lunedì 12 ottobre 2020

CRIMINI PARTIGIANI : L'eccidio di Malga Bala

 

Imprigionati, deportati, avvelenati, torturati ed infine tagliati a pezzi: fu questo il tragico destino di ben dodici giovani Carabinieri Reali, catturati nel 1944 dai partigiani comunisti sloveni e italiani alle Cave dei Predil, nellalto Friuli.

I Carabinieri Reali, a quel tempo sotto il Comando tedesco,  costituivano un presidio a difesa della centrale idroelettrica di “Bretto di sotto”, oggi territorio sloveno, che produceva energia per l’intera popolazione della vallata e per la miniera di Cave del Predil, appunto, situata a 10 chilometri da Tarvisio.

A loro era stato chiesto, dopo l’8 settembre 1943, di rimanere al loro posto, al fianco delle popolazioni, per assicurare la regolarità delle funzioni civili (ordine pubblico e polizia giudiziaria) e delle funzioni militari (protezione degli impianti industriali e di pubblica utilità).


Stemma dei Carabinieri Reali

La vigliaccheria partigiana delle bande armate comuniste in quel periodo si accaniva contro obiettivi militari tedeschi mediante agguati e attentati, ben sapendo che ciò avrebbe scatenato le rappresaglie naziste (consentite dai codici di guerra) contro le popolazioni civili.

Dopo aver subito gli attacchi dei “valorosi” partigiani comunisti, che prima si rendevano responsabili delle inevitabili rappresaglie e poi si davano alla macchia, il commissario germanico Hempel richiese al Comando militare la costituzione di un Distaccamento fisso di Carabinieri a protezione della centrale idroelettrica.

Il 23 marzo 1944 però i partigiani assassini di Tito misero in atto un piano criminale, volto a seminare terrore e a destabilizzare quei territori su cui il comunismo titino voleva estendere i suoi artigli, pianificandolo in due fasi.

Dapprima presero in ostaggio il Vicebrigadiere Dino Perpignano, comandante del distaccamento, e il Carabiniere Attilio Franzan, catturandoli mentre rientravano dal paese e si dirigevano verso gli alloggiamenti.

I due partigiani Ivan Likar, detto Socian, e Zvonko, costrinsero i due prigionieri sotto la minaccia delle armi a pronunciare la parola dordine all’ingresso del Presidio, riuscendo così a penetrarvi con facilità insieme agli altri comunisti assassini che nel frattempo avevano circondato la caserma.

Una volta entrati i partigiani catturarono tutti i Carabinieri, sorprendendoli in parte addormentati, e dopo essersi abbandonati ad un criminale saccheggio dei locali, li costrinsero a portare in spalla tutto il materiale trafugato (armi, munizioni, vestiti, cibo, attrezzi, e turbine) mentre a piedi si dirigevano verso la salita che conduceva al Monte Izgora (circa mille metri di altitudine), poi scendendo verso la Val Bausiza, e infine risalendo ancora verso l’altopiano di Bala, appena fuori Tarvisio.

I dodici Carabinieri furono così deportati nel luogo  in cui avrebbero trovato la morte per mano assassina dei vili partigiani comunisti, dei quali ancora oggi le squallide Associazioni come l’Anpi ne commemorano le gesta, a ribadire il loro disprezzo per la Democrazia e i diritti umani.

La sera del 24 marzo 1944 i partigiani decisero di effettuare una sosta, e di pernottare sull’altopiano di Logie, (853 metri di altitudine), rinchiudendo i prigionieri in una stalla.

Quella sera la ferocia comunista e la vigliaccheria partigiana, che hanno sempre contraddistinto l’operato degli “eroici” fautori della cosiddetta “resistenza”, si manifestò con sadico cinismo.

Ai militari venne infatti servito un pasto caldo, costituito da un minestrone nel quale era stata aggiunta soda caustica, varechina e sale nero, nella consapevolezza che i prigionieri affamati avrebbero inconsciamente mangiato tutto ciò che era nel piatto.

Il minestrone avvelenato fu preparato dalle donne della famiglia di Lois Kravanja, uno dei partigiani del commando criminale, composta esclusivamente da elementi comunisti titini, ben felici di esprimere così il loro odio irrazionale e sadico.

Dopo breve tempo i Carabinieri avvelenati iniziarono a contorcersi dal dolore fra atroci spasimi, urlando e implorando i loro carnefici in una lunga agonia che si protrasse per diverse ore.

Il mattino seguente, il 25 marzo 1944, nonostante il fatto che i prigionieri fossero stremati dalla dissenteria provocata dall’ingestione di sale nero e in preda a dolori lancinanti causati dall’azione necrotica della soda caustica, che nel frattempo aveva ustionato faringe, esofago e stomaco, vennero obbligati dai “valorosi” partigiani comunisti titini a marciare fra atroci sofferenze verso Malga Bala, la destinazione finale in cui sarebbero stati uccisi.

Ecco i nomi delle dodici vittime della brutalità comunista e partigiana :

AMENICI Primo (n. a Santa Margherita d’Adige (PD) il 5/09/1905) Carabiniere

BERTOGLI Lindo (n. a Casola Montefiorino (MO) il 19/03/1921 Carabiniere

CASTELLANO Michele (n. a Rocchetta S’Antonio (FG) il 11/11/1910 Car. ausil.

COLZI Rodolfo (n. a Signa (FI) il 3/02/1920 Carabiniere

DAL VECCHIO Domenico (n. a Refrontolo (TV) il 18/10/1924 Carabiniere

FERRETTI Fernando (n. a San Martino in Rio (RE) il 4/07/1920 Carabiniere

FERRO Antonio (n. a Rosolina (RO) il 16/02/1923 Carabiniere

FRANZAN Attilio (n. a Isola Vicentina (VI) il 9/10/1913 Carabiniere

PERPIGNANO Dino (n. a Sommacampagna (VR) il 17/08/1921) Vicebrigadiere

RUGGIERO Pasquale (n. a Airola (BN) il 11/02/1924 Carabiniere

TOGNAZZO Pietro (n. a Pontevigodarzere (PD) il 30/06/1912 Car. ausiliario

ZILIO Adelmino (n. a Prozzolo di Camponogara (VE) il 15/06/1921 Carabiniere



Ecco di seguito le modalità attraverso cui la vigliaccheria partigiana comunista ha confermato la sua infima caratura morale, non superiore a quella di
 scarafaggi o di topi di fogna, quali essi sono.

I prigionieri stremati e consumati dalla febbre, quasi tutti ventenni (e mai impiegati in altri servizi tranne quello a guardia della centrale, cui erano stati sempre preposti), vennero sottoposti allo sfrenato sadismo che caratterizza l’operato degli aguzzini comunisti.

Il Vicebrigadiere Perpignano venne afferrato per primo e spogliato, poi i partigiani gli conficcarono un legno ad uncino nel nervo posteriore di un calcagno, e lo issarono con una corda legata ad una trave a testa in giù, come se fosse un quarto di bue, infine non contenti gli squallidi assassini lo incaprettarono e lo finirono a calci in faccia e in testa.

L’incaprettamento, per chi non lo sapesse consiste nel legare mani e piedi dietro la schiena, facendo passare la corda attorno al collo e provocando lo strangolamento a causa dei movimenti dell’incaprettato stesso.

Nel frattempo gli istinti più selvaggi e brutali dei partigiani palesarono la loro indole criminale con comportamenti inumani, come quello di colpire i prigionieri con violente picconate su ogni parte dei corpi.

I macellai partigiani tagliarono i genitali ad alcuni prigionieri, ancora vivi, e glieli conficcarono in bocca, dimostrando un disprezzo che va al di là dell’umana comprensione e proseguendo la tortura mediante la frantumazione degli occhi e l loro asportazione dalle orbite.

Ad altri prigionieri venne aperto il cuore a picconate, oppure veniva cucita la bocca con filo di ferro dopo averli castrati.

Al Carabiniere Primo Amenici venne aperto il cuore per conficcargli dentro la fotografia dei suoi cinque figli che teneva nel portafoglio.

Dopo la feroce mattanza i Carabinieri furono legati col filo di ferro e trascinati come sacchi sotto un grande masso, e ricoperti sommariamente di neve.

I corpi straziati furono rinvenuti casualmente da una pattuglia di militari tedeschi della Wehrmacht la sera del 28 marzo 1944, e recuperati.


Tarvisio : Sacrario delle vittime di Malga Bala

Oggi i resti mortali di queste vittime del comunismo partigiano riposano, nell’artificioso oblio imposto dai seguaci di Togliatti e dalla compiacenza politica istituzionale, nella torre medioevale della Chiesa a Manolz di Tarvisio, le cui chiavi sono custodite dalle suore di un vicino convento.

I resti di Dino Perpignano di Domenico Dal Vecchio, e di Antonio Ferro sono stati invece riportati nelle località di provenienza dalle rispettive famiglie.

Nel 2018 il Generale dell’aeronautica militare Mario Arpino, ex Capo di Stato Maggiore della Difesa, oggi ultra ottantenne, ha ricordato l’eccidio testimoniando quanto segue :

 

Ero un ragazzino, avevo sette anni nel 1944.

Ho visto quei corpi, ancora me li ricordo.

Stavamo passando da lì, appena fuori Tarvisio, con mio padre.

Eravamo sulla moto, io sul seggiolino dietro.

“Non guardare, non guardare, copriti gli occhi”, mi disse mio padre.

Ma non lo ascoltai.

Erano ghiacciati, denudati, i lividi degli scarponi, forse li avevano finiti a calci.

Uno aveva ancora il manico spezzato di un piccone infilzato nel petto, un paio la bocca cucita con il filo di ferro

 

Oggi si conoscono alcuni dei nomi dei feroci criminali titini che presero parte all’eccidio di Malga Bala, tutti appartenenti alla 17a Brigata comunista Simon Gregorcic del IX° Corpo d’Armata jugoslavo :

 

Socian

Ivan Likar (nome di battaglia Socian e/o Janko), classe 1921, di Bretto di sotto (Slovenia), ideatore della strage, ex minatore, ex alpino e già dipendente delle miniere di Cave, a capo della Brigata partigiana dell’alto Isonzo.

Nonostante tutti i suoi crimini percepirà poi una pensione dallo Stato italiano, insieme agli altri assassini comunisti suoi compagni.

Inoltre passerà indenne attraverso le indagini, se così si può dire, della magistratura slovena, la quale dapprima lo accusò e successivamente lo assolse dalle accuse per l’eccidio di Malga Bala con la seguente motivazione:

“Gli elementi acquisiti risultano non idonei a sostenere l'accusa".

 

Josko
Franc Ursic (nome di battaglia Josko), di Caporetto (Slovenia), che ha poi pagato la sua ferocia e la sua crudeltà.

Fu catturato dai tedeschi e cremato, dopo essere torturato, nel lager della Risiera di Trieste  il 7 aprile 1945.

L’assassino partigiano e comunista ha così finalmente provato sulla sua pelle il significato di tortura verso un essere umano.

 

Silvo Gianfrate (nome di battaglia Srecko), di Foggia. Capo gappista che operava lungo il confine tra Italia ed ex Jugoslavia.

 

Franz Pregelj, ex insegnante che ricopriva l’incarico di Commissario politico del IX° Corpo d’Armata.

 

Lojs (o Aloiz) Hrovat, di Plezzo (Slovenia).

In qualità di Commissario politico del territorio, da cui dipendeva l’approvazione di qualunque azione della Brigata, è responsabile dell’eccidio.

Percepisce dallo Stato italiano una pensione di guerra che ritira mensilmente nella banca di Tarvisio, a due passi dalla torre in cui riposano i resti di alcune delle vittime trucidate a Malga Bala.

Nel ’99 la Procura di Tolmezzo gli ha inviato un avviso di garanzia come sospettato di aver capitanato l’orribile strage.

 

Zvonko, partecipò insieme a “Socian” all’aggressione dei Carabinieri del presidio “Cave del Predil” per estorcere loro la parola d’ordine.

 

Lojs Kravanja, fiancheggiatore comunista.

Le donne della sua famiglia, composta da criminali partigiani titini assassini, prepararono il minestrone avvelenato con soda caustica, varechina e sale nero, che diedero da mangiare ai carabinieri prigionieri.

Questo sadico massacratore si occupò di trascinare, insieme al compare Bepi Flais,  i corpi dei Carabinieri, man  mano che venivano trucidati, seviziati, evirati, e uccisi, sotto un grosso masso e ricoprendoli sommariamente di neve.  

 

Bepi Flais, compare di Lojs Kravanja nell’occultamento sommario delle loro stesse vittime.

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Tarvisio : Commemorazione delle vittime dell'eccidio di Malga Bala

Il negazionismo comunista ancora oggi tenta goffamente di nascondere la verità, esattamente come fece per decenni a proposito dell’eccidio di Katyn l’apparato disinformatore delle sinistre.

In quel caso i mistificatori comunisti incolparono i tedeschi dell’orribile strage di polacchi del 1940 in Bielorussia, reiterandone l’orrore e puntando il dito contro il nazi-fascismo, salvo poi essere sbugiardati e svergognati dalle dichiarazioni di Michail Gorbacev nel 1990 e di Boris Eltsin nel 1992.

Cinquant’anni di menzogne continue alimentate dai comunismi europei e dall’odio che li contraddistingue, esattamente come nel caso del negazionismo con cui ancora oggi gli scarafaggi partigiani tentano di nascondere i loro squallidi misfatti.

Per quanto riguarda l’eccidio di Malga Bala, ci sono voluti ben 65 anni prima che a queste vittime della furia partigiana comunista e assassina venisse concesso il diritto di uscire dal limbo silenzioso e immemore in cui gli intellettualoidi dell’informazione manipolata dalle sinistre li avevano relegati.

E’ stato necessario raccogliere 3500 firme e continuare a bussare al Quirinale e ai vari ministeri per decenni prima che si arrivasse a onorarne la memoria.

Finalmente nel 2009 il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha concesso ai 12 Carabinieri i doverosi riconoscimenti che consistono nelle medaglie d’oro al Merito Civile e alla Memoria, consegnate ai familiari delle vittime dal Comandante Generale dell’Arma.

Il 23 marzo 2019, nel corso di una cerimonia solenne organizzata dall’Arma dei Carabinieri per il 75° Anniversario dell’eccidio di Malga Bala, il Comandante Generale Giovanni Nistri ha reso onore ai 12 Carabinieri decorati di Medaglia d’Oro al Merito Civile, deponendo una corona d’alloro all’interno del Tempio Ossario dove sono custodite le spoglie di 7 delle 12 vittime dell’odio comunista. 



Un riconoscimento che arriva dopo decenni di silenzio, e che stranamente è stato concesso proprio da chi ha fatto del comunismo una sorta di religione e di assioma indiscutibile, Giorgio Napolitano.

Un Presidente che ha manifestato la sua benevolenza concedendo la Grazia ad un efferato criminale comunista come Ovidio Bompressi, l’assassino comunista di “Lotta Continua” che freddò con due colpi di pistola il Commissario di Polizia Luigi Calabresi nel 1972.

Anche a Calabresi, vittima del furore comunista espresso da colui che è stato graziato da Napolitano, è stata concessa la medaglia d’oro al merito civile.

Tutto ciò appare come fumo negli occhi, come strategia per mimetizzare le proprie responsabilità e la propria indole, sbilanciate a favore di una irrazionale appartenenza all’Universo marxista leninista.

Come comunista, fin dal 1945, è stato complice di Togliatti e delle sue politiche criminali, schierandosi sempre verso una palese compiacenza ai dictat di Mosca, come nel caso dei Moti d’Ungheria del 1956 bollati come controrivoluzionari e opera di spregevoli provocatori.

Il vero riconoscimento al merito e alla memoria per le vittime di Malga Bala non è quindi quello concesso da un ex Presidente che ha passato buona parte della sua vita a incensare falsi profeti come quelli idealizzati dal comunismo, bensì quello che proviene dall’anima di milioni di persone che professano un sentimento vero di libertà e di democrazia.

L’antitesi che traspare da tale contrapposizione ci indice ad esprimere un profondo disprezzo per gli ideali condivisi da Napolitano con gli assassini partigiani, uniti da affinità ideologiche che non si possono cancellare.

Il nostro profondo affetto va invece ai Carabinieri e alle vittime del comunismo, di cui gli eroi di Malga Bala nel sono un esempio.

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Dissenso

domenica 4 ottobre 2020

YURI A. DMITRIEV : Un eroe del nostro tempo

 

Yuri Alexeyevich Dmitriev, nacque nel 1956 a Petrozavodsk, una città della Russia nord occidentale capitale della Repubblica di Carelia.

Alla nascita venne affidato ad un orfanotrofio, poi all’età di un anno fu adottato da una coppia senza figli che lo allevò crescendolo.

A. Dmitriev

Il nonno materno fu deportato come kulaki (contadino considerato ricco) e mandato a lavorare alla costruzione del Canale del Mar Bianco, mentre il nonno paterno, contabile in una fattoria collettiva, venne arrestato nel 1938 e deportato in un gulag staliniano fino alla sua morte.

Il padre adottivo di Yuri era un ufficiale dell’esercito che venne poi dislocato nella Germania Est, e si trasferì quindi a Dresda con tutta la famiglia.

Yuri dal 1988 al 1991 fece parte del Fronte Popolare della Carelia, una branca dell’armata rossa e divenne assistente del deputato del Popolo dell’Urss Mikhail Zenko, nel distretto di Besovets in Carelia.

Oggi Yuri Dmitriev è un attivista che si batte per il rispetto dei diritti civili nel suo Paese.

La sua attività è sempre stata focalizzata a stabilire la verità storica sui crimini di Stalin e rivolta ad individuare i luoghi di esecuzione delle vittime del Grande Terrore, rintracciando gli elenchi segreti che identificano l’identità di coloro che sono stati fucilati a centinaia di migliaia.

Grazie al suo costante impegno i dati storici raccolti pongono la Carelia al primo posto come paese in cui la conoscenza del passato è maggiormente documentata sotto questo profilo rispetto alle altre Repubbliche della federazione russa.

Dmitriev nel 2007

Questa minuziosa opera di ricerca storica letteraria è apparsa però agli occhi di Putin, ex colonnello del KGB, erede del retaggio criminale del vecchio comunismo sovietico, come una sorta di nemico da combattere.

Infatti il 13 dicembre  2016 il regime neo comunista di Vladmir Putin si è inventato una infamante calunnia nei suoi riguardi per poterlo incarcerare e bloccare così la sua raccolta di dati storici sui crimini commessi da Stalin e dal suo apparato delinquenziale.

Yuri venne accusato di aver realizzato immagini pornografiche fotografando la figlia adottiva Natasha, ma il mondo intellettuale, consapevole del fatto che le accuse fossero infondate, si schierò subito schierato in sua difesa, catalizzando l’attenzione della comunità internazionale sul processo a porte chiuse intentato allo scrittore.

Una successiva perizia tecnica stabilì che non c’era alcun elemento di reato, poiché le fotografie erano state scattate per monitorare il miglioramento della salute della figlia, la quale proveniva da un orfanotrofio e appariva molto trascurata e denutrita.

I sostenitori di Yuri raccolsero oltre 30 mila firme chiedendone la scarcerazione, mentre il regime lo sottopose a perizia psichiatrica liberandolo solamente il 27 gennaio 2018 con l’imposizione di non lasciare Petrozavodsk.



Dopo un mese Yuri dovette presenziare ad una ulteriore udienza in Tribunale, a cui fece seguito nel mese di aprile la sentenza di assoluzione dal reato per il quale era stata chiesta dall’accusa una condanna a nove anni di carcere.

La Corte decise però di condannare Yuri per il possesso di un’arma da fuoco, ordinando la sua carcerazione per la durata di un anno seguita da altri tre mesi di obbligo di firma presso l’istituto carcerario.

Subito dopo la prima assoluzione, nel mese di aprile 2018, il Procuratore della città di Petrozavodsk, Yelena Askerova, presentò ricorso alla Corte contro la sentenza, ottenendo così un nuovo processo.

Yuri venne nuovamente  arrestato e contro di lui fu aggiunta una accusa di violenza sessuale nei riguardi della figlie, a causa della quale fu sottoposto ad una ulteriore visita psichiatrica.



Tutto ciò portò il 22 luglio 2020 alla condanna dello scrittore, ponendo fine al suo lavoro di ricerca che avrebbe consentito di completare il “Libro della Memoria” nel quale compaiono i nomi e le vicende di 64 mila “coloni speciali” deportati da Stalin negli anni ’30, da cui discende il 30 % degli attuali abitanti della Carelia.

Nel 1997-1998 scoprì  due importanti fosse comuni : la prima a Krasny Bor, vicino a Petrozavodsk e la seconda a Sandarmokh, un imponente campo di sterminio contenente le salme delle vittime uccise da Stalin.

Nell’area forestale di Sandarmokh furono ritrovate 236 fosse comuni in cui vennero sepolte 9.000 persone di oltre 58 nazionalità diverse nel periodo compreso fra il 1937 e il 1938.

Il lavoro investigativo di Yuri, svolto insieme al Co-presidente del Centro di ricerca Memorial di San Pietroburgo, Venyamin Ioffe, permise di  identificare, studiando i documenti di archivio del FSB di Arkhangelsk, il luogo di sepoltura di coloro che erano stati condannati a morte e uccisi nel gulag delle Solovki.

Dal 1998 in questo orribile e immenso campo di sterminio, in cui riposano finalmente in pace i prigionieri di Solovki e di altre 8.000 vittime del comunismo, sono stati eretti trecento monumenti a scopo commemorativo e si tiene una Giornata internazionale della memoria ogni 5 agosto. 

Il lavoro di Yuri, di Venyamin Ioffe e di Memorial Society ha permesso di dare un nome ad oltre cinquemila delle vittime sepolte a Sandarmokh, in cui emergono le identità di contadini, pescatori e cacciatori, scrittori e poeti, medici, insegnanti e ingegneri, e sacerdoti di tutte le confessioni.



Le vittime ucraine rappresentano una percentuale consistente nel numero globale delle identità scoperte nelle fosse comuni di Sandarmokh, seguite da quelle finlandesi, careliane, e dai tedeschi del Volga.

Riporto di seguito i nominativi di alcune delle vittime cui Yuri Dmitriev ha ridato le rispettive identità :

Principe Yasse Andronikov, ufficiale dell’esercito zarista, attore e regista teatrale. Venne fucilato il 27 ottobre 1937 all’età di 44 anni.

Fyodor Bagrov, Capo di una Fattoria collettiva della carelia. Fucilato il 22 aprile 1938 all’età di 42 anni.

Nikolai Durnovo, linguista russo. Fucilato il 27 ottobre 1937, all’età di 60 anni.

Hryhorii Epik, scrittore ucraino. Fucilato il 3 novembre 1937, all’età di 36 anni.

Vasily Helmersen, bibliotecario e artista russo. Fucilato il 9 dicembre 1937, all’età di 64 anni.

Nikolay Hrisanfov, scrittore careliano. Fucilato l’9 gennaio 1938 all’età di 39 anni.

Camilla Krushelnitskaya, organizzatrice di un gruppo cattolico clandestino a Mosca. Fucilata il 27 ottobre 1937, all’età di 45 anni.

Mykola Kulish, scrittrice, educatrice, giornalista e drammaturga ucraina. Fucilata il 3 novembre 1937 all’età di 40 anni.

L’esame necroscopico effettuato sui teschi delle vittime di Sandarmokh ha rivelato che le vittime sono state uccise con un colpo di pistola alla nuca dai sicari di Stalin che vestivano la divisa della NKVD, i quali eseguivano gli ordini della troika comunista.

Yuri è riuscito a identificare sia i nomi dei componenti delle troike assassine che si macchiarono di questi orribili delitti contro l’umanità che di quelli dei capi squadra che impartivano gli ordini nelle esecuzioni.

Eccone alcuni :

Matveev, era un boia esperto della NKVD e organizzava i trasporti dalle località delle Solovki al luogo delle esecuzioni.

I suoi successori furono : IA Bondarenko e il suo vice AF Shondysh che vennero anch’essi fucilati nel 1939.

In gioventù Yuri iniziò le sue ricerche in collaborazione con Ivan Chukhin, a quel tempo a capo dell’Associazione Memorial della Carelia, il cui padre era stato una delle vittime della repressione staliniana, poi alla sua morte nel 1997 proseguì da solo il lavoro che avevano iniziato insieme.

Il giornalista Alexander Burtin ha descritto la vita di Yuri come intensamente dedicata ad una minuziosa ricerca negli archivi durante i mesi invernali, a cui seguiva nei mesi estivi una attività sul campo, setacciando le zone boschive intorno a città e paesi alla ricerca di possibili fosse comuni.

Dmitriev è stato nominato Segretario della Commissione di Petrozavodsk per la tutela delle vittime riabilitate della repressione politica.

Dal 1997 è a capo dell’Accademia per la difesa dei diritti socio-legali, una ONG che si batte per la difesa dei diritti umani.


Foresta di Sandarmokh

Come Capo dell’Accademia Yuri nel 2002 scrisse all’allora Presidente della Repubblica careliana, Sergei Katanandov, opponendosi al progetto di erigere una statua a Yury Andropov, che era stato Presidente del KGB dal 1967 al 1982  guidando il Komsomol in Carelia dal 1940 al 1944.

Katanandov non prese nemmeno in considerazione la lettera di Dmitriev, e su tale atteggiamento il ricercatore e storico careliano affermò :

Non conosciamo il passato e non lo vogliamo sapere”.

Nel 2005 Dmitriev è stato insignito del premio “Golden Pen of Russia” per le sue pubblicazioni.

Nel 2015 ha ricevuto la Croce d’Oro al merito dalla Polonia per il suo lavoro di ricerca e di identificazione delle vittime di Solovki a Sandarmokh, mentre l’anno successivo il Capo della Carelia, Alexander Hudilainen gli ha consegnato il Diploma d’Onore della Repubblica di Carelia.

Mercoledì 22 luglio 2020 Yury Dmitriev, all’età di 64 anni, è stato condannato dal regime dittatoriale di Putin a tre anni e mezzo di prigione da scontare in una colonia penale, accusato di violenza sessuale sulla figlia adottiva.

Scontando il periodo di detenzione a cui lo storico è già stato sottoposto nel recente passato, Dmitriev avrebbe potuto finalmente riacquistare la libertà, ma la Corte Suprema della Carelia ha accolto il ricorso del procuratore, il quale ha aumentato la pena a 13 anni da scontare in una colonia penale.

La condanna equivale ad una sentenza di morte, in quanto Dmitriev è già fortemente debilitato dall’isolamento forzato in cui è stato costretto fino ad oggi dai sadici carcerieri di Putin, e non potrà reggere ad altri 10 anni di carcere “a regime severo”, configurando il provvedimento come vero e proprio “omicidio su commissione” in cui lo Zar del Cremlino appare mandante e protagonista.

La metodologia con cui Putin distrugge i suoi avversari è tristemente nota e passa anche attraverso la costruzione di false accuse infamanti, con conseguente gogna mediatica, tese alla delegittimazione e a provocare il biasimo popolare.

Fortunatamente lo sciacallaggio esercitato da Putin su chiunque non osservi la rigida ortodossia di un comunismo sopito ma mai scomparso dalla Russia, è ben noto a livello internazionale, così come i suoi metodi brutali e l’uso dell’assassinio mediante sicari prezzolati.

Dmitriev rimane colui che ha restituito a migliaia di persone senza nome, assassinate dal comunismo staliniano, quelle identità che erano destinate ad un colpevole oblio, sepolte non solo fisicamente ma anche nel ricordo di ciò che rappresentarono per l’intera umanità, una massa sofferente in balìa del mostro vorace che si chiama comunismo.

L’ammissione di responsabilità di colui che ha fatto parte di questo apparato criminale, e cioè Vladimir Putin, ex colonnello del KGB, non sono non è contemplata ma anzi costituisce motivo di imbarazzo per chi sulla scena internazionale vorrebbe porsi come idolo di riferimento.

Il servilismo del potere giudiziario verso Putin ricorda molto da vicino quello delle toghe rosse italiane nei confronti ossequiosi con il PD e l’apparato criminale che lo compone.

Solamente la prostituzione ideologica e lo squallore morale di individui corrotti nell’anima possono arrivare a condannare un uomo innocente.

Tutto ciò rimarrà nel ricordo collettivo come una triste pagina di Storia in cui il sadismo espresso dagli eredi del comunismo ha prevalso sulla Democrazia e sui valori di libertà e di civiltà che dovrebbero essere il punto di riferimento per l’incedere della nostra società.

Di fronte a tale arroganza, siamo tutti Yuri Dmitriev …

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Dissenso

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lunedì 21 settembre 2020

La FOIBA di KOCEVSKI ROG

Il 24 agosto 2020, in una conferenza stampa, è stato comunicato dalla Commissione dello Stato che si occupa delle uccisioni compiute dai comunisti nel 1945 il ritrovamento di una nuova cavità naturale contenente resti di infoibati nella zona del Kočevski Rog, l’altopiano carsico nei pressi della città di Kocevje, nel sud est della Slovenia.

Ritrovamento di ossa 

La zona, un’area carsica di calcare, è punteggiato di doline e voragini, ed è ricca di foreste di faggi e di abeti, che consentono la sopravvivenza di orsi bruni, di linci, e di lupi, ma è anche tristemente famosa per le fosse comuni in cui furono gettati i corpi delle vittime dei massacri eseguiti con sadico accanimento dai partigiani comunisti di Tito.

Nella foresta di Kocevski sono già state trovate cinquemila vittime di Tito e circa 750 fosse comuni in gran parte ancora da esplorare.

I titoisti assassinarono i prigionieri di guerra Domobranci sloveni (collaborazionisti volontari, ostili ai partigiani comunisti) e i cetnici (serbi, montenegrini ed erzegovinesi fedeli al re Pietro II in esilio), compreso le rispettive famiglie, nonché tedeschi e cosacchi, massacrandoli e seppellendone i corpi in fosse comuni.

12.000 domobranci che combattevano contro il comunismo di Tito dovettero scappare dalla Slovenia per rifugiarsi in Austria, dove però furono inizialmente rinchiusi dai soldati inglesi dell’Ottava Armata nel campo di prigionia di Viktring, nei pressi di Klagenfurt, poi rimpatriati forzatamente via treno, trovandosi in balìa dei loro aguzzini che a loro volta li rinchiusero nei lager jugoslavi.

Ritrovamento di crocefissi
Si stima chgli jugoslavi rimpatriati dalle forze britanniche e successivamente uccisi dai comunisti di Tito fossero circa 55 mila.

I campi di detenzione più grandi si trovavano a Sentvid, nei pressi della capitale Lubiana e a Teharje, vicino a Celje, entrambe in Slovenia, e all’interno di questi lager i prigionieri furono divisi in tre gruppi, per essere poi avviati alle rispettive destinazioni.

Il gruppo più numeroso fu liquidato per intero dopo maltrattamenti e torture, mentre coloro che provenivano da Sentvid vennero uccisi con un colpo alla nuca e gettati nelle foibe isolate di Kocevski rog, che i partigiani titini sigillavano facendo implodere il loro interno con bombe a mano ed esplosivi.

Nella foiba scoperta nell’agosto 2020 sono stati individuati dagli speleologi incaricati i resti di circa 250 vittime, quasi tutti ragazzini dell'età compresa tra i 15 e i 17 anni.

L’archeologo Uroš Košir, coordinatore delle operazioni di recupero, ha dichiarato alla stampa quanto segue :

"L'abisso in questione si trova nell'area tra Veliki Rog e Stari žag, nelle immediate vicinanze di un vecchio ospedale partigiano, e i resti sono stati trovati alla profondità di 14 metri".

Zdravko Bučar, presidente del club degli speleologi, ha spiegato che lo scavo all'interno della cavità era stato autorizzato alla fine dello scorso mese di maggio, ma che la prima discesa è stata effettuata all'inizio di luglio.

Complessivamente, gli speleologi sono scesi nell'abisso 68 volte e hanno effettuato in totale 91 sollevamenti con 137 carichi.

Ci sono voluti tre giorni pieni per riportare in superficie tutti i resti umani, tra cui 100 adolescenti e 5 donne.

Secondo quanto riportato da Košir, oltre ai resti, sono stati trovati anche cucchiai, pettini, oggetti personali, specchi, un rosario, immagini sacre, rosari, pettini, specchi, e circa 400 bottoni.

I ragazzini sono stati trascinati a centinaia sull’orlo della foiba dai comunisti jugoslavi e lì massacrati a colpi di fucile, come testimoniano i ritrovamenti di ingenti quantità di bossoli lungo i suoi margini esterni, poi scaraventati nella voragine già privi di vita, mentre altri gettati nel vuoto ancora vivi hanno dovuto subìre una lunga agonia prima di morire.


Archeologi al lavoro all'interno della foiba

Purtroppo anche queste vittime, come tante altre infoibate dai comunisti slavi, non avranno mai un nome e rimarranno solamente un tragico ricordo per quelle famiglie che ne hanno pianto la scomparsa, vittime ella ferocia della polizia segreta di Tito, la famigerata OZNA, e del suo braccio operativo, il famigerato Knoj (Corpo di difesa popolare della Jugoslavia).

Durante la trasmissione televisiva di Rai 2 che documentava il ritrovamento della foiba di Kocevski Rog in Slovenia, il giornalista Andrea Romoli ha intervistato Joze Dezman, presidente della commissione d’inchiesta statale sulle foibe della Slovenia, il quale ha dichiarato quanto segue :

"La Repubblica di Slovenia ha censito tutte le fosse comuni esistenti nel Paese ed è pronta, se il governo italiano ne farà richiesta, a riesumare le salme che vi si trovano e a restituirle all’Italia.”

In seguito a queste dichiarazioni di disponibilità si è subito attivato il “Comitato 10 Febbraio”, che è una Associazione nazionale di promozione sociale per la salvaguardia della cultura italiana delle terre giuliane e dalmate, tesa a mantenere vivo il ricordo delle tragedie che hanno coinvolto le loro popolazioni del Novecento, e che si è immediatamente rivolta al parlamento e al Governo italiano, divulgando la seguente nota :

IL COMITATO 10 FEBBRAIO INVITA GOVERNO E PARLAMENTO AD ATTIVARSI PER IL RECUPERO DELLE SALME DEI NOSTRI CONNAZIONALI INFOIBATI".

Il Presidente nazionale del Comitato 10 febbraio Merlino ha esternato inoltre la seguente richiesta :

Chiediamo al Governo Nazionale e al Parlamento italiano di attivare tutti i canali diplomatici affinché siano riesumate le salme dei nostri connazionali per donare loro, finalmente, una degna sepoltura.

Inoltre, chiediamo siano effettuati, ove possibile, i rilievi scientifici sul DNA dei resti mortali degli infoibati, affinché sia dato un nome ad ogni salma ritrovata.

Infine, chiediamo che nei pressi di ciascuna foiba o fossa comune, sia collocata una targa commemorativa e che ci sia un’idonea indicazione per l’individuazione di questi luoghi di martirio, dove trovarono la morte migliaia di nostri connazionali”.

Bottoni ritrovati nella foiba di Kocevski

Chiudo questa pagina di storia con una poesia di Ermanno Eandi, dedicata dall’autore  al ricordo delle stragi nelle foibe e all’esodo degli istriani :

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Urlavano Italia,
e caddero.

Bruciavano di dolore,
e caddero.
Indifesi e soli,
svanirono in infernali voragini.

Eco di silenzioso dolore
gettato in un baratro di follia
che profuma di morte.
La polvere mi parla di loro,
sussurri di mille voci
singhiozzi, silenzi, troppi silenzi.

Sofferenza in terre d’amore,
sfumature d’Istria, onde di Trieste
profumi di Zara e colori di Dalmazia.

Chi scampò lasciò tutto,

una lunghissima carovana
di lacrime dure partì,
verso la loro terra, la loro nazione.
Tornarono nella loro patria,
esuli  con la morte negli occhi
e la speranza nell’anima,
spogli di tutto tranne che la dignità
pronti a rinascere nuovamente,
con l’orgoglio di aver combattuto,
vivendo con l’Italia nel cuore.
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Dissenso
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venerdì 24 luglio 2020

CRIMINALE COMUNISTA : LEV TROTSKY

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Lejba Bronstejn meglio conosciuto con lo pseudonimo di Lev Davidovic Trockijy (ingl. Trotsky) o Leon Trotsky oppure Trotskij, (nato a Janovka, nella provincia Ucraina di Kherson, 7 novembre 1879  -  morto a Coyoacan, Città del Messico, 21 agosto 1940) è stato un politico, militare e rivoluzionario, nato da una famiglia ebraica contadina benestante in Ucraina e naturalizzato sovietico.
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Il padre era proprietario di 300 ettari di terreno, che veniva coltivato da servitori e braccianti, i quali accudivano le sue stalle e si occupavano del mulino, utilizzato dai contadini del distretto.
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Nella famiglia Bronstejn seppure fossero tutti ebrei non si parlava l’yiddish ma un russo misto all’ucraino.
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Il padre di Lev era analfabeta e indifferente alla religione, mentre la madre Anna L’vovna Zivotovskaja era religiosa osservante.
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Oltre che dai due genitori la famiglia era composta da otto figli, Aleksandr, Elizaveta, Rozalija (che morì in giovane età), Lev (che prese il nome dal nonno materno), Ol’ga, e altri tre bambini deceduti nella prima infanzia.
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Lev compì i suoi primi studi iniziando nel 1886 a frequentare la scuola ebraica nel villaggio di Gromoklej, ospite degli zii Abraam e Rejcel Bronstein, poi nel 1887 del cugino Moisej Spencer che si offrì di ospitarlo a Odessa (città ucraina sul Mar Nero) per fargli frequentare la Scuola secondaria.
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Si unì al movimento rivoluzionario che si contrapponeva all’Impero zarista e per questa sua attività fu prima arrestato nel 1898 e successivamente deportato in Siberia l’anno successivo, insieme a Aleksandra Sokolovskaja, che conobbe nel carcere di Mosca e con cui si sposò.
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Nel 1900 furono deportati entrambi a Ust-Kut nella Siberia centrale, dove Lev Bronstein approfondì gli studi sul marxismo, studiando i primi due volumi del Capitale sotto la guida della moglie, già socialista da tempo, e collaborando con un giornale locale (chiamato "Revisione orientale" (Vostocnoe obozrenie), riscoprendosi scrittore.
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Nel periodo del confino Trotsky ebbe due figlie da Aleksandra, a cui diedero i nomi Zinaida (n.1901- m. suicida nel 1933) e Nina (n.1902- m. di tisi nel 1928).

Nel 1902 riuscì a fuggire e a raggiungere Londra da solo, dove conobbe Lenin, iniziando una vita da agitatore e cospiratore fra gli emigrati russi e i socialisti cosmopoliti provenienti da ogni parte dell’Europa.
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Divorziò dalla prima moglie, poi nel 1903 grazie a Lenin entrò a far parte del gruppo redazionale nel giornale marxista “Iskra” che il leader bolscevico dirigeva dal suo esilio londinese.
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Trotsky raggiunse poi Parigi, dove conobbe Natal’ja Ivanovna Sedova, che divenne la sua nuova compagna.
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Trotsky e la nuova compagna, Natal'ja Sedova
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In questo periodo Trotskij manifestò il suo aperto appoggio ai menscevichi che si opponevano al bolscevismo professato da Lenin, salvo poi tornare sui suoi passi nel 1904, anno in cui il congresso del Posdr (Partito operaio socialdemocratico russo) sancì la spaccatura fra le due correnti e la socialdemocrazia russa.
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Nel 1905, dopo la sconfitta della Russia nella guerra contro il Giappone, i contadini e il ceto proletario accennarono una prima rivoluzione contro lo Zar, subito appoggiati da Trotskij che rientrò nel Paese per assumere durante i fermenti sociali in atto un ruolo guida, come Presidente del soviet di San Pietroburgo.
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Subito dopo il fallimento di questo primo tentativo rivoluzionario Trotskij venne nuovamente arrestato e condannato alla deportazione a vita, ma riuscì ad evadere a lasciare la Russia, stabilendosi a Vienna e iniziando ad auto-promuoversi come leader della rivoluzione internazionalista e permanente (in contrapposizione a Lenin), spostandosi nel corso della sua propaganda in Romania, in Svizzera, in Francia, e in Turchia, stabilendo legami politici e arruolando seguaci.
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Zinaida Bronstein
Trotskij si costruì la reputazione di migliore alternativa a Lenin, all’interno dello stesso gruppo politico menscevico incolpando lo stesso Lenin di  aver costruito il suo stesso impianto ideologico sulla menzogna e sulla falsificazione.
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Nel 1913 dichiarò che Lenin era “uno sfruttatore professionista di ogni arretratezza del movimento operaio russo”.
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Nel frattempo in Russia maturarono gli eventi che condussero alla rivoluzione del mese di febbraio 1917, in cui le coalizioni popolari delle forze politiche sferrarono il loro attacco contro lo Zar Nicola II°, detronizzandolo e ponendo fine al suo regime.
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Nel frattempo Trotsky che era stato espulso dalla Francia e osteggiato dall’Inghilterra fu costretto all’esilio negli Stati Uniti, dove a New York si occupò della pubblicazione di un giornale russo, il Novyj Mir, insieme a Nikolaj Bucharin, suo collaboratore e avversario di Lenin.
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Il 27 marzo 1917 Trotsky decise di partire con la nave per Mosca insieme alla moglie e ai suoi due figli, ma quando la famiglia giunse nello scalo canadese di Halifax dovette sottostare alla procedura imposta dal Governo per i cittadini russi, in seguito alla quale dopo lunghi interrogatori i Trotsky furono trasferiti in una base militare distante alcune decine di chilometri dal porto, dove rimasero per un mese, dopodiché il 29 aprile furono imbarcati su un piroscafo danese diretto in Finlandia, da dove poi proseguirono per la Russia.
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Nina Bronstein
Trotskij raggiunse Pietrogrado nel mese di Maggio 1917, acclamato dai suoi sostenitori e iniziò con loro a valutare una revisione della propria linea politica, fino a quel momento ostile a Lenin e alle sue teorie.
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Dopo aver incontrato Lenin, che gli offrì di fondere la sua organizzazione con il Partito bolscevico, Trotsky cambiò strategia e dopo 14 anni di opposizione accettò la fusione, coinvolgendo anche l’importante seguito di cui godeva soprattutto a livello internazionale e forte  dell’appoggio di un folto gruppo di dissidenti di sinistra appartenenti agli “mezrajontsi” (interdistrettuali) del proletariato di Pietrogrado.
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Tutto ciò consentì a Trotsky di diventare prima Segretario del Soviet di quella città, poi di far parte del Governo di coalizione fra menscevichi, bolscevichi, e socialisti rivoluzionari con il ruolo di Commissario agli affari esteri, dopo il primo congresso panrusso dei soviet.
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La convergenza politica fra Trotsky, ex avversario dei bolscevichi, e Lenin, deus ex machina della cosiddetta Rivoluzione (in realtà la rivoluzione l’avevano già fatta coloro che deposero lo Zar) innescò una feroce guerra civile insurrezionale per il raggiungimento del Potere.
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Trotsky, a capo dell’Armata rossa, affrontò le armate del Governo provvisorio guidato da  Aleksandr Kerensky che era stato instaurato dopo la sconfitta dello Zar, obbligando lo stesso Kerensky a scappare e a rifugiarsi all’estero.
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La forza d’urto delle truppe dell’Armata rossa fu decisiva per le sorti della guerra civile che sconvolse i territori dell’Unione sovietica dopo l’ottobre del 1917.
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I comunismi occidentali hanno fatto di Trotsky un’icona da beatificare come vittima di Stalin, ma in realtà si nasconde il fatto che Trotsky fosse d’accordo sia con lui che con Lenin, soprattutto nel considerare la borghesia come classe nemica e portatrice di distruzione dell’economia mondiale, accusandola di allungare le mani e di non mollare la presa, motivo per cui dichiarò che fosse necessario tagliargliele.
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Durante la repressione delle fazioni che si opponevano alla presa del potere bolscevico e al colpo di Stato attuato, Trotsky si dimostrò uno spietato oppressore, mandando a morte per fucilazione migliaia di persone, al punto che si meritò l'inquietante nomignolo di “demone della rivoluzione”.
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Stalin, Lenin, e Trotsky, il trio criminale comunista che ha insanguinato la Russia
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Si spostava attraverso l’immenso territorio dell’Unione Sovietica coprendo le distanze a bordo di un treno blindato personale e sottoponeva gli abitanti delle località che di volta in volta raggiungeva alle sanguinarie e spietate regole del terrore rosso.
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Diffuse l’orrore sfrenato che caratterizzava l’operato dei sadici commissari politici del bolscevismo, coadiuvato dall’ancor più sanguinario collaboratore Feliks Dzerzinskij, a capo della famigerata polizia staliniana denominata Ceka.
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Il terrore rivoluzionario delle masse (in realtà contro le masse) e la violenza auspicate da Trotsky portarono al saccheggio di migliaia di proprietà fondiarie, di atrocità inaudite, di esecuzioni sommarie, e al sadico accanimento sui cadaveri, in un crescendo di odio a cui Trotsky, Lenin, e Stalin inneggiavano apertamente.
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Per ostacolare la reazione delle popolazioni vittime della macelleria sociale in atto, Trotsky ne arrestava preventivamente i rappresentanti locali e le famiglie ostili, e li faceva deportare in campi di concentramento appositamente allestiti, considerandoli ostaggi.
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In caso di attacco gli ostaggi venivano fucilati per scoraggiare altre eventuali  azioni ostili.
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Trotsky affermò che per ripulire l’Ucraina dalle “bande di banditi” (i contadini che si opponevano alla collettivizzazione e alle requisizioni forzate) occorreva usare la forza e usare la “scopa di ferro” indicando con tale metafora che la repressione doveva essere inesorabile.
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La persecuzione bolscevica si accanì anche contro il clero e Trotsky in persona firmò gli ordini di fucilazione di decine di Vescovi della Chiesa sovietica.
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La violenza anti-ecclesiastica provocò la morte di migliaia di appartenenti all’universo religioso e la confisca dei loro beni, oltre che dei Monasteri che custodivano la tradizione ortodossa.
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Per completare il progetto bolscevico di sradicare il sentimento religioso popolare, Trotsky mise in atto un vergognoso progetto che prevedeva di distruggere la Chiesa dal suo interno, finanziando alcuni gruppi di sacerdoti  vicini al movimento rivoluzionario chiamati “rinnovatori” (obnovlency), offrendo loro una tutela in cambio di atteggiamenti favorevoli nei casi di requisizione dei beni ecclesiastici.
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1919 - Poster delle armate Bianche che palesa l'ostilità verso Trotsky
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La Storia ci dice che l’apporto di Trotsky fu decisivo per l’ascesa al potere del bolscevismo, ma dopo la morte di Lenin la sua visione politica si rivelò inconciliabile con quella espressa dalla troika costituita da Zinoviev, da Kamenev e da Stalin, dei quali contestava la volontà di concepire e ricercare l’affermazione del socialismo in un solo Paese, contraria a quella della rivoluzione permanente da lui auspicata.
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Il contrasto con Stalin si fece insanabile al punto che nel 1925 Trotsky fu rimosso dalla sua carica di Commissario del popolo, poi estromesso dal Politburo l’anno successivo.
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Nel 1927 furono espulsi dal Partito e arrestati tutti i principali dirigenti dell’opposizione, Trotsky, Kamenev, Radek, Zinov’ev, e Rakovskij e iniziò la caccia di Stalin a coloro che, come nemici, furono definiti “trotzkisti” o “zinovievisti”.
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Nel 1928 Trotsky, oramai in disgrazia e ritenuto uno dei maggiori nemici del popolo, fu deportato ad Alma Ata, in Turkestan a 4000 chilometri da Mosca, ed infine nel 1929 venne espulso dalla Russia come traditore e “nemico del popolo”.
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Inizialmente Trotsky riparò in esilio prima in Turchia poi in Francia, e nel 1938 fondò la Quarta Internazionale, per raccogliere i consensi delle componenti politiche legate all’anti-stalinismo internazionale.
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Spostò nuovamente il suo esilio scegliendo la Norvegia, poi optò per il Messico, su invito del pittore Diego Rivera e dalla di lui moglie, l’artista Frida Kahlo, stabilendosi come ospite nella loro stessa abitazione situata nel sobborgo di Città del Messico denominato Coyoacan.
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Trotsky con la moglie Natalia Sedova e con l'artista Frida Khalo (al centro)
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Il 20 agosto 1940 il sicario comunista Ramon Mercader, sotto le mentite spoglie del giornalista Jacques Mornard ufficialmente desideroso di scrivere la biografia dell’esule russo, mise in atto il piano omicida ordinatogli da Stalin per uccidere l’ex fondatore e comandante dell’Armata Rossa.
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Il sicario ricevette l’incarico dall’Ufficiale ebreo della NKVD Leonid Rajchman, che a sua volta era agli ordini diretti di Berija, anche lui ebreo per parte di padre.
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Ramòn Mercader era fratellastro dell’attrice Maria Mercader, seconda moglie del regista Vittorio De Sica e madre dell’Attore Christian De Sica, che quindi del criminale comunista è incolpevolmente il nipote.
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Trotsky morì il giorno successivo all’attentato, con il cranio sfondato dalla piccozza che il sicario di Stalin gli aveva calato con ferocia sulla testa
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La furia omicida di Stalin si manifestava quindi anche nella ossessiva ricerca di coloro che a suo giudizio dovevano essere uccisi perché, anche all'esterno dei confini nazionali, non si erano inchinati ai dogmi della sua ortodossia.
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Tre anni prima, nel 1937 scomparve a Parigi Rudolf Klement, il responsabile della segreteria internazionale dell’opposizione trotzkista, il cui cadavere fu trovato senza testa e senza gambe nelle acque della Senna.
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Lev Sedov
L’anno successivo Lev Sedov, il figlio di Trotsky e Natal'ja, che era sorvegliato dalla NKVD, morì a Parigi nel mese di febbraio dopo un intervento chirurgico in circostanze sospette.
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Dopo aver scontato la pena per l’omicidio di Trotsky il criminale comunista Mercader rientrò a Mosca, dove fu accolto come un eroe e insignito con l’onorificenza dell’ordine di Lenin.
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Morì nel 1978 a Cuba dove Fidel Castro lo aveva invitato come consulente del Ministero degli Interni, e le sue spoglie furono riportate in Patria e tumulate con discrezione nella capitale russa.
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Gli autori del libro nero del comunismo si sono interrogati su un dilemma che è basilare per capire la storia del comunismo :
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Perché Lenin, Trotsky, Stalin e gli altri gerarchi comunisti, hanno ritenuto necessario sterminare tutti coloro che definivano nemici ?
Perché si sono creduti autorizzare a infrangere il codice non scritto che regola la vita dell’umanità che recita “non uccidere?
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La risposta va ricercata nell’essenza stessa di un comunismo intriso di odio e alimentato fin dalle sue origini, ancora in stato embrionale, dagli scritti di Karl Marx.
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Ancora oggi l’elemento trainante che lega fra loro i paradossi del comunismo sfuggiti e sopravvissuti alla conclamazione della realtà risulta essere l’odio.

Un odio cieco e insanabile, mostruosamente vivo e insaziabile, con cui il comunismo e gli eredi di Stalin, di Lenin, e di Trotsky divorano le loro vittime, nutrendosi del sangue degli esseri umani …
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Dissenso
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