venerdì 24 luglio 2020

CRIMINALE COMUNISTA : LEV TROTSKY

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Lejba Bronstejn meglio conosciuto con lo pseudonimo di Lev Davidovic Trockijy (ingl. Trotsky) o Leon Trotsky oppure Trotskij, (nato a Janovka, nella provincia Ucraina di Kherson, 7 novembre 1879  -  morto a Coyoacan, Città del Messico, 21 agosto 1940) è stato un politico, militare e rivoluzionario, nato da una famiglia ebraica contadina benestante in Ucraina e naturalizzato sovietico.
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Il padre era proprietario di 300 ettari di terreno, che veniva coltivato da servitori e braccianti, i quali accudivano le sue stalle e si occupavano del mulino, utilizzato dai contadini del distretto.
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Nella famiglia Bronstejn seppure fossero tutti ebrei non si parlava l’yiddish ma un russo misto all’ucraino.
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Il padre di Lev era analfabeta e indifferente alla religione, mentre la madre Anna L’vovna Zivotovskaja era religiosa osservante.
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Oltre che dai due genitori la famiglia era composta da otto figli, Aleksandr, Elizaveta, Rozalija (che morì in giovane età), Lev (che prese il nome dal nonno materno), Ol’ga, e altri tre bambini deceduti nella prima infanzia.
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Lev compì i suoi primi studi iniziando nel 1886 a frequentare la scuola ebraica nel villaggio di Gromoklej, ospite degli zii Abraam e Rejcel Bronstein, poi nel 1887 del cugino Moisej Spencer che si offrì di ospitarlo a Odessa (città ucraina sul Mar Nero) per fargli frequentare la Scuola secondaria.
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Si unì al movimento rivoluzionario che si contrapponeva all’Impero zarista e per questa sua attività fu prima arrestato nel 1898 e successivamente deportato in Siberia l’anno successivo, insieme a Aleksandra Sokolovskaja, che conobbe nel carcere di Mosca e con cui si sposò.
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Nel 1900 furono deportati entrambi a Ust-Kut nella Siberia centrale, dove Lev Bronstein approfondì gli studi sul marxismo, studiando i primi due volumi del Capitale sotto la guida della moglie, già socialista da tempo, e collaborando con un giornale locale (chiamato "Revisione orientale" (Vostocnoe obozrenie), riscoprendosi scrittore.
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Nel periodo del confino Trotsky ebbe due figlie da Aleksandra, a cui diedero i nomi Zinaida (n.1901- m. suicida nel 1933) e Nina (n.1902- m. di tisi nel 1928).

Nel 1902 riuscì a fuggire e a raggiungere Londra da solo, dove conobbe Lenin, iniziando una vita da agitatore e cospiratore fra gli emigrati russi e i socialisti cosmopoliti provenienti da ogni parte dell’Europa.
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Divorziò dalla prima moglie, poi nel 1903 grazie a Lenin entrò a far parte del gruppo redazionale nel giornale marxista “Iskra” che il leader bolscevico dirigeva dal suo esilio londinese.
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Trotsky raggiunse poi Parigi, dove conobbe Natal’ja Ivanovna Sedova, che divenne la sua nuova compagna.
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Trotsky e la nuova compagna, Natal'ja Sedova
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In questo periodo Trotskij manifestò il suo aperto appoggio ai menscevichi che si opponevano al bolscevismo professato da Lenin, salvo poi tornare sui suoi passi nel 1904, anno in cui il congresso del Posdr (Partito operaio socialdemocratico russo) sancì la spaccatura fra le due correnti e la socialdemocrazia russa.
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Nel 1905, dopo la sconfitta della Russia nella guerra contro il Giappone, i contadini e il ceto proletario accennarono una prima rivoluzione contro lo Zar, subito appoggiati da Trotskij che rientrò nel Paese per assumere durante i fermenti sociali in atto un ruolo guida, come Presidente del soviet di San Pietroburgo.
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Subito dopo il fallimento di questo primo tentativo rivoluzionario Trotskij venne nuovamente arrestato e condannato alla deportazione a vita, ma riuscì ad evadere a lasciare la Russia, stabilendosi a Vienna e iniziando ad auto-promuoversi come leader della rivoluzione internazionalista e permanente (in contrapposizione a Lenin), spostandosi nel corso della sua propaganda in Romania, in Svizzera, in Francia, e in Turchia, stabilendo legami politici e arruolando seguaci.
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Zinaida Bronstein
Trotskij si costruì la reputazione di migliore alternativa a Lenin, all’interno dello stesso gruppo politico menscevico incolpando lo stesso Lenin di  aver costruito il suo stesso impianto ideologico sulla menzogna e sulla falsificazione.
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Nel 1913 dichiarò che Lenin era “uno sfruttatore professionista di ogni arretratezza del movimento operaio russo”.
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Nel frattempo in Russia maturarono gli eventi che condussero alla rivoluzione del mese di febbraio 1917, in cui le coalizioni popolari delle forze politiche sferrarono il loro attacco contro lo Zar Nicola II°, detronizzandolo e ponendo fine al suo regime.
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Nel frattempo Trotsky che era stato espulso dalla Francia e osteggiato dall’Inghilterra fu costretto all’esilio negli Stati Uniti, dove a New York si occupò della pubblicazione di un giornale russo, il Novyj Mir, insieme a Nikolaj Bucharin, suo collaboratore e avversario di Lenin.
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Il 27 marzo 1917 Trotsky decise di partire con la nave per Mosca insieme alla moglie e ai suoi due figli, ma quando la famiglia giunse nello scalo canadese di Halifax dovette sottostare alla procedura imposta dal Governo per i cittadini russi, in seguito alla quale dopo lunghi interrogatori i Trotsky furono trasferiti in una base militare distante alcune decine di chilometri dal porto, dove rimasero per un mese, dopodiché il 29 aprile furono imbarcati su un piroscafo danese diretto in Finlandia, da dove poi proseguirono per la Russia.
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Nina Bronstein
Trotskij raggiunse Pietrogrado nel mese di Maggio 1917, acclamato dai suoi sostenitori e iniziò con loro a valutare una revisione della propria linea politica, fino a quel momento ostile a Lenin e alle sue teorie.
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Dopo aver incontrato Lenin, che gli offrì di fondere la sua organizzazione con il Partito bolscevico, Trotsky cambiò strategia e dopo 14 anni di opposizione accettò la fusione, coinvolgendo anche l’importante seguito di cui godeva soprattutto a livello internazionale e forte  dell’appoggio di un folto gruppo di dissidenti di sinistra appartenenti agli “mezrajontsi” (interdistrettuali) del proletariato di Pietrogrado.
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Tutto ciò consentì a Trotsky di diventare prima Segretario del Soviet di quella città, poi di far parte del Governo di coalizione fra menscevichi, bolscevichi, e socialisti rivoluzionari con il ruolo di Commissario agli affari esteri, dopo il primo congresso panrusso dei soviet.
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La convergenza politica fra Trotsky, ex avversario dei bolscevichi, e Lenin, deus ex machina della cosiddetta Rivoluzione (in realtà la rivoluzione l’avevano già fatta coloro che deposero lo Zar) innescò una feroce guerra civile insurrezionale per il raggiungimento del Potere.
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Trotsky, a capo dell’Armata rossa, affrontò le armate del Governo provvisorio guidato da  Aleksandr Kerensky che era stato instaurato dopo la sconfitta dello Zar, obbligando lo stesso Kerensky a scappare e a rifugiarsi all’estero.
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La forza d’urto delle truppe dell’Armata rossa fu decisiva per le sorti della guerra civile che sconvolse i territori dell’Unione sovietica dopo l’ottobre del 1917.
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I comunismi occidentali hanno fatto di Trotsky un’icona da beatificare come vittima di Stalin, ma in realtà si nasconde il fatto che Trotsky fosse d’accordo sia con lui che con Lenin, soprattutto nel considerare la borghesia come classe nemica e portatrice di distruzione dell’economia mondiale, accusandola di allungare le mani e di non mollare la presa, motivo per cui dichiarò che fosse necessario tagliargliele.
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Durante la repressione delle fazioni che si opponevano alla presa del potere bolscevico e al colpo di Stato attuato, Trotsky si dimostrò uno spietato oppressore, mandando a morte per fucilazione migliaia di persone, al punto che si meritò l'inquietante nomignolo di “demone della rivoluzione”.
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Stalin, Lenin, e Trotsky, il trio criminale comunista che ha insanguinato la Russia
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Si spostava attraverso l’immenso territorio dell’Unione Sovietica coprendo le distanze a bordo di un treno blindato personale e sottoponeva gli abitanti delle località che di volta in volta raggiungeva alle sanguinarie e spietate regole del terrore rosso.
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Diffuse l’orrore sfrenato che caratterizzava l’operato dei sadici commissari politici del bolscevismo, coadiuvato dall’ancor più sanguinario collaboratore Feliks Dzerzinskij, a capo della famigerata polizia staliniana denominata Ceka.
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Il terrore rivoluzionario delle masse (in realtà contro le masse) e la violenza auspicate da Trotsky portarono al saccheggio di migliaia di proprietà fondiarie, di atrocità inaudite, di esecuzioni sommarie, e al sadico accanimento sui cadaveri, in un crescendo di odio a cui Trotsky, Lenin, e Stalin inneggiavano apertamente.
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Per ostacolare la reazione delle popolazioni vittime della macelleria sociale in atto, Trotsky ne arrestava preventivamente i rappresentanti locali e le famiglie ostili, e li faceva deportare in campi di concentramento appositamente allestiti, considerandoli ostaggi.
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In caso di attacco gli ostaggi venivano fucilati per scoraggiare altre eventuali  azioni ostili.
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Trotsky affermò che per ripulire l’Ucraina dalle “bande di banditi” (i contadini che si opponevano alla collettivizzazione e alle requisizioni forzate) occorreva usare la forza e usare la “scopa di ferro” indicando con tale metafora che la repressione doveva essere inesorabile.
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La persecuzione bolscevica si accanì anche contro il clero e Trotsky in persona firmò gli ordini di fucilazione di decine di Vescovi della Chiesa sovietica.
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La violenza anti-ecclesiastica provocò la morte di migliaia di appartenenti all’universo religioso e la confisca dei loro beni, oltre che dei Monasteri che custodivano la tradizione ortodossa.
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Per completare il progetto bolscevico di sradicare il sentimento religioso popolare, Trotsky mise in atto un vergognoso progetto che prevedeva di distruggere la Chiesa dal suo interno, finanziando alcuni gruppi di sacerdoti  vicini al movimento rivoluzionario chiamati “rinnovatori” (obnovlency), offrendo loro una tutela in cambio di atteggiamenti favorevoli nei casi di requisizione dei beni ecclesiastici.
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1919 - Poster delle armate Bianche che palesa l'ostilità verso Trotsky
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La Storia ci dice che l’apporto di Trotsky fu decisivo per l’ascesa al potere del bolscevismo, ma dopo la morte di Lenin la sua visione politica si rivelò inconciliabile con quella espressa dalla troika costituita da Zinoviev, da Kamenev e da Stalin, dei quali contestava la volontà di concepire e ricercare l’affermazione del socialismo in un solo Paese, contraria a quella della rivoluzione permanente da lui auspicata.
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Il contrasto con Stalin si fece insanabile al punto che nel 1925 Trotsky fu rimosso dalla sua carica di Commissario del popolo, poi estromesso dal Politburo l’anno successivo.
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Nel 1927 furono espulsi dal Partito e arrestati tutti i principali dirigenti dell’opposizione, Trotsky, Kamenev, Radek, Zinov’ev, e Rakovskij e iniziò la caccia di Stalin a coloro che, come nemici, furono definiti “trotzkisti” o “zinovievisti”.
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Nel 1928 Trotsky, oramai in disgrazia e ritenuto uno dei maggiori nemici del popolo, fu deportato ad Alma Ata, in Turkestan a 4000 chilometri da Mosca, ed infine nel 1929 venne espulso dalla Russia come traditore e “nemico del popolo”.
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Inizialmente Trotsky riparò in esilio prima in Turchia poi in Francia, e nel 1938 fondò la Quarta Internazionale, per raccogliere i consensi delle componenti politiche legate all’anti-stalinismo internazionale.
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Spostò nuovamente il suo esilio scegliendo la Norvegia, poi optò per il Messico, su invito del pittore Diego Rivera e dalla di lui moglie, l’artista Frida Kahlo, stabilendosi come ospite nella loro stessa abitazione situata nel sobborgo di Città del Messico denominato Coyoacan.
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Trotsky con la moglie Natalia Sedova e con l'artista Frida Khalo (al centro)
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Il 20 agosto 1940 il sicario comunista Ramon Mercader, sotto le mentite spoglie del giornalista Jacques Mornard ufficialmente desideroso di scrivere la biografia dell’esule russo, mise in atto il piano omicida ordinatogli da Stalin per uccidere l’ex fondatore e comandante dell’Armata Rossa.
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Il sicario ricevette l’incarico dall’Ufficiale ebreo della NKVD Leonid Rajchman, che a sua volta era agli ordini diretti di Berija, anche lui ebreo per parte di padre.
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Ramòn Mercader era fratellastro dell’attrice Maria Mercader, seconda moglie del regista Vittorio De Sica e madre dell’Attore Christian De Sica, che quindi del criminale comunista è incolpevolmente il nipote.
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Trotsky morì il giorno successivo all’attentato, con il cranio sfondato dalla piccozza che il sicario di Stalin gli aveva calato con ferocia sulla testa
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La furia omicida di Stalin si manifestava quindi anche nella ossessiva ricerca di coloro che a suo giudizio dovevano essere uccisi perché, anche all'esterno dei confini nazionali, non si erano inchinati ai dogmi della sua ortodossia.
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Tre anni prima, nel 1937 scomparve a Parigi Rudolf Klement, il responsabile della segreteria internazionale dell’opposizione trotzkista, il cui cadavere fu trovato senza testa e senza gambe nelle acque della Senna.
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Lev Sedov
L’anno successivo Lev Sedov, il figlio di Trotsky e Natal'ja, che era sorvegliato dalla NKVD, morì a Parigi nel mese di febbraio dopo un intervento chirurgico in circostanze sospette.
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Dopo aver scontato la pena per l’omicidio di Trotsky il criminale comunista Mercader rientrò a Mosca, dove fu accolto come un eroe e insignito con l’onorificenza dell’ordine di Lenin.
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Morì nel 1978 a Cuba dove Fidel Castro lo aveva invitato come consulente del Ministero degli Interni, e le sue spoglie furono riportate in Patria e tumulate con discrezione nella capitale russa.
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Gli autori del libro nero del comunismo si sono interrogati su un dilemma che è basilare per capire la storia del comunismo :
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Perché Lenin, Trotsky, Stalin e gli altri gerarchi comunisti, hanno ritenuto necessario sterminare tutti coloro che definivano nemici ?
Perché si sono creduti autorizzare a infrangere il codice non scritto che regola la vita dell’umanità che recita “non uccidere?
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La risposta va ricercata nell’essenza stessa di un comunismo intriso di odio e alimentato fin dalle sue origini, ancora in stato embrionale, dagli scritti di Karl Marx.
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Ancora oggi l’elemento trainante che lega fra loro i paradossi del comunismo sfuggiti e sopravvissuti alla conclamazione della realtà risulta essere l’odio.

Un odio cieco e insanabile, mostruosamente vivo e insaziabile, con cui il comunismo e gli eredi di Stalin, di Lenin, e di Trotsky divorano le loro vittime, nutrendosi del sangue degli esseri umani …
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Dissenso
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martedì 14 luglio 2020

NATALIA ESTEMIROVA


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NATALIA CHUSAINOVNA ESTEMIROVA
(Kamyslov, Oblast di Sverdlovsk, 28/02/1958 – Inguscezia, 15/07/2009)
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E’ stata una giornalista russa, attivista per i diritti umani in seno all’associazione moscovita Memorial, di cui divenne rappresentante locale per la città di Grozny  (Cecenia) nel 2000.
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Natalia Estemirova
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Memorial è una organizzazione moscovita che si batte per il rispetto dei diritti umani e si occupa anche della documentazione inerente al trascorso totalitarismo sovietico, e fu fondata il 28 gennaio 1989 da Andrej Sacharov, il fisico russo e attivista per i diritti umani che nel 1975 ricevette il Premio Nobel per la Pace.
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La giornalista, che stava conducendo una inchiesta sulle violazioni dei diritti umani avvenute in Cecenia ad opera delle truppe di Putin, fu rapita da sconosciuti il 15 luglio 2009 verso le 8.30 del mattino a Grozny, nei pressi della sua abitazione.
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Alcuni testimoni riferiscono di aver assistito al rapimento mentre lei si avviava alla fermata dell’autobus, a cento metri da casa sua, lungo un viale di palazzoni con giganteschi poster del signore della guerra Ramzan Kadyrov e del Primo Ministro Vladimir Putin, e di averla sentita urlare che la stavano sequestrando mentre veniva caricata a forza da quattro uomini su un veicolo.
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Il cadavere di Natalia fu ritrovato alle 16.30 dello stesso giorno nella vicina Inguscezia in un’area boschiva nei pressi del villaggio di Gazi-Yurt,  crivellato da cinque colpi di arma da fuoco alla testa e al torace.
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La giornalista si era laureata in Storia all’Università di Grozny, in Cecenia, dove poi lavorò come insegnante di quella materia in una scuola superiore fino al 1998.
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Il logo dell'Associazione per i diritti umani Memorial
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Durante questo periodo, nel 1991 collaborò come corrispondente con alcuni giornali locali come The Voice e The Worker of Grozny, e realizzò anche per una emittente televisiva una serie di tredici brevi documentari sulle vittime delle spedizioni punitive che l’esercito russo usava compiere ciclicamente ai danni della popolazione.
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Natalia, che rimase vedova in seguito alla morte del marito, un poliziotto ceceno, raccolse testimonianze sulle violazioni dei diritti umani fin dall’inizio della Seconda guerra cecena, nel 1999, e fu costretta ad affidare la figlia ad alcuni parenti che vivevano a Ekaterinburg per garantirne la sicurezza.
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Come giornalista collaborava spesso anche con il giornale indipendente moscovita ”Novaja Gazeta” in cui avevano lavorato Anna Politkovskaja, Anastasia Baburova e Stanislav Markelov, prima di essere assassinati dai sicari di Putin rispettivamente nel 2006  e nel 2009.
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Natalia documentò il lancio di missili balistici contro la città di Grozny che nel 1999 fu rasa al suolo e che provocò la morte di oltre 100 vittime civili.
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Nel 2004 fu insignita dal Parlamento svedese del premio Right Livelihood Award e nel 2005 ricevette, insieme al Presidente di Memorial Sergej Kovalev, la medaglia Robert Schumann da parte del Gruppo del Partito Popolare Europeo.
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Due anni dopo, nel 2007, fu insignita del Premio Anna Politkovskaja da parte della organizzazione RAW (Reach All Women in War) per la sua attività e il suo impegno nella difesa dei diritti umani nei contesti di guerra.
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Natalia fu tumulata nel cimitero del suo villaggio di origine secondo il rito islamico, mentre in suo ricordo fu organizzata una veglia a Mosca, in Piazza Puskin, nove giorni dopo l’assassinio, come previsto dalla tradizione ortodossa.
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In quella occasione la Polizia di Putin arrestò Viktor Sotirko, il membro di Memorial che aveva organizzato l’evento, accusandolo di aver turbato l’ordine pubblico, a dimostrazione del fatto che l’arroganza e la dittatura del regime imposto dal nuovo Zar era apertamente ostile ai diritti umani.
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E’ proprio sulle violazioni di tali diritti che si svolgeva l’attività investigativa e giornalistica di Natalia, impegnata nella ricostruzione di centinaia di casi di rapimento, di torture e di esecuzioni arbitrarie attuate dalle truppe russe in Cecenia, come avevano fatto prima di lei sia Anna Politkovsakja che Anastasia Baburova.
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In quel preciso momento storico il Presidente russo era Dmitrij Medvedev che, ufficialmente dichiarò il proprio sdegno per il brutale assassinio, ma appare evidente la responsabilità dello Stato russo e la sua strategia del terrore con cui Putin, deus ex machina dell’apparato criminale post-sovietico si era appropriato del vero potere, gestito dietro le quinte come Capo del Governo.
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La mannaia della repressione russa era già calata su migliaia di oppositori politici, di giornalisti, di avvocati, e su chiunque si opponesse allo strapotere dittatoriale esercitato da Putin, che non esitò mai a ricorrere all’omicidio e al massacro.
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Una serie di esecuzioni che furono meticolosamente sponsorizzate dallo Stato russo e dall’ex colonnello del KGB Vladimir Putin, salito al potere grazie agli accordi che gli apparati dei servizi segreti strinsero con le potenti mafie di San Pietroburgo dopo la caduta del Muro di Berlino.
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Natalia collaborava con associazioni del calibro di Memorial, di Amnesty International, e di Human Rights Watch, le quali facevano da cassa di risonanza alle sue inchieste, in cui si evidenziavano i crimini degli apparati militari del Governo di Mosca in terra di Cecenia.
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Oggi grazie a lei sappiamo che il macellaio Ramzan Kadirov e le sue truppe, agli ordini di Putin, hanno perpetrato una serie infinita di crimini contro l’umanità, seguendo uno spietato disegno genocida rivolto ad annichilire le popolazioni cecene per appropriarsi dei loro territori.
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I colpevoli del brutale omicidio di Natalia non sono ancora stati individuati, nonostante le proteste dei gruppi di attivisti che si battono per il rispetto dei diritti umani in Russia e in Cecenia.
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Lo spietato dittatore ceceno Ramzan Kadyrov
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Nel 2008 la giornalista si oppose all’obbligo di indossare  il velo imposto dal Governo ceceno alle donne, e in quel frangente fu minacciata personalmente  dal Presidente Kadyrov e definita sia come ”nemica del popolo” che come “collaboratrice dei terroristi”.
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Nel 2009 Oleg Petrovich Orlov, Presidente dell’Associazione per la difesa dei diritti umani Memorial ha pubblicamente accusato il Presidente ceceno Ramzan Kadyrov, alleato di Putin, della morte di Natalia Estemirova, innescando un procedimento giudiziario che tra alti e bassi, fra ricorsi e appelli, si trascina ancora oggi.
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Orlov dichiarò :
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"Noi dichiariamo che esistono elementi molto importanti per poter pensare che persone appartenenti alle autorità cecene siano coinvolti nell'omicidio di Natasha. L'ultimo suo lavoro riguardava una esecuzione avvenuta in uno dei villaggi ed è stato questo materiale che ha causato una reazione negativa da parte di Raman Kadyrov, secondo quanto fatto trapelare dal suo entourage".
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Ramzan, vice-ministro ceceno nel 2004, era al comando del gruppo paramilitare governativo che collaborava con le milizie russe di Putin, operando una feroce repressione contro il nazionalismo ceceno e contro la successiva e conseguente radicalizzazione islamica di quei territori.
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L'uomo del KGB : Vladimir Putin
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Nel 2007, Kadyrov divenne Presidente della Repubblica cecena, instaurando un regime brutale e sanguinario in cui l’omicidio e la tortura costituivano il suo modus operandi, spalleggiato da Vladimir Putin, ex colonnello del KGB.
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Ai nostri giorni Kadyrov ha lungamente nascosto l’esistenza del virus Covid-19 che circolava invece già da tempo in Cecenia, e non ha preso alcuna contromisura per contrastarlo, al punto che lui stesso si è ammalato ed è stato ricoverato in una clinica di Mosca.
Kadyrov è accusato anche, sia da Amnesty international che da Novaja Gazeta, di aver aperto un campo di concentramento nel quale vengono deportati e torturati coloro che si dichiarano omosessuali.
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Dal 1993 fino al momento del brutale omicidio di Natalia nel 2009, si contano ben 415 vittime della repressione di Putin, tutte riconducibili all’evidente disegno totalitario ideato dagli apparati comunisti e criminali della ex dittatura sovietica e dal KGB, ora metamorfizzato in FSB.
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Putin, come ex ufficiale, appunto, di questo organismo delinquenziale, ne prosegue l’itinerario, nel più totale disprezzo dei diritti umani.
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Ricordiamo Natalia come eroina e come martire della libertà, in quanto vittima del post-comunismo russo e dei suoi sanguinari carnefici.
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Dissenso
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lunedì 15 giugno 2020

DESTRE : palingenesi o involuzione ?

Non c’è dubbio che, nonostante l’indubbio apprezzamento popolare espresso nei confronti dei leader che sono alla guida dei Partiti della destra italiana, non sia stato ancora avviato quel procedimento rinnovativo che è necessario a rafforzare e a consolidare l’essenza stessa di tali movimenti politici.
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La tangibile popolarità che aleggia intorno agli odierni leader di riferimento, se analizzata alla luce della effimera e volubile volontà popolare, risulterebbe vana in assenza degli stessi, poiché priva di riferimenti culturali.
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In parole povere tutto ruota intorno a Matteo Salvini e a Giorgia Meloni in percentuali plebiscitarie ma che focalizzano però i consensi non verso una ideologia radicalizzata e intimamente assorbita dalle masse, ma sulla base di un afflato tanto imponente quanto relativo.
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Quello che manca nel Popolo delle destre, e di ciò sono colpevoli proprio i leader che ne dettano le file guida, è una attenta esegesi delle rilevanze storiografiche, priva di forzature e finalizzata all’arricchimento culturale delle aree didattiche, sociali, intellettuali, artistiche, e in ogni altro settore fino ad oggi contaminato dalla disinformazione comunista.
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I falsi idoli e gli stereotipi di riferimento che la sinistra ha posizionato in ogni minimo e recondito pertugio della società, esistono solo per il fatto che le destre non sono state capaci di opporre una dialettica efficace ad un tale strapotere intellettuale, o pseudo tale, che indisturbato ha imposto i suoi modelli.
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La propaganda delle sinistre è stata martellante e capillare sul territorio nazionale fin dal dopoguerra, e ha palesato realtà manipolate che ora, in mancanza di contraddittorio, sono divenute assiomi e punti di riferimento nell’immaginario collettivo.
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Un esempio ?
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Quello più eclatante è rappresentato dalle bandiere multicolori adottate come simbolo di Pace, che assumono una rilevanza simbiotica con l’universo comunista, con il quale vengono identificate. 
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Il paradosso è che le due cose in realtà sono assolutamente incompatibili, poiché è stato ampiamente dimostrato dalla Storia che il comunismo ha prodotto oltre cento milioni di vittime innocenti, incompatibili con il concetto stesso di pace.
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Il martellante messaggio mistificatorio che l’apparato disinformatore delle sinistre ha però continuato a riproporre come una mantra, si è insinuato nelle coscienze di massa ottenendo il risultato voluto, alla faccia della verità.
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L’indolenza delle destre si manifesta proprio nel confronto culturale, nel quale solamente in occasione di cicliche ricorrenze è possibile rivendicare un proprio punto di vista, per tornare poi subito dopo ad assumere posizioni di radicata letargia intellettuale.
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Ed è così che il mondo orientato a sinistra, politicizzato e scolarizzato, indotto ad assorbire supine inoculazioni sperequative storico culturali, si dimostra pronto al contraddittorio su qualsiasi argomento di interesse politico e storico, in quanto precedentemente analizzato e opportunamente modificato.
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In questo modo le sinistre hanno potuto urlare la loro rabbia contro alcuni episodi di negazionismo dell’olocausto, mentre per contro loro stesse hanno interpretato il medesimo squallido ruolo negando le foibe, i gulag, i laogai, e ogni altra nefandezza possibile.
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Nello stesso modo, senza che alcuna opposizione costruisse un serio argine al dilagare delle menzogne, hanno eletto come simboli di riferimento alcuni fra i più sanguinari criminali dell’intera Storia dell’umanità, come Lenin, Tito, e Togliatti, estrapolando dal contesto della devastazione comunista un microcosmo plasmato ad arte e presentato come esempio da seguire. 
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In ogni località del pianeta la parola Auschwitz evoca scenari agghiaccianti, permettendo alla memoria di ricordare il nazismo, mostro vorace che ha fagocitato milioni di esseri viventi, ma per contro, se pronunciamo la parola Kolyma, pochissimi trovano un riscontro, sebbene questo vocabolo indichi un territorio siberiano costellato di lager in cui persero la vita molte più vittime innocenti per mano comunista.
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Le sinistre pubblicano un numero incredibile di stampati, di volantini, e di libri, coadiuvando l’opera propagandistica con il ricorso a stuoli di pseudo intellettuali, giornalisti, e artisti che hanno fatto da cassa di risonanza alle divulgazioni dell’ortodossia di riferimento.
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Le destre sono assolutamente prive di punti di aggregazione culturale e didattica, se si escludono alcuni gruppetti extraparlamentari che manifestano però indegne deviazioni e storture ideologiche anacronistiche e votate ad una sterile conclusione, rifiutando addirittura di dedicare una parte del loro tempo allo studio del fenomeno criminale comunista.
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La dichiarata appartenenza al Popolo delle destre non è di per sé motivo sufficiente per esimersi dal dovere di conoscere quel nemico che invece fa della conoscenza il proprio cavallo di battaglia.
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Le posizioni di privilegio raggiunte da molti dei protagonisti della politica sembrano un alibi per giustificare la loro indolenza, la mancanza di propositività, di inerzia costruttiva, di disinteresse verso la coltivazione e l’allargamento di una cultura che dovrebbe costituire l’ossatura principale dell’edificio culturale anticomunista.
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Personalmente, grazie all’anticomunismo che anima le mie azioni fin dall’età di 17 anni, mi sono mosso proprio per incrementare la diffusione e la conoscenza di fatti, di crimini e di criminali che appartengono alla realtà comunista in ogni parte del pianeta.
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Ho avuto un soddisfacente riscontro editoriale, grazie alla collaborazione di Amazon, che mi ha incentivato a proseguire la diffusione dei miei scritti, ma contemporaneamente ho dovuto con estremo rammarico registrare la totale indifferenza di chi, a capo degli organismi politici territoriali e nazionali delle destre, avrebbe invece dovuto fare propri i testi proposti e contribuire alla loro diffusione.
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In assenza di un mio intento speculativo, ma anzi orientato ad una capillarità informativa che prescindesse da un qualsiasi interesse economico, ho proposto anche a politici e ad editori “di destra” di diffondere i miei libri a prezzo zero, senza però avere un benché minimo riscontro.
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Probabilmente l’enfasi con la quale questi personaggi si propongono al loro elettorato è fine a sé stessa, e non prodromica allo sviluppo di una radicata coscienza anticomunista, vera essenza di una antitesi che può rappresentare una odierna opposizione credibile e una futura leadership di Governo.
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Il substrato culturale, intellettuale e ideologico che anima le diverse componenti dell’universo politico e partitico, non può prescindere dall’approfondimento delle stesse prerogative che ne costituiscono i rispettivi elementi di identificazione. 
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Le sinistre hanno capito e recepito molto bene questo concetto, al punto che ne hanno fatto un modus operandi e vivendi fin dai tempi di quel colpo di Stato bolscevico attuato da Lenin nell’Ottobre del 1917, e presentato al mondo come Rivoluzione. 
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Il Popolo delle destre fraziona il proprio sapere documentandosi su Mussolini, sui Fasci di combattimento e su altri aspetti legati all’anacronismo storico, evitando però di approfondire la conoscenza del pensiero di filosofi come Gentile piuttosto che di Evola o di Hegel piuttosto che di Nietzsche. 
. Parallelamente si nota l’assenza di interesse quasi totale per gli apparati comunisti criminali che hanno prodotto cento milioni di vittime nel secolo scorso.
. Si palesa una ignoranza diffusa che non consente di conoscere le biografie e l’operato di sadici esponenti del mondo comunista sullo scenario mondiale, come Enver Hoxha, Ceasusescu, Tito, Che Guevara, Pol Pot, Mao Tse Tung. 
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L’imponente apparato delinquenziale sovietico, composto al 60 % da comunisti ebrei, si è reso responsabile di deportazioni, genocidi, torture, sadismi, e ogni altra nefandezza possibile, in un delirio criminale unico nella Storia dell’Umanità, ma pochissimi tra coloro che si riconoscono nell’area di appartenenza culturale e ideologica della destra ne conoscono i nomi.
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Abakumov, Berija, Dekanozov, Dzerzinski, Ezov, Garanin, Serov, Jagoda, Kaganovic, Kamenev, Malenkov, Molotov, Pechernikova, Suslov, Vorosilov, Vysinskij, Zdanov, sono solo alcuni dei famigerati criminali comunisti sovietici che si sono distinti per la loro ferocia e il loro accanimento verso le vittime civili innocenti, le donne e i bambini.
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Tutto ciò è stato accuratamente nascosto in decenni di mistificazioni e di inganni attuati da un Partito Comunista Italiano che presentava l’Unione Sovietica come Paradiso del socialismo e come Patria dei diritti umani, e parallelamente, fino ad oggi, la destra ha concorso a produrre la medesima disinformazione, evitando di occuparsene e di divulgare capillarmente tale ossimoro.
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Ciò che importa a molti dei Consiglieri Regionali o Provinciali è raggiungere la loro meta, e cioè riuscire ad arrivare in Parlamento per godere dei benefici di una Casta che definire vergognosa sarebbe riduttivo.
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La Torre di Babele, allegoria della confusione comunicativa

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I gruppi dirigenti di Lega, di Fratelli d’Italia e di Forza Italia sembrano perennemente in campagna elettorale, come del resto i loro antagonisti, ma mentre le sinistre occupano ogni singolo spazio culturale, didattico e propagandistico, le destre si fanno portavoci delle rivendicazioni contingenti, accontentandosi di una immediata popolarità, senza indirizzare il proprio elettorato verso una consapevolezza ideologica che può venire solamente dall’approfondimento culturale.
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Molte volte ho detto che questo stato di cose, a prescindere dalle vittorie di Pirro che si potranno verificare, condurrà ad una inevitabile implosione che lascerà le destre prive delle stesse basi su cui poter ricostruire una partenza adeguata. 
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Spero di sbagliarmi, anche se i segnali ci sono tutti.
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Dissenso
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domenica 7 giugno 2020

SANDRO PERTINI, Presidente e partigiano assassino

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Sottotitolo : la verità sui crimini del partigiano stalinista e assassino Sandro Pertini, nascosti e negati dall'apparato disinformatore delle sinistre.
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La Storia, quella vera e non quella addomesticata ad uso e consumo dalle sinistre, ci permette di tratteggiare la figura di Sandro Pertini, collocandolo nella sua giusta dimensione, e cioé in quella di quella di assassino.
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In questa esposizione non mi dilungherò sulla sua completa biografia, poiché ciò che caratterizza il suo operato è già abbastanza significativo di come possa essere considerato questo personaggio, a prescindere dai dati anagrafici.
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Lo stereotipo ricorrente, imposto dalle sinistre, mostra un Pertini amato da quegli Italiani a cui è stata a lungo imposta la consueta mistificazione, e cioè la consapevole omissione dei crimini commessi.
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La lista delle nefandezze da ascrivere all’ex Presidente è piuttosto lunga, come ad esempio quella di aver ordinato la soppressione fisica mediante fucilazione dei due famosi attori Osvaldo Valenti e Luisa Ferida il 30 aprile 1945.
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Luisa ferida e Osvaldo Valenti, i due  attori vittime della furia omicida dell'assassino Sandro Pertini
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I due, che avevano aderito alla Repubblica Sociale, vennero accusati di appartenere al gruppo di torturatori conosciuti con il nome di “Banda Kock”, ma post mortem fu oggettivamente accertato che erano entrambi innocenti.
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Pertini era contornato da criminali del calibro di Giuseppe Marozin (omicidi, stupri, e rapine) a cui egli stesso aveva conferito l’autorità del comando nelle famigerate brigate partigiane Matteotti, legate al Partito socialista.
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Durante il procedimento penale a suo carico per quei delitti Marozin incolpò Pertini di aver dato l’ordine di fucilare i due attori pronunciando le precise parole: Fucilali, e non perdere tempo !”, e affermò inoltre che Luisa Ferida “non aveva fatto niente, veramente niente!”.
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In uno dei tanti omicidi commessi in nome di un comodo antifascismo, Marozin tolse la vita al Conte Federico Barbiano Belgioioso, un partigiano non comunista che fu scambiato erroneamente per fascista insieme ai suoi cinque compagni d’armi, che per questo motivo vennero freddati senza tanti complimenti.
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Adoratore di Stalin
Questo era lo squallido “ambiente politico” tanto caro ai gruppi partigiani cui apparteneva Sandro Pertini, intriso di sangue, di omicidi e di fanatismo marxista.
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Ebbene sì, perché Sandro Pertini, mitizzato come personaggio amato dagli italiani, dalla gente e dai bambini, il Presidente con la pipa, era un fervido ammiratore di Stalin, nonostante il fatto che questi fosse (e rimane) uno dei più efferati criminali di tutti i tempi.
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Alla morte di Stalin, nel 1953, l’ex partigiano Pertini dichiarò sull’Avanti, il quotidiano socialista di quei tempi :
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Il compagno Stalin ha terminato bene la sua giornata, anche se troppo presto per noi e per le sorti del mondo.
L'ultima sua parola è stata di pace. (...)
Si resta stupiti per la grandezza di questa figura...
Uomini di ogni credo, amici e avversari, debbono oggi riconoscere l'immensa statura di Giuseppe Stalin.
Egli è un gigante della storia e la sua memoria non conoscerà tramonto.” 
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Pertini si schierò quindi ufficialmente a fianco di colui che aveva prodotto decine di  milioni di vittime innocenti deportando intere popolazioni nei gelidi lager della Siberia, condannandole a morte per fame, per freddo o per le torture che il comunismo infliggeva alle sue vittime.
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L’antifascista Pertini va ricordato per questo, per essere stato ammiratore di un criminale e di avere lui stesso interpretato il ruolo di artefice di una parossistica emulazione, in nome di un becero antifascismo.
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La sua arroganza intellettuale unita alla sua sudditanza psicologica e politica nei confronti di Mosca continuarono anche nel dopoguerra, palesando comportamenti che vanno al di là del semplice condizionamento mentale, identificandolo come persona ostile ai diritti umani e dei Popoli.
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Quando, paradossalmente, divenne Presidente della Repubblica Italiana, Sandro Pertini manifestò chiaramente la sua dipendenza dall’odio e dalla violenza marxista, approfittando della sua posizione istituzionale per concedere la grazia a Mario Toffanin (alias Giacca), un criminale partigiano che aveva ucciso ben 17 persone, partigiani della brigata Osoppo, in quello che fu chiamato l’Eccidio di Porzus.
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Nel 1978, in pieno delirio di accondiscendenza con il crimine, Pertini graziò Giulio Paggio, un altro delinquente comunista appartenente alla famigerata “Volante rossa”, responsabile di una lunga lista di omicidi in Lombardia, in Emilia e nel Lazio.
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A questo proposito rimando ad un mio post sul sito “Italian samizdat”, disponibile al seguente link :
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Il disprezzo di Pertini per il Popolo italiano si manifestò con chiarezza in occasione della morte del Maresciallo Tito, dittatore della ex Jugoslavia, nel 1980.
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Pertini e Tito
Il Presidente partigiano partecipò commosso ai funerali baciando la bandiera jugoslava, oltraggiando così le migliaia di vittime delle Foibe che Tito ordinò di massacrare facendole scaraventare, spesso ancora vive, nelle profondità abissali degli inghiottitoi carsici.
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L’ignobile comportamento di Pertini oltraggiò inoltre in modo palese e arrogante tutti i profughi e gli esuli istriani, giuliani e dalmati, nel ricordo della terribile migrazione che dovettero compiere per sfuggire alla tirannide comunista.
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Ecco chi è veramente e storicamente Sandro Pertini, e poco importa se l’apparato mistificatorio delle sinistre insorgerà per queste mie inconfutabili asserzioni, in quanto la verità non concede sconti.
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Pertini fu un Presidente che si premurò di insignire con medaglia al valore centinaia di partigiani assassini condannati dalla Magistratura per efferati delitti, come nel caso di Filippo Papa, torturatore, seviziatore e assassino del modenese.
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Dante Bottazzi fu un altro partigiano assassino che beneficiò della benevolenza di Pertini, nonostante il fatto che fosse a capo di una banda che provocò la morte di ben 56 vittime a Castelfranco, nel modenese, compreso il prete don Giuseppe Tarozzi.
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Questo sanguinario partigiano (ma quale fra di loro non lo era ?) uccise anche Renato Seghedoni, un altro partigiano reo di aver denunciato i suoi delitti, per i quali Bottazzi fu condannato all’ergastolo, in contumacia.
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Accumulò altre condanne per omicidi vari oltre a trent’anni di carcere per quello del maresciallo dei Carabinieri Attilio Vannelli, ma poi il delirio di onnipotenza del tanto amato Pertini intervenne a graziarlo rendendolo completamente libero.
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Il totale disprezzo manifestato da Pertini nei confronti delle vittime e dei loro parenti la dice lunga sulla caratura morale di questo personaggio, eletto a simbolo di riferimento dalle sinistre. 
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Un riferimento che appare come un escremento, come una squallida esibizione di cosa sia in effetti l’essenza stessa che anima l’universo delle sinistre e la loro ostentata arroganza.
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Il socialismo massimalista espresso da Pertini trovò motivo di simbiosi con quel resistenzialismo comunista che nel Savonese, sua terra natale, condusse a ben cinquecento esecuzioni sommarie, senza che a ciò ci fosse la minima  opposizione da parte del partigiano futuro Presidente della Repubblica italiana.
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Pertini investì con una pioggia di medaglie, di attestati di merito, di pensioni, tutti i criminali assassini partigiani, compresi coloro dai quali lo stesso PCI aveva preso le distanze in quanto indifendibili. 
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Questa è la vera Storia di Pertini, come emerge dall’analisi oggettiva dei fatti, e dalla contestuale disamina del modus operandi cui il partigiano assassino ha fatto ricorso per tutta la sua miserabile esistenza.
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Fortunatamente l'inesorabile incedere del tempo ci ha liberati della sua odiosa presenza che ammorbava la Democrazia italiana.
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Il mondo ora, senza di lui, è sicuramente migliore !
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Dissenso
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