domenica 22 aprile 2018

Silone - Anissimov un dialogo difficile

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Propongo un brano, trascritto integralmente dalla rivista "Tempo presente", di Silone e Chiaromonte, del 1957.
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Nel brano appaiono con chiarezza sia  l'ambiguità che la falsità dell'apparato comunista sovietico, a cui, per inciso, faceva riferimento il Partito Comunista Italiano di Palmiro Togliatti.
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La disinformazione e la mistificazione sono stati infatti, fin da quei tempi gli strumenti prìncipi per attuare lo stravolgimento dei fatti reali, usati dai comunisti in ogni occasione dell'incedere quotidiano.
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Ignazio Silone (voce fuori dal coro di quell'epoca fagocitata dagli intellettuali comunisti) fa emergere con una serie di domande la verità sulla mancanza di verità e di libertà nell'Unione sovietica post-
staliniana.
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L'articolo ci riporta ad un modus operandi che ancora oggi è usato dalla potenza russa per espandere i suoi territori.
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Oggi come allora, infatti, la Russia (di Putin) ricorre all'uso della forza, salvo poi mistificarne la portata mediante l'appoggio di giornalisti e scrittori che riportano una versione di comodo dei fatti avvenuti.
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Oggi come allora, molti occidentali sono schierati con le posizioni della Russia, nonostante l'evidenza dei fatti, che viene sistematicamente alterata, proprio come ci evidenzia Silone in questo bellissimo articolo, che potete leggere al seguente Link:
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Dissenso
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mercoledì 18 aprile 2018

La perestroika nel PCI

Propongo un articolo tratto da "Il Resto del Carlino" di Bologna, del  18 aprile 2018, dal titolo :
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"Chi sa parli, il coraggio del partigiano.  Addio a Montanari : ruppe l'omertà."
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SCOMPARSO A 91 ANNI IL GAPPISTA CHE AVVIO' LA PERESTROIKA DENTRO IL PCI.
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di Mike Scullin
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REGGIO EMILIA
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Se n'è andato Otello Montanari, il compagno gappista che nel 1990 sconvolse gli equilibri del PCI, provocando  -  con un perentorio "Chi sa parli" sui delitti rossi del dopoguerra in Emilia  -  la perestroika dentro il Partito che poco dopo cambiò nome e classe dirigente.
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Non se li immaginava neppure lui gli effetti del sassolino destinato a diventare valanga, quando consegnò alla redazione reggiana del Resto del Carlino la lettera in cui chiedeva al PCI di togliere finalmente i suoi scheletri dall'armadio.
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Da quel giorno, fino alla morte avvenuta l'altra notte a 91 anni nella sua abitazione dopo una lunga malattia, Otello Montanari ha vissuto da emarginato della sinistra, un mondo  -  il suo, prima  -  che ha dimostrato per l'occasione una memoria da elefante.
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Persino il 25 aprile di un anno fa, l'ex partigiano e deputato del PCI non venne invitato a testimoniare sul palco reggiano della Liberazione, nonostante portasse da sempre i segni degli spari a una gamba in un conflitto a fuoco coi soldati tedeschi lungo la via Emilia, a soli 17 anni, rimanendo claudicante.
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E nonostante fosse rimasto uno degli ultimi a poter raccontare ai giovani cosa era stata la Resistenza.
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Il giorno prima della festa, Montanari annunciò che per protesta si sarebbe seduto su un seggiolino in un angolo della piazza.
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Dichiarò :
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"Hanno chiamato a parlare solo persone che non hanno subìto ferite".
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Non ci andò, perché stava già male di salute.
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Ora che è morto, tutti a Reggio gli rendono omaggio.
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Una camera ardente è stata allestita in Municipio, all'interno del Museo del tricolore che lui per primo, da appassionato di storia e valori patriottici, era riuscito a far realizzare nella città dove la bandiera è nata, il 7 gennaio del 1797, con la fondazione della Repubblica Cispadana.
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Già.  Perché Montanari non si è mai rassegnato a farsi mettere in un cantuccio.
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Destituito dagli incarichi istituzionali e di partito, anche dopo il "Chi sa parli" ha combattuto come un leone la sua battaglia di verità.
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Il suo appello del 1990 produsse anche un risultato travolgente sotto l'aspetto giudiziario, facendo ottenere la revisione dei processi ai partigiani comunisti che erano stati condannati innocenti al posto dei veri colpevoli, appartenenti allo stesso Partito, che si erano ben guardati dall'attribuirsi gli eccidi di preti, ingegneri, sindaci socialisti, capitani dell'esercito.
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Ma Otello non è stato solo il "Chi sa parli" dopo il quale Pajetta, un dirigente storico del PCI, aveva dichiarato :
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"Quel Montanari lì, dopo quello che ha detto, dovrebbe avere paura a girare solo per Reggio".
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Prima, per decenni, era stato uno stimato dirigente locale che aveva fatto un percorso ideologico dallo stalinismo dei Cinquanta fino al riformismo maturato negli Ottanta.
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Famoso a Reggio, l'episodio della "spedizione" voluta dalla federazione reggiana, che inviò Otello a Roma.
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Lui era recalcitrante ma accettò.
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Scopo, far capire a Togliatti che non era il caso continuasse la relazione extraconiugale con Nilde Iotti (che di Otello era stata maestra alle elementari).
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Il Migliore rimandò a casa Montanari invitandolo ad avvertire i compagni :
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"Ho le spalle larghe".
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IL COMMENTO
di Beppe Boni
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LA VERITA' SCOMODA
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Può darsi che indirettamente al "miracolo" di domenica scorsa abbia contribuito anche Otello Montanari, combattente con il mitra in mano durante la guerra civile e con il coraggio di denunciare le atrocità della guerra partigiana a prima repubblica inoltrata.
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Meris, la figlia del partigiano Giuseppe Corghi, comandante del battaglione Frittelli, ha abbracciato e baciato piangendo, la sorella del seminarista Rolando Rivi nella chiesa gremita di gente e dinanzi al vescovo Massimo Camisasca, che ha favorito la riconciliazione.
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Una delle tante ferite del Dopoguerra rimarginata senza il filtro della politica.
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Con la sola umanità.
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Una rilettura morale ancora difficile da certificare oggi in Italia e soprattutto a Reggio Emilia, teatro di feroci vendette dei partigiani rossi.
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E decenni dopo incubatrice delle Brigate rosse.
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Nella contabilità delle uccisioni finirono molte persone che nulla avevano a che fare con il nazifascismo.
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Ci rimisero la pelle anche nove preti, che certo non giurarono fedeltà alla RSI.
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Fino al pronunciamento della frase di Montanari, chi sa parli, la storiografia ufficiale e la chiusura dell'ex PCI hanno sempre impedito di rileggere con maggiore serenità la guerra civile.
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Le atrocità furono abbondanti dalla  parte dei nazifascisti, ma ci furono anche nelle file dei partigiani rossi che continuarono a regolare i conti  fino al 1948.
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La storiografia ufficiale ha sempre fatto una gran fatica a confermare questa verità.
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Otello Montanari, in fondo, fu l'uomo della svolta.
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Raccontò l'odio, la paura, l'utopia, ma anche fatti nuovi che molti conoscevano, coperti da un patto di omertà.
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Le parole del partigiano Otello consentirono di riaprire diversi processi, compreso quello dell'omicidio di don Umberto Pessina.
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"Non ho scritto nulla di nuovo, ho solo messo insieme i pezzi ...", disse all'epoca dello "scandalo" che gli costò l'espulsione dall'Anpi.
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Fu riabilitato nel tempo anche grazie ad esponenti comunisti come Antonello Trombadori o Piero Fassino.
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Negli anni successivi seguì un dibattito storico culturale di rilettura della guerra partigiana a cui ha contribuito con i suoi libri "revisionisti" Gianpaolo Pansa.
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E pure lui, come Otello Montanari, fu insultato.
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La verità non sta mai tutta da una parte e ai vinti, si sa, vengono addebitati tutti i torti.
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Gli ultimi protagonisti di quel periodo di sangue e violenza stanno scomparendo per limiti di età.
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L'onestà del partigiano Otello e il bacio di Meris non cadranno nel nulla.
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Il tempo che verrà, prima o poi, porterà nella storia d'Italia la prima notte di quiete.
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Dagli articoli appena presentati si evince la chiara volontà dell'apparato comunista di stravolgere le realtà storiche in cui era coinvolto.
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Per decenni, appoggiati e finanziati da Mosca, i comunisti e i partigiani della falce e martello italiani, si sono appropriati con arroganza ed estrema violenza, di ogni forma di verità trasformandola in mistificazione e disinformazione.
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Molti di loro erano assassini feroci, e si sono arricchiti sul sangue delle loro vittime, spesso spogliate di ogni loro avere.
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Non c'è giustificazione alcuna che possa giustificare né l'odio assurdo e intenso dimostrato da queste belve sanguinarie, né per coloro che, sedendo sugli scranni parlamentari, ne coprirono le gesta.
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Il 25 aprile, non dovremmo festeggiare, ma piangere le vittime dimenticate che gli assassini hanno prodotto, e incominciare a pensare (non è mai troppo tardi) di togliere dalle nostre vie e piazze i nomi di criminali come Palmiro Togliatti, Stalin e Lenin a cui queste sono intitolate.
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Il 25 aprile non dev'essere la ricorrenza che tanto piaceva alla ex Presidente della Camera Laura Boldrini, sempre pronta ad inneggiare ai partigiani, ma anzi quella di chi, come me, condanna gli assassini comunisti e la loro sete di sangue.

Dissenso
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venerdì 30 marzo 2018

La dittatura di PUTIN


E’ di questi giorni la notizia, apparsa su tutti i giornali, che il nuovo zar di Russia, Vladimir Putin è stato rieletto alla guida della Nazione.
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Quello che i media non dicono però è che le elezioni sono state palesemente falsate da una serie di fatti e di circostanze che hanno prodotto tale risultato.
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Uno fra tutti riguarda la censura che il regime di Putin ha applicato su chiunque avesse dimostrato in precedenza elementi di dissidenza verso il suo operato, in modo che i blog e i siti dell’opposizione venissero chiusi e tolti di mezzo.
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La competizione per il potere non si è però fermata qui.
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Da parte dello zar si riscontra, da parecchi anni, il ricorso ad una violenza cieca e risoluta verso coloro che denunciano e smascherano, o tentano di farlo, le sue attività preferite, quali l’assolutismo, la brama di potere, la collusione con i gruppi mafiosi che detengono il potere economico, e il suo progetto di Eurasiatismo.
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I suoi piani espansionistici sono sotto gli occhi di tutti, a partire dalla tragedia consumatasi in Cecenia, rasa al suolo e distrutta dai militari russi, con crimini efferati e quotidiani contro la popolazione, come stupri e torture, assassinii e deportazioni, fino alla conquista totale del territorio.
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I carri armati russi sono presenti anche in Ucraina e in Georgia poiché Putin ha messo gli occhi su queste Nazioni sovrane, incurante della comunità internazionale e del loro biasimo.
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Come non ricordare che la sua ferocia si è spesso focalizzata verso giornalisti e scrittori, come ad esempio Anna Politkovskaja, Anastasja Baburova, Stanislav Markelov, e Natalia Estemirova ?
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Questi martiri dei nostri giorni hanno combattuto lealmente contro Putin e la sua arroganza, semplicemente raccontando le cronache quotidiane sui loro giornali  o libri, ottenendo però, in cambio, una sentenza di morte.
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Vorrei ricordare l’estremo sacrificio della giornalista Natalia Estemirova, sopra citata,  avvenuto il 15 luglio 2009, per mano dei sicari prezzolati di Putin.
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(Natalia Estemirova  -  28/02/1958, Oblast’ di Sverdlovsk, Russia  -  15/07/2009, Inguscezia, Russia)
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La giornalista, che scriveva e lavorava per “Memorial”, una ONG russa che si batte per la difesa dei diritti umani, fu rapita a Grozny (Cecenia), poco dopo essere uscita da casa sua.
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Il suo corpo fu ritrovato a distanza di qualche ora in un bosco, vicino alla città di Nazran, nelle vicina Inguscezia, con due fori di pallottola alla testa, come in una esecuzione.
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Al momento della sua uccisione la giornalista divenne, suo malgrado, la ventunesima vittima (tra i giornalisti) dal 2000 al giorno della sua morte nel 2009.
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I suoi articoli raccontavano, oltre ad omicidi come questo, anche delle torture e degli abusi commessi in Cecenia dalle squadracce russe, delle loro esecuzioni sommarie, degli stupri, e dei diritti delle persone che venivano calpestati quotidianamente.
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La sua attività le valse una serie di riconoscimenti a livello internazionale :
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nel 2004 le fu assegnato il “Right Livelihood”, il cosiddetto Nobel alternativo assegnato da Parlamento svedese ;
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nel 2005 il Parlamento Europeo le riconobbe la “Medaglia Robert Schuman” ;
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nel 2007 ricevette il premio Anna Politkovskaja, nella sua prima edizione, dedicato alle donne che operano e si distinguono in difesa dei diritti umani nelle zone di guerra.
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Putin è un personaggio molto pericoloso, spietato e dittatoriale, e accentra sempre più potere nelle sue mani,  proprio come ha fatto il leader cinese Xi Jinping, che si è autoproclamato leader massimo a vita.
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Possiamo quindi affermare, senza tema di smentita, che l’ascesa di Putin trova sostentamento in un vero e proprio bagno di sangue sulla pelle di intere popolazioni, di dissidenti che si opponevano ai suoi dictat e di giornalisti che raccontavano al mondo le sue atrocità.
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Appare quanto meno singolare che parte del popolo della destra in Europa guardi a lui come punto di riferimento, identificandolo come nazionalista difensore dei valori identitari del proprio Popolo.
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Le vittime sopra citate sono solo alcune delle innumerevoli persone uccise da Putin, in una lunga lista insanguinata a cui appartiene, come ultimo in ordine cronologico, anche Sergej Skripal, assassinato con il gas nervino in territorio britannico.
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Putin non è nuovo a questo genere di omicidio.
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Ne è un esempio, oltre che una prova tangibile, l’assassinio premeditato di Aleksandr Litvinenko, ex agente dei servizi segreti russi, poi divenuto dissidente, che venne eliminato per mezzo di avvelenamento da radiazione con il polonio-210, a Londra.
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Molti ricorderanno che Litvinenko accusò Putin, prima di morire, di essere il mandante del suo avvelenamento, oltre che dell’assassinio della giornalista  Anna Politkovskaja.
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Il KGB, ora denominato FSB, è il famigerato apparato dei servizi segreti sovietici staliniani, a cui apparteneva Putin in qualità di tenente colonnello, ed è il filo conduttore della lunga catena di omicidi e di stragi.
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Tutte le nefandezze compiute dai criminali politici sovietici in nome del comunismo (Stalin, Ezov, Berja, Jagoda, solo per citarne alcuni) sono state ralizzate con la complicità e la partecipazione attiva del KGB, i cui uomini sono gli stessi che attuavano le politiche repressive anche nella Germania Est, sparando su chiunque tentasse di fuggire dal regime comunista.
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Putin era (ed è rimasto) uno di questi fanatici assassini, con il grado di tenente colonnello, dal 1975 al 1991.
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Oggi Putin, con il suo progetto di unione Eurasiatica, presentato e delineato sulle pagine del quotidiano Izvestija fin dal 4 ottobre 2011, vorrebbe fagocitare in chiave espansionistica tutti i territori adiacenti la Russia, comprendendo anche l’Europa, come “protettorato”.
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Quando era vicesindaco di San Pietroburgo, Putin aveva forti legami con la malavita locale e le cosche mafiose, come la famigerata Banda di Tambov, dedita al controllo dei traffici di droga in tutta l’Asia centrale, al riciclaggio di denaro, e attiva nel racket delle estorsioni.
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Il KGB, di cui Putin faceva parte, deteneva il vero potere nella Russia post sovietica, ed era il mezzo attraverso cui i politici tenevano a bada le mafie, controllandole e gestendole, in un mondo in cui “legalità” e “democrazia” erano parole prive di significato.
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Il KGB manipola ancora oggi, mutato in FSB, i flussi finanziari dell’intera Russia, interpretando il ruolo di controllore delle varie componenti sociali : l’Amministrazione pubblica, la criminalità, l’economia, la politica e la finanza.
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Questa chiave di lettura ci permette di capire come si possano essere fusi insieme i servizi segreti e la struttura produttiva post-sovietica.
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Le aziende vengono fagocitate dalla rete del KGB, che segue uno schema preordinato.
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Una qualsiasi nuova azienda viene prima contatta dal racket che chiede una tangente o comunque tenta di estrocere denaro, e poi successivamente interviene il KGB (oggi FSB) che si offre di aiutare l’azienda in difficoltà.
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Da questo momento l’azienda cessa di vivere di vita autonoma e, nel caso che l’attività della Ditta stessa interessi particolarmente i Servizi, questa riceve forti spinte verso lo sviluppo economico ed entra nel meccanismo già consolidato dal KGB per essere fagocitata.
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Vengono inseriti agenti al suo interno e si procede ad alimentare l’ingranaggio delle tangenti, della corruzione e del malaffare, in un crescendo che coinvolge, accomunandole,  le attività produttive dell’intera Nazione.
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La rete di amicizie di Putin è costellata di personaggi ambigui e legati al mondo della malavita, come ad esempio l’avvocato Rudolph Ritter, amministratore di una Join-venture dedita al riciclaggio di soldi sporchi, oppure come il suo successore Vladimir Smirnov.
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I gruppi criminali che fanno parte dell’entourage di Putin partecipano, grazie a lui, ai processi di privatizzazione dell'apparato statale, lucrando profitti altissimi.
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Le organizzazioni malavitose si accaparrano licenze e permessi che permettono loro di incrementare a dismisura un già enorme e sconfinato potere.
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Le attività della mafia di Putin si sono poi ramificate anche all’estero, estendosi in Spagna, in Germania, e negli Stati Uniti.
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L’attacco compiuto dai sicari del nuovo Zar, a colpi di gas nervino in territorio inglese, ha finalmente scatenato una reazione contro lo strapotere e l’arroganza di chi, finora, non ha mai tenuto in alcun conto i dirittim umani delle persone : Vladimir Putin.
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In risposta all’avvelenamento della ex spia del KGB Sergej Skripal e di sua figlia la Gran Bretagna ha deciso di espellere in massa i diplomatici russi da alcune sedi, seguita da altri 14 Stati membri della Unione Europea, dall’Ucraina e dagli Stati Uniti.
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Anche dall’Italia sono stati espulsi due funzionari dell’Ambasciata russa, ma per questa decisione si è subito dichiarato contrario il leader della Lega Matteo Salvini, che da sempre è paradossalmente affascinato dalla figura di Putin.
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Non basta a Matteo Salvini che le vittime dello Zar si contino oramai a migliaia, e che l’espansione militare russa abbia causato sangue e morti, soprattutto fra civili innocenti, fra giornalisti e oppositori politici.
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Non è sufficiente la lunga scia di sangue provocata dall’assolutismo dell’ex colonnello del KGB perché il leader leghista italiano prenda le distanze da Putin e dalla sua cricca criminale.
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Il territorio dell'Eurasiatismo di Putin
Come è possibile che il rappresentante di una larga parte dell’elettorato del popolo della destra in Italia si prostri idealmente al modus operandi di Putin ?
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Come è possibile che Putin eserciti un fascino ammaliatore verso Matteo Salvini e che da questi sia considerato addirittura un esempio da seguire ?
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Forse la spiegazione è da ricercare nel fatto che fin dal 1945 la Russia opera quotidianamente una incessante e capillare propaganda disinformativa, che canalizza e indirizza le coscienze verso stereotipi preconfezionati.
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Fin dalla costituzione dei cosiddetti “partigiani della pace” voluti da Stalin, la Russia ha tentato di condizionare, spesso riuscendovi, intere generazioni in ogni parte del mondo, proponendo la tesi che l’America fosse il diavolo da combattere insieme a Israele, accomunando queste due Nazioni come interpreti di un imperialismo deleterio e pernicioso, da abbattere come nemico della Pace.
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In realtà, mentre le associazioni pacifiste occidentali sapientemente guidate dal Partito comunista e dai sindacati delle sinistre, collusi con il potere sovietico, attaccavano violentemente ogni forma di americanismo, proclamando la difesa della Pace e dei diritti umani,  per contro la patria del comunismo si dedicava ad armarsi ed a calpestare proprio i diritti umani di chiunque manifestasse una propria forma di dissenso.
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In questo ruolo è stato determinante nel dopoguerra l’attività dei partiti comunisti europei, al soldo di Mosca, che per decenni ha alimentato cospicui flussi di denaro verso di loro, come spiegato nel ibro di Valerio Riva “L’oro di Mosca”.
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Oggi, sono cambiati gli attori e i nomi dei protagonisti, metamorfizzati dal corso della Storia, ma l’essenza che era all’origine di tutto ciò è rimasta invariata.
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L’Occidente, e le persone come Matteo Salvini continuano a lasciarsi influenzare da propagande di regime paradossali, e ad idealizzare falsi miti come Vladimir Putin, elevandoli dal ruolo di criminale post comunista a quello di leader nazionalista.
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I valori e gli ideali della destra non sono certo questi, e se Matteo Salvini continuerà su questa strada perderà i consensi che si è meritatamente guadagnato con altre più giuste battaglie in nome del Popolo italiano.
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Mi auguro che Matteo Salvini possa uscire dal tunnel pseudo ideologico in cui si sta cacciando e dalla ragnatela di menzogne in cui Putin lo ha invischiato.
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Personalmente ribadisco il concetto che il nuovo Zar è, e rimane, un criminale da combattere e ostacolare, così come hanno finalmente iniziato a fare Trump e suoi alleati inglesi, così come l’Europa, e non solo.
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Quello di Putin NON è mero nazionalismo, che piace tanto a Salvini (e anche a me), ma una versione malata dello stesso, contagiato da mire espansionistiche sulla pelle di popoli sovrani e indipendenti.
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Non è nazionalismo nemmeno quello di Assad, grande amico di Putin, ma becera tirannia, sulla pelle del popolo siriano, stremato dai bombardamenti del dittatore e del suo amico russo.
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Il sangue di migliaia di vittime, versato per queste politiche che mirano tutte all’Eurasiatismo, grida vendetta, e non compiacenza …
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Dissenso
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domenica 18 marzo 2018

Il BIENNIO ROSSO


L’Italia del biennio 1919 e 1920 fu attraversata da una serie di violenze  politiche, fomentate dalle sinistre, che portò il Paese sull’orlo di una cruenta guerra civile.
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I tanti problemi che seguirono la Prima Guerra Mondiale, come le difficoltà economiche, la disoccupazione, la riconversione industriale da militare a civile, la povertà e il ritorno dei reduci divennero l’alibi attraverso cui la sinistra diede inizio a scontri e battaglie di piazza, coinvolgendo contadini e operai.
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Lo spettro comunista
Anche i ceti medi e le classi a reddito fisso furono colpite dalla recessione economica, a causa dell’inflazione generata dalle enormi spese militari e dal conseguente mancato aumento degli stipendi.
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In questo clima di incertezza e di crisi economica si diffuse nel mondo del lavoro il falso mito della rivoluzione russa, alimentato ad arte dai comunisti italiani, a cui le masse popolari guardavano come ad un punto di riferimento in chiave rivoluzionaria.
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Furono artificiosamente coniati termini nuovi che assunsero il valore di parola d’ordine, come “le fabbriche agli operai” e “la terra ai contadini”.
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Operai e contadini vennero però tenuti all’oscuro del fatto che, in Unione Sovietica, le prime vittime del comunismo furono proprio loro … (la storia ce lo insegna).
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L’impeto marxista rivoluzionario alimentò la protesta popolare italiana e condusse a scontri armati, sollevazioni popolari e occupazioni delle fabbriche, allo scopo di instaurare un regime comunista di stampo sovietico.
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Le lotte operaie si diffusero in tutta europa, travalicando i confini della rivendicazione sindacale e giungendo a mettere in discussione e a minare le basi stesse della produzione economica e dell’organizzazione padronale, e assumendo l’aspetto di rivolta insurrezionale di stampo filo comunista.
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In Italia a quel tempo esisteva il seguente quadro partitico :
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Partito comunista, guidato da Nicola Bombacci
Partito socialista Italiano, guidato da Giovanni Bacci
Partito Popolare Italiano, di ispirazione cattolica, fondato e guidato da Don Luigi Sturzo
Partito Liberale Democratico, guidato da Vittorio Emanuele Orlando
Blocchi Nazionali, guidato da Giovanni Giolitti
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I Blocchi Nazionali erano una aggregazione di forze politiche di destra che comprendevano i liberali giolittiani, i democratici, l’Associazione Nazionalista Italiana di Enrico Corradini, i Fasci di Combattimento di Benito Mussolini, e altre forze di destra.
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Il giorno 11 del mese di giugno del 1919 a La Spezia, le sinistre organizzarono uno sciopero generale che coinvolse oltre diecimila persone.
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I feroci criminali comunisti Lenin e Stalin
La massa di scioperanti fu affrontata dalla Polizia che sparò sul corteo, uccidendo due lavoratori e ferendone venticinque.
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La reazione dei manifestanti fu violenta e si trasformò in moto insurrezionale, al punto che  i facinorosi comunisti si impadronirono della città.
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I negozi  vennero assaltati e saccheggiati, e il conflitto si estese anche a Genova, a Pisa, a Bologna, a Forlì, a Faenza, ad Ancona, a Imola e a Torre Annunziata, segno della presenza inequivocabile di una regia, quella comunista, che animava lo scontento popolare.
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A Genova il 7 luglio migliaia di operai saccheggiarono negozi e magazzini, scontrandosi con la Polizia che sparò uccidendo un facinoroso, ferendone e arrestandone numerosi altri.
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In questi territori gli scontri dei manifestanti con agenti di Polizia e Carabinieri erano all’ordine del giorno, così come i saccheggi di negozi che perdurarono fino al mese di luglio.
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Il 3 luglio a Firenze l’intera popolazione cittadina scese in Piazza assaltando i negozi con le armi e requisendo con la forza le derrate alimentari, le scarpe e le stoffe.
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L’intervento della forza pubblica, che sparò sulla folla, si concluse con un bilancio di due morti e otto feriti.
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La lotta provocata dall’incitamento comunista si concluse non prima di aver coinvolto anche Prato e Pistoia.
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In altre città della Toscana, dell’Emilia, della Romagna, e delle Marche, il parossismo comunista si spinse ad istituire addirittura dei comitati rivoluzionari denominati “soviet annonari” (sulla falsariga di quelli sovietici), deputati alla requisizione di merci non solo di tipo alimentare.
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A Brescia le orde comuniste organizzate ebbero ragione delle forze di Polizia che sparavano sulla folla.
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A Livorno  fu attuata una autoregolazione dei prezzi, arbitraria e violenta, che impose la diminuzione del 50% sui generi alimentari e del 70% sui tessuti.
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A Piombino nacque la prima “Guardia rossa” sul territorio nazionale, incaricata d requisire e distribuire le derrate alimentari.
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"Guardie rosse" armate presidiano una fabbrica occupata

La “Guardia rossa” si costituì anche a Savona, con la confluenza di migliaia di operai, che si occuparono della “autoriduzione” dei prezzi del 50 %.
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Nelle varie città in cui avveniva tutto ciò si elesse a presidio dei manifestanti la Camera del Lavoro, a indicare il connubio simbiotico fra gli operai e il comunismo.
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In città come Bari, Messina, Taranto, Spoleto, Civitavecchia, e  Barletta, i manifestanti svuotavano i negozi e i magazzini consegnando le merci alla Camera del Lavoro.
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Barletta fu presa in ostaggio per quattro giorni e governata dai “Consigli del Lavoro”, organizzati dai comunisti armati.
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La repressione poliziesca condusse ad arresti di massa e a numerosi eccidi.
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Era ed è oggi più che mai evidente che ai comunisti non importasse nulla del benessere delle masse popolari, di cui sfruttarono l’onda emotiva solo per raggiungere il loro scopo : la rivoluzione armata e la presa del potere.
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Nel 1919 iniziarono i primi scontri fra socialisti e fascisti, mentre più numerosi furono quelli fra socialisti e arditi (gruppo nazionalista, futurista prima e dannunziano poi) .
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Parallelamente alle lotte operaie si sviluppò anche un altro fenomeno pseudo rivoluzionario, e cioè quello dell’occupazione delle terre da parte dei contadini.
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Furono organizzate le cosiddette “Leghe dei lavoratori” per organizzare le rivendicazioni contadine di braccianti, mezzadri, affittuari, finalizzate all’occupazione delle terre.
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Una vasta ondata di occupazioni si verificò nell’agro laziale, poi in Puglia e in Sicilia, per continuare poi nel nord Italia, dove furono occupati i telegrafi, le ferrovie, le cascine, e dove si scatenarono violenze contro i proprietari terrieri, sfociate nella distruzione dei raccolti.
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Le fasce popolari contrarie a questo bagno di sangue si schierarono dalla parte di Benito Mussolini per la restaurazione dell’ordine pubblico.
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La violenza comunista dilagante era contrastata unicamente dalle nuove organizzazioni fasciste, ed oggi, con il senno di poi, si può facilmente capire come mai ancora oggi i comunisti e i loro seguaci (compresa larga parte del popolo delle sinistre) possano odiare tanto i fascismi.
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1920  -  Primi scontri tra fascisti e rivoluzionari socialisti

Il fascismo impedì ai comunisti armati di prendere il potere come in Unione sovietica (loro modello di riferimento) negandogli la possibilità di instaurare un regime dittatoriale rosso di stampo staliniano.
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L’enfasi marxista dei rivoluzionari della “falce e martello” non ebbe il successo previsto dai caporioni del Partito comunista, grazie a Mussolini che salvò l’Italia da questa orribile prospettiva.
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Le minacce delle sinistre e le violenze continue del biennio 1919 e 1920 provocarono una sorta di controrivoluzione moderata e legale che portò Mussolini al potere nel 1922.
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Nel frattempo il Partito Socialista Italiano riunito in congresso a Livorno nel 1921 si scisse in due, dando ufficialmente origine al Partito comunista.
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I comunisti, sostenitori del bolscevismo auspicavano una rivoluzione di tipo russo e giurarono il loro odio eterno al fascismo, responsabile di aver impedito loro di prendere il potere.
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Questo odio è vivo e attivo ancora oggi, anche fra esponenti del Parlamento italiano, e avvelena la società civile, ammorbandone l’essenza con il suo carico di violenza antifascista.
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Io ringrazio, invece, che sia nato il Partito Fascista e che sia opposto alla violenza comunista, altrimenti avremmo probabilmente seguito la sorte che milioni di vittime hanno dovuto subire in Unione sovietica.
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La Boldrini e Renzi (poi castigati dal Popolo italiano) hanno sempre esaltato il loro inutile e anacronistico antifascismo, ma si sono ben guardati dal dire cosa hanno fatto socialisti e comunisti nel biennio precedente l'avvento del fascismo.
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La disinformazione rimane l'arma principe con cui le sinistre nascondono, mistificano, e occultano le verità storiche che appaiono loro scomode, dimostrando così la loro violenza e la loro arroganza.
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Le sinistre sono riuscite a convincere la classe operaia e contadina che il baluardo di difesa dei loro stessi diritti fosse il Partito comunista, rovesciando completamente l'oggettiva realtà.
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Nell'Unione sovietica di Stalin, loro punto di riferimento, infatti, i contadini sono stati deportati e uccisi (carestia ucraina indotta) a milioni, mentre gli operai erano sottoposti ad ogni genere di vessazione (cottimo, stakanovismo, passaporto interno, divieto di sciopero, ecc.).
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Oggi Putin fa la stessa cosa : si mostra all'Occidente come un nazionalista che vuole compattare la Patria, mentre in realtà è un usurpatore e un invasore di Nazioni sovrane, come l'Ucraina, la Crimea, la Cecenia, la Georgia.
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Non a caso è un acceso sostenitore dell'Eurasiatismo, che prevede l'espansione militare della Russia e l'Europa nel ruolo di satellite russo.
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La disinformazione post comunista (Putin è un ex colonnello del KGB) è arrivata perfino a confondere le idee a parte del popolo della destra (in Italia) che guarda a lui come ad un leader da seguire.
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I fatti del Biennio rosso in Italia appartengono a questo modus operandi, in cui la realtà viene stravolta e mistificata.
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Gli esempi non mancano, ma purtroppo non c'è peggior cieco di chi non vuol vedere ...
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Dissenso
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sabato 10 marzo 2018

Critiche di POPPER al MARXISMO


KARL RAIMUND POPPER (Vienna 28/07/1902  -  Londra 17/09/1994) , era un filosofo ed epistemologo austriaco naturalizzato britannico.
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E’ considerato un filosofo politico di considerevole statura, e difensore della democrazia e dell’ideale di libertà, oltre che avversario di ogni forma di totalitarismo.

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Propongo un estratto dell’articolo  : Le critiche al marxismo di Karl Popper
a cura di Roberta Musolesi
edito su : http://www.filosofico.net/poppercriticamarx.htm
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Marx, secondo Popper, fu un falso profeta perché nessuna delle sue profezie si è rivelata veritiera e perché ha sviato e confuso molte persone, inducendole a credere che la sua profezia storica, originata e prodotta da un metodo ritenuto autenticamente scientifico di approccio ai problemi sociali, si sarebbe effettivamente avverata.
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Le critiche di Popper al marxismo non sono in effetti completamente originali, ma sono il frutto di una polemica di lungo periodo, che si evidenzia sullo sfondo della storia del Novecento, in particolare a partire dalla Rivoluzione Russa del 1917.
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Critiche analoghe e riconducibili a quelle popperiane furono infatti formulate da :
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- Weber : non cita direttamente Marx, ma nelle sue critiche si riferisce chiaramente al suo pensiero e al suo metodo, contro cui muove l’accusa di pretendere di dedurre la realtà da leggi astratte, con esclusione di tutto il portato esperienziale della rivoluzione scientifica ;
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- Sorel : accusa il materialismo storico di rinchiudere la storia nell’ambito di un sistema chiuso di cui darebbe le leggi.

Il materialismo storico sarebbe quindi una metafisica che si impone come gabbia della realtà ;
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- Croce (anni ’30 del Novecento) : l’atteggiamento iniziale nei confronti di Marx fu di disponibilità a riconoscerne i meriti teorici, ma poi approda, durante gli anni del fascismo, ad una sorta di liquidazione, fondata sull’idea che tutta la riflessione marxiana fosse in effetti fondata su un grossolano Assoluto economico (à Dio senza religione che si pone come grande artefice della storia) che sostituendo l’idea hegeliana, tirerebbe le fila degli avvenimenti.
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Le critiche di Popper alla dottrina di Marx sono riconducibili a :
a) critica alla dottrina marxiana delle classi
b) critica alla dottrina marxiana dello stato
a) critica alla profezia finale dell’avvento del socialismo.
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Relativamente, invece,  alle critiche nei confronti del pensiero marxiano, Marx stesso  -   afferma Popper  -   propone il suo pensiero prima di tutto come un metodo, il cui fine sarebbe quello di studiare le cause e gli effetti storici e, sulla base di questi, cercare di formulare una profezia circa l’avvento del socialismo.
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Il metodo marxiano, quel materialismo storico che, secondo Popper, esprime la più totale fiducia nella predizione scientifica, è caratterizzato da due fondamentali vizi di forma :
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~ Determinismo (à influenza di Laplace) : secondo Marx ( che per Popper in queste sue affermazioni dimostra di non aver letto correttamente Laplace), la scienza può predire il futuro solo se questo è rigidamente predeterminato ;
Il metodo scientifico quindi, basandosi su un rigido determinismo, può individuare le cause che determinano gli sviluppi sociali.

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Secondo Popper, invece, scientifico e deterministico non sono sinonimi e non è vero che l'adozione di un metodo scientifico debba necessariamente favorire l'assunzione di una prospettiva di rigido determinismo.
E' possibile infatti utilizzare un metodo scientifico ed approdare ad un sapere indeterminato.
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Confusione fra predizione scientifica (à dall’inglese prediction), che indica in effetti la previsione propria della scienza, e profezia storica generale, che indica le linee di sviluppo complessivo della società, ma che non assume, a differenza della prima, carattere scientifico.
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Il materialismo storico di Marx, secondo Popper, in quanto storicismo, quindi convinto della possibilità di prevedere il corso degli eventi storici, e economicismo, fondato cioè sulla convinzione che l’organizzazione economica della società sia fondamentale per tutte le formazioni sociali, presenta alcuni aspetti contraddittori, che lo portano ad essere smentito storicamente e che sono in particolare rappresentati da :
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a)   incongruenza fra l’evoluzione effettiva della rivoluzione russa e la teoria marxiana del rapporto tra rivoluzione politica e rivoluzione sociale :
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Secondo Marx, la rivoluzione sociale si evolve secondo le seguenti tappe :
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- Le condizioni materiali di produzione crescono fino a generare una condizione di conflitto insanabile fra i soggetti che producono e le stesse condizioni materiali
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- Comincia la rivoluzione sociale che sconvolge la base economica e con essa quella sociale, politica e culturale, cioè la sovrastruttura ;
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-   Si innestano nuovi rapporti di produzione.
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Secondo Popper, questa evoluzione non è in alcun modo identificabile e riconducibile agli esiti della rivoluzione russa, cosa che mette in discussione il carattere predittivo di tutta l’impalcatura metodologica di Marx ;
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b)   sopravvalutazione delle condizioni materiali :
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Secondo Popper, l’interazione fra condizioni economiche ed idee non è sempre unidirezionale, nel senso di una dipendenza stretta delle seconde dalle prime, in quanto esistono idee che sono più forti dei mezzi di produzione :
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Se si ammette, per assurdo, che possa essere interamente distrutto un sistema economico, la conoscenza scientifica che permane e sopravvive sarebbe in grado di consentire la completa ricostruzione del sistema economico stesso, ma non vale certamente il percorso contrario ;
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c)  l’economicismo radicale viene smentito dagli stessi sviluppi del marxismo :
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Secondo Popper, infatti, proprio dopo la rivoluzione russa, Lenin si trovò privo di idee veramente valide su cui costruire l’impalcatura economia sovietica e realizzare concretamente la rivoluzione, segno questo che l’abbattimento delle vecchie forme di produzione non conduce necessariamente all’instaurazione di nuove forme e che la struttura economica non è prioritaria rispetto alle idee, ma che sono queste invece ad assumere una posizione di maggiore rilevanza.
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Dissenso
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