mercoledì 26 aprile 2017

IL SILENZIO SUI CRIMINI COMUNISTI

di VITTORIO SGARBI
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da : il Resto del Carlino  -  mercoledì 26 aprile 2017
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Chissà perché la violenza non si chiama con il nome che la esprime, ma con riferimenti a senso unico, reticenti anche di fronte all'evidenza.
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Sono stato alla Risiera di San Sabba, ho ascoltato i discorsi di giusta indignazione contro il Fascismo.
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Poi ho visitato le foibe di Basovizza, dove migliaia di italiani, anche donne e bambini, sono stati gettati vivi in cavità carsiche, senza pietà e a guerra finita, da comunisti jugoslavi sotto il regime di Tito.
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Ebbene, in nessuna lapide, in prossimità delle fosse, pur evidenziate, è richiamata la violenza comunista, come se del male fascista si dovesse parlare, del male comunista si dovesse tacere.
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L'assassino fascista ha un nome, quello comunista non esiste.
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Dissenso
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martedì 25 aprile 2017

LA RESISTENZA ANTISOVIETICA E ANTICOMUNISTA IN EUROPA ORIENTALE 1944-1958

Articolo di Alberto Rosselli, pubblicato su : Storiaverità.org (LINK).
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Alberto Rosselli è un giornalista e saggista storico che ha collaborato e collabora da tempo con diversi quotidiani italiani ed esteri e con svariati siti internet tematici di storia, etnologia, storia militare e diplomatica e geopolitica.
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Per decenni, dalla fine della Seconda Guerra Mondiale fino agli albori degli anni Novanta, buona parte della storia e delle vicissitudini dei popoli dell’Europa orientale e balcanica sottoposti ai regimi comunisti sono rimaste avvolte da un alone di mistero.
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Anche se dei molteplici disastri prodotti, tra il 1917 e il 1989, in tutto il mondo, dalle dittature marxiste ortodosse e no, si era avuta una notevole messe di informazioni e notizie, grazie soprattutto alle testimonianze dei molti profughi che riuscirono ad evadere dai vari “paradisi del popolo”, e grazie alle opere pubblicate da illustri scrittori e scienziati scampati miracolosamente alle persecuzioni e ai gulag e poi fuggiti o emigrati in Occidente.
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Ciononostante, bisognò attendere il definitivo collasso del sistema sovietico per venire a conoscenza di alcuni particolari fenomeni del dissenso manifestatisi oltre cortina nel secondo dopo guerra, come ad esempio quello della lotta armata clandestina che, tra il 1945, la metà degli anni Cinquanta ed oltre, si sviluppò e diffuse nei Paesi Baltici, in Ucraina, in Polonia, in Romania e, con caratteristiche e modalità diverse, anche in alcuni paesi balcanici, come la Iugoslavia e l’Albania.
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Quello della lotta armata contro le dittature facenti capo a Mosca (evento che interessò anche diverse regioni caucasiche tra cui l’Azerbaijgian e l’Armenia russa) è stato un fenomeno sostanzialmente negletto, anche perché i regimi marxisti hanno provveduto con successo ad occultarne e minimizzarne la portata, attribuendone l’origine non tanto alla oggettiva violenza e impopolarità del sistema socio-economico comunista, ma alla supposta matrice “reazionaria” dei vari movimenti ribelli e alla concomitante azione destabilizzatrice esercitata su questi ultimi dalle potenze occidentali interessate “a minare l’integrità e la solidità del mondo socialista”.
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Lo scopo di questa breve pubblicazione non è quello di effettuare un’analisi politologica o sociologica dei regimi sovietico e comunisti, né tanto meno quello di rivisitare gli eventi più eclatanti e noti di contrarietà popolare a questi ultimi (vedi la rivolta di Budapest del 1956 e quella di Praga del 1968, entrambe schiacciate dalla reazione armata di Mosca).
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L’obiettivo che ci siamo preposti è infatti un altro (seppure in qualche modo collegato, direttamente o indirettamente, ai fatti di cui si è detto) è cioè la riscoperta di quei movimenti di resistenza post-bellici che per  un decennio e più tentarono, con le armi e attraverso l’azione politica, di liberarsi dalla tirannide comunista.
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Si trattò – ed è bene precisarlo subito – di un fenomeno complesso, non certo elitario in senso sociologico o facente esclusivo riferimento – come per molti anni sostennero gli storici marxisti – a pochi gruppi di nostalgici e reazionari influenzati dall’”ideologia borghese”.
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Al contrario, esso fu – come si è detto – fenomeno vasto, idealmente motivato, squisitamente politico e socialmente trasversale, che interessò centinaia di migliaia di individui appartenenti a gruppi etnici, culturali e religiosi diversi – talvolta avversi tra di loro – ma tutti uniti da un unico ideale di libertà.
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Per tanto, troppo tempo, il silenzio e la reticenza dei regimi comunisti, ma anche quella delle potenze occidentali (l’effettivo, seppure parziale e disordinato appoggio che, a partire dal 1948, i servizi segreti britannici e statunitensi fornirono ai movimenti resistenziali d’oltre cortina venne sempre sottaciuto per ragioni di sicurezza) ha fatto sì che – ad esclusione degli studi avviati alla metà degli anni Ottanta da alcuni storici baltici – la pubblicistica occidentale non abbia prodotto che poche, scarne indagini sull’argomento.
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Oggi però, grazie anche alla progressiva apertura ad est della UE, e soprattutto alla disponibilità di nuovo e inedito materiale proveniente dagli archivi di Mosca, di parte dei Paesi del Patto di Varsavia, è stato possibile avviare sistematiche e fruttuose ricerche sull’argomento.
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Anche se questo proposito occorre però premettere che, per quanto riguarda la Romania, la Croazia, la Slovenia e l’Albania, la quantità di documentazione messa a disposizione da questi governi appare ancora parzialmente insufficiente e comunque inferiore a quella relativa alle altre aree geopolitiche in cui si sviluppò il fenomeno.
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Circa l’attendibilità e l’imparzialità delle fonti utilizzate dagli storici contemporanei per la messa a punto delle opere date alle stampe in questi ultimi cinque/otto anni, e dalle quali abbiamo in parte attinto, non vi è da dubitare.
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La stragrande maggioranza della documentazione relativa alla storia e all’attività dei movimenti anticomunisti dell’Europa Orientale e della Russia sovietica proviene infatti dagli stessi archivi dell’esercito, della polizia politica e dei servizi segreti sovietici e del Patto di Varsavia.
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Archivi dai quali sono anche emerse curiose pubblicazioni di regime stilate ai tempi della dittatura  con il preciso scopo di addomesticare la verità.
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Tra il 1945 e il 1985, diversi (e dotti) studiosi russi non esitarono infatti a dare il loro appoggio diretto, e in malafede, alla cosiddetta industria della “disinformazione scientifica” messa in piedi dai vertici del Cremlino, collaborando alla stesura di opere sul cosiddetto “fenomeno del banditismo reazionario del secondo dopoguerra”.
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Opere che oggi, agli occhi dello studioso più attento, appaiono un insulto non soltanto alla memoria di tanti martiri della libertà spacciati per “criminali asociali e psicotici”, ma anche al buon senso.
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Trattasi infatti e per buona parte di materiale squisitamente propagandistico, privo di qualsiasi dignità scientifica, grossolano nei contenuti e talvolta anche nella forma.
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In questi testi la totalità dei partigiani anticomunisti processati dai tribunali sovietici o dei paesi del Patto di Varsavia vengono sempre bollati alla stregua di “banditi”, “delinquenti comuni”, “soggetti affetti da schizofrenia”, “esseri deviati dall’ideologia borghese”, “spie al servizio della reazione”, “sadici”, “ladri” e perfino “cleptomani”, “psicolabili”, “omosessuali” e/o “maniaci sessuali”.
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Insomma, di tutto e di più.
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I giudizi espressi in questi documenti appaiono ovviamente poco credibili e talmente faziosi, e ridicoli, da fare dubitare circa l’effettiva presa che tali argomentazioni possano avere conseguito sui loro destinatari (burocrati, militari, insegnanti di scuola, docenti universitari e, naturalmente, opinione pubblica).
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L'incerto appoggio occidentale.
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Si è accennato al ruolo delle potenze occidentali (soprattutto gli Stati Uniti e l’Inghilterra) che fino dalla metà del 1945, tramite i loro servizi segreti, erano al corrente dell’esistenza dei movimenti anticomunisti attivi nell’Europa orientale e dei grossi grattacapi che questi stavano causando a Mosca.
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Tra il 1949 e il 1953, i governi di Londra, Washington, ma anche di Parigi, tentarono di cavalcare, seppure in maniera discontinua e abbastanza scoordinata, tali fenomeni, evitando ovviamente di pubblicizzare la cosa.
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Un atteggiamento quest’ultimo che se da un lato venne adottato per mettere al sicuro (ma fino a che punto ?) la Gran Bretagna e gli Stati Uniti da eventuali ritorsioni sovietiche, dall’altro contribuì a fare sì che il mondo libero non si accorgesse per tempo della reale e spietata natura dei regimi comunisti.
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Già durante la fase terminale della Seconda Guerra Mondiale, alcuni tra gli osservatori occidentali più attenti, tra cui Winston Churchill, avevano iniziato a maturare il sospetto che Stalin, una volta terminato il conflitto, non si sarebbe certo accontentato del dovuto e avrebbe sicuramente cercato di espandere la sfera di influenza sovietica ben oltre i limiti, già sufficientemente ampi, concessi dagli accordi di Yalta del 7-12 febbraio 1945.
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Churchill, al contrario del presidente Franklin D. Roosevelt, ebbe a questo riguardo assai chiaro e precoce il presagio di una futura, dura contrapposizione tra le democrazie occidentali e l’Unione Sovietica, quella che di lì a non molti anni si sarebbe trasformata nella Guerra Fredda.
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Non a caso, il 6 marzo 1946, a Fulton, nel corso di un suo celebre intervento, Churchill citerà per la prima volta la Cortina di Ferro (the “Iron Curtain”), avvertendo che tra “l’Europa orientale e quella Occidentale era ormai calato un pesante sipario”.
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Grazie all’acquiescenza di Roosevelt, già nel 1944 Stalin aveva iniziato a muoversi con molta, troppa libertà onde assicurarsi posizioni di assoluto vantaggio nell’ambito della spartizione del continente europeo.
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Il dittatore georgiano mirava infatti, in totale dispregio della Carta Atlantica (documento firmato il 14 agosto 1941 nel Newfoundland da Roosevelt e da Churchill, ed accettato dall’Urss, nel quale venivano espressi i propositi di pace anglo-americani e nella fattispecie il diritto da parte di “tutti gli stati di riacquistare, alla fine della guerra, la propria indipendenza”) ad inglobare nell’impero sovietico l’intera Europa orientale.
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Stalin era d’altra parte convinto che dopo avere concluso il lungo e vittorioso conflitto contro la tirannide nazi-fascista e l’impero nipponico, gli Stati Uniti ben difficilmente si sarebbero impegnati in una nuova contesa, per di più contro la Russia, per salvaguardare la discussa integrità di popoli e nazioni in realtà abbastanza lontani dall’immaginario e dalla sensibilità collettiva nordamericana.
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E per quanto riguardava l’Inghilterra, questa, da sola, non avrebbe certo potuto rappresentare un serio ostacolo alle mire espansionistiche del dittatore.
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Fu proprio in previsione di ciò che, già a partire dalla tarda estate del 1944, il Cremlino iniziò a muovere le sue pedine, favorendo la formazione di partiti comunisti nei paesi dell’Est europeo.
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Bisognò comunque attendere l’inizio del 1948 per fare sì che sia l’Inghilterra del governo laburista di Clement Richard Attle (che il 26 luglio 1945 prese il posto di Churchill), che gli Stati Uniti di Harry Truman (succeduto a Roosevelt il 12 aprile 1945) iniziassero a valutare più realisticamente la politica espansionistica ed invasiva di Stalin e ad organizzarsi per cercare di porvi un freno.
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Nel corso del 1947, anche in Polonia, Bulgaria e Romania, Mosca favorì la presa del potere da parte di esecutivi ad essa fedeli, ampliando così la sua sfera di influenza.
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Nel febbraio 1948, i comunisti avevano assunto praticamente il controllo della polizia di Praga e orchestrato una violenta epurazione dei soggetti politici non marxisti nella vita pubblica del paese.
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Il 10 marzo, il ministro degli Esteri cecoslovacco Jan Masaryk fu trovato morto nel cortile della sua abitazione.
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Venne annunciato che si era tolto la vita, ma in linea generale tutti gli osservatori, stranieri e no, si convinsero in breve che egli fosse stato assassinato da agenti del servizi segreti sovietici.
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Il 30 maggio vennero indette le elezioni senza la partecipazione di alcun candidato dell’opposizione democratica e, anche in seguito al tentativo fatto dal governo di Praga di beneficiare in qualche modo degli aiuti del Piano Marshall, Stalin si affrettò ad inglobare la Cecoslovacchia, trasformandola in un paese satellite dell’Unione Sovietica.
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Il 24 giugno, le autorità di Berlino Est interruppero tutte le comunicazioni di superficie con l’area occidentale tedesca controllata dagli anglo-americani, lasciando aperti soltanto i corridoi aerei.
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Per circa un anno gli Stati Uniti e la Gran Bretagna furono costretti a rifornire la popolazione di Berlino Ovest con il famoso “ponte aereo”:
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una soluzione di emergenza che comportò una spesa di 224 milioni di dollari, la perdita di svariati velivoli da trasporto e la morte di parecchi piloti occidentali (nel corso dei ben 278.228 collegamenti aerei gli anglo-americani trasportarono qualcosa come  2.326.406 tonnellate di viveri, carbone e altri prodotti).
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Mentre il tentativo di assoggettare la Iugoslavia non sortì alcun successo.
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Come è noto, infatti, il leader Josip Broz (detto Tito) le cui forze durante la Seconda Guerra Mondiale si erano battute contro i tedeschi, gli italiani (almeno fino all’8 settembre 1943) e le formazioni nazionaliste cetniche, croate e slovene, era riuscito a prendere il potere in maniera praticamente autonoma (seppure beneficiando degli aiuti concessi da americani e britannici) e senza ricorrere all’aiuto dell’Armata Rossa.
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Josip Broz detto Tito
Naturalmente, l’atteggiamento dell’”ereticoTito non piacque a Stalin che nel giugno 1948, come è noto,  arriverà ad espellere la Iugoslavia dal Cominform, l’organizzazione degli stati comunisti dell’Europa Orientale.
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Di fronte a questa serie di manovre a sfondo chiaramente aggressivo, antidemocratico e imperialista, verso la fine del 1947 il governo britannico incominciò a mobilitare il SIS (il Secret Intelligence Service) affinché venisse avviata una strategia operativa avente come scopo la messa a punto di adeguate ritorsioni politiche e militari nei confronti dell’Urss :
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manovra che avrebbe incluso anche l’allacciamento di contatti con i gruppi nazionalisti baltici, ucraini, polacchi, romeni e albanesi che da tempo e con alterne fortune tentavano di opporsi alla potestà d’imperio sovietica e comunista.
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Dopo avere tentato, inizialmente con una certa fatica, di coinvolgere gli Stati Uniti, finalmente, nel 1948, Londra riuscì a sensibilizzare Washington circa l’utilità del suo piano, varando di comune intesa con l’OSS (Office of Strategic Service) e con il CIC (Counter Intelligence Corps dell’Esercito) un ben più vasto programma di operazioni tese innanzitutto a valutare la consistenza dei movimenti anticomunisti dell’Europa nord-orientale e balcanica e dell’Ucraina e, successivamente, ad organizzare missioni segrete di appoggio, spionaggio e ricognizione aerea.
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Trovandosi nella necessità di agire in un territorio abbastanza sconosciuto ed ovviamente ostile, l’intelligence britannica e soprattutto statunitense decisero di avvalersi della collaborazione di esperti degli ex-servizi segreti tedeschi (l’Abwehr) e nella fattispecie di un valente analista di questioni e problemi politico-militari dell’oriente europeo, il generale Reinhard Gehlen  (1926-1979).
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Donovan nel 1924
Il 22 Maggio 1945, Gehlen, già responsabile delle Armate Straniere Est (cioè dei gruppi volontari baltici, ucraini e russi affiancatisi o entrati a fare parte della Wehrmacht e delle SS durante la Seconda Guerra Mondiale), si era infatti consegnato agli americani che lo avevano spedito a Washington da William Donovan, direttore centrale dell’OSS, con 52 casse contenenti preziosi documenti riguardanti la composizione e l’attività dei raggruppamenti nazionalisti ucraini, lituani, lettoni ed estoni e di altre formazioni da sempre ostili al regime sovietico.
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In breve tempo Gehlen divenne responsabile della Sezione Affari Sovietici dell’OSS e successivamente della Central Intelligence Agency (CIA).
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Il 12 luglio 1946, l’ex-ufficiale tedesco tornò in Europa dove creò l’”Organizzazione Gehlen”, una struttura spionistica alle dirette dipendenze dei servizi statunitensi.
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Il 1° aprile 1956, l’”Organizzazione Gehlen” passerà sotto il controllo del governo della Germania Occidentale, contribuendo successivamente alla nascita del Servizio Informazioni Federale (BND) di cui lo stesso Gehlen, promosso nuovamente generale, prenderà il comando.
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Gehlen fornì agli Stati Uniti una notevole quantità di importanti informazioni non soltanto sui gruppi resistenziali, ma anche sulla situazione socio-politica ed economica interna di molti territori dell’Europa, delineando lo scenario operativo nel quale avrebbero dovuto agire le cosiddette unità di intruding, cioè i reparti che avrebbero avuto il compito di penetrare la Cortina di Ferro.
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E dato il nuovo evolversi della situazione internazionale, caratterizzato da una sempre più acuta contrapposizione tra Russia e Occidente, alcuni settori del mondo politico e militare britannico e statunitense presero al volo l’occasione, iniziando a premere presso i rispettivi esecutivi affinché si passasse dalla fase di studio all’azione vera e propria.
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Esaminati con cura ed uno ad uno i possibili teatri e valutata la disponibilità di elementi adatti da impiegare per determinate missioni, i britannici giunsero alla conclusione che l’Albania del dittatore Enver Hoxha – oltre ad alcuni Paesi Baltici e all’Ucraina – rappresentassero, in ordine di importanza, gli obiettivi proprietari da perseguire.
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E nella fattispecie, come si vedrà, sarà proprio l’Albania – considerata a torto l’anello debole della catena dei paesi comunisti – a fare da sfondo alle prime infiltrazioni di agenti aventi il compito di prendere contatto con elementi dissidenti già presenti sul territorio e con essi tentare di destabilizzare il regime di Tirana.
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Circa le azioni e le modalità con le quali venne condotta gran parte delle missioni nell’Est Europa ancora oggi non molto si sa, ad esclusione di quelle organizzate, tra il 1949 e il 1952, proprio in Albania dai britannici e dagli statunitensi (e con la tacita connivenza dei governi greco, turco e italiano), mediante l’utilizzo di fuoriusciti albanesi.
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Circa le numerose operazioni effettuate, tra il 1949 e il 1954, dal SIS e dalla CIA nei Paesi Baltici e in Ucraina, il materiale disponibile risulta sufficiente per una prima seria indagine, mentre per altri stati come Romania, Slovenia, Croazia e Armenia, occorrerà attendere ancora del tempo poiché parte della documentazione ufficiale risulta ancora depositata negli scantinati dei servizi segreti sia occidentali sia orientali.
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Dopo la morte di Stalin (5 marzo 1953) e il conseguente inizio del lento processo di “disgelo” tra Stati Uniti e Unione Sovietica, gli americani, soprattutto, hanno ritenuto infatti opportuno secretare gran parte della relativa documentazione.
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La spia Kim Philby
Ciononostante, dopo il 1989, dagli stessi archivi statunitensi, moscoviti e degli altri Stati satellite sono emersi interessanti dossier, utili per comprendere almeno in parte le modalità e la dinamica di queste operazioni top secret di cui, come vedremo, i sovietici erano però perfettamente al corrente, grazie alle informazioni fornite loro da un gruppo di spie (prima fra tutte Kim Philby) da tempo attive sia nel SIS che nella CIA.
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Per quanto concerne l’Albania, l’Ucraina, la Romania e i Paesi Baltici, dai dossier russi, dalle stesse memorie di Philby e dai resoconti di alcuni partigiani sopravvissuti alla repressione sovietica si è potuto appurare che tra il 1946 e il 1953 speciali unità aeree anglo-americane paracadutarono effettivamente in territorio “nemico” un discreto numero di agenti e commando e un certo quantitativo di armi, munizioni, stazioni radio e materiale propagandistico.
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Nell’ambito di queste operazioni, da parte occidentale furono reclutati equipaggi e unità di svariata nazionalità e provenienza (nella fattispecie, vennero ingaggiati piloti polacchi e cecoslovacchi che durante la guerra avevano militato nella RAF, e a seconda delle necessità, agenti di nazionalità balcanica, slava e baltica):
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espediente necessario in quanto sia l’Inghilterra che gli Stati Uniti non vollero affrontare quasi mai il rischio di inviare proprio personale la cui eventuale cattura da parte dei sovietici avrebbe fatto scoppiare una crisi diplomatica dai risvolti imprevedibili.
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Vedremo in seguito, a questo riguardo, il “caso” dell’abbattimento avvenuto nel 1952 in Ucraina del C47 “fantasma” e la successiva protesta all’Onu del rappresentante Andrei Vysinskiy, che dal 1949 aveva sostituito Molotov, ormai inviso a Stalin, nella carica di ministro degli Esteri e di presidente del KI (Komitet Informatzii, il servizio segreto estero sovietico).
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A questo proposito, appare ormai certo che le principali basi dalle quali operarono le speciali unità aeree anglo-americane fossero ubicate, per quanto concerne le missioni condotte nei Paesi Baltici, nell’isola danese di Bornholm (Mar Baltico).
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Mentre per le operazioni effettuate nell’area ucraina, balcanica e caucasica, la CIA (ma anche i servizi inglesi e francesi) si avvalsero, rispettivamente, di basi aeree situate a Malta, in Grecia (nei pressi di Atene), nella Turchia europea, a Cipro, in Austria (vicino a Klagenfurt) e in Germania, vedi ad esempio quella di Wiesbaden.
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Negli anni Ottanta, uno dei primi testimoni a parlare liberamente di queste missioni fu il colonnello polacco Roman Rudkowski che, tra la seconda metà del 1944 e i primi anni Cinquanta, effettuò personalmente, a bordo di velivoli anglo-americani, diversi voli sulla Polonia, nei Paesi Baltici, in Ucraina e in Albania.
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Nelle sue memorie Rudokowski fece accenno anche a missioni condotte nel 1947 da speciali Douglas DC3 sulla Romania, e precisamente in Transilvania, a supporto dei diversi nuclei di partigiani filomonarchici, nazionalisti e appartenenti al vecchio Partito Contadino operanti in questa ed altre regioni.
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Il 18 giugno 1948, l’NSC statunitense (National Security Council) creò l’OPC (Office of Policy Coordination) con a capo Frank Wisner.
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L’OPC agiva come organizzazione indipendente a mezza via tra la CIA e il Dipartimento di Stato e aveva poteri nel programmare e realizzare attività “extra-legali”.
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Le particolari e segrete funzioni operative dell’OPC consentivano al governo statunitense di declinare qualsiasi responsabilità nel caso una o più missioni promosse dallo stesso OPC venissero alla luce, respingendo nel contempo qualsiasi tipo di collusione.
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Durante i suoi quattro anni di esistenza, l’OPC avrebbe favorito l’assistenza ai movimenti di liberazione formati da rifugiati dell’Est Europa fornendo ad essi diretto supporto, preoccupandosi anche di tutelare la sicurezza interna di paesi minacciati dal regime di Mosca.
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Nel luglio 1948, la cosiddetta Operazione Bloodstone, che venne avviata e gestita da una commissione interdipartimentale nota anche come SANACC 395, autorizzò la CIA a dare sostegno a qualsiasi iniziativa segreta anticomunista.
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Uno degli obiettivi di questo gruppo era quello di reclutare gli esuli che erano riusciti a fuggire dalle zone controllate dall’Unione Sovietica o dai suoi stati vassalli e trasformarli, se possibile, in agenti al servizio del mondo occidentale (e degli Stati Uniti, in particolare), impiegandoli in operazioni di intelligence e guerriglia all’interno dei loro paesi d’origine.
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Nella fattispecie, data la sua forza e la capacità dei suoi organici, i movimenti di resistenza lituano e romeno vennero considerati dai vertici dei servizi Usa un bacino ideale dal quale trarre validi elementi da cooptare e addestrare alla “lotta per la libertà ingaggiata contro il regime sovietico”.
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Logo OSS
Il compito di dirigere questa complessa e segretissima struttura venne affidato ad Harry Rositzke a Charlie Katek, veterano dell’OSS.
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In particolare, quest’ultimo venne incaricato di sovrintendere all’addestramento delle reclute fatte confluire nel campo tedesco di Kaufbeuren, situato a circa 150 miglia ad est di Pfullingen :
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sito militare presso il quale era anche presente il centro di coordinamento operativo estero del VLIK (Vyriausias Lietuvos išlaisvinimo komitetas, Comando Lituano Resistenza all’Estero).
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Per quanto concerneva l’organizzazione di missioni  in territorio controllato dai sovietici, il principale referente di Katek era George Belic, che doveva selezionare tra i rifugiati gli elementi più adatti da inviare oltre la Cortina di Ferro.
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Non a caso, Belic lavorò in stretto contatto con il reverendo Mykolas Krupavičius e con il colonnello Antanas Šova, rispettivamente responsabile politico e comandante militare del VLIK di Pfullingen.
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In ordine cronologico, il SIS britannico fu il primo organo segreto ad agire in Europa orientale, nella fattispecie in Albania, Iugoslavia, Polonia ed Estonia, anche se, come avremo modo di vedere, con esiti abbastanza disastrosi, non tanto attribuibili ad una scarsa preparazione dei quadri e dei reparti, ma alla estrema e sconcertante permeabilità dello stesso servizio segreto britannico, minato, già a partire dalla fine degli anni Trenta, dalla presenza al suo interno di svariati agenti al servizio di Mosca :
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primo fra tutti Philby (che, dopo molti anni di indisturbata attività, si sarebbe poi trasferito in Urss diventando colonnello del KGB).
I danni causati da Philby e da alcuni altri agenti doppiogiochisti inglesi al SIS, ma anche all’OPC e successivamente alla CIA, risultarono enormi.
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Essendo stato distaccato, nel 1948, a Washington, con il compito di coordinare gli sforzi congiunti tra l’intelligence inglese e statunitense per sovrintendere le operazioni di sostegno ai movimenti partigiani dell’Europa Orientale, Philby  poté infatti fornire al Cremlino preziose informazioni circa la struttura e i piani dei servizi occidentali :
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informazioni che permisero ai sovietici di sventare la quasi totalità delle missioni di intruding in territorio russo e non solo.
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Va ricordata, a questo proposito, l’attività propagandistica svolta, a partire dal febbraio del 1947, da “Voice of America”, la potente emittente radiofonica statunitense creata nel 1942 dall’Office of Wartime Information per fare giungere notizie nell’Europa occupata dai tedeschi.
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L’emittente, rimasta attiva per molti anni, si avvalse di trasmittenti ad onde corte della CBS e della NBC.
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Oltre all’attività anglo-americana, va rammentato che nel secondo dopoguerra anche la Francia cercò di mettere in piedi un’organizzazione, dipendente dai Servizi di Sicurezza, atta ad operare in Europa Orientale.
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A questo proposito si è appreso dell’esistenza, intorno al 1950, di un sito operativo segreto ubicato a Luzarches.
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Da questa località, tra il 1949 e il 1954, bimotori Douglas DC3 privi di insegne si spostarono abbastanza regolarmente sugli aeroporti di Innsbruck (Austria) e Lahr (Germania occidentale), dai quali decollarono alla volta della Polonia e dell’Ucraina per paracadutare agenti e materiale propagandistico da distribuire alle popolazioni locali.
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Sembra comunque che gran parte di queste operazioni abortì a causa della presenza, anche nei servizi transalpini, di agenti russi infiltrati.
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Per la cronaca, perfino l’Italia contribuì, seppure in maniera marginale, all’attività di sostegno ai movimenti anticomunisti dell’Est Europa.
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Nella fattispecie, il SIFAR (Servizio Informazioni unificate delle Forze Armate) si occupò del reclutamento e dell’addestramento di volontari albanesi da utilizzare per tentare di rovesciare il regime del dittatore Enver Hoxha.
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Sembra a questo proposito che, tra il 1949 e il 1952, appositi centri di addestramento commando sorsero nelle province di Napoli e Bari.
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Si hanno anche notizie, seppure non confermate, circa l’impegno congiunto tra servizi segreti italiani e Vaticano espletato, tra il 1945 e il 1947, in appoggio ai partigiani croati e sloveni krizari (crociati) impegnati contro le forze titine.
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Come è noto, il SIFAR era un organismo suddiviso in due sezioni (spionaggio e controspionaggio).
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Nel 1964, dopo le vicende legate al Piano Solo, questa struttura venne messa in discussione per poi essere disciolta definitivamente nel 1966 e sostituita dal SID (Servizio Informazioni Difesa).
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Dopo il 1954, tutte le iniziative occidentali mirate a sostenere la resistenza d’oltre cortina vennero però sospese, sia in seguito al progressivo indebolimento dei movimenti stessi, sia in concomitanza del “disgelo” avviatosi con l’era Kruscev.
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Nikita Kruscev
Come è noto, Nikita Kruscev rinnegò e condannò lo stalinismo, dando inizio ad una fase relativamente meno dura della dittatura sovietica ;
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atteggiamento che indusse Washington a frenare e poi sospendere l’attività dell’OPC, che era stato istituito nel 1948 per cercare di staccare alcune parti dell’Europa orientale dal controllo sovietico.
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Nel 1954, agli americani – che nel frattempo avevano iniziato a “ripulire” i propri servizi da elementi diciamo “indesiderati” – apparve ormai chiaro che qualsiasi tentativo di destabilizzazione interna dell’Urss, attraverso l’appoggio ai movimenti armati, si sarebbe rivelato non soltanto irrealizzabile, ma politicamente inopportuno.
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Non a caso, i vertici della CIA, che nel frattempo aveva assorbito l’OPC, ricevettero da Washington l’ordine di ridimensionare la propria attività offensiva, dedicandosi con maggiore energia e con nuove modalità operative in programmi meno compromettenti” (1).
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La nuova situazione politica venutasi a creare a Mosca consigliò infatti opzioni differenziate e più caute, anche se all’inizio degli anni Sessanta, con la crisi di Cuba e dei missili, tutto sembrò precipitare, a tal punto che a Washington si pensò di ritornare, con rinnovato e maggiore vigore, alla strategia offensiva preventiva, almeno per quanto concerneva l’azione di intelligence.
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NOTE:

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Il 26 luglio 1947, con la firma da parte del presidente Truman del National Security Act, il CIG (Central Intelligence Group) divenne Central Intelligence Agency (CIA) e venne creato anche un Consiglio per la Sicurezza Nazionale (National Security Council, NSC). Il 19 novembre 1947, l’NSC emanò la direttiva NSC-4, che conferiva alla CIA il potere di organizzare ed intraprendere una massiccia propaganda anticomunista all’estero. Nella fattispecie, un paragrafo segreto autorizzava il direttore della CIA a condurre una guerra psicologica sotterranea utilizzando fondi extra-bilancio. Per adempiere a tale direttiva, fu creato in seno alla CIA l’OSO (Office of Special Operations), a capo del quale fu posto il capo della divisione sovietica del CIG, Harry Rositzke.
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Dissenso
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lunedì 24 aprile 2017

IL SECOLO DEI COMUNISMI

sottotitolo : LA DISINFORMAZIONE DELLA SINISTRA.
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Il libro “il secolo dei comunismi” edito da Marco Tropea , racconta il punto di vista di sette autori , Michel Dreyfus, Bruno Groppo, Claudio Sergio Ingerflom, Roland Lew, Claude Pennetier, Bernard Pudal, e Serge Wolikow, in contrapposizione alle tesi espresse dal Libro nero su tale argomento.
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Dreyfus, insieme ai suoi collaboratori, confuta polemicamente l’idea che il comunismo possa essere ridotto a un’impresa essenzialmente criminale, ponendosi come alternativa “oggettiva” in un approccio variegato e “pluralista  nel declinare le forme politiche  che, a loro parere, ne costituirebbero l’essenza.
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Sul retro dell’opera è stata iscritta una nota da cui traspare però una sorta di condiscendenza verso il comunismo, che pone quindi tutto lo scritto entro confini aleatori e insicuri, pilotati da una sorta di partigianeria, e dando l’impressione di voler correggere bonariamente la tragedia che l’essenza stessa del marxismo ha costituito e rappresentato per l’intero universo, non solo intellettuale.
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La citazione afferma infatti che pur nella sua utopia il comunismo è un potere politico esercitato effettivamente dalle classi popolari, a differenza di fascismo e nazismo.
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Ciò è sufficiente a catalogare chiunque abbia scritto questa affermazione come disinformatore, poiché il marxismo nella sua intima essenza auspica sì la dittatura del proletariato, ma esplicita anche che per raggiungerla occorre esercitare l’uso della violenza con ogni mezzo, e senza remore.
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Questo dictat, espresso da Marx e ripreso da Stalin e dai più feroci dittatori comunisti della Storia, è di per sé sufficiente perché il comunismo stesso sia da rifiutare, e non da sottoporre a bonarie condiscendenze o a considerazioni di riferimento positivo.
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Fin dalle prime pagine si articolano varie congetture secondo cui il comunismo dovrebbe beneficiare di prospetti che, declinando i suoi aspetti peculiari, ne classificano un progetto contestualizzato.
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Si afferma che esistono varie forme di comunismo, estranee a quello di Stalin e di Lenin, come se diversificare le correnti ideologiche e le varianti della sua essenza costituisse un alibi alla intrinseca realtà totalitaria espressa universalmente.
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La prefazione del libro indica il comunismo come uno degli orizzonti della storia politica, giustificando l’uso della violenza come metodo di lotta politica per imporre una rivoluzione considerata legittima.
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Nel proseguo del libro si definisce il comunismo come una realtà sociale, culturale, e come una sorta di religione definita come “dottrina di salvezza”.
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Vengono criticati gli studiosi di storia che si definiscono anticomunisti, indicando come  preconcetto il fatto stesso di essere tali, senza lasciare scampo quindi a chiunque lo professi seppur basandosi su studi storiografici e sociali.
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L’analisi dei metamorfismi derivati dalle varie correnti comuniste, identificati con nomi diversi, come stalinismo, bolscevismo, trotckijsmo, burocratizzazione, scuola totalitaria, socialismo di Stato, riferisce di personalizzazioni intellettuali che sembrano rompere con il marxismo originario, degenerando, secondo l’interpretazione degli autori, come a voler fornire un alibi giustificativo.
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L'essenza del comunismo ...
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Questa giustificazione individuerebbe le cause che determinarono “la rivoluzione tradita” , sempre secondo l’opinione degli autori, entro i limiti di una ipertrofia del livello politico.
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Il capitolo sul totalitarismo scritto da Brigitte Studer mette in discussione l’interpretazione stessa del termine che definisce la società sovietica come “totalitaria”, obiettando quattro diverse interpretazioni di principio in chiave antitotalitaria.
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La prima riguarda la linea di continuità fra leninismo e stalinismo che, a detta di alcuni storici (disinformatori) non seguirebbe nella sua successione temporale una relazione logica tra i due regimi.
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La seconda attiene ai lavori empirici che coinvolgono le forze sociali attive nella collettivizzazione forzata dell’agricoltura.
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In pratica i dirigenti sovietici e Stalin sarebbero stati forzati ad agire contro i contadini a causa della loro preponderante superiorità numerica.
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La terza indica nella inefficienza dell’apparato e nelle sue contraddizioni e improvvisazioni una serie di elementi mancanti ma necessari ad attribuirne il carattere di totalitarismo, che al contrario dovrebbe funzionare come una macchina ben oliata  e rodata.
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In ultima analisi si afferma che il regime di terrore instaurato da Stalin non poteva essere definito come strumento appartenente al totalitarismo, bensì il contrario, perché avrebbe anzi aiutato i membri delle classi inferiori ad agire contro chi li ostacolava nella vita quotidiana, aprendo loro spazi di crescita sociale.
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Il terzo capitolo, che si occupa della storiografia  dei comunismi francese e italiano, è incompleto e colpevolmente omissivo su ciò che realmente ha prodotto la nascita del PCI in Italia.
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Manca qualsiasi riferimento alle bande armate comuniste che scorrazzavano nel dopoguerra uccidendo chiunque si opponesse loro politicamente.
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Mancano i riferimenti alle collusioni e alle complicità di Togliatti nelle tragiche vicende delle foibe, così come per gli esuli italiani in Russia, uccisi dal terrore staliniano.
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C’è solo un piccolo accenno ai comunisti italiani uccisi da Stalin, incompleto e  come tale per nulla esaustivo.
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Gli autori si spingono ad affermare che anzi, i sopravvissuti alle purghe furono poi ricompensati dal comunismo stesso, poiché ne divennero i nuovi dirigenti, fornendo con queste dichiarazioni una sorta di alibi per l’evoluzione della dimensione comunista internazionale.
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Mancano inoltre i riferimenti al famigerato “triangolo della morte” emiliano, in cui l’odio comunista si scatenò con tutta la sua efferatezza.
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Queste omissioni costituiscono una grave e deliberata opera disinformativa, tesa alla mistificazione della realtà storica.
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Il libro nero del comunismo”, contro cui si scagliano gli autori de “il secolo dei comunismi” appare in realtà come testo alternativo alla disinformazione che da 70 anni viene effettuata scientemente da pseudo intellettuali legati al mondo delle sinistre, come quella appunto che si riscontra nel libro di Dreyfus.
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La sinistra da sempre cerca di intorbidire le acque, nascondendo, occultando, mistificando, confondendo, e negando metodicamente tutto ciò che in realtà è ed è stato il comunismo per l’umanità : un male assoluto.
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I professionisti dell’inganno e della disinformazione programmata arrivano anche a dire che le analisi condotte sul comunismo, prima della caduta del muro di Berlino, sono frutto di contaminazioni ideologiche legate ad una conflittualità politica.
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Si profondono in elucubrazioni complesse e acrobatiche, metamorfizzando aspetti oggettivi della realtà storica e sociale, e proponendone una visione  di comodo per disorientare i detrattori e imporre al grande pubblico la loro disinformazione.
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Questo è proprio il caso che si è verificato con la stampa di questo libro, il cui titolo è stato definito appositamente per
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Nel capitolo “comunismo e violenza” , gli autori Michel Dreyfus e Roland Lew ammettono che la violenza è stato un elemento sempre presente e costante in seno ai regimi comunisti, ma affermano che ciò non basta a caratterizzarne i sistemi che vi si richiamano.
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Affermazioni come questa, farneticanti nel loro tentativo di fornire un alibi al sistema comunista, sottintendono che la violenza e il totalitarismo non sono frutto  di un comunismo effettivo e contingente, ma piuttosto esistono in quanto radicate nelle masse, e simbiotiche con il mondo reale.
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Gli autori pongono degli interrogativi sul ruolo che i vari metamorfismi hanno esercitato sul proseguo del comunismo, come leninismo,  stalinismo,  e post stalinismo, inducendo a ritenere che non si possa ricondurre la definizione di  totalitarismo alle evoluzioni inerenti ad ogni periodo storico.
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Distinzioni, alibi, dubbi… tutto appare creato ad arte per mistificare ciò che viene invece negato con forza : il comunismo è un male assoluto, di proporzioni universali e con prerogative assolutamente criminali.
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Nel capitolo 28 invece l’autore Bernard Pudal afferma :
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il comunismo nel XX secolo ha potuto apparire come un riuscito tentativo di risoluzione dei dilemmi della rappresentanza politica operaia”.
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Bisognerebbe dire però che i primi bersagli del comunismo furono in Unione Sovietica proprio gli operai, seguiti poi dai contadini.
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La NEP staliniana (nuova politica economica) produsse fenomeni di sfruttamento e di violenza coercitiva proprio nei loro confronti, con l’istituzione di passaporti, di divieti, di imposizioni, di quote produttive da raggiungere, l’instaurazione del “cottimo”, la nascita dello “stakanovismo”, il divieto di sciopero, e la deportazione per i trasgressori.
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Se consideriamo poi la politica di collettivizzazione delle campagne otteniamo un quadro completo di come il comunismo si sia occupato dei contadini, appropriandosi dei loro terreni e creando fattorie collettive mediante l’inserimento coatto di fasce di popolazione cittadina trasferita all’occorrenza nei territori sequestrati.
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Altro che “risoluzione dei problemi” della classe operaia !
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Appare quindi sempre più evidente l’intento degli autori di fornire un quadro di insieme omologato agli stereotipi proposti dagli intellettuali comunisti che operano nel campo della disinformazione.
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Claudio Ingerflom arriva a stravolgere il concetto secondo cui la volontà del potere e il suo raggio d’azione condiziona le masse popolari.
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In una sua delirante affermazione Ingerflom afferma che il pensiero e l’azione di milioni di uomini non sono la risultante di applicazioni del potere su di loro, ma che anzi le masse si muovono parallelamente oltre tale raggio di influenza.
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Bisognerebbe dirlo ai milioni di deportati su cui il regime comunista ha imposto il proprio potere …
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Nei capitoli scritti da Peter Holist e da Gabor Rittersporn, non c’è alcun accenno al fatto che la presa del potere da parte di Lenin e l’instaurazione del comunismo bolscevico non siano stati una rivoluzione popolare, ma un colpo di stato da parte di una minoranza armata e spietata.
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L’unica ammissione è relativa al fatto, storicamente inoppugnabile, che i bolscevichi non esitavano a ricorrere ad atti di violenza e a spedizioni punitive contro coloro che reputavano “nemici di classe”.
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In ultima analisi il mio personale giudizio su questo libro “il secolo dei comunismi  è estremamente negativo, in quanto non si riscontrano verità oggettive ma solo riflessioni condizionate da un palese orientamento politico, insieme ad elucubrazioni e panegirici dal sapore squisitamente disinformativo.
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Come a dire che il lupo perde il pelo, ma non il vizio…
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Dissenso
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