di morti sulla coscienza e ne dovranno rispondere quando si troveranno ad affrontare la Giustizia divina, dalla quale nessuno può sperare di fuggire.

I crimini del Governo Conte e di Speranza dovrebbero essere giudicati anche da una sorta di Norimberga della Sanità, insieme ai criminali comunisti cinesi che hanno innescato la pandemia, e ai massoni che guidano le multinazionali del farmaco.

Strage, crimini contro l'Umanità, disprezzo dei diritti umani e pandemia sono una piccola parte dei crimini che li vedono interpreti e responsabili!

Il nuovo Governo, fotocopia di quello precedente, con la sola differenza che ora ha nuovi complici reclutati nelle file della destra, come Salvini e Berlusconi, diventati parte del sistema ed elementi della macchina delinquenziale e quindi corresponsabili delle nefandezze compiute sul Popolo italiano, continua nel suo disegno eversivo.

Uno dei crimini che lo caratterizza è rappresentato dal cosiddetto “passaporto vaccinale” attraverso il qule si perpetua la strategia terroristica con cui si spingono gli italiani a farsi inoculare nelle vene il prodotto commerciale in via di sperimentazione denominato “vaccino”.

Ora Draghi e Speranza, nel silenzio stucchevole di Matteo Salvini, spingono i giovani a morire, come raccontano le cronache degli ultimi giorni, con la chimera di poter andare in vacanza al mare o in montagna.

PRIMA

DOPO
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Dopo il lungo coprifuoco imposto dagli assassini di Stato ora si spingono i giovani a svendere la loro esistenza in cambio di una spiaggia assolata o di una gita in barca.

La Democrazia è in totale ostaggio di questo apparato criminale colluso con il traffico miliardario di Big Pharma, in un delirio delinquenziale che arricchisce gli interpreti del malaffare, sulla pelle dei Cittadini.

Arcuri, il deus ex machina imposto da Zingaretti e da Conte (il fallimentare criminale che credendosi il Duce si è rivelato invece uno squallido servitore del mondo massonico), ha dilapidato svariate decine di milioni di euro per l’acquisto di mascherine “farlocche” senza nemmeno rendicontarne la spesa.

Chissà, forse saranno contente le banche delle isole Cayman, i famigerati paradisi fiscali che consentono agli speculatori di nascondere ingenti somme di denaro …

La Democrazia è in pericolo, assediata da un lato da personaggi dalla caratura morale inferiore a quella di un ratto di fogna, e dall’altro dalla colpevole ignoranza di masse di  pecoroni supini e rassegnati ai voleri del “pensiero unico” dominante.

Non mancano i profeti di regime, come ad esempio Beppe Severgnini, il quale pontificando con smisurata arroganza grazie al pulpito televisivo gentilmente offerto dall’apparato disinformatore delle sinistre, interpreta il ruolo di satrapo e di unico depositario della verità.

Che dire poi delle schiere di catto-comunisti che enfaticamente si prostrano al nuovo feticcio rappresentato dal blasfemo Dio vaccino, sapendo bene che per ottenerlo si interviene sui feti abortiti, e che a volte si ricorre al prelievo della materia cerebrale fetale direttamente dall’interno dell’utero in cui il nascituro è ancora vivo e vegeto?

Con quale spirito etico o cristiano i ferventi cattolici si iniettano il cosiddetto “vaccino” ?

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Forse perché preferiscono tacitare le loro coscienze ossequiando le imposizioni governative al fine di sentirsi liberi di viaggiare verso qualche località di villeggiatura ?

In tutto ciò vengono coinvolti anche i bambini, sottoposti alla cosiddetta vaccinazione “anticovid” da genitori irresponsabili guidati da egoismo e scarsità di discernimento.

Non si conoscono infatti gli effetti a lungo termine dell’esperimento chiamato “vaccino” sulle persone, e tanto meno sui bambini.

Essendo basato sulla manipolazione genica, e approvato senza disporre dei necessari riscontri che possano fugare il rischio di gravi effetti collaterali, il prodotto farmaceutico spacciato per vaccino è come una vera e propria bomba a orologeria.

Potrebbe avere effetti devastanti che vanno al di là del semplice effetto collaterale, ma alcuni sconsiderati genitori sono talmente eccitati all’idea di mostrarsi in costume e mascherina in qualche litorale di villeggiatura che espongono i propri figli a rischi ignoti.

Veniamo ora ad un altro aspetto delle problematiche inerenti alla cosiddetta pandemia, che riguarda tutta la società civile e democratica.

Mi riferisco alla Magistratura e al silenzio di tomba che ha fatto calare non solo sui crimini commessi dal Governo e dai personaggi come Arcuri o Zingaretti, così come da Letta o da qualche pentastellato colluso con Big Pharma, ma anche sulla diffusione di notizie false che hanno procurato allarme e disinformazione nella popolazione.

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I virologi assuefatti ai dictat di OMS, nonostante la simbiosi dimostrata da questa con il regime comunista cinese responsabile della pandemia, i falsi profeti che tuonano contro i cosiddetti negazionisti, crocifiggendoli mediaticamente e arrogandosi il diritto di sentenziare chi debba parlare e cosa debba dire, sono solo alcuni degli elementi di un malaffare che dovrebbe essere esaminato minuziosamente dalla Magistratura, o almeno da quella parte sana che si discosta dal consistente gruppo massonico delle “toghe rosse”.

Chiudo questa mia breve “requisitoria” facendo presente a chi legge che tutto ciò è potuto accadere grazie al Presidente Mattarella, che passerà alla Storia come colui che ha condotto per mano i comunisti al Governo dell’Italia.


Dissenso

 

domenica 3 gennaio 2021

NINO BENVENUTI, ESULE ISTRIANO

 E’ stato uno dei più grandi pugili italiani di tutti i tempi.

Nacque a Isola d’Istria, nella Slovenia italiana, il 26 aprile 1938, in un territorio a pieno titolo appartenente al Regno d’Italia, come stipulato negli accordi consensuali del Trattato di Rapallo del 12 novembre 1920 con il Regno di Serbia, Croazia e Slovenia.

I nuovi confini territoriali furono infatti definiti alla fine della Prima Guerra Mondiale, in cui l’Italia svolse un ruolo da vincitore.

In base agli accordi venne ammessa all’Italia la Venezia Giulia orientale, Trieste, l’Istria, Zara (Dalmazia centrale), e le isole di Cherso, Lussino, Pelagosa e Lagosta.

E’ noto a tutti oramai che fin da subito la politica del Regno slavo, nonostante gli accordi internazionali, svolse un ruolo ambiguo e criminale nei confronti dell’Italia, palesato con il finanziamento di un terrorismo dilagante in quei territori verso le popolazioni di etnia italiana.

Negli anni ’40 il nazionalismo serbo, croato, e sloveno, distinto nelle sue forme più diverse e rappresentato da gruppi armati come quello dei Domobranci, degli Ustascia,  e dei Cetnici svolse un ruolo determinante nell’esasperazione conflittuale delle rivendicazioni etniche, scontrandosi non solo con la nuova entità politica rappresentata dal neonato fascismo, ma anche con le orde partigiane e comuniste del Maresciallo Tito, il nuovo Stalin dei Balcani.

Le vicende belliche dell’ultimo conflitto mondiale si avviarono alla conclusione, prima l’8 settembre 1943 con la firma dell’Armistizio fra il Regno d’Italia e le potenze cosiddette Alleate, e successivamente con la fine della guerra nel 1945.

Entrambe le date segnarono però l’inizio di un calvario per le popolazioni italiche dei territori giuliani, dell’Istria, e della Dalmazia, che divennero il bersaglio di un genocidio programmato dai comunisti slavi, finalizzato alla totale estirpazione dell’etnia italiana.

Questo disegno criminale jugoslavo ebbe lo scopo di poter affermare davanti al consesso internazionale del Trattato di Parigi del 1947 che quei territori erano popolati esclusivamente da etnie slave, e rivendicarne quindi il possesso. 

A questo scopo le orde titine, complici i comunisti italiani capitanati da Palmiro Togliatti e i partigiani della Brigata Garibaldi sotto il comando del criminale comunista Luigi Longo, iniziarono una metodica caccia all’italiano, esprimendo una ferocia e un sadismo genocida devastanti.

Il PCI si espresse apertamente a favore dell’annessione di quei territori alla Jugoslavia, tradendo l’Italia e gli italiani, a favore di un disegno politico ossequioso dei dictat imposti da Mosca.

Le foibe, le fosse comuni, gli annegamenti di gruppo, la tortura e il terrore, divennero i mezzi attraverso cui il comunismo jugoslavo attuò il genocidio programmato degli italiani di quei territori, compiendo così un vero e proprio crimine contro l’umanità.

Il terrore, così come Stalin aveva insegnato ad usare, divenne endemico e capillare, al punto da indurre le popolazioni italiche ad auto esiliarsi e ad abbandonare quei territori, in cerca di una salvezza e di un rifugio che desse loro la possibilità di sottrarsi alla devastante furia del comunismo e all’odio cieco e irrazionale che ne caratterizzava l’essenza.

Nel 1954 anche Nino divenne un esule, all’età di 16 anni, dopo che la polizia di Tito, a guerra finita aveva rapito il fratello Eliano, colpevole di essere italiano.

Venne liberato solamente dopo sette mesi, tornando a casa ma diventato l’ombra di sé stesso, dimagrito e silenzioso.

Il terrore divenne parte dell’incedere quotidiano, alimentato da episodi di crudeltà dei comunisti jugoslavi, come quando uno di loro sparò a Bianca, la loro cagnetta, uccidendola per semplice “divertimento”.

Nel 1956 la mamma di Nino, estremamente angosciata, morì di crepacuore.

La polizia politica di Tito, conosciuta attraverso il famigerato acronimo di OZNA, si presentò un giorno a casa della famiglia Benvenuti affermando che da quel momento in poi l’abitazione sarebbe diventata di loro proprietà.

Nino fu così costretto ad abbandonare l’Istria e tutto il suo mondo, la sua casa, la vigna, le barche usate dalla famiglia per la pesca, la sua stessa adolescenza, le tradizioni, e a riparare a Trieste dove c’era la pescheria dei nonni.

A Trieste Nino e la famiglia furono etichettati come fascisti, definiti tali non solo perché italiani ma anche perché erano scappati dall’Istria diventata comunista.

La boxe divenne la grande passione di Nino.

A Isola d’Istria (“zona B di Trieste”), nello scantinato dove abitava prima del trasferimento nella “zona A” di Trieste amministrata dall’Italia, aveva ricavato insieme al padre  una sorta di palestra, delineando un ring triangolare per mezzo di corde legate alle colonne, e aveva incominciato ad allenarsi molto intensamente.

Il padre, che condivideva la sua stessa passione per il pugilato, lo aiutò ad appendere al soffitto dello scantinato un sacco pieno di foglie di mais, che Nino si esercitava a colpire picchiandovi sopra con foga, al punto che si faceva sanguinare le nocche delle mani.

Entrò a far parte dell’Accademia pugilistica di Trieste e iniziò la sua graduale ma ininterrotta ascesa verso l’Olimpo dei grandi campioni.

Nel 1957 vinse la medaglia d’Oro agli Europei di Praga e nel 1959 la rivinse agli Europei di Lucerna.

Divenne Campione olimpico dei pesi welter nel 1960 battendo per KO alla undicesima ripresa il rivale Tommaso Truppi, poi Campione mondiale dei pesi medi tra il 1967 e il 1970,  vincendo anche il prestigioso premio di Fighter Of the Year nel 1968.

Nel 1961, dopo 120 vittorie da dilettante Nino passò al professionismo, vincendo fino al 1963 tutti i 29 incontri disputati, dei quali molti ottenendo la vittoria prima del limite.

Oltre all’Oro olimpico vinse anche la Coppa Val Barker, come pugile tecnicamente migliore del torneo, fregiandosi di tale riconoscimento come unico pugile italiano, insieme a Patrizio Oliva, ad averlo ottenuto.


Per due volte vinse il premio di Match Of the Year, prima per l’incontro iniziale con Emile Griffith e in seguito per quello contro l’argentino Carlos Monzon.

Un desiderio di Nino, espresso per quando la vita lo abbandonerà, è che le sue ceneri vengano sparse in mare da uno scoglio di Isola d’Istria, dove il campione imparò a nuotare da bambino, nel territorio rubato all’Italia dal comunismo jugoslavo.

Nino Benvenuti ha affidato i suoi ricordi alle pagine di un libro edito da Eracle, scritto in collaborazione con Mauro Grimaldi e intitolato “L’isola che non c’è”, dedicato a Isola d’Istria, il luogo che gli diede i natali ma che ora risulta essere per lui come priva della propria identità.

In un brano estrapolato dalle sue memorie scrive :

“La prima volta che sono salito su un ring, era nel mio paese, Isola d’Istria, avevo 13 anni, dinnanzi ad una piazza gremita di gente, e il mio avversario era un compagno di palestra, Gigi Viezzoli di 16 anni, che voleva dimostrare al pubblico amico, che ci conosceva entrambi, che era lui e non io la speranza del pugilato, visto che dicevano questo di me.

Fu l’arbitro dopo tre riprese da due minuti a venire verso di me ad alzarmi il braccio in segno di vittoria.

Non avrebbe dovuto farlo, il confronto era dimostrativo, ma era tale l’entusiasmo della folla ed il suo, per quello che avevo fatto, che non poté farne a meno.

Ricordo che mi sollevarono sulle spalle e mi fecero fare il giro della piazza”.

La storia e l’autobiografia di Benvenuti esule e Campione sono mirabilmente tratteggiate anche nella graphic novel edita da "Ferrogallico" intitolata “Nino Benvenuti. Il mio esodo dall’Istria”, realizzata in collaborazione con Mauro Grimaldi.

Oltre al già citato libro “L’isola che non c’è”, sono dello stesso autore, in relazione a Nino Benvenuti, anche altri tre saggi intitolati :

L’orizzonte degli eventi. Appunti di vita”,

N.Y. 1967. La notte che ha fatto sognare l’Italia. Nino Benvenuti, Emile Griffith”,

Diari paralleli”.

Nino Benvenuti non  ha mai dimenticato che la sua storia, come quella di un intero popolo, nasce dall’umiliazione di essere stato calpestato, deriso, e strappato dalla propria terra senza che alcuna persona sia mai intervenuta a difenderlo.

Il campione nella prefazione della sua grapich novel ribadisce il concetto che tutto ciò è stato accuratamente cancellato anche dai libri di storia, allo scopo di negare la verità.

Solamente la forza di coloro che come lui non hanno mai abbassato la testa, ha consentito nonostante tutto, di conservare quella dignità che ha permesso di ridare voce alle popolazioni dei territori italiani dell’Istria, di Fiume e della Dalmazia.

Le vicende delle foibe e delle migliaia di vittime dell’orrore comunista, così come l’esodo di 350 mila italiani che hanno dovuto abbandonare quei territori, sono state oscurate e nascoste per oltre 60 anni dall’apparato disinformatore delle sinistre.

I “guru” che pontificando nei “salotti” dell’intellettualismo “radical chic” si sono affannati per decenni a proporre triti e ritriti anacronismi legati alle vicende di “Anna Frank”, inneggiando e intonando canzonette come “bella ciao”, e puntando il dito contro il fascismo, si sono dimenticati di dire che Palmiro Togliatti, il loro leader di riferimento, condannò a morte più antifascisti lui che l’intero apparato gerarchico del ventennio di Mussolini.

L’omertoso silenzio sulle Foibe e sull’esodo epocale che costrinse gli italiani a emigrare da quei territori, appartiene al modus operandi degli eredi di Togliatti, complici morali di tali crimini, e artefici di un disegno eversivo che ancora oggi continua il percorso di odio iniziato da Stalin e proseguito da Tito e dal PCI.

Il negazionismo e il riduzionismo che emerge dalle proposizioni dei politicanti delle sinistre si scontra con l’evidenza storica dei loro stessi crimini, e delle fosse comuni che ancora oggi vengono periodicamente scoperte nei territori del genocidio degli italiani.

Molti personaggi famosi che hanno reso grande il nostro Paese provengono da quei territori, oltre a Nino benvenuti, come lo scrittore Enzo Bettiza (da Spalato), l’attrice Irma Gramatica (da Fiume), l’investigatore Tommaso Ponzi (da Pola), il pittore e scrittore Piero Tarticchio (da Gallesano), il politico Leo Valiani (da Fiume), lo scrittore Pier Antonio Quarantotti Gambini (da Pisino d’Istria), la ristoratrice e Chef Lidia Bastianich (da Pola), lo scienziato Silvio Ballarin (da Zara), l’attrice Laura Antonelli (da Pola), e tantissimi altri.



I negazionisti di oggi, tutti appartenenti all’universo delle sinistre e all’intellighenzia marxista, si arrovellano in proposizioni che assumono il valore di sciacallaggio morale, etico, e sociale, ignorando il genocidio degli italiani a opera dei comunisti jugoslavi,.

L’apparato delinquenziale e mistificatore che fa capo al PD e ai suoi organi di diffusione e di propaganda, trae le sue origini dal retaggio culturale o pseudo tale di un comunismo che ha prodotto cento milioni di vittime innocenti, sacrificate sull’altare del nuovo sistema burocratico marxista con cui Lenin ha imposto i suoi dictat all’intera società russa nel 1917.

Lo stravolgimento della verità e l’imposizione di pseudo assiomi nati dall’odio osmotico che permea il tessuto dell’essenza comunista sono divenuti i prodromi su cui gli eredi metamorfizzati ne hanno elaborato il costrutto, senza uscire dai collaudati binari dell’ortodossia di riferimento.

Tocca a noi oggi combattere il comunismo, ridando dignità alle tante vittime nascoste dal moloch marxista,  rosso di odio e di sangue, e stringerci in un unico grande abbraccio ai mai dimenticati fratelli italiani dei territori giuliano dalmati uccisi o esiliati.

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Dissenso

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venerdì 13 novembre 2020

L'eccidio di PORZUS

 

Le parole eccidio, strage, e massacro, hanno lo stesso significato ed evocano scenari terribili, sebbene la loro definizione contenga alcune sfumature che ne caratterizzano l’identificazione.

Fra questi tre sinonimi, il termine eccidio si differenza non solo per il numero delle vittime, ma anche per  la violenza dei metodi usati, e trova la sua corrispondenza etimologica nel termine latino excidium, derivato di exscindere, e cioè squarciare, distruggere, annientare…

La definizione di eccidio calza perfettamente se riferita a molte delle atrocità commesse dai partigiani comunisti che imperversarono durante e dopo la seconda guerra mondiale in Italia.

Mi riferisco in particolare all’eccidio di Porzus, in cui l’odio comunista, guidato e veicolato con subdola maestria dai criminali comunisti Luigi Longo e Palmiro Togliatti, capi del PCI e legati indissolubilmente a Mosca e a Stalin, si scatenò contro diciassette partigiani della Brigata Osoppo, colpevoli di non essere comunisti.

Gonfalone del
Friuli Venezia Giulia

Le vittime, tra cui una donna, erano di orientamento cattolico e laico-socialista ed erano quindi considerate un ostacolo al piano eversivo e criminale attraverso cui i partigiani comunisti intendevano prendere il potere a guerra finita.

I partigiani legati al Partito Comunista Italiano formarono dei piccoli gruppi denominati con l’acronimo GAP, a indicare i Gruppi di Azione Patriottica (che di patriottico non avevano proprio nulla), appartenenti alle famigerate e tristemente famose Brigate Garibaldi.

Questi raggruppamenti erano caratterizzati dalla presenza di personaggi dalla forte caratura delinquenziale e si resero responsabili di crimini efferati contro l’umanità.

La località di Porzius è ubicata nei territori del Friuli, in provincia di Udine, in un territorio di confine nord orientale della Penisola che negli anni ’40 era denominato Slavia Friulana, e a quei tempi fu teatro di confronto fra i partigiani comunisti jugoslavi che ne rivendicavano il possesso, e le formazioni partigiane italiane in lotta contro il nazismo e il fascismo.

Nel contesto partigiano italiano presente in Friuli, si potevano differenziare due differenti tipologie di formazioni : una che si riconosceva nell’indirizzo politico comunista espresso dalle Brigate Garibaldi, in particolare quelle inserite nella Divisione Garibaldi Natisone, esclusivamente comunista, e l’altra che faceva riferimento alle Brigate Osoppo Friuli.

Queste ultime nacquero il 24 dicembre 1943 presso la sede del Seminario Arcivescovile di Udine, in cui si riunirono numerosi volontari di ispirazione cattolica, liberale, socialista e laica, allo scopo di contribuire, alla fine del conflitto, a salvare ciò che dell’Italia poteva ancora essere salvato.

Va detto anche che l’intento di queste formazioni di patrioti era quello di combattere i tedeschi con metodi diversi da quelli comunisti, privilegiando e rispettando democraticamente le esigenze della popolazione locale.

Premesso ciò, va anche detto che i contrasti fra le formazioni partigiane comuniste e quelle che invece non si riconoscevano nei dictat imposti dall’ortodossia staliniana a cui Togliatti e Longo facevano riferimento, erano molto aspri e fomentati dalla direzione del PCI, nella convinzione che al termine del conflitto mondiale i comunisti italiani avrebbero potuto prendere il potere con le armi e diventare così un satellite russo.

La Storia ci dice che si registrarono uccisioni di partigiani non comunisti, da parte dei Garibaldini del PCI, in ogni regione in cui tali Brigate erano presenti, oltre ad un imprecisato numero di crimini di ogni tipo.

Fin dal 1933 le delegazioni dei partiti comunisti italiano, jugoslavo, austriaco, riuniti a Mosca per decidere una strategia unitaria sul problema dei territori sloveni contesi, decisero di schierarsi con le minoranze di etnia slava sollecitandole a costituire un fronte popolare e a distaccarsi dallo Stato italiano.

Si evince quindi la precisa volontà dei comunisti italiani di tradire lo Stato e la popolazione stessa, prostituendosi alla Jugoslava ed esibendo in contrapposizione il comodo alibi  costituiva dal ruolo autoreferenziale nella  lotta antifascista.

Lo stesso Togliatti, il peggior criminale che la Storia d’Italia ricordi, nominò Vincenzo Bianco  come delegato del Partito presso il fronte di Liberazione Sloveno, il quale si fece portavoce delle criminali intenzioni del PCI :

Fare un repulisti di tutti gli elementi imperialisti e fascisti all’interno delle formazioni partigiane italiane

Nel mirino di Togliatti c’erano anche le formazioni partigiane della Brigata Osoppo, considerate per opportunità politica come nemici, poichè composte da badogliani (Regno del sud, non collegati al Comitato di Liberazione Nazionale) e da seguaci del Partito d’Azione (democratici, repubblicani, radicali).

Lo squallore intellettuale dei comunisti italiani, prostituiti al moloch jugoslavo, si palesò con farneticanti prese di posizione con cui dichiararono di voler sacrificare l’intera Venezia Giulia e di considerare una fortuna l’ingresso dell’esercito di Tito, coadiuvato da quello sovietico, in quei territori.

In questa ottica possiamo oggi affermare senza incertezze che la strage di Porzius non costituì un “incidente di percorso” della cosiddetta “resistenza” comunista italiana, ma un preciso elemento della strategia con cui Togliatti e Longo intendevano annettere alla ex Jugoslavia la Venezia Giulia e una parte del Friuli.

La Divisione Garibaldi “Natisone”, passò quindi per ordine di Togliatti, sotto il comando del IX° Korpus titino e inquadrata in tre Brigate : 156a Bruno Buozzi, 157a Guido Picelli, e 158a Antonio Gramsci.

Vincenzo Bianco comunicò loro che sarebbero stati integrati completamente e a tutti gli effetti nell’esercito di Tito e trasferiti prima in Slovenia e poi a Lubiana.

In quella occasione i comandi delle Brigate Osoppo presero le distanze dall’iniziativa, rifiutandosi di aderire e affermando di fare riferimento al CLN.

Il contrasto fra i partigiani comunisti comandati da Longo e da Togliatti e le formazioni della Osoppo si acuì ulteriormente, sfociando in interferenze e tentativi di prevaricazione, come nel caso del rastrellamento di Pielungo, nel 1944.

In tale occasione, ci furono destituzioni (imposte dalle Brigate Garibaldi) di comandanti delle Brigate Osoppo, sostituiti con altri militari appartenenti all’organigramma comunista, seguite da altrettante destituzioni con cui i vertici della Osoppo rimisero al proprio posto di comando i precedenti comandanti.

Le brigate Osoppo erano nettamente contrarie all’avanzata del cosiddetto slavo-comunismo, e tentarono anche una qualche forma di accordo con la Xa Mas di Junio Valerio Borghese, nel tentativo di “umanizzare” una guerra che costringeva le popolazioni a subirne gli effetti.


Informativa della prefettura di Udine che attesta
l'opposizione  delle Brigate Osoppo al comunismo 

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Le trattative non portarono però a nessun accordo, ma questo approccio, insieme al diniego di lasciarsi fagocitare dall’esercito titino, fu sufficiente ai partigiani comunisti per definire come tradimento il modus operandi della Osoppo.

I comunisti sloveni, forti della complicità dei partigiani garibaldini di Longo, orchestrarono una insistente campagna anti-italiana allo scopo di costringere le Brigate Osoppo a sgomberare la zona e facilitando così l’annessione di quei territori alla Jugoslavia.

In questa atmosfera, segnata da intrecci politici e alimentata da un odio comunista sempre presente e simbiotico con la propria essenza ideologica, prese corpo il crimine di guerra ideato dai vertici gappisti delle formazioni comuniste partigiane Garibaldi.

Seguendo un piano freddamente predeterminato a tavolino, un centinaio di gappisti (i cosiddetti Gruppi di Azione Patriottica) comunisti raggiunsero, il 7 febbraio 1945, le pendici dei monti Toplj Uorch, e le malghe di montagna denominate Porzus, nel comune di Faedis, in Provincia di Udine, sede del comando locale delle Brigate Osoppo.

In questa località era tenuta prigioniera Elda Turchetti, una ragazza accusata da “Radio Londra” di essere una spia collaborazionista dei nazisti (accusa rivelatasi infondata nel processo in cui alcuni giorni prima fu giudicata e ritenuta innocente).

La presenza della donna costituì in seguito uno squallido alibi esibito a difesa dell’intervento comunista contro i partigiani della Osoppo.

Il comandante dei partigiani comunisti era Mario Toffanin alias “Giacca”, a quel tempo 32enne, ex operaio iscritto al Partito Comunista Italiano dal 1933 e in stretti rapporti con i comunisti jugoslavi, coadiuvato dal suo vice, tale Fortunato Pagnutti, alias “Dinamite”.

I partigiani comunisti si presentarono a gruppi, ambiguamente, affermando di essere combattenti sbandati o appartenenti ad altre unità della stessa Osoppo, creando così i presupposti perché Toffanin prendesse il controllo delle malghe, richiedendo allo stesso tempo la presenza del Comandante di Francesco De Gregori, nome di battaglia “Bolla”, Comandante della Osoppo locale.

Quando De Gregori (zio dell’omonimo cantautore e deciso anticomunista) arrivò a Porzus fu immediatamente ucciso a tradimento e tutti i partigiani della Osoppo vennero arrestati.

Insieme al Comandante furono uccisi anche Elda Turchetti, il Commissario politico del Partito d'Azione Gastone Valente ("Enea"), e il ventenne Giovanni Comin ("Gruaro"), mentre un altro Comandante delle Osoppo, Aldo Bricco (alias "Centina"), sebbene fosse stato colpito e ferito da colpi di mitra riuscì a fuggire, insieme ad altri tre.

Nei giorni seguenti tutti i prigionieri vennero sottoposti ad una sorta di processo sommario che si concluse con le loro condanne a morte, eseguite tra il 10 e il 18 febbraio.

I prigionieri vennero condotti a gruppi separati nelle seguenti località del territorio e fucilati :

Bosco Romagno:

Guido Pasolini (Ermes), Antonio Previti (Guidone), Antonio Cammarata (Toni), Pasquale Mazzeo (Cariddi).

Rocca Bernarda:

Franco Celledoni (Atteone), Primo Targato (Rapido), Angelo Augelli (Massimo).

Restocina di Dolegna:

Salvatore Saba (Cagliari), Giuseppe Urso (Aragona), Enzo D'Orlandi (Roberto), Gualtiero Michelon (Porthos), Erasmo Sparacino (Flavio).

Novacuzzo di Bosco Romagno:

Giuseppe Sfregola (Barletta).

Salma non ritrovata:

Egidio Vazzaz (Aldo).

L’odio comunista uccise così ben diciotto persone, tra cui Guido Pasolini (alias “Ermes”), fratello minore dello scrittore e regista Pierpaolo.

L’omicidio del fratello, a cui Pierpaolo Pasolini era molto legato, è stato spesso ricordato, anche con allusioni, in molte opere scritte successivamente dallo scrittore, in particolare nelle poesie che in quegli anni vennero concepite ed editate in dialetto friulano e in italiano.

Nel dopoguerra, a Guido De Gregori fu riconosciuta la medaglia d’oro al valor militare alla memoria.

I criminali partigiani delle formazioni garibaldine si arrogarono il diritto di decidere della vita o della morte di altri partigiani non comunisti, sbandierando accuse faziose e meschine, frutto della mente malata dei capi comunisti che guidavano il movimento comunista partigiano assassino.

L’accusa principale che secondo il loro metro di giudizio giustificava l’eccidio di esseri umani innocenti era quella di essere contrari all’alleanza con il comunismo jugoslavo e le sue truppe partigiane, e di aver trattato con i fascisti della Xa Mas di Borghese per impedire l’annessione dei territori italiani alla Slovenia.

Dopo la guerra vennero fatti diversi processi per chiarire l’accaduto e per stabilire le responsabilità dell’eccidio di Porzus, sempre ricordato e celebrato dai veterani della Osoppo.

Purtroppo però anche nel dopoguerra l’odio comunista si è manifestato in tutto il suo squallore, tentando di condurre verso l’oblio questa tragica vicenda e opponendosi costantemente agli anticomunisti.

Mario Toffanin (alias “Giacca”) venne comunque riconosciuto colpevole e condannato all’ergastolo nel 1954, ma nella consapevolezza dei crimini commessi cercò e trovò un immediato aiuto nel PCI il quale lo fece espatriare nell’immediato dopoguerra, permettendogli così di sfuggire alla galera.

Il PCI di Togliatti e Longo gli preparò infatti un rifugio sicuro prima in Cecoslovacchia e poi in Slovenia, in totale disprezzo sia delle leggi italiane che delle vittime della Brigata Osoppo, considerate ancora, nonostante tutto e pervicacemente, come dei traditori che avevano collaborato con i soldati della Repubblica di Salò.

Trentasei componenti della brigata criminale comunista che parteciparono al massacro furono condannati dal Tribunale nel 1952, ma vennero successivamente tutti liberati in seguito a varie amnistie.

Ecco le condanne inflitte ad alcuni degli assassini comunisti :


Mario Toffanin  (alias Giacca)

ERGASTOLOPena alla quale si aggiungono trent'anni di reclusione per sequestro di persona, rapina aggravata, estorsione e concorso in omicidio aggravato e continuato.


Vittorio Iuri (alias Marco)

ERGASTOLO - Visse il resto della propria vita a Capodistria, maturando la pensione italiana e gestendo un bar.


Alfio Tambosso (alias Ultra )

ERGASTOLO  -  Si stabilì a Lubiana e rientrò in Italia dopo l'amnistia del 1959.


Ostelio Modesti (alias Franco)

Condannato a 30 anni di carcere – Venne scarcerato nel 1954, e assunto come funzionario della federazione del PCI di Belluno. 
 

Giovanni Padoan (alias Vanni)

Condannato a 30 anni di carcere – Riparò all'estero e nel 1954 fu eletto Segretario Regionale dell'ANPI del Veneto. Fuggì nuovamente dopo la condanna di Firenze e rientrò in Italia dopo l'amnistia, gestendo un negozio di mercerie a Cormons.


Aldo Plaino (alias Valerio)

Condannato a 30 anni di carcere -  A seguito dell'amnistia rientrò in Italia dalla sua residenza nel Territorio Libero di Trieste. Autista, una volta pensionato si trasferì a Buttrio.

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Lorenzo Deotto (alias  Lilli)>

Condannato a 22 anni e 8 mesi di carcere - Riparò a Zagabria dove lavorò come vetraio.

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Leonida Mazzaroli  (alias Silvestro)

Condannato a 22 anni e 8 mesi di carcere - Riparò in Francia dove visse e morì. 
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Urbino Sfiligoi  (alias Bino)

Condannato a 22 anni e 8 mesi di carcere – Rientrò in Italia dopo l'amnistia, e lavorò come minatore.

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Tullio Di Gaspero  (alias Osso>)

Condannato a 20 anni e 8 mesi di carcere, fu detenuto dal 49 al 59, poi da liberò si trasferì in Friuli  per svolgere l’attività di artigiano nel comparto delle sedie.

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Adriano Cernotto  (alias Ciclone)

Condannato a 18 anni di carcere - Riparò ad Umago (Croazia), dove fece l'albergatore.

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Giorgio Julita (alias Jolli)

Condannato a 18 anni di carcere – Fu arrestato nel 49 e visse fra l'Italia e la Jugoslavia.

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Venuto Mauri (alias Piero)

Condannato a 18 anni di carcere - Non rientrò in Italia dopo l'amnistia. 
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Mario-Giovanni Ottaviano (alias Bibo)

Condannato a 18 anni di carcere - Dopo l'amnistia aprì un negozio di mercerie a Trivignano Udinese.

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Fortunato Pagnutti  (alias Dinamite)

Condannato a 18 anni di carcere - Visse in Italia lavorando come operaio edile.


Giorgio Sfiligoi  (alias Terzo)

Condannato a 18 anni di carcere - Visse in Slovenia ai confini del Collio friulano.

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Gustavo Bet (alias Gastone)

Fu assolto e divenne albergatore a Lignano Sabbiadoro.

Nel 1978 l’arroganza delle sinistre si palesò nuovamente, relativamente a questa vicenda, per mano dell’allora Presidente della Repubblica Sandro Pertini che, in osservanza alla rigida ortodossia che lega i seguaci di Marx, concesse la grazia a Toffanin, oltraggiando ulteriormente la Giustizia, le vittime, e le loro famiglie.

Il Boia di Porzus, lampante esempio della vigliaccheria insita nelle bande comuniste partigiane assassine che imperversavano impunemente in Friuli (ma non solo) non tornò in Italia dopo la Grazia, ma rimase in Slovenia.

Il macellaio comunista, nonostante i crimini contro l’umanità commessi, percepì dallo Stato italiano anche una pensione di 672.000 Lire mensili fino al gennaio 1999, anno in cui morì all’età di 86 anni.

Va detto, per completezza di informazione, che il Presidente Pertini nel 1980 alla morte del dittatore Josip Broz Tito, massacratore delle popolazioni di etnia italiana, si precipitò a rendergli omaggio, baciando addirittura il feretro e la bandiera nella quale il carnefice comunista era avvolto.

La strage di Porzus si inserisce in un contesto nel quale emerge inconfutabilmente la diretta e precisa responsabilità dei quadri direttivi comunisti italiani nel disegno eversivo attraverso cui essi intendevano sacrificare la sovranità nazionale, territoriale, e costituzionale, al moloch comunista.

Le finalità criminali dell’apparato comunista, a lungo nascoste dall’universo pseudo intellettuale delle sinistre, appartengono oggi alla storia conclamata e oggettiva che tutti dovrebbero conoscere, ma il muro di omertà eretto dagli eredi di Togliatti, pur metamorfizzati, continua a ostacolare la diffusione della verità.

Una verità che è trapelata anche dalle dichiarazioni di alcuni degli stessi responsabili delle operazioni criminali commesse dai partigiani comunisti, come ad esempio le affermazioni di Giovanni Padovan, alias “Vanni”, Commissario politico della Divisione Garibaldi “Natisone” a quei tempi.

Questa è la sua testimonianza :

"L'eccidio di Porzus e del Bosco Romagno, dove furono trucidati 20 partigiani osovani, è stato un crimine di guerra che esclude ogni giustificazione.

E la Corte d'Assise di Lucca ha fatto giustizia condannando gli autori di tale misfatto.

Benché il mandante di tale eccidio sia stato il Comando sloveno del IX Korpus, gli esecutori, però, erano gappisti dipendenti anche militarmente dalla Federazione del PCI di Udine, i cui dirigenti si resero complici del barbaro misfatto e siccome i Gap erano formazioni garibaldine, quale dirigente comunista d'allora e ultimo membro vivente del Comando Raggruppamento divisioni "Garibaldi-Friuli", assumo la responsabilità oggettiva a nome mio personale e di tutti coloro che concordano con questa posizione.

E chiedo formalmente scusa e perdono agli eredi delle vittime del barbaro eccidio.

Come affermò a suo tempo lo storico Marco Cesselli, questa dichiarazione l'avrebbe dovuta fare il Comando Raggruppamento divisioni "Garibaldi-Friuli" quando era in corso il processo di Lucca.

Purtroppo, la situazione politica da guerra fredda non lo rese possibile".


Oggi gli eredi di Togliatti e Longo sono confluiti, attraverso una metamorfosi  che ha modificato l’aspetto ma non la sostanza della loro essenza ideologica criminale, nel cosiddetto Partito Democratico, il quale si è appropriato del termine “democratico”, appunto, in maniera del tutto arbitraria, falsandone il significato e creando un evidente quanto disgustoso ossimoro.

Parallelamente all’immagine che il PD vuole dare sé, emerge tutta l’ambiguità che ne costituisce l’essenza, palesata nel continuo disprezzo delle vittime del comunismo e nell’incessante martellamento sociale, psicologico, mediatico, politico, intellettuale, didattico, con cui i seguaci di Togliatti glorificano i partigiani comunisti assassini da un lato, mentre dall’altro oscura e mistifica la realtà dei fatti, occultandola e ricorrendo all’omertà congenita che da sempre accompagna la sua sphaera vitae.

Non è un caso che mentre i politici delle sinistre intonano la trita e ritrita canzonetta “Bella ciao!” vengano allo stesso tempo profanati i luoghi del ricordo delle vittime del comunismo, come nel caso in cui le lapidi commemorative  poste accanto ad alcune foibe sono state imbrattate con simboli comunisti disegnati con vernice rossa.

I massacri delle foibe rappresentano una tragica realtà delle zone carsiche, del Friuli Venezia Giulia e delle zone istriane e dalmate, a testimonianza del fatto che all’orrore comunista non c’è mai fine.

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Dissenso

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