domenica 3 gennaio 2021

NINO BENVENUTI, ESULE ISTRIANO

 E’ stato uno dei più grandi pugili italiani di tutti i tempi.

Nacque a Isola d’Istria, nella Slovenia italiana, il 26 aprile 1938, in un territorio a pieno titolo appartenente al Regno d’Italia, come stipulato negli accordi consensuali del Trattato di Rapallo del 12 novembre 1920 con il Regno di Serbia, Croazia e Slovenia.

I nuovi confini territoriali furono infatti definiti alla fine della Prima Guerra Mondiale, in cui l’Italia svolse un ruolo da vincitore.

In base agli accordi venne ammessa all’Italia la Venezia Giulia orientale, Trieste, l’Istria, Zara (Dalmazia centrale), e le isole di Cherso, Lussino, Pelagosa e Lagosta.

E’ noto a tutti oramai che fin da subito la politica del Regno slavo, nonostante gli accordi internazionali, svolse un ruolo ambiguo e criminale nei confronti dell’Italia, palesato con il finanziamento di un terrorismo dilagante in quei territori verso le popolazioni di etnia italiana.

Negli anni ’40 il nazionalismo serbo, croato, e sloveno, distinto nelle sue forme più diverse e rappresentato da gruppi armati come quello dei Domobranci, degli Ustascia,  e dei Cetnici svolse un ruolo determinante nell’esasperazione conflittuale delle rivendicazioni etniche, scontrandosi non solo con la nuova entità politica rappresentata dal neonato fascismo, ma anche con le orde partigiane e comuniste del Maresciallo Tito, il nuovo Stalin dei Balcani.

Le vicende belliche dell’ultimo conflitto mondiale si avviarono alla conclusione, prima l’8 settembre 1943 con la firma dell’Armistizio fra il Regno d’Italia e le potenze cosiddette Alleate, e successivamente con la fine della guerra nel 1945.

Entrambe le date segnarono però l’inizio di un calvario per le popolazioni italiche dei territori giuliani, dell’Istria, e della Dalmazia, che divennero il bersaglio di un genocidio programmato dai comunisti slavi, finalizzato alla totale estirpazione dell’etnia italiana.

Questo disegno criminale jugoslavo ebbe lo scopo di poter affermare davanti al consesso internazionale del Trattato di Parigi del 1947 che quei territori erano popolati esclusivamente da etnie slave, e rivendicarne quindi il possesso. 

A questo scopo le orde titine, complici i comunisti italiani capitanati da Palmiro Togliatti e i partigiani della Brigata Garibaldi sotto il comando del criminale comunista Luigi Longo, iniziarono una metodica caccia all’italiano, esprimendo una ferocia e un sadismo genocida devastanti.

Il PCI si espresse apertamente a favore dell’annessione di quei territori alla Jugoslavia, tradendo l’Italia e gli italiani, a favore di un disegno politico ossequioso dei dictat imposti da Mosca.

Le foibe, le fosse comuni, gli annegamenti di gruppo, la tortura e il terrore, divennero i mezzi attraverso cui il comunismo jugoslavo attuò il genocidio programmato degli italiani di quei territori, compiendo così un vero e proprio crimine contro l’umanità.

Il terrore, così come Stalin aveva insegnato ad usare, divenne endemico e capillare, al punto da indurre le popolazioni italiche ad auto esiliarsi e ad abbandonare quei territori, in cerca di una salvezza e di un rifugio che desse loro la possibilità di sottrarsi alla devastante furia del comunismo e all’odio cieco e irrazionale che ne caratterizzava l’essenza.

Nel 1954 anche Nino divenne un esule, all’età di 16 anni, dopo che la polizia di Tito, a guerra finita aveva rapito il fratello Eliano, colpevole di essere italiano.

Venne liberato solamente dopo sette mesi, tornando a casa ma diventato l’ombra di sé stesso, dimagrito e silenzioso.

Il terrore divenne parte dell’incedere quotidiano, alimentato da episodi di crudeltà dei comunisti jugoslavi, come quando uno di loro sparò a Bianca, la loro cagnetta, uccidendola per semplice “divertimento”.

Nel 1956 la mamma di Nino, estremamente angosciata, morì di crepacuore.

La polizia politica di Tito, conosciuta attraverso il famigerato acronimo di OZNA, si presentò un giorno a casa della famiglia Benvenuti affermando che da quel momento in poi l’abitazione sarebbe diventata di loro proprietà.

Nino fu così costretto ad abbandonare l’Istria e tutto il suo mondo, la sua casa, la vigna, le barche usate dalla famiglia per la pesca, la sua stessa adolescenza, le tradizioni, e a riparare a Trieste dove c’era la pescheria dei nonni.

A Trieste Nino e la famiglia furono etichettati come fascisti, definiti tali non solo perché italiani ma anche perché erano scappati dall’Istria diventata comunista.

La boxe divenne la grande passione di Nino.

A Isola d’Istria (“zona B di Trieste”), nello scantinato dove abitava prima del trasferimento nella “zona A” di Trieste amministrata dall’Italia, aveva ricavato insieme al padre  una sorta di palestra, delineando un ring triangolare per mezzo di corde legate alle colonne, e aveva incominciato ad allenarsi molto intensamente.

Il padre, che condivideva la sua stessa passione per il pugilato, lo aiutò ad appendere al soffitto dello scantinato un sacco pieno di foglie di mais, che Nino si esercitava a colpire picchiandovi sopra con foga, al punto che si faceva sanguinare le nocche delle mani.

Entrò a far parte dell’Accademia pugilistica di Trieste e iniziò la sua graduale ma ininterrotta ascesa verso l’Olimpo dei grandi campioni.

Nel 1957 vinse la medaglia d’Oro agli Europei di Praga e nel 1959 la rivinse agli Europei di Lucerna.

Divenne Campione olimpico dei pesi welter nel 1960 battendo per KO alla undicesima ripresa il rivale Tommaso Truppi, poi Campione mondiale dei pesi medi tra il 1967 e il 1970,  vincendo anche il prestigioso premio di Fighter Of the Year nel 1968.

Nel 1961, dopo 120 vittorie da dilettante Nino passò al professionismo, vincendo fino al 1963 tutti i 29 incontri disputati, dei quali molti ottenendo la vittoria prima del limite.

Oltre all’Oro olimpico vinse anche la Coppa Val Barker, come pugile tecnicamente migliore del torneo, fregiandosi di tale riconoscimento come unico pugile italiano, insieme a Patrizio Oliva, ad averlo ottenuto.


Per due volte vinse il premio di Match Of the Year, prima per l’incontro iniziale con Emile Griffith e in seguito per quello contro l’argentino Carlos Monzon.

Un desiderio di Nino, espresso per quando la vita lo abbandonerà, è che le sue ceneri vengano sparse in mare da uno scoglio di Isola d’Istria, dove il campione imparò a nuotare da bambino, nel territorio rubato all’Italia dal comunismo jugoslavo.

Nino Benvenuti ha affidato i suoi ricordi alle pagine di un libro edito da Eracle, scritto in collaborazione con Mauro Grimaldi e intitolato “L’isola che non c’è”, dedicato a Isola d’Istria, il luogo che gli diede i natali ma che ora risulta essere per lui come priva della propria identità.

In un brano estrapolato dalle sue memorie scrive :

“La prima volta che sono salito su un ring, era nel mio paese, Isola d’Istria, avevo 13 anni, dinnanzi ad una piazza gremita di gente, e il mio avversario era un compagno di palestra, Gigi Viezzoli di 16 anni, che voleva dimostrare al pubblico amico, che ci conosceva entrambi, che era lui e non io la speranza del pugilato, visto che dicevano questo di me.

Fu l’arbitro dopo tre riprese da due minuti a venire verso di me ad alzarmi il braccio in segno di vittoria.

Non avrebbe dovuto farlo, il confronto era dimostrativo, ma era tale l’entusiasmo della folla ed il suo, per quello che avevo fatto, che non poté farne a meno.

Ricordo che mi sollevarono sulle spalle e mi fecero fare il giro della piazza”.

La storia e l’autobiografia di Benvenuti esule e Campione sono mirabilmente tratteggiate anche nella graphic novel edita da "Ferrogallico" intitolata “Nino Benvenuti. Il mio esodo dall’Istria”, realizzata in collaborazione con Mauro Grimaldi.

Oltre al già citato libro “L’isola che non c’è”, sono dello stesso autore, in relazione a Nino Benvenuti, anche altri tre saggi intitolati :

L’orizzonte degli eventi. Appunti di vita”,

N.Y. 1967. La notte che ha fatto sognare l’Italia. Nino Benvenuti, Emile Griffith”,

Diari paralleli”.

Nino Benvenuti non  ha mai dimenticato che la sua storia, come quella di un intero popolo, nasce dall’umiliazione di essere stato calpestato, deriso, e strappato dalla propria terra senza che alcuna persona sia mai intervenuta a difenderlo.

Il campione nella prefazione della sua grapich novel ribadisce il concetto che tutto ciò è stato accuratamente cancellato anche dai libri di storia, allo scopo di negare la verità.

Solamente la forza di coloro che come lui non hanno mai abbassato la testa, ha consentito nonostante tutto, di conservare quella dignità che ha permesso di ridare voce alle popolazioni dei territori italiani dell’Istria, di Fiume e della Dalmazia.

Le vicende delle foibe e delle migliaia di vittime dell’orrore comunista, così come l’esodo di 350 mila italiani che hanno dovuto abbandonare quei territori, sono state oscurate e nascoste per oltre 60 anni dall’apparato disinformatore delle sinistre.

I “guru” che pontificando nei “salotti” dell’intellettualismo “radical chic” si sono affannati per decenni a proporre triti e ritriti anacronismi legati alle vicende di “Anna Frank”, inneggiando e intonando canzonette come “bella ciao”, e puntando il dito contro il fascismo, si sono dimenticati di dire che Palmiro Togliatti, il loro leader di riferimento, condannò a morte più antifascisti lui che l’intero apparato gerarchico del ventennio di Mussolini.

L’omertoso silenzio sulle Foibe e sull’esodo epocale che costrinse gli italiani a emigrare da quei territori, appartiene al modus operandi degli eredi di Togliatti, complici morali di tali crimini, e artefici di un disegno eversivo che ancora oggi continua il percorso di odio iniziato da Stalin e proseguito da Tito e dal PCI.

Il negazionismo e il riduzionismo che emerge dalle proposizioni dei politicanti delle sinistre si scontra con l’evidenza storica dei loro stessi crimini, e delle fosse comuni che ancora oggi vengono periodicamente scoperte nei territori del genocidio degli italiani.

Molti personaggi famosi che hanno reso grande il nostro Paese provengono da quei territori, oltre a Nino benvenuti, come lo scrittore Enzo Bettiza (da Spalato), l’attrice Irma Gramatica (da Fiume), l’investigatore Tommaso Ponzi (da Pola), il pittore e scrittore Piero Tarticchio (da Gallesano), il politico Leo Valiani (da Fiume), lo scrittore Pier Antonio Quarantotti Gambini (da Pisino d’Istria), la ristoratrice e Chef Lidia Bastianich (da Pola), lo scienziato Silvio Ballarin (da Zara), l’attrice Laura Antonelli (da Pola), e tantissimi altri.



I negazionisti di oggi, tutti appartenenti all’universo delle sinistre e all’intellighenzia marxista, si arrovellano in proposizioni che assumono il valore di sciacallaggio morale, etico, e sociale, ignorando il genocidio degli italiani a opera dei comunisti jugoslavi,.

L’apparato delinquenziale e mistificatore che fa capo al PD e ai suoi organi di diffusione e di propaganda, trae le sue origini dal retaggio culturale o pseudo tale di un comunismo che ha prodotto cento milioni di vittime innocenti, sacrificate sull’altare del nuovo sistema burocratico marxista con cui Lenin ha imposto i suoi dictat all’intera società russa nel 1917.

Lo stravolgimento della verità e l’imposizione di pseudo assiomi nati dall’odio osmotico che permea il tessuto dell’essenza comunista sono divenuti i prodromi su cui gli eredi metamorfizzati ne hanno elaborato il costrutto, senza uscire dai collaudati binari dell’ortodossia di riferimento.

Tocca a noi oggi combattere il comunismo, ridando dignità alle tante vittime nascoste dal moloch marxista,  rosso di odio e di sangue, e stringerci in un unico grande abbraccio ai mai dimenticati fratelli italiani dei territori giuliano dalmati uccisi o esiliati.

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Dissenso

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venerdì 13 novembre 2020

L'eccidio di PORZUS

 

Le parole eccidio, strage, e massacro, hanno lo stesso significato ed evocano scenari terribili, sebbene la loro definizione contenga alcune sfumature che ne caratterizzano l’identificazione.

Fra questi tre sinonimi, il termine eccidio si differenza non solo per il numero delle vittime, ma anche per  la violenza dei metodi usati, e trova la sua corrispondenza etimologica nel termine latino excidium, derivato di exscindere, e cioè squarciare, distruggere, annientare…

La definizione di eccidio calza perfettamente se riferita a molte delle atrocità commesse dai partigiani comunisti che imperversarono durante e dopo la seconda guerra mondiale in Italia.

Mi riferisco in particolare all’eccidio di Porzus, in cui l’odio comunista, guidato e veicolato con subdola maestria dai criminali comunisti Luigi Longo e Palmiro Togliatti, capi del PCI e legati indissolubilmente a Mosca e a Stalin, si scatenò contro diciassette partigiani della Brigata Osoppo, colpevoli di non essere comunisti.

Gonfalone del
Friuli Venezia Giulia

Le vittime, tra cui una donna, erano di orientamento cattolico e laico-socialista ed erano quindi considerate un ostacolo al piano eversivo e criminale attraverso cui i partigiani comunisti intendevano prendere il potere a guerra finita.

I partigiani legati al Partito Comunista Italiano formarono dei piccoli gruppi denominati con l’acronimo GAP, a indicare i Gruppi di Azione Patriottica (che di patriottico non avevano proprio nulla), appartenenti alle famigerate e tristemente famose Brigate Garibaldi.

Questi raggruppamenti erano caratterizzati dalla presenza di personaggi dalla forte caratura delinquenziale e si resero responsabili di crimini efferati contro l’umanità.

La località di Porzius è ubicata nei territori del Friuli, in provincia di Udine, in un territorio di confine nord orientale della Penisola che negli anni ’40 era denominato Slavia Friulana, e a quei tempi fu teatro di confronto fra i partigiani comunisti jugoslavi che ne rivendicavano il possesso, e le formazioni partigiane italiane in lotta contro il nazismo e il fascismo.

Nel contesto partigiano italiano presente in Friuli, si potevano differenziare due differenti tipologie di formazioni : una che si riconosceva nell’indirizzo politico comunista espresso dalle Brigate Garibaldi, in particolare quelle inserite nella Divisione Garibaldi Natisone, esclusivamente comunista, e l’altra che faceva riferimento alle Brigate Osoppo Friuli.

Queste ultime nacquero il 24 dicembre 1943 presso la sede del Seminario Arcivescovile di Udine, in cui si riunirono numerosi volontari di ispirazione cattolica, liberale, socialista e laica, allo scopo di contribuire, alla fine del conflitto, a salvare ciò che dell’Italia poteva ancora essere salvato.

Va detto anche che l’intento di queste formazioni di patrioti era quello di combattere i tedeschi con metodi diversi da quelli comunisti, privilegiando e rispettando democraticamente le esigenze della popolazione locale.

Premesso ciò, va anche detto che i contrasti fra le formazioni partigiane comuniste e quelle che invece non si riconoscevano nei dictat imposti dall’ortodossia staliniana a cui Togliatti e Longo facevano riferimento, erano molto aspri e fomentati dalla direzione del PCI, nella convinzione che al termine del conflitto mondiale i comunisti italiani avrebbero potuto prendere il potere con le armi e diventare così un satellite russo.

La Storia ci dice che si registrarono uccisioni di partigiani non comunisti, da parte dei Garibaldini del PCI, in ogni regione in cui tali Brigate erano presenti, oltre ad un imprecisato numero di crimini di ogni tipo.

Fin dal 1933 le delegazioni dei partiti comunisti italiano, jugoslavo, austriaco, riuniti a Mosca per decidere una strategia unitaria sul problema dei territori sloveni contesi, decisero di schierarsi con le minoranze di etnia slava sollecitandole a costituire un fronte popolare e a distaccarsi dallo Stato italiano.

Si evince quindi la precisa volontà dei comunisti italiani di tradire lo Stato e la popolazione stessa, prostituendosi alla Jugoslava ed esibendo in contrapposizione il comodo alibi  costituiva dal ruolo autoreferenziale nella  lotta antifascista.

Lo stesso Togliatti, il peggior criminale che la Storia d’Italia ricordi, nominò Vincenzo Bianco  come delegato del Partito presso il fronte di Liberazione Sloveno, il quale si fece portavoce delle criminali intenzioni del PCI :

Fare un repulisti di tutti gli elementi imperialisti e fascisti all’interno delle formazioni partigiane italiane

Nel mirino di Togliatti c’erano anche le formazioni partigiane della Brigata Osoppo, considerate per opportunità politica come nemici, poichè composte da badogliani (Regno del sud, non collegati al Comitato di Liberazione Nazionale) e da seguaci del Partito d’Azione (democratici, repubblicani, radicali).

Lo squallore intellettuale dei comunisti italiani, prostituiti al moloch jugoslavo, si palesò con farneticanti prese di posizione con cui dichiararono di voler sacrificare l’intera Venezia Giulia e di considerare una fortuna l’ingresso dell’esercito di Tito, coadiuvato da quello sovietico, in quei territori.

In questa ottica possiamo oggi affermare senza incertezze che la strage di Porzius non costituì un “incidente di percorso” della cosiddetta “resistenza” comunista italiana, ma un preciso elemento della strategia con cui Togliatti e Longo intendevano annettere alla ex Jugoslavia la Venezia Giulia e una parte del Friuli.

La Divisione Garibaldi “Natisone”, passò quindi per ordine di Togliatti, sotto il comando del IX° Korpus titino e inquadrata in tre Brigate : 156a Bruno Buozzi, 157a Guido Picelli, e 158a Antonio Gramsci.

Vincenzo Bianco comunicò loro che sarebbero stati integrati completamente e a tutti gli effetti nell’esercito di Tito e trasferiti prima in Slovenia e poi a Lubiana.

In quella occasione i comandi delle Brigate Osoppo presero le distanze dall’iniziativa, rifiutandosi di aderire e affermando di fare riferimento al CLN.

Il contrasto fra i partigiani comunisti comandati da Longo e da Togliatti e le formazioni della Osoppo si acuì ulteriormente, sfociando in interferenze e tentativi di prevaricazione, come nel caso del rastrellamento di Pielungo, nel 1944.

In tale occasione, ci furono destituzioni (imposte dalle Brigate Garibaldi) di comandanti delle Brigate Osoppo, sostituiti con altri militari appartenenti all’organigramma comunista, seguite da altrettante destituzioni con cui i vertici della Osoppo rimisero al proprio posto di comando i precedenti comandanti.

Le brigate Osoppo erano nettamente contrarie all’avanzata del cosiddetto slavo-comunismo, e tentarono anche una qualche forma di accordo con la Xa Mas di Junio Valerio Borghese, nel tentativo di “umanizzare” una guerra che costringeva le popolazioni a subirne gli effetti.


Informativa della prefettura di Udine che attesta
l'opposizione  delle Brigate Osoppo al comunismo 

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Le trattative non portarono però a nessun accordo, ma questo approccio, insieme al diniego di lasciarsi fagocitare dall’esercito titino, fu sufficiente ai partigiani comunisti per definire come tradimento il modus operandi della Osoppo.

I comunisti sloveni, forti della complicità dei partigiani garibaldini di Longo, orchestrarono una insistente campagna anti-italiana allo scopo di costringere le Brigate Osoppo a sgomberare la zona e facilitando così l’annessione di quei territori alla Jugoslavia.

In questa atmosfera, segnata da intrecci politici e alimentata da un odio comunista sempre presente e simbiotico con la propria essenza ideologica, prese corpo il crimine di guerra ideato dai vertici gappisti delle formazioni comuniste partigiane Garibaldi.

Seguendo un piano freddamente predeterminato a tavolino, un centinaio di gappisti (i cosiddetti Gruppi di Azione Patriottica) comunisti raggiunsero, il 7 febbraio 1945, le pendici dei monti Toplj Uorch, e le malghe di montagna denominate Porzus, nel comune di Faedis, in Provincia di Udine, sede del comando locale delle Brigate Osoppo.

In questa località era tenuta prigioniera Elda Turchetti, una ragazza accusata da “Radio Londra” di essere una spia collaborazionista dei nazisti (accusa rivelatasi infondata nel processo in cui alcuni giorni prima fu giudicata e ritenuta innocente).

La presenza della donna costituì in seguito uno squallido alibi esibito a difesa dell’intervento comunista contro i partigiani della Osoppo.

Il comandante dei partigiani comunisti era Mario Toffanin alias “Giacca”, a quel tempo 32enne, ex operaio iscritto al Partito Comunista Italiano dal 1933 e in stretti rapporti con i comunisti jugoslavi, coadiuvato dal suo vice, tale Fortunato Pagnutti, alias “Dinamite”.

I partigiani comunisti si presentarono a gruppi, ambiguamente, affermando di essere combattenti sbandati o appartenenti ad altre unità della stessa Osoppo, creando così i presupposti perché Toffanin prendesse il controllo delle malghe, richiedendo allo stesso tempo la presenza del Comandante di Francesco De Gregori, nome di battaglia “Bolla”, Comandante della Osoppo locale.

Quando De Gregori (zio dell’omonimo cantautore e deciso anticomunista) arrivò a Porzus fu immediatamente ucciso a tradimento e tutti i partigiani della Osoppo vennero arrestati.

Insieme al Comandante furono uccisi anche Elda Turchetti, il Commissario politico del Partito d'Azione Gastone Valente ("Enea"), e il ventenne Giovanni Comin ("Gruaro"), mentre un altro Comandante delle Osoppo, Aldo Bricco (alias "Centina"), sebbene fosse stato colpito e ferito da colpi di mitra riuscì a fuggire, insieme ad altri tre.

Nei giorni seguenti tutti i prigionieri vennero sottoposti ad una sorta di processo sommario che si concluse con le loro condanne a morte, eseguite tra il 10 e il 18 febbraio.

I prigionieri vennero condotti a gruppi separati nelle seguenti località del territorio e fucilati :

Bosco Romagno:

Guido Pasolini (Ermes), Antonio Previti (Guidone), Antonio Cammarata (Toni), Pasquale Mazzeo (Cariddi).

Rocca Bernarda:

Franco Celledoni (Atteone), Primo Targato (Rapido), Angelo Augelli (Massimo).

Restocina di Dolegna:

Salvatore Saba (Cagliari), Giuseppe Urso (Aragona), Enzo D'Orlandi (Roberto), Gualtiero Michelon (Porthos), Erasmo Sparacino (Flavio).

Novacuzzo di Bosco Romagno:

Giuseppe Sfregola (Barletta).

Salma non ritrovata:

Egidio Vazzaz (Aldo).

L’odio comunista uccise così ben diciotto persone, tra cui Guido Pasolini (alias “Ermes”), fratello minore dello scrittore e regista Pierpaolo.

L’omicidio del fratello, a cui Pierpaolo Pasolini era molto legato, è stato spesso ricordato, anche con allusioni, in molte opere scritte successivamente dallo scrittore, in particolare nelle poesie che in quegli anni vennero concepite ed editate in dialetto friulano e in italiano.

Nel dopoguerra, a Guido De Gregori fu riconosciuta la medaglia d’oro al valor militare alla memoria.

I criminali partigiani delle formazioni garibaldine si arrogarono il diritto di decidere della vita o della morte di altri partigiani non comunisti, sbandierando accuse faziose e meschine, frutto della mente malata dei capi comunisti che guidavano il movimento comunista partigiano assassino.

L’accusa principale che secondo il loro metro di giudizio giustificava l’eccidio di esseri umani innocenti era quella di essere contrari all’alleanza con il comunismo jugoslavo e le sue truppe partigiane, e di aver trattato con i fascisti della Xa Mas di Borghese per impedire l’annessione dei territori italiani alla Slovenia.

Dopo la guerra vennero fatti diversi processi per chiarire l’accaduto e per stabilire le responsabilità dell’eccidio di Porzus, sempre ricordato e celebrato dai veterani della Osoppo.

Purtroppo però anche nel dopoguerra l’odio comunista si è manifestato in tutto il suo squallore, tentando di condurre verso l’oblio questa tragica vicenda e opponendosi costantemente agli anticomunisti.

Mario Toffanin (alias “Giacca”) venne comunque riconosciuto colpevole e condannato all’ergastolo nel 1954, ma nella consapevolezza dei crimini commessi cercò e trovò un immediato aiuto nel PCI il quale lo fece espatriare nell’immediato dopoguerra, permettendogli così di sfuggire alla galera.

Il PCI di Togliatti e Longo gli preparò infatti un rifugio sicuro prima in Cecoslovacchia e poi in Slovenia, in totale disprezzo sia delle leggi italiane che delle vittime della Brigata Osoppo, considerate ancora, nonostante tutto e pervicacemente, come dei traditori che avevano collaborato con i soldati della Repubblica di Salò.

Trentasei componenti della brigata criminale comunista che parteciparono al massacro furono condannati dal Tribunale nel 1952, ma vennero successivamente tutti liberati in seguito a varie amnistie.

Ecco le condanne inflitte ad alcuni degli assassini comunisti :


Mario Toffanin  (alias Giacca)

ERGASTOLOPena alla quale si aggiungono trent'anni di reclusione per sequestro di persona, rapina aggravata, estorsione e concorso in omicidio aggravato e continuato.


Vittorio Iuri (alias Marco)

ERGASTOLO - Visse il resto della propria vita a Capodistria, maturando la pensione italiana e gestendo un bar.


Alfio Tambosso (alias Ultra )

ERGASTOLO  -  Si stabilì a Lubiana e rientrò in Italia dopo l'amnistia del 1959.


Ostelio Modesti (alias Franco)

Condannato a 30 anni di carcere – Venne scarcerato nel 1954, e assunto come funzionario della federazione del PCI di Belluno. 
 

Giovanni Padoan (alias Vanni)

Condannato a 30 anni di carcere – Riparò all'estero e nel 1954 fu eletto Segretario Regionale dell'ANPI del Veneto. Fuggì nuovamente dopo la condanna di Firenze e rientrò in Italia dopo l'amnistia, gestendo un negozio di mercerie a Cormons.


Aldo Plaino (alias Valerio)

Condannato a 30 anni di carcere -  A seguito dell'amnistia rientrò in Italia dalla sua residenza nel Territorio Libero di Trieste. Autista, una volta pensionato si trasferì a Buttrio.

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Lorenzo Deotto (alias  Lilli)>

Condannato a 22 anni e 8 mesi di carcere - Riparò a Zagabria dove lavorò come vetraio.

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Leonida Mazzaroli  (alias Silvestro)

Condannato a 22 anni e 8 mesi di carcere - Riparò in Francia dove visse e morì. 
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Urbino Sfiligoi  (alias Bino)

Condannato a 22 anni e 8 mesi di carcere – Rientrò in Italia dopo l'amnistia, e lavorò come minatore.

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Tullio Di Gaspero  (alias Osso>)

Condannato a 20 anni e 8 mesi di carcere, fu detenuto dal 49 al 59, poi da liberò si trasferì in Friuli  per svolgere l’attività di artigiano nel comparto delle sedie.

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Adriano Cernotto  (alias Ciclone)

Condannato a 18 anni di carcere - Riparò ad Umago (Croazia), dove fece l'albergatore.

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Giorgio Julita (alias Jolli)

Condannato a 18 anni di carcere – Fu arrestato nel 49 e visse fra l'Italia e la Jugoslavia.

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Venuto Mauri (alias Piero)

Condannato a 18 anni di carcere - Non rientrò in Italia dopo l'amnistia. 
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Mario-Giovanni Ottaviano (alias Bibo)

Condannato a 18 anni di carcere - Dopo l'amnistia aprì un negozio di mercerie a Trivignano Udinese.

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Fortunato Pagnutti  (alias Dinamite)

Condannato a 18 anni di carcere - Visse in Italia lavorando come operaio edile.


Giorgio Sfiligoi  (alias Terzo)

Condannato a 18 anni di carcere - Visse in Slovenia ai confini del Collio friulano.

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Gustavo Bet (alias Gastone)

Fu assolto e divenne albergatore a Lignano Sabbiadoro.

Nel 1978 l’arroganza delle sinistre si palesò nuovamente, relativamente a questa vicenda, per mano dell’allora Presidente della Repubblica Sandro Pertini che, in osservanza alla rigida ortodossia che lega i seguaci di Marx, concesse la grazia a Toffanin, oltraggiando ulteriormente la Giustizia, le vittime, e le loro famiglie.

Il Boia di Porzus, lampante esempio della vigliaccheria insita nelle bande comuniste partigiane assassine che imperversavano impunemente in Friuli (ma non solo) non tornò in Italia dopo la Grazia, ma rimase in Slovenia.

Il macellaio comunista, nonostante i crimini contro l’umanità commessi, percepì dallo Stato italiano anche una pensione di 672.000 Lire mensili fino al gennaio 1999, anno in cui morì all’età di 86 anni.

Va detto, per completezza di informazione, che il Presidente Pertini nel 1980 alla morte del dittatore Josip Broz Tito, massacratore delle popolazioni di etnia italiana, si precipitò a rendergli omaggio, baciando addirittura il feretro e la bandiera nella quale il carnefice comunista era avvolto.

La strage di Porzus si inserisce in un contesto nel quale emerge inconfutabilmente la diretta e precisa responsabilità dei quadri direttivi comunisti italiani nel disegno eversivo attraverso cui essi intendevano sacrificare la sovranità nazionale, territoriale, e costituzionale, al moloch comunista.

Le finalità criminali dell’apparato comunista, a lungo nascoste dall’universo pseudo intellettuale delle sinistre, appartengono oggi alla storia conclamata e oggettiva che tutti dovrebbero conoscere, ma il muro di omertà eretto dagli eredi di Togliatti, pur metamorfizzati, continua a ostacolare la diffusione della verità.

Una verità che è trapelata anche dalle dichiarazioni di alcuni degli stessi responsabili delle operazioni criminali commesse dai partigiani comunisti, come ad esempio le affermazioni di Giovanni Padovan, alias “Vanni”, Commissario politico della Divisione Garibaldi “Natisone” a quei tempi.

Questa è la sua testimonianza :

"L'eccidio di Porzus e del Bosco Romagno, dove furono trucidati 20 partigiani osovani, è stato un crimine di guerra che esclude ogni giustificazione.

E la Corte d'Assise di Lucca ha fatto giustizia condannando gli autori di tale misfatto.

Benché il mandante di tale eccidio sia stato il Comando sloveno del IX Korpus, gli esecutori, però, erano gappisti dipendenti anche militarmente dalla Federazione del PCI di Udine, i cui dirigenti si resero complici del barbaro misfatto e siccome i Gap erano formazioni garibaldine, quale dirigente comunista d'allora e ultimo membro vivente del Comando Raggruppamento divisioni "Garibaldi-Friuli", assumo la responsabilità oggettiva a nome mio personale e di tutti coloro che concordano con questa posizione.

E chiedo formalmente scusa e perdono agli eredi delle vittime del barbaro eccidio.

Come affermò a suo tempo lo storico Marco Cesselli, questa dichiarazione l'avrebbe dovuta fare il Comando Raggruppamento divisioni "Garibaldi-Friuli" quando era in corso il processo di Lucca.

Purtroppo, la situazione politica da guerra fredda non lo rese possibile".


Oggi gli eredi di Togliatti e Longo sono confluiti, attraverso una metamorfosi  che ha modificato l’aspetto ma non la sostanza della loro essenza ideologica criminale, nel cosiddetto Partito Democratico, il quale si è appropriato del termine “democratico”, appunto, in maniera del tutto arbitraria, falsandone il significato e creando un evidente quanto disgustoso ossimoro.

Parallelamente all’immagine che il PD vuole dare sé, emerge tutta l’ambiguità che ne costituisce l’essenza, palesata nel continuo disprezzo delle vittime del comunismo e nell’incessante martellamento sociale, psicologico, mediatico, politico, intellettuale, didattico, con cui i seguaci di Togliatti glorificano i partigiani comunisti assassini da un lato, mentre dall’altro oscura e mistifica la realtà dei fatti, occultandola e ricorrendo all’omertà congenita che da sempre accompagna la sua sphaera vitae.

Non è un caso che mentre i politici delle sinistre intonano la trita e ritrita canzonetta “Bella ciao!” vengano allo stesso tempo profanati i luoghi del ricordo delle vittime del comunismo, come nel caso in cui le lapidi commemorative  poste accanto ad alcune foibe sono state imbrattate con simboli comunisti disegnati con vernice rossa.

I massacri delle foibe rappresentano una tragica realtà delle zone carsiche, del Friuli Venezia Giulia e delle zone istriane e dalmate, a testimonianza del fatto che all’orrore comunista non c’è mai fine.

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Dissenso

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lunedì 12 ottobre 2020

CRIMINI PARTIGIANI : L'eccidio di Malga Bala

 

Imprigionati, deportati, avvelenati, torturati ed infine tagliati a pezzi: fu questo il tragico destino di ben dodici giovani Carabinieri Reali, catturati nel 1944 dai partigiani comunisti sloveni e italiani alle Cave dei Predil, nellalto Friuli.

I Carabinieri Reali, a quel tempo sotto il Comando tedesco,  costituivano un presidio a difesa della centrale idroelettrica di “Bretto di sotto”, oggi territorio sloveno, che produceva energia per l’intera popolazione della vallata e per la miniera di Cave del Predil, appunto, situata a 10 chilometri da Tarvisio.

A loro era stato chiesto, dopo l’8 settembre 1943, di rimanere al loro posto, al fianco delle popolazioni, per assicurare la regolarità delle funzioni civili (ordine pubblico e polizia giudiziaria) e delle funzioni militari (protezione degli impianti industriali e di pubblica utilità).


Stemma dei Carabinieri Reali

La vigliaccheria partigiana delle bande armate comuniste in quel periodo si accaniva contro obiettivi militari tedeschi mediante agguati e attentati, ben sapendo che ciò avrebbe scatenato le rappresaglie naziste (consentite dai codici di guerra) contro le popolazioni civili.

Dopo aver subito gli attacchi dei “valorosi” partigiani comunisti, che prima si rendevano responsabili delle inevitabili rappresaglie e poi si davano alla macchia, il commissario germanico Hempel richiese al Comando militare la costituzione di un Distaccamento fisso di Carabinieri a protezione della centrale idroelettrica.

Il 23 marzo 1944 però i partigiani assassini di Tito misero in atto un piano criminale, volto a seminare terrore e a destabilizzare quei territori su cui il comunismo titino voleva estendere i suoi artigli, pianificandolo in due fasi.

Dapprima presero in ostaggio il Vicebrigadiere Dino Perpignano, comandante del distaccamento, e il Carabiniere Attilio Franzan, catturandoli mentre rientravano dal paese e si dirigevano verso gli alloggiamenti.

I due partigiani Ivan Likar, detto Socian, e Zvonko, costrinsero i due prigionieri sotto la minaccia delle armi a pronunciare la parola dordine all’ingresso del Presidio, riuscendo così a penetrarvi con facilità insieme agli altri comunisti assassini che nel frattempo avevano circondato la caserma.

Una volta entrati i partigiani catturarono tutti i Carabinieri, sorprendendoli in parte addormentati, e dopo essersi abbandonati ad un criminale saccheggio dei locali, li costrinsero a portare in spalla tutto il materiale trafugato (armi, munizioni, vestiti, cibo, attrezzi, e turbine) mentre a piedi si dirigevano verso la salita che conduceva al Monte Izgora (circa mille metri di altitudine), poi scendendo verso la Val Bausiza, e infine risalendo ancora verso l’altopiano di Bala, appena fuori Tarvisio.

I dodici Carabinieri furono così deportati nel luogo  in cui avrebbero trovato la morte per mano assassina dei vili partigiani comunisti, dei quali ancora oggi le squallide Associazioni come l’Anpi ne commemorano le gesta, a ribadire il loro disprezzo per la Democrazia e i diritti umani.

La sera del 24 marzo 1944 i partigiani decisero di effettuare una sosta, e di pernottare sull’altopiano di Logie, (853 metri di altitudine), rinchiudendo i prigionieri in una stalla.

Quella sera la ferocia comunista e la vigliaccheria partigiana, che hanno sempre contraddistinto l’operato degli “eroici” fautori della cosiddetta “resistenza”, si manifestò con sadico cinismo.

Ai militari venne infatti servito un pasto caldo, costituito da un minestrone nel quale era stata aggiunta soda caustica, varechina e sale nero, nella consapevolezza che i prigionieri affamati avrebbero inconsciamente mangiato tutto ciò che era nel piatto.

Il minestrone avvelenato fu preparato dalle donne della famiglia di Lois Kravanja, uno dei partigiani del commando criminale, composta esclusivamente da elementi comunisti titini, ben felici di esprimere così il loro odio irrazionale e sadico.

Dopo breve tempo i Carabinieri avvelenati iniziarono a contorcersi dal dolore fra atroci spasimi, urlando e implorando i loro carnefici in una lunga agonia che si protrasse per diverse ore.

Il mattino seguente, il 25 marzo 1944, nonostante il fatto che i prigionieri fossero stremati dalla dissenteria provocata dall’ingestione di sale nero e in preda a dolori lancinanti causati dall’azione necrotica della soda caustica, che nel frattempo aveva ustionato faringe, esofago e stomaco, vennero obbligati dai “valorosi” partigiani comunisti titini a marciare fra atroci sofferenze verso Malga Bala, la destinazione finale in cui sarebbero stati uccisi.

Ecco i nomi delle dodici vittime della brutalità comunista e partigiana :

AMENICI Primo (n. a Santa Margherita d’Adige (PD) il 5/09/1905) Carabiniere

BERTOGLI Lindo (n. a Casola Montefiorino (MO) il 19/03/1921 Carabiniere

CASTELLANO Michele (n. a Rocchetta S’Antonio (FG) il 11/11/1910 Car. ausil.

COLZI Rodolfo (n. a Signa (FI) il 3/02/1920 Carabiniere

DAL VECCHIO Domenico (n. a Refrontolo (TV) il 18/10/1924 Carabiniere

FERRETTI Fernando (n. a San Martino in Rio (RE) il 4/07/1920 Carabiniere

FERRO Antonio (n. a Rosolina (RO) il 16/02/1923 Carabiniere

FRANZAN Attilio (n. a Isola Vicentina (VI) il 9/10/1913 Carabiniere

PERPIGNANO Dino (n. a Sommacampagna (VR) il 17/08/1921) Vicebrigadiere

RUGGIERO Pasquale (n. a Airola (BN) il 11/02/1924 Carabiniere

TOGNAZZO Pietro (n. a Pontevigodarzere (PD) il 30/06/1912 Car. ausiliario

ZILIO Adelmino (n. a Prozzolo di Camponogara (VE) il 15/06/1921 Carabiniere



Ecco di seguito le modalità attraverso cui la vigliaccheria partigiana comunista ha confermato la sua infima caratura morale, non superiore a quella di
 scarafaggi o di topi di fogna, quali essi sono.

I prigionieri stremati e consumati dalla febbre, quasi tutti ventenni (e mai impiegati in altri servizi tranne quello a guardia della centrale, cui erano stati sempre preposti), vennero sottoposti allo sfrenato sadismo che caratterizza l’operato degli aguzzini comunisti.

Il Vicebrigadiere Perpignano venne afferrato per primo e spogliato, poi i partigiani gli conficcarono un legno ad uncino nel nervo posteriore di un calcagno, e lo issarono con una corda legata ad una trave a testa in giù, come se fosse un quarto di bue, infine non contenti gli squallidi assassini lo incaprettarono e lo finirono a calci in faccia e in testa.

L’incaprettamento, per chi non lo sapesse consiste nel legare mani e piedi dietro la schiena, facendo passare la corda attorno al collo e provocando lo strangolamento a causa dei movimenti dell’incaprettato stesso.

Nel frattempo gli istinti più selvaggi e brutali dei partigiani palesarono la loro indole criminale con comportamenti inumani, come quello di colpire i prigionieri con violente picconate su ogni parte dei corpi.

I macellai partigiani tagliarono i genitali ad alcuni prigionieri, ancora vivi, e glieli conficcarono in bocca, dimostrando un disprezzo che va al di là dell’umana comprensione e proseguendo la tortura mediante la frantumazione degli occhi e l loro asportazione dalle orbite.

Ad altri prigionieri venne aperto il cuore a picconate, oppure veniva cucita la bocca con filo di ferro dopo averli castrati.

Al Carabiniere Primo Amenici venne aperto il cuore per conficcargli dentro la fotografia dei suoi cinque figli che teneva nel portafoglio.

Dopo la feroce mattanza i Carabinieri furono legati col filo di ferro e trascinati come sacchi sotto un grande masso, e ricoperti sommariamente di neve.

I corpi straziati furono rinvenuti casualmente da una pattuglia di militari tedeschi della Wehrmacht la sera del 28 marzo 1944, e recuperati.


Tarvisio : Sacrario delle vittime di Malga Bala

Oggi i resti mortali di queste vittime del comunismo partigiano riposano, nell’artificioso oblio imposto dai seguaci di Togliatti e dalla compiacenza politica istituzionale, nella torre medioevale della Chiesa a Manolz di Tarvisio, le cui chiavi sono custodite dalle suore di un vicino convento.

I resti di Dino Perpignano di Domenico Dal Vecchio, e di Antonio Ferro sono stati invece riportati nelle località di provenienza dalle rispettive famiglie.

Nel 2018 il Generale dell’aeronautica militare Mario Arpino, ex Capo di Stato Maggiore della Difesa, oggi ultra ottantenne, ha ricordato l’eccidio testimoniando quanto segue :

 

Ero un ragazzino, avevo sette anni nel 1944.

Ho visto quei corpi, ancora me li ricordo.

Stavamo passando da lì, appena fuori Tarvisio, con mio padre.

Eravamo sulla moto, io sul seggiolino dietro.

“Non guardare, non guardare, copriti gli occhi”, mi disse mio padre.

Ma non lo ascoltai.

Erano ghiacciati, denudati, i lividi degli scarponi, forse li avevano finiti a calci.

Uno aveva ancora il manico spezzato di un piccone infilzato nel petto, un paio la bocca cucita con il filo di ferro

 

Oggi si conoscono alcuni dei nomi dei feroci criminali titini che presero parte all’eccidio di Malga Bala, tutti appartenenti alla 17a Brigata comunista Simon Gregorcic del IX° Corpo d’Armata jugoslavo :

 

Socian

Ivan Likar (nome di battaglia Socian e/o Janko), classe 1921, di Bretto di sotto (Slovenia), ideatore della strage, ex minatore, ex alpino e già dipendente delle miniere di Cave, a capo della Brigata partigiana dell’alto Isonzo.

Nonostante tutti i suoi crimini percepirà poi una pensione dallo Stato italiano, insieme agli altri assassini comunisti suoi compagni.

Inoltre passerà indenne attraverso le indagini, se così si può dire, della magistratura slovena, la quale dapprima lo accusò e successivamente lo assolse dalle accuse per l’eccidio di Malga Bala con la seguente motivazione:

“Gli elementi acquisiti risultano non idonei a sostenere l'accusa".

 

Josko
Franc Ursic (nome di battaglia Josko), di Caporetto (Slovenia), che ha poi pagato la sua ferocia e la sua crudeltà.

Fu catturato dai tedeschi e cremato, dopo essere torturato, nel lager della Risiera di Trieste  il 7 aprile 1945.

L’assassino partigiano e comunista ha così finalmente provato sulla sua pelle il significato di tortura verso un essere umano.

 

Silvo Gianfrate (nome di battaglia Srecko), di Foggia. Capo gappista che operava lungo il confine tra Italia ed ex Jugoslavia.

 

Franz Pregelj, ex insegnante che ricopriva l’incarico di Commissario politico del IX° Corpo d’Armata.

 

Lojs (o Aloiz) Hrovat, di Plezzo (Slovenia).

In qualità di Commissario politico del territorio, da cui dipendeva l’approvazione di qualunque azione della Brigata, è responsabile dell’eccidio.

Percepisce dallo Stato italiano una pensione di guerra che ritira mensilmente nella banca di Tarvisio, a due passi dalla torre in cui riposano i resti di alcune delle vittime trucidate a Malga Bala.

Nel ’99 la Procura di Tolmezzo gli ha inviato un avviso di garanzia come sospettato di aver capitanato l’orribile strage.

 

Zvonko, partecipò insieme a “Socian” all’aggressione dei Carabinieri del presidio “Cave del Predil” per estorcere loro la parola d’ordine.

 

Lojs Kravanja, fiancheggiatore comunista.

Le donne della sua famiglia, composta da criminali partigiani titini assassini, prepararono il minestrone avvelenato con soda caustica, varechina e sale nero, che diedero da mangiare ai carabinieri prigionieri.

Questo sadico massacratore si occupò di trascinare, insieme al compare Bepi Flais,  i corpi dei Carabinieri, man  mano che venivano trucidati, seviziati, evirati, e uccisi, sotto un grosso masso e ricoprendoli sommariamente di neve.  

 

Bepi Flais, compare di Lojs Kravanja nell’occultamento sommario delle loro stesse vittime.

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Tarvisio : Commemorazione delle vittime dell'eccidio di Malga Bala

Il negazionismo comunista ancora oggi tenta goffamente di nascondere la verità, esattamente come fece per decenni a proposito dell’eccidio di Katyn l’apparato disinformatore delle sinistre.

In quel caso i mistificatori comunisti incolparono i tedeschi dell’orribile strage di polacchi del 1940 in Bielorussia, reiterandone l’orrore e puntando il dito contro il nazi-fascismo, salvo poi essere sbugiardati e svergognati dalle dichiarazioni di Michail Gorbacev nel 1990 e di Boris Eltsin nel 1992.

Cinquant’anni di menzogne continue alimentate dai comunismi europei e dall’odio che li contraddistingue, esattamente come nel caso del negazionismo con cui ancora oggi gli scarafaggi partigiani tentano di nascondere i loro squallidi misfatti.

Per quanto riguarda l’eccidio di Malga Bala, ci sono voluti ben 65 anni prima che a queste vittime della furia partigiana comunista e assassina venisse concesso il diritto di uscire dal limbo silenzioso e immemore in cui gli intellettualoidi dell’informazione manipolata dalle sinistre li avevano relegati.

E’ stato necessario raccogliere 3500 firme e continuare a bussare al Quirinale e ai vari ministeri per decenni prima che si arrivasse a onorarne la memoria.

Finalmente nel 2009 il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha concesso ai 12 Carabinieri i doverosi riconoscimenti che consistono nelle medaglie d’oro al Merito Civile e alla Memoria, consegnate ai familiari delle vittime dal Comandante Generale dell’Arma.

Il 23 marzo 2019, nel corso di una cerimonia solenne organizzata dall’Arma dei Carabinieri per il 75° Anniversario dell’eccidio di Malga Bala, il Comandante Generale Giovanni Nistri ha reso onore ai 12 Carabinieri decorati di Medaglia d’Oro al Merito Civile, deponendo una corona d’alloro all’interno del Tempio Ossario dove sono custodite le spoglie di 7 delle 12 vittime dell’odio comunista. 



Un riconoscimento che arriva dopo decenni di silenzio, e che stranamente è stato concesso proprio da chi ha fatto del comunismo una sorta di religione e di assioma indiscutibile, Giorgio Napolitano.

Un Presidente che ha manifestato la sua benevolenza concedendo la Grazia ad un efferato criminale comunista come Ovidio Bompressi, l’assassino comunista di “Lotta Continua” che freddò con due colpi di pistola il Commissario di Polizia Luigi Calabresi nel 1972.

Anche a Calabresi, vittima del furore comunista espresso da colui che è stato graziato da Napolitano, è stata concessa la medaglia d’oro al merito civile.

Tutto ciò appare come fumo negli occhi, come strategia per mimetizzare le proprie responsabilità e la propria indole, sbilanciate a favore di una irrazionale appartenenza all’Universo marxista leninista.

Come comunista, fin dal 1945, è stato complice di Togliatti e delle sue politiche criminali, schierandosi sempre verso una palese compiacenza ai dictat di Mosca, come nel caso dei Moti d’Ungheria del 1956 bollati come controrivoluzionari e opera di spregevoli provocatori.

Il vero riconoscimento al merito e alla memoria per le vittime di Malga Bala non è quindi quello concesso da un ex Presidente che ha passato buona parte della sua vita a incensare falsi profeti come quelli idealizzati dal comunismo, bensì quello che proviene dall’anima di milioni di persone che professano un sentimento vero di libertà e di democrazia.

L’antitesi che traspare da tale contrapposizione ci indice ad esprimere un profondo disprezzo per gli ideali condivisi da Napolitano con gli assassini partigiani, uniti da affinità ideologiche che non si possono cancellare.

Il nostro profondo affetto va invece ai Carabinieri e alle vittime del comunismo, di cui gli eroi di Malga Bala nel sono un esempio.

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