lunedì 13 gennaio 2020

GIAMPAOLO PANSA

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Oggi è un giorno tragico per tutti noi, per coloro che amano la libertà e la diffusione della cultura senza bavagli.
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E’ infatti venuto a mancare Giampaolo Pansa, uno dei giornalisti più rappresentativi dell’Italia del dopoguerra, artefice di una lettura veritiera degli eventi storici e non contaminata dal “grande fratello” o dagli pseudo intellettuali che subivano e subiscono ancora i dictat imposti dall’ortodossia post-comunista.
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Giampaolo Pansa
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Nato a Casale Monferrato nell’ottobre del 1935 Pansa, che fu anche vicedirettore di Repubblica e dell’Espresso, oltre che giornalista del Giorno, della Stampa e del Corriere, si è spento a Roma all’età di 84 anni.
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Personalmente lo inserii già molto tempo addietro nell’elenco degli scrittori “fuori dal coro”  nel mio sito “Autori del Dissenso”, per il suo impegno nello studio e nella riscrittura storica del dopoguerra italiano, in cui fece emergere le pesanti responsabilità dei partigiani comunisti e il ruolo criminale del comunismo stesso.
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Ecco il Link alla pagina del sito dedicata a lui :
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Come si può vedere, la sua bibliografia è ricca ed esaustiva, e ci racconta la verità sulle nefandezze che il Partito comunista prima, e le sue derivazioni polimorfiche poi (PD), ci hanno tenuto nascosto per interi decenni.
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Le sinistre lo hanno sempre attaccato proprio perché avrebbero voluto continuare a mistificare la verità, definendolo revisionista e alimentando contro di lui la “macchina del fango” che solitamente viene scatenata contro chi si oppone agli eredi di Togliatti.
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Grazie a Pansa oggi possiamo affermare senza timori reverenziali che i partigiani comunisti erano degli assassini sanguinari, veri e propri criminali protetti dal Partito comunista.
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La sua cronaca severa e imparziale ci ha regalato una vera e propria controstoria della resistenza, che risulta essere molto dissimile da quella che invece ci vorrebbe propinare il gotha delle sinistre e gli pseudo intellettuali che si prostrano a tale cospetto.
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Pansa è un eroe del nostro tempo che ha avuto il coraggio di sfidare l’arroganza con cui gli scribacchini al servizio del PCI e dell’odierno PD hanno costruito un muro omertoso per coprire le proprie sanguinose responsabilità.
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La sinistra intera, nessuno dei suoi squallidi rappresentanti escluso, è stata da lui ampiamente sbugiardata e obbligata a prendere atto che l’epoca delle loro menzogne era terminata.
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Per questo motivo Pansa è stato contestato dagli appartenenti ai cosiddetti “centri sociali”, l’accozzaglia di rifiuti umani orbitanti nell’area delle sinistre che per prime li coccolano e li usano come braccio armato quando devono impedire agli avversari politici di parlare nei comizi pubblici, i quali sbandierando un anacronistico quanto trito e ritrito antifascismo militante lo hanno contestato violentemente.
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Le Brigate Rosse, Palmiro Togliatti, i centri sociali, la violenza, il PCI e il PD, la mistificazione e l’inganno, la protervia e l’arroganza, sono tutti anelli di una medesima catena che caratterizza l’essenza stessa del comunismo a cui fanno riferimento.
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La società civile e democratica, lontana anni luce dall’universo orwelliano cui vorrebbe costringerci la sinistra, ha capito grazie anche a Pansa e alla sua coraggiosa letteratura illuminata quali siano i baluardi di libertà degni di rispetto indicati negli scritti dell’autore scomparso, e per contro chi invece debba essere oggetto del comune disprezzo.
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Giampaolo Pansa si è sempre dichiarato “di sinistra” ma il suo amore per la verità lo ha condotto a rifiutare quella stessa parte politica che si è rivelata essere completamente marcia e fondata su inganni e menzogne.
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La violenza della sinistra e l’odio, entrambi insiti nel DNA degli eredi di Togliatti, sono le caratteristiche palesi che oggi tutta Italia ha potuto chiaramente osservare, non solo per le evidenze quotidiane che traspaiono dall’uso reiterato della “macchina del fango” da parte dei centri sociali o delle neonate “sardine”, ma anche grazie alle verità finalmente svelate e pubblicate da Giampaolo Pansa, un maestro che ha resistito alla violenza di quella sinistra che lo voleva annichilire, così come facevano anche i criminali marxisti delle Brigate rosse per tacitare gli oppositori del comunismo.
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Si potrebbe dire che Pansa ha inaugurato una nuova resistenza, non più quella criminale e comunista di partigiani che si sono nutriti del sangue degli italiani, ma quella che anzi si contrappone a tutto ciò, in nome della verità e della libertà.
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Una nuova resistenza che non canta “bella ciao”, così come fanno invece ostentatamente i politicanti che occupano oggi abusivamente gli scranni parlamentari, ma che rifugge dagli schematismi imposti dall’intellighenzia radical chic dell’universo marxista e contrappone ad essi una visione oggettiva della realtà.
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Le nefandezze del comunismo sono ormai note (su questo argomento ho scritto un libro, reperibile su Amazon, che ha per titolo “Gli scheletri nell’armadio del comunismo”) ma il PD continua a tentare di spadroneggiare, usando le stesse tattiche e la stessa violenta arroganza che da sempre gli appartengono, rivolgendola verso coloro che, come Pansa, li sbugiardano.
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La sinistra oggi nel suo variegato complesso che comprende PD, “sardine”, Leu, Italia Viva, centri sociali, e tutto il microcosmo di gay, lesbiche, universi paralleli come quello di Bibbiano, è una immensa associazione a delinquere che tenta di sopravvivere all’estinzione facendo pagare un caro prezzo al Popolo italiano.
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Solo diffondendo i valori dell’anticomunismo e facendo conoscere a tutti i loro crimini e criminali, si può proseguire nel percorso che condurrà alla vittoria contro di loro, proprio come ha fatto Giampaolo Pansa.
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Grazie Giampaolo, ci mancherai.
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Dissenso
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martedì 7 gennaio 2020

STALIN E IL GENOCIDIO EBRAICO


Non tutti sanno che Stalin prima di morire aveva iniziato un vero e proprio piano di sterminio della popolazione ebraica che era presente sul territorio sovietico, nonostante il fatto che più della metà dell’apparato criminale  comunista fosse composto proprio da elementi ebrei.
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Sul ruolo degli ebrei nella società comunista ecco di seguito il link ad un mio vecchio articolo :
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Il pretesto scatenante con cui il dittatore georgiano iniziò quello che sarebbe diventato un vero e proprio percorso genocida della razza ebraica, fu il cosiddetto “processo dei medici”, progettato e costruito appositamente a tale scopo, così come tutti gli altri “processi farsa” con cui Stalin eliminò i suoi avversari.
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Le direttive di Iosif Stalin per istituire tale processo puntavano ad attribuire precise responsabilità  dei medici ebrei in un complotto antirivoluzionario.
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Il piano generale prevedeva di lanciare una nuova grande ondata di Terrore di cui sarebbero state prodromiche proprio le persecuzioni anti-ebraiche e i pogrom già ampiamente sperimentati in tutta la Russia.

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Quadro di Vladimiro Schereechewsky  -  Una tappa dei deportati in Siberia
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Se la morte non avesse colto Stalin il 5 marzo 1953, il piano criminale che era già stato avviato negli ultimi mesi del 1952 sarebbe stato eseguito alla lettera e completato, essendo già pianificato nei minimi particolari dal suo ideatore.
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Naturalmente il comunismo italiano e le sue propaggini metamorfizzate, fino ad oggi, si sono ben guardati dal menzionare tutto ciò, riferendosi a Stalin solo come ad un “faro”, come guida da seguire, identificando come unico sterminatore di ebrei solamente Adolf Hitler.
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I medici ebrei riconosciuti colpevoli sarebbero stati impiccati nella Piazza Rossa, su una piattaforma di pietra che nel Medioevo veniva usata per le esecuzioni capitali.
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Nel frattempo la famigerata polizia segreta, quella per intenderci con cui collaborava Palmiro Togliatti, il numero due del Comintern, avrebbe organizzato dei pogrom in tutta l’Unione Sovietica.
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Sarebbe iniziato il genocidio, articolato in tre distinte fasi programmate a tavolino.
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La prima fase prevedeva di deportare gli ebrei residenti nelle città sovietiche in campi di prigionia appositamente preparati nei territori ad est degli Urali.
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Russia. Treno merci carico di deportati destinati al gulag
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Successivamente si sarebbe proceduto a mettere le elite ebraiche una contro l’altra, spingendo i leader a compiere provocazioni di vario tipo e rendendo così apparentemente giustificabili le reazioni governative.
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L’anno precedente Stalin aveva già fatto uccidere le elite intellettuali ebraiche, sbarazzandosi di scrittori, poeti, e artisti di lingua yiddish, e nella seconda fase si sarebbe poi proseguito in questa direzione.
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L’ultima fase sarebbe stata quella in cui si sarebbe proceduto a sterminare gli ebrei rimasti, arrivando così a compiere un genocidio di milioni di persone innocenti su base etnico, sociale, e religiosa, del tutto simile all’olocausto nazista.
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Poco prima della morte di Stalin, a Kovotcenko e a Melnikov rispettivamente Capo del Governo e Primo Segretario del Partito, in Ucraina, venne impartito l’ordine di dare il via ai pogrom nella loro regione.
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Meno di due mesi prima che Stalin morisse si stava approntando un enorme numero di mezzi di trasporto per la prevista deportazione di intere masse popolari, costituite appunto dagli ebrei.
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Verso la fine del 1952 Stalin diede l’ordine al Partito Comunista Polacco di prepararsi ad individuare e ad arrestare tutti i circa 70 mila ebrei presenti in Polonia, e di chiuderli in campi di lavoro in attesa della loro deportazione in Siberia.
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Era previsto infatti che le deportazioni dovessero colpire tutti gli ebrei presenti nei territori satelliti dell’Est europeo.
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Louis Rapoport
Louis Rapoport nel suo libro “La guerra di Stalin contro gli ebrei” racconta che fu approntato un immenso campo di lavoro negli altipiani vicini a Barnaul, una cittadina nella regione del Kuzbass, a nordest del Kazakhstan, a sud di Novosibirsk e della zona petrolifera della Siberia occidentale.
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Tutta quest’area, grande come l’Italia e la Jugoslavia messe insieme, era letteralmente costellata di centinaia di campi di concentramento sovietici.
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Un tecnico ebreo che lavorava per la Marina russa nella Siberia occidentale vide uno di questi campi, dalle enormi estensioni, in cui migliaia di baracche componevano una città fantasma che si estendeva per almeno due chilometri quadrati.
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Nel 1956 vennero trovati nelle remote regioni  del Birobidzan altri due campi dalle proporzioni gigantesche, costruiti per espresso ordine di Stalin nel 1952 insieme ad altri che si trovavano sull’isola di Novaja Zemlja nell’Artico, a nord est di Arcangelo.
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Alcune testimonianze confermano di aver sentito conversazioni fra funzionari ben pasciuti e impellicciati che discutevano sulle località più adatte per deportare gli ebrei, e che propendevano per la regione siberiana della Kazakhinskoje, presso Krasnojarsk, ad alcune centinaia di chilometri da Barbaul.
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Il disegno genocida di Stalin era ben delineato e se non fosse morto si sarebbe verificato il più grande olocausto della storia dell’umanità, a danno non solo degli ebrei, tragicamente superiore in numero a quello nazista.
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Forte dell’esperienza dei gulag, l’apparato criminale comunista sovietico avrebbe costituito un immenso impero industriale, grazie alla schiavitù di due milioni di ebrei, a cui si sarebbero aggiunti prigionieri di varie etnie nazionali deportate e altri milioni di detenuti politici.
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Nella regione desertica del kazakhstan, che assomiglia ad una fredda steppa lunare, erano già stati deportati dalla Polizia di Berja una gran varietà di elementi di etnia lettone, tatari di Crimea, ceceni, ingusci del Caucaso, coreani, moldavi, tedeschi del Volga, greci, turchi, e altri ancora.
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Secondo le dichiarazioni di Roy Medvedev, storico e critico dello stalinismo, il cui padre morì in un lager comunista, Stalin aveva scelto non il Birobidzan o la Siberia per la deportazione dei due milioni di ebrei, ma le regioni settentrionali del Kazakhstan.
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Il solo campo di Karaganda, esteso per oltre 450 chilometri, ne avrebbe accolti una buona parte.
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In alcune zone erano già presenti consistenti nuclei di deportati, come la colonia di bessarabi esiliati dopo l’annessione della provincia rumena  nel 1940, oltre a gruppi di ebrei ucraini provenienti da Kiev, oppure da Odessa e da altre città.
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Costoro erano invisi alla popolazione locale, che era stata “informata” dal regime del “complotto dei medici” e del ruolo di traditori degli ebrei.
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I deportati venivano quindi trattati con disprezzo, al punto che i bambini locali picchiavano i bambini deportati, cantando loro canzoncine le cui parole erano :
 “Giudeo, giudeo, penzola da una corda … Ebreo Abramo, prima schiatti, meglio è..
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Nel febbraio del 1953 Stalin iniziò il piano di deportazione, mandando nel Kazakhstan gli intellettuali ebrei e le loro famiglie, insieme ai bolscevichi ebrei della vecchia guardia, e la stampa di regime incominciò una campagna di odio verso di loro.
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Solo la morte di Stalin interruppe quello che sarebbe stato, altrimenti,  il genocidio di milioni di persone innocenti …
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Tutto ciò è stato accuratamente nascosto dai criminali comunisti italiani, come Palmiro Togliatti, i cui eredi ancora oggi mistificano la verità attraverso un apparato pseudo intellettuale che nasconde la verità.
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Una verità quella comunista, fatta di sangue e di orrore.
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Dissenso
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domenica 5 gennaio 2020

La strage di ACCA LARENZIA


Il 7 gennaio del 1978 a Roma avvenne un gravissimo episodio di sangue, ordito dalle frange violente di Lotta Continua contro alcuni attivisti del Movimento Sociale Italiano.
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Cinque giovani militanti missini, che stavano uscendo dalla sede romana di via Acca Larenzia, nel quartiere Tuscolano, per distribuire volantini che pubblicizzavano un concerto di un gruppo musicale chiamato Amici del Vento, furono presi di mira da un gruppo di fuoco composto da cinque o sei persone, che esplosero diversi colpo di armi automatiche contro di loro.
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La sede di Via Acca Larenzia a Roma dopo l'eccidio
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Il ventenne Franco Bigonzetti, iscritto al primo anno della Facoltà di Medicina e chirurgia rimase ucciso sul colpo.
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In tre, il meccanico Vincenzo Segneri (ferito ad un braccio), il responsabile dei comitati di quartiere Maurizio Lupini e lo studente Giuseppe D’Audino, riuscirono a riparare all’interno della sede e a chiudere la porta blindata dietro di loro, sfuggendo all’attacco terroristico e a salvarsi.
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Un quinto ragazzo, lo studente diciottenne Francesco Ciavatta, fu ferito e tentò di scappare percorrendo la scalinata sita a lato della sezione, ma venne inseguito dagli assalitori che gli spararono nuovamente colpendolo alla schiena.
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Il giovane morì in ambulanza durante il trasporto all’ospedale.
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Nelle ore concitate che seguirono l’attentato si radunò una folla sgomenta di attivisti e di militanti missini che si riunirono in un sit-in improvvisato per protestare contro l’aggressione, ma forse a causa del gesto di un giornalista che pare abbia distrattamente gettato un mozzicone di sigaretta sul sangue raggrumato di una delle vittime, scoppiarono tafferugli e scontri, prima con la troupe della Rai e poi con le forze dell’ordine.
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La polizia sparò diversi candelotti lacrimogeni, e uno di questi colpì anche l’allora Segretario del fronte della Gioventù, Gianfranco Fini.
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I Carabinieri spararono anche alcuni colpi di pistola e secondo alcuni testimoni il Capitano Edoardo Sivori sparò mirando ad altezza d’uomo, ma la sua pistola si inceppò.
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L’ufficiale dei Carabinieri si fece dare quindi un’altra pistola dal suo attendente e saprò di nuovo, stavolta colpendo in piena fronte il diciannovenne Stefano Recchioni, militante della sezione di Colle Oppio e chitarrista del gruppo di musica alternativa Janus.
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Il giovane morì dopo due giorni di agonia.
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Le tre giovani vittime dell'odio comunista

Il Capitano Sivori fu poi scagionato da una perizia balistica sostenendo che il colpo che uccise il giovane Recchioni fu sparato da uno dei brigatisti presenti sul luogo.
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Alcuni mesi dopo l’eccido, il padre della giovane vittima Francesco Ciavatta, si tolse la vita per la disperazione bevendo una bottiglia di acido muriatico.
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Le prime indagini non portarono a conclusioni di rilievo.
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Il Capitano dei Carabinieri Edoardo Sivori, inizialmente indagato, fu prosciolto dal giudice istruttore Guido Catenacci il 21/02/1983, con sentenza di proscioglimento definitivo.
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Nel 1987 grazie alle confessioni di una pentita, Livia Todini, si arrivò all'arresto di alcuni militanti di Lotta Continua, il movimento comunista rivoluzionario che diede origine poi al Nuclei Armati proletari, a Prima Linea e alle Brigate rosse.
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Gli assassini che furono identificati erano :
Mario Scrocca, Fulvio Turrini, Cesare Cavallari e Francesco de Martiis.
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Mario Scrocca si tolse la vita in cella il giorno dopo essere stato interrogato dai giudici, forse sopraffatto dal rimorso.
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Gli altri tre arrestati furono assolti in primo grado per insufficienza di prove, e la stessa sorte toccò a un'altra imputata latitante che si sottrasse alla cattura scappando in Nicaragua, Daniela Dolce moglie del brigatista Fausto Marini.
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La mitraglietta Skorpion usata dai criminali comunisti nell'agguato mortale di via Acca Larenzia
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Una delle armi usate per uccidere i ragazzi di via Acca Larenzia, una mitraglietta Skorpion, fu trovata in un covo delle Brigate rosse in via Dogali a Milano nel 1988 e gli esami balistici stabilirono che fu usata per commettere altri tre omicidi : quello dell'economista Ezio Tarantelli nel 1985, dell'ex sindaco di Firenze Lando Conti nel 1986 e del senatore democristiano Roberto Ruffilli nel 1988.
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A seguito di un'interpellanza parlamentare del 2013 , furono fatte altre indagini per ricostruire la provenienza iniziale dell'arma, e si scoprì che fu originariamente acquistata nel 1971 dal cantante (e appassionato di armi) Jimmy Fontana e che fu da questi venduta nel 1977 a un ispettore di polizia.
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Nonostante questa scoperta rimase però ignoto il modo in cui l'arma sia poi giunta nelle mani dei terroristi, ponendo altri interrogativi inquietanti.
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La strage di Acca Larenzia viene regolarmente commemorata dai militanti di destra, e in alcuni casi le celebrazioni sono sfociate in ulteriori scontri nei quali la violenza delle cosiddette Forze dell’ordine si è manifestata nuovamente uccidendo ancora.
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Nel primo anniversario del 10 gennaio 1979, l'agente di polizia in borghese Alessio Speranza uccise il diciassettenne Alberto Giaquinto che stava scappando insieme con l'amico Massimo Morsello durante gli scontri con le forze dell'ordine nel quartiere Centocelle.
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Lo Stato e la Magistratura delle “toghe rosse” si sono dimostrati latitanti nel corso di indagini che non hanno portato ad alcun colpevole, fornendo così agli assassini comunisti la consueta condiscendenza di cui godono in Italia i seguaci di Togliatti.
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In questo modo rimarrà sempre una ferita aperta nei cuori di chi non può dimenticare la protervia e la violenza di chi usa le armi per affermarsi, come i comunisti.
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Il 1978 è ricordato come l’anno dell’omicidio Moro, ma va detto che anche la strage di Acca Larenzia è una tragedia nazionale e deve avere la giusta attenzione dalle istituzioni riguardo le commemorazioni.
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Purtroppo i governi di sinistra preferiscono alimentare l’odio sociale, preferendo cantare “bella ciao” in ogni occasione possibile, ignorando le vittime di quel comunismo da cui anche loro stesso traggono le origini.
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Personalmente, mi unisco al ricordo dei camerati caduti per la libertà vittime dell’insanabile odio comunista, salutandoli e abbracciandoli.
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Nobis !
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Dissenso
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domenica 29 dicembre 2019

BR : L'OMICIDIO DI GUIDO ROSSA


Guido Rossa (Cesiomaggiore, 1 dicembre 1934  -  Genova, 24 gennaio 1979) è stato un operaio e sindacalista italiano, assassinato durante i cosiddetti “anni di piombo” dagli assassini comunisti delle Brigate rosse.
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Il cadavere di Guido Rossa, colpito dagli assassini comunisti
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Per la prima volta le BR colpirono un rappresentante della clsse operaia, un sindacalista appartenente proprio alla categoria in nome della quale la formazione rivoluzionaria armata pretendeva di agire, manifestando così una simbiosi ideale con il comunismo sovietico, che si nutrì per decenni del sangue dei suoi stessi figli.
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Guido Rossa denunciò il brigatista Francesco Berardi, suo compagno di lavoro all’Italsider di Genova, dopo aver notato che il ritrovamento di materiale propagandistico delle BR e delle loro rivendicazioni, accanto alle macchinette del caffè in fabbrica, coincideva sempre con la presenza dello stesso Berardi.
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Il 24 ottobre 1978 Rossa insieme ad altri colleghi decise di aprire l’armadietto del collega, trovandovi all’interno volantini con la stella a cinque punte e materiale strategico delle Brigate rosse.
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Tutto ciò, insieme alla testimonianza di Guido Rossa in Tribunale, provocherà poi l’arresto e la condanna di Berardi a quattro anni di carcere.
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La vendetta dei terroristi comunisti non si fece attendere.
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Il 24 gennaio 1979 un commando di criminali comunisti sparò contro Guido Rossa mentre stava salendo sulla sua auto, una Fiat 850, per recarsi al lavoro in fabbrica.
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La vittima designata venne inizialmente gambizzata ma poi uno dei killer tornò indietro e gli sparò direttamente al cuore, uccidendolo.
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I tre assassini comunisti delle “eroiche” BR che sono state così coraggiose da sparare contro un bersaglio disarmato e indifeso sono : Riccardo Dura, Vincenzo Guagliardo e Lorenzo Carpi.
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L'odio comunista si palesa
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I partiti della sinistra compatti approfittarono dell’episodio per rimarcare la totale mancanza di compatibilità fra la lotta armata e il movimento operaio, prendendone le distanze, ambiguamente, in quanto consapevoli del fatto che le origini di quel movimento comunista armato e clandestino sono da ricercare proprio nell’appartenenza allo stesso retaggio culturale, o pseudo tale, da cui traeva linfa vitale anche il PCI.
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Il mondo comunista di Togliattiana memoria è stato infatti il motore della delinquenza criminale comunista del dopoguerra, finanziato da Mosca per interi decenni, cresciuto nella sudditanza allo Stalinismo più becero, che ha portato all’espansione della violenza insita nel comunismo stesso, estrinsecata attraverso l’odio e la violenza cieca, così come ci hanno dimostrato le Brigate Rosse.
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Guido Rossa è sola una delle numerose vittime del comunismo, e la sua appartenenza politica in seno ad un sindacato comunista e la sua militanza nel PCI la dicono lunga sulla mistificazione operata dagli pseudo intellettuali del mondo delle sinistre.
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La figlia di Guido, Sabrina Rossa, nel 2008 è stata eletta deputata per il Partito Democratico, dimostrando di non aver capito che il mostro che ha divorato la vita del padre è lo stesso che ora ha fagocitato anche lei, plasmando la sua vita e il sacrifico del padre in una medesima tragica simbiosi.
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Secondo il mio parere Guido Rossa rimane una vittima del comunismo, e tutte le formazioni politiche metamorfizzate che da esso hanno avuto origine sono da considerare complici del suo assassinio, se non materialmente, sicuramente a livello  morale e ideologico.
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Le politiche del PCI, asservito per decenni al comunismo sovietico, e le sue diramazioni criminali come quelle dei partigiani assassini che sono stati una spina nel fianco della democrazia italiana, rappresentano vari aspetti della stessa medaglia che la Storia ha identificato come il Male assoluto : il comunismo.
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Lorenzo Carpi, l’autista del commando che pose fine alla vita di Guido Rossa è latitante dal 1979 e non ha mai scontato un solo giorno di prigione, nonostante sia stato condannato all’ergastolo per tre agguati, e a 16 anni per il ferimento di Roberto Della Rocca, il Presidente dell’Associazione italiana vittime del terrorismo.
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Considerando che il PCI ha sempre protetto i criminali comunisti procurando loro nuove identità e facendoli espatriare, non mi meraviglierei se dietro alla latitanza del brigatista ci fosse lo zampino di qualche autorevole seguace di Togliatti.
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Ricordo a chi legge che anche un criminale assassino del calibro di Francesco Moranino, condannato all’ergastolo per la strage di ben sette persone nel 1944, non fece mai nemmeno un giorno di prigione perché aiutato ad espatriare dal PCI di cui era parlamentare, per essere poi graziato dal Presidente Gronchi che ridusse la sua pena a dieci anni, e infine graziato anche da Giuseppe Saragat (il successore di Gronchi) che gli diede la libertà.
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Il suo ritorno in Italia fu caratterizzato da una calda accoglienza da parte dei comunisti, che lo candidarono tra le loro file e lo fecero eleggere Senatore della Repubblica.
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Non meravigliamoci se oggi ben tre brigatisti ricevono dallo Stato Italiano addirittura il “reddito di cittadinanza” :
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Raimondo Etro, coinvolto nella strage di via Fani e nel delitto Moro, oltre che in altre nefandezze sanguinarie, percepisce 780 euro.
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Massimiliano Gaeta, appartenente alla “nuova stagione” delle BR percepisce 500 euro.
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Federica Saraceni, coinvolta nell’omicidio di Massimo D’Antona, fruisce degli arresti domiciliari ma percepisce ugualmente il reddito di cittadinanza.
Sarà un caso che il padre sia un eminente giudice, fra i fondatori della corrente rossa di Magistratura Democratica ?
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Dissenso
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domenica 17 novembre 2019

MACRON COMPLICE DEL TERRORISMO COMUNISTA


La Francia di Emmanuel Macron ha di nuovo palesato il suo vero volto, manifestando la sua totale accondiscendenza verso personaggi criminali appartenenti al mondo del terrorismo comunista.
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Il territorio francese è diventato il luogo in cui i criminali e gli assassini comunisti italiani trovano un rifugio sicuro che consente loro di eludere le leggi e la Giustizia.
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L’ultimo episodio che conferma queste affermazioni è la liberazione dell’anarchico milanese Vincenzo Vecchi, condannato in Italia a 11 anni e 6 mesi di carcere per le violenze al G8 di Genova nel 2001, e ad altri 4 anni per scontri di piazza a Milano.
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Black bloc in azione a Genova durante il G8
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Questo personaggio, appartenente ai gruppi eversivi del sottobosco criminale comunista italiano, è un professionista della violenza, dedito al furto, all’incendio, alla devastazione e al saccheggio, interpretando un ruolo, quello di “black bloc”, che ripercorre gli stereotipi classici dell’universo criminale marxista: colpire vigliaccamente e scappare, rifugiandosi nel “paradiso” dell’impunità concessa a questi delinquenti dalla Francia.
Questo rifiuto umano, latitante dal momento della condanna, si stabilì sotto il falso nome di Vincent Papale a Saint-Gravé, una località francese che conta circa 700 abitanti, facendo vari lavori, dall’elettricista al muratore, all’imbianchino, sfuggendo così alla giusta condanna per i suoi crimini.
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Scoperto dagli inquirenti milanesi che hanno condotto le indagini in collaborazione con la BNRF francese (una unità di Polizia specializzata nella ricerca e cattura dei grandi criminali), Vecchi è stato arrestato il 9 agosto scorso e rinchiuso nel carcere di Vezin-le-Coquet, nelle vicinanze di Rennes.
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Il criminale comunista
 Vincenzo Vecchi
Immediatamente la stampa sinistroide francese è insorta in sua difesa, nonostante i crimini per cui Vecchi è stato condannato, ed è nato addirittura un comitato di sostegno in suo favore, in totale ed evidente disprezzo della Magistratura e delle Leggi italiane.
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L’intellighenzia d’oltralpe legata a fantasmi del passato come Togliatti e Stalin, si è prodigata nel patrocinare, attraverso pseudo intellettuali come lo scrittore di libri gialli Pierre Lemaitre, lo scrittore Edouard Louis, e il regista Eric Vuillard una difesa ad oltranza che ha poi condotto le autorità francesi a respingere la richiesta di estradizione avanzata dall’Italia.
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La Francia di Macron ha quindi permesso, ancora una volta, che un latitante dell’eversione italiana potesse sfuggire alla Giustizia, garantendogli assoluta libertà e impunità.
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L’anarchico e delinquente Vincenzo Vecchi, alias Vincent Papale, fu uno dei protagonisti degli assalti che portarono alla devastazione di Genova in occasione del G8 nel 2001, e autore corresponsabile degli incendi che distrussero le proprietà private in zona Brignole, come auto, banche, e supermercati, proseguendo poi l’opera criminale nell’assalto al carcere di Marassi.
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Lo pseudo rivoluzionario da operetta si esibì successivamente in una nuova performance criminale, attraverso cui continuò  a lanciare molotov e a tirare sassi contro le Forze dell’ordine a  Milano nel 2006, in Corso Bunos Aires.
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La sinistra francese, incurante dei concetti e del significato di democrazia, di civiltà, di libertà e di legalità, si è subito schierata a favore del teppista incappucciato, così come aveva già fatto in precedenza per altri comunisti distintisi per l’elevato spessore criminale, come :
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(1) Carla Vendetti, (2) Cesare Battisti, (3) Enrico Villimburgo, (4) Enzo Calvitti, (5) Gianfranco Pancino, (6) Giorgio Pietrostefani, (7) Giovanni Alimonti, (8) Giovanni Vegliacasa, (9) Lanfranco Pace, (10) Luigi Bergamin, (11) Marina Petrella, (12) Massimo Carfora, (13) Maurizio Di Marzio, (14) Narciso Manenti, (15) Oreste Scalzone, (16) Paola Filippi, (17) Paolo Persichetti, (18) Raffaele Ventura, (19) Roberta Cappelli, (20) Sergio Tornaghi, (21) Simonetta Giorgieri, (22) Toni Negri, (23) Vincenzo Spanò, (24) Walter Grecchi
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Ma vediamo ora chi sono questi personaggi criminali tutelati arbitrariamente dalla Francia di Macron, che però ambiguamente non esita a condannare chi, come i gilet jaunes (i gilet gialli), tenta di destabilizzare l’ordine costituito.
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(1) Carla Vendetti
Condannata all’ergastolo per l’omicidio Moro e implicata nei delitti D’Antona e Biagi
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Cesare Battisti
(2) Cesare Battisti (proletari Armati per il Comunismo)
Condannato all’ergastolo per quattro omicidi.
Ha beneficiato della cosiddetta dottrina Mitterand in Francia, poi si è rifugiato in Brasile, protetto dal Presidente comunista Lula.
Nel 2019 è stato finalmente arrestato in Bolivia e trasferito in  Italia, dove sconterà la pena nel carcere di Oristano.
Ecco un LINK ad un mio articolo su di lui :
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(3) Enrico Villimburgo (Brigate Rosse)
Condannato all’ergastolo per il suo coinvolgimento nell’omicidio Moro e per gli omicidi Bachelet, Minervini e Galvaligi.
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(4) Enzo Calvitti (Brigate Rosse)
Condannato a 21 anni per tentato omicidio
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(5) Gianfranco Pancino (medico di fiducia di Autonomia Operaia)
Condannato a 25 anni di carcere per associazione a banda armata
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Giorgio Pietrostefani
(6) Giorgio Pietrostefani (Lotta Continua)
Condannato a 22 anni di carcere assieme ad Adriano Sofri per l’omicidio del Commissario Luigi Calabresi.
La pena cadrà in prescrizione nel 2027
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(7) Giovanni Alimonti (Brigate Rosse-Partito comunista combattente)
Condannato a 22 anni di carcere nel processo Moro ter.
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(8) Giovannni Vegliacasa (Prima Linea)
Condannato all’ergastolo
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(9) Lanfranco Pace (Potere Operaio)
Condannato a 4 anni per associazione sovversiva, pena prescritta.
E’ stato latitante in Francia per 15 anni, mentre ora lavora in Italia come opinionista politico per il quotidiano Il Foglio.
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(10) Luigi Bergamin (Proletari Armati per il Comunismo)
Condannato per l’omicidio del macellaio Lino Sabbadin del 16 febbraio 1979 (per cui fu condannato anche Battisti)
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(11) Marina Petrella (Brigate Rosse)
Marina Petrella
Condannata all’ergastolo per l’omicidio di un poliziotto, fu protetta dal Presidente francese Sarkozy, la cui moglie Carla Bruni è sempre stata sospettata di aver fornito le coperture che garantirono al terrorista Battisti di lasciare la Francia per il Brasile.
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(12) Massimo Carfora (Comunisti Organizzati per la Liberazione Proletaria, Lotta Continua, Prima Linea)
Condannato all’ergastolo nel 1983 e incarcerato nel penitenziario  di Piacenza da cui riesce a fuggire per rifugiarsi in Francia.
Sposato, è imprenditore nel settore dell’Editoria.
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(13) Maurizio Di Marzio (Brigate Rosse)
Condannato a 15 anni per vari reati, tra cui l’attentato contro Enzo Retrosi (Dirigente dell’Ufficio collocamento di Roma) e contro Giuseppe Macagna (Docente universitario)
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(14) Narciso Manenti (Nuclei armati per il contropotere territoriale - Guerriglia proletaria)
Condannato all’ergastolo per aver ucciso, nel 1979, l’appuntato Giuseppe Gurrieri, freddato davanti al di lui figlio adolescente.
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Oreste Scalzone
(15) Oreste Scalzone (Potere Operaio) fu arrestato nel 1979 per associazione sovversiva, banda armata, e concorso in rapina.
Nel 1981, dopo aver ottenuto la libertà provvisoria per motivi di salute, scappò in Corsica con l’aiuto dell’amico attore Gian Maria Volonté e da lì raggiunse la Francia che a quell’epoca offriva un rifugio sicuro ai ricercati italiani, grazie alle politiche dell’allora Presidente socialista Francoise Mitterand, secondo la cui dottrina non si dovevano estradare coloro che pur avendo commesso crimini inaccettabili lo avevano fatto per motivazioni politiche vicine alle idee di libertà parigine.
Seguendo la logica di questo assurdo assioma, finalizzato all’evidente protezione di personaggi apertamente legati all’universo marxista, la Francia accolse i terroristi italiani a piene mani, divenendo un’isola di llegalità nel bel mezzo della civile Europa.
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(16) Paola Filippi (Proletari Armati per il Comunismo)
Condannata per l’omicidio del macellaio Lino Sabbadin del 16 febbraio 1979 (per cui fu condannato anche Battisti).
Le è stata concessa la cittadinanza francese perché non potesse essere estradata.
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(17) Paolo Persichetti (Brigate Rosse)
Condannato a 22 anni e mezzo di carcere per partecipazione a banda armata e concorso morale in omicidio per il delitto del generale Giorgieri.
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Roberta Cappelli
(18) Raffaele Ventura (Formazioni comuniste combattenti)
La sua condanna è oramai vicina alla prescrizione.
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(19) Roberta Cappelli (Brigate Rosse, ex moglie di Villimburgo)
Condannata all’ergastolo perché coinvolta nell’uccisione del Generale Galvaligi e nel sequestro Cirillo.
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(20) Sergio Tornaghi (Brigate Rosse, colonna Walter Alasia)
Condannato all’ergastolo per partecipazione a banda armata, e per l’omicidio del maresciallo Francesco Di Cataldo
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(21) Simonetta Giorgieri (Brigate Rosse)
Condannata all’ergastolo per l’omicidio Moro e implicata nei delitti D’Antona e Biagi
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(22) Toni Negri (Autonomia Operaia, Potere Operaio)
Processato e condannato per associazione sovversiva e concorso morale in rapina a 12 anni di carcere.
Uscì di prigione perché eletto deputato nelle file del Partito Radicale, beneficiando così dell’immunità parlamentare, e potendo così rifugiarsi in Francia.
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Simonetta Giorgieri
(23) Vincenzo Spanò (Comunisti Organizzati per la Liberazione Proletaria)
Nel suo nascondiglio di Levallois, un sobborgo di Parigi, la polizia trova nel 1984  un manuale di istruzioni su come abbattere senza pietà i poliziotti.
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(24) Walter Grecchi (Autonomia Operaia)
Condannato insieme a Giuseppe Memeo per concorso morale nell’omicidio del vicebrigadiere della celere Antonio Custra avvenuto il 14 maggio 1977 durante una manifestazione di estrema sinistra.
Vive libero a Parigi.
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Dopo questo “escursus” nel paradiso francese dell’eversione comunista, ove tutto è lecito e nel quale si può tranquillamente vivere sfuggendo alle maglie della Giustizia, irridendo i princìpi di libertà e di democrazia che sono alla base della convivenza civile, vorrei stigmatizzare il fatto che anche in altri Paesi, in cui imperano regimi marxisti, viene dato rifugio ai criminali comunisti che sono ricercati dalla Legge italiana per aver compiuto delitti e stragi.
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Alessio Casimirri
Vorrei citare, ad esempio, Casimirri Alessio, alias “Camillo”, il terrorista delle Brigate Rosse che rapì Aldo Moro e uccise i ragazzi della sua scorta.
Questo assassino a sangue freddo, che ha ucciso con premeditazione rivelando un’indole assolutamente criminale, è stato condannato a sei ergastoli, ma vive da uomo libero in Nicaragua, dove nel 1998 si è sposato con una donna del luogo acquisendo così la cittadinanza di quel Paese in cui vive dal 1982.
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All’agguato ad Aldo Moro in Via Fani partecipò anche un altro personaggio, un comunista criminale di nome Alvaro Lojacono, correo di Casimiro Alessio, ma anche questo terrorista beneficia tuttora della più completa libertà in quanto avendo la cittadinanza elvetica non può essere estradato dalla Svizzera.
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L’Argentina ospita invece Leonardo Bertulazzi, ex appartenente alla colonna genovese delle Brigate Rosse.
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Livio Baistrocchi (Brigatista rosso) è responsabile di attentati e agguati mortali contro Carabinieri, come quello in cui persero la vita il tenente colonnello Emanuele Tuttobene e il suo autista, l’appuntato Antonino Casu.
Condannato all’ergastolo è ancora oggi latitante ma di lui si sono perse le tracce, protetto evidentemente da qualcuno che privilegia la violenza e il sangue piuttosto che la democrazia e la legalità.
Baistrocchi non è l’unico ad essere “sparito” nel nulla poiché altri comunisti  assassini godono delle stesse protezioni che l’universo delle sinistre offre a questi delinquenti.
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E’ il caso di Lorenzo Carpi, alias “Elio”, latitante dal 1980, condannato all’ergastolo per tre agguati e per aver svolto il ruolo di autista del commando che uccise l’operaio dell’Italsider Guido Rossa, e ad altri 16 anni di carcere per il ferimento di Roberto della Rocca, oggi Presidente dell’Associazione vittime del terrorismo.
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Gregorio Scarfò era invece un brigatista appartenente alla colonna genovese, che creò due gruppi eversivi : le Brigate d’assalto volante rossa e i Nuclei comunisti combattenti.
Fu condannato a dieci anni di carcere ma è uccel di bosco dal 1976.
Alcune segnalazioni lo collocherebbero in alcuni quartieri periferici della capitale francese.
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L’elenco di questi criminali protetti e coccolati dalle sinistre è lungo e ci indica quale sia il vero rapporto dei post comunisti con il concetto di legalità e di giustizia, che ricorda molto da vicino lo stesso modus operandi dei partigiani criminali e assassini guidati da Togliatti e Longo nel dopoguerra.
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La letteratura in materia è ampia ed esaustiva ed io stesso ho scritto 5 libri su questi argomenti, stigmatizzando i crimini e i criminali dell’universo comunista, compreso l’operato di colui che ancora oggi è indicato dai sinistroidi come il Migliore, e cioè Palmiro Togliatti.
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Il suo spessore criminale è stato tale da avermi indotto a scrivere su di lui un “saggio” dedicato esclusivamente al ruolo svolto come leader e come capo indiscusso dell’intero apparato comunista italiano.
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Già nel casellario fascista Togliatti era indicato come Comunista pericoloso
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Togliatti era anche il numero 2 del Comintern, la struttura politica attraverso cui Stalin voleva diffondere nel mondo i suoi dictat e la sua rigida ortodossia marxista.
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Per ottemperare alle disposizioni staliniane Togliatti non esitò a condannare a morte certa centinaia di comunisti italiani esuli in terra di Russia, colpevoli di non essere perfettamente allineati all’ortodossia di riferimento, facendoli deportare nei famigerati gulag.
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La rivoluzione armata, il raggiungimento del potere a qualsiasi costo, il disprezzo della vita umana, e l’uso della violenza come metodo di lotta, così come auspicato e raccomandato dallo stesso Marx nei suoi scritti, rappresentano la linea di continuità che lega fra di loro i partigiani assassini, Togliatti e il comunismo russo, le Brigate rosse, e il terrorismo comunista italiano.
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Macron e la politica francese, consapevoli di tutto ciò, in quanto facilmente rilevabile nella recente Storia del Novecento, da cui si desumono i relativi retaggi socio culturali di provenienza, e le considerazioni di pertinenza, hanno scelto deliberatamente di manifestare una palese condiscendenza verso i crimini e i criminali comunisti, continuando ancora oggi a tutelarli e a coccolarli.
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L’era Mitterand si è da tempo conclusa ma pare che la dicotomia governo francese e protezione dei terroristi mantenga una sua linea di continuità, impoverendo la statura morale del Presidente francese e ponendo la politica d’oltralpe ad un livello illiberale e inaccettabile per una Europa democratica.
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Il protezionismo francese nei confronti di criminali che si sono macchiati di fatti di sangue dovrebbe essere esente da speculazioni ideologiche che fanno apparire il Governo francese come un gruppo di imbonitori molto lontani dall’idea di statisti quali invece vorrebbero essere.
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Macron si è dichiarato non di sinistra, ma il suo modus operandi nei riguardi dei terroristi italiani a cui dà protezione ce lo mostra molto vicino ad una sudditanza ideologica che è sbilanciata in loro favore, e questo suscita più di un dubbio.
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E’ certo che l’asse del potere europeo sia oggi saldamente gestito dalla nuova mostruosità politica nata dall’alleanza contro-natura fra marxismo e capitalismo bancario, e che attraverso di essa tutta la programmazione degli Stati membri ne sia pesantemente condizionata.
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Forse proprio per questo si è verificato recentemente un evento che ha preso l’avvio dall’esigenza di ripristino della democrazia e della legalità che parte dell’Europa ha proposto ed approvato, e cioè la risoluzione che equipara il nazifascismo al comunismo.
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Finalmente oggi si riconosce così il ruolo totalitario del sistema comunista in quanto tale, così come è stato ed è tuttora per il nazismo, ridando ad una Europa che fino ad oggi è stata cieca e sorda su tale questione una nuova dignità, una concezione del comunismo finalmente reale, senza alibi e condiscendenze.
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Oggi non ci sono quindi più scuse per Macron, che deve giocoforza accettare di consegnare all’Italia quei criminali comunisti che devono scontare con la galera i crimini commessi.
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Se il mostro Europeo nell’immediato futuro riacquistasse un aspetto umano potrebbe evitare di implodere sotto il peso di una ambiguità che lo ha finora caratterizzato, non ultima la mancanza di condanne decisa verso ogni forma di comunismo, cosa che sembra stia invece evolvendo, nonostante Macron …
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Dissenso
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