sabato 11 novembre 2017

I MURI DEL COMUNISMO


Il giorno 9 del mese di novembre è stato l’anniversario della caduta di quell’orrendo abominio voluto dai russi in territorio tedesco che prese il nome di “Muro di Berlino”, attraverso cui il comunismo imprigionò le popolazioni della Germania est sotto il giogo di una feroce dittatura.
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Dal 13 agosto 1961, anno in cui fu improvvisamente eretto il Muro, tutti coloro che risiedevano nella parte est della città di Berlino si trovarono ad essere privati della libertà di movimento, e assoggettati alle rigide imposizioni della dittatura comunista.
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Furono innalzati reticolati di filo spinato, cavalli di frisia, e i territori che delimitavano il confine vennero minati e sottoposti a pattugliamento armato.
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Tutti coloro che provarono ad oltrepassare tale linea di demarcazione, che separava la zona comunista da quella libera e democratica dell’occidente, vennero spietatamente colpiti dalle raffiche di mitragliatrice che le guardie comuniste non esitavano a sparare, nonostante si trattasse di persone inermi e disarmate.
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Il Muro fu eretto da coloro che parteciparono al banchetto dei vincitori nell’ultima guerra mondiale, presentandosi prima come eroi della guerra di liberazione, poi fagocitando i territori e la popolazione dei territori “liberati”.
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Fumo negli occhi dunque …
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Altro che liberatori !
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D’altra parte era prevedibile, dato che i comunisti russi avevano già dato prova di un modus operandi basato sulla sopraffazione e sulla violenza.
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Il Patto Molotov – Ribbentropp sulla spartizione della Polonia e dei territori dell’Europa orientale ne è la prova.
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Hitler e Stalin alleati nella deportazione e nel genocidio di popolazioni inermi !
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Quando si celebra la cosiddetta “Festa della liberazione”,  il 25 aprile di ogni anno, si evita accuratamente di parlare di tutto ciò, come a voler nascondere sotto il tappeto i misfatti del comunismo.
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Sarebbe giusto che la Presidenta della Camera Laura Boldrini, insieme agli altri componenti della famigerata “Banda dei quattro” che sta distruggendo l'Italia, e cioè Paolo Gentiloni, Emanuele Fiano, e Sergio Mattarella, organizzasse delle visite commemorative nella ex Germania comunista, per visitare i luoghi dell’orrore senza fine della falce e martello, anziché proclamare incessantemente il suo amore per i partigiani.
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Le milizie comuniste note col il nome di Vopos (dalla contrazione del termine Volkspolizei, o Polizia popolare) costituivano il braccio armato con cui il regime controllava tutto il confine del territorio arbitrariamente annesso al potere sovietico, ed erano delegate alle operazioni di repressione militare su chiunque osasse scappare dal “paradiso” comunista.
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Secondo i dati riportati dall’Associazione Arbeitsgemeinschaft 13 August, che gestisce il Museo del Checkpoint Charlie, le vittime raggiungono il numero di 245 unità.
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Il checkpoint Charlie era il posto di blocco situato tra il settore sovietico e quello statunitense, attraverso cui ebbero luogo alcune fughe spettacolari dalla DDR (repubblica Democratica Tedesca, o Germania Est).
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Oggi gli eredi poli-metamorfizzati del retaggio pseudo culturale legato al comunismo continuano ad inneggiare a personaggi ambigui e criminali che ne hanno fatto parte nel passato recente della Storia italiana, come ad esempio Togliatti.
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Togliatti, a capo del PCI, dipendeva economicamente dalle sovvenzioni che Mosca elargiva generosamente con flussi costanti di denaro, e taceva sulle politiche di aggressione e sui crimini commessi dal comunismo contro l’umanità, in cambio del denaro, proprio come Giuda.
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Oggi gli schieramenti delle sinistre che si rifanno agli stereotipi propri di un post comunismo becero, estemporaneo, e comunque simbiotico con i princìpi fondamentali del marxismo, inneggiano ad una Europa unita, sotto la spinta iniziale delle politiche fallimentari di un pernicioso ed inutile Romano Prodi.
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Fumo negli occhi !
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Proprio coloro che stavano dalla parte di chi privava le popolazioni della libertà, uccidendo gli oppositori, devastando le civiltà residenti o deportando le etnie di interi gruppi sociali, usando la violenza come mezzo principe di affermazione, ebbene, proprio costoro ora si affannano a volere una Europa unita …
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Chissà quale può essere il fine ultimo che guida le menti malate di questi invasati della politica, che vorrebbero estirpare le singole identità nazionali e distruggere le tradizioni, se non quello di massificare l’intera popolazione europea e renderla simile ad un grande gregge di pecore, manipolabile e controllabile, sotto la guida dei poteri forti, quelli economici, con cui la sinistra europea ha stretto da tempo un patto di collaborazione reciproca.
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La sinistra ha eretto altri muri, non visibili fisicamente, ma percepibili negli effetti catastrofici che li caratterizzano.
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E’ il caso della cosiddetta “accoglienza” dei clandestini, attraverso cui le cooperative e le società che partecipano alla grande abbuffata si spartiscono i finanziamenti europei, speculando sulla pelle di derelitti e miserabili provenienti dall’Africa e dal medio oriente.
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Il muro dell’intolleranza, che ciclicamente la sinistra ci propone, è ben rappresentato dal braccio armato e comunista che ancora oggi tiene in ostaggio interi settori della società civile nelle maggiori città italiane, come Bologna.
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I centri sociali e tutti i gruppi di emarginati violenti che costituiscono i beniamini della sinistra vengono lasciati sopravvivere ad arte, in uno stato di torpore latente, salvo poi riesumarli all’occorrenza, come quando si deve impedire a Matteo Salvini, leader della Lega, di parlare in pubblico.
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Ecco che allora si mette a ferro e fuoco la civile Bologna, si bruciano auto, si picchiano i poliziotti, si espropriano proprietà pubbliche e private, e si compiono vandalismi al grido di “antifa” !
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Naturalmente poi la sinistra, quella istituzionale, provvede a prendere le distanze dagli episodi di violenza e dall’illegalità delle loro azioni, salvo poi dare loro in concessione degli stabili e delle locazioni per poter continuare a sopravvivere.
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La Magistratura provvede poi ad assolvere questi delinquenti da qualsiasi accusa, lasciando i responsabili della guerriglia urbana liberi di continuare a delinquere.
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Tutto ciò avviene da decenni, come nel caso dell’occupazione dell’aula C di Scienze politiche dell’Università di Bologna, che un gruppo anarchico ha potuto occupare per ben vent’anni, indisturbato e senza che alcuna autorità obiettasse alcunchè.
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Bologna ostaggio del comunismo, a cui questi criminali inneggiano apertamente, come se esserlo costituisse un vanto e non una vergogna.
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Un vero e proprio muro, edificato all’ombra delle “Due Torri”, con la complicità palese ed evidente di chi dovrebbe invece garantire a democrazia.
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L’intera Europa è soggetta a questo trend, a questa impostazione socio politica, in cui le sinistre spadroneggiano ed usano i muri (invisibili fisicamente ma sempre presenti), per imporre ad una popolazione sempre più massificata i dictat ricevuti dalle Banche e dagli speculatori economici da cui prendono ordini e pagamenti.
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Comunismo e capitalismo, i due estremi che si sono oggi fusi in un devastante incedere di regressione umanitaria, in spregio alle libertà e ai diritti civili, come dimostra l’exploit economico finanziario della Cina, paese comunista e capitalista !
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Commemoriamo dunque la caduta del Muro di Berlino, senza però abbassare la guardia, e combattendo contro la nascita di nuovi muri, sempre e comunque comunisti.
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Dissenso
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mercoledì 8 novembre 2017

IRINA BORISOVNA RATUSHINSKAYA


(Odessa (Ucraina), 4 marzo 1954  -  Mosca, 5 luglio 2017)
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Irina Ratushinskaya era una poetessa, una scrittrice, e una dissidente sovietica, nata dall’unione di Boris Leonidovich (ingegnere) e di Irina Valentinovna Ratushinsky (insegnante di letteratura russa).
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La famiglia della madre era di origine polacca, e il nonno di Irina fu deportato in Siberia dopo aver partecipato alla rivolta delle popolazioni che in Polonia, in Lituania, in Bielorussia, in Lettonia, e nei territori della Russia occidentale,  si opposero all’Impero russo (1863/1864).
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Trovò un impiego come insegnante in una scuola elementare, poi proseguì gli studi frequentando l’Università di Odessa dove si laureò in fisica nel 1976.
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Il 17 settembre 1982 Irina fu arrestata per “agitazione e propaganda antisovietica” termine usato dal regime comunista per indicare l’appartenenza a forme di dissidenza e di agitazione controrivoluzionaria, e condannata nel 1983 a sette anni di reclusione, da scontare nel campo di lavoro di Barashevo (Mordovia), a 500 Km a sud est di Mosca, e ad altri cinque anni di esilio interno.
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Irina scriveva poesie, che apparivano anche in riviste samizdat, esternando sentimenti di amore e trattando di teologia cristiana o di creazione artistica, senza sconfinare nel pericoloso pantano della politica, ma ciò non fu sufficiente ad evitarle l’inspiegabile castigo del gulag.
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Durante gli anni trascorsi nel brutale campo di prigionia, in cui sopravvisse nutrendosi di pane, brodaglia, e pesce marcio, scrisse 250 opere, vergandole singolarmente con un bastoncino bruciacchiato su pezzi di sapone, per poi memorizzarle una ad una, lavarle via, e ricominciare di nuovo.
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In queste opere risalta l’apprezzamento per le componenti primarie che contraddistinguono i diritti umani, come la libertà e la bellezza della vita umana, e vengono messi in evidenza i temi che da sempre hanno assillato i poeti russi : la memoria, la storia, il destino, l’amore, la poesia, la fede.
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Amnesty Italia ha scritto di lei :
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Fu messa in carcere nella “zona piccola”, un settore speciale per donne prigioniere politiche, a Barashevo, nelle Repubblica Autonoma della Monrovia, stato della Federazione  Russa.
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La “zona piccola” aveva il regime di prigionia più duro per le donne, secondo la legge sovietica.

Irina fece scioperi della fame per protestare contro le celle non riscaldate e la mancanza di cibo e cure mediche.
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Soffrì di numerosi problemi di salute, eppure la famiglia non poteva andarla a trovare né poteva mandarle medicinali.
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In risposta ai suoi scioperi della fame, Irina fu trasferita ai servizi punitivi nella prigione di Yava.
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All’arrivo, fu bastonata fino a perdere conoscenza e lasciata per tutta la notte svestita sul pavimento in pietra e non le fu concesso un letto per riprendersi.
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Dopo i tentativi di accusare i sorveglianti di averla percossa, Irina fu messa in isolamento per “simulazione di sofferenza da percosse”.
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Irina fu liberata il 9 ottobre 1986, in occasione del vertice di Reykjavik (Islanda) tra il Presidente americano Ronald Reagan e Mikhail Gorbacev l’allora Segretario generale del Partito comunista dell’Unione sovietica, fautore del programma di trasparenza (glasnost) e di rinnovamento della politica russa (perestroika).
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L’anno successivo Irina si trasferì negli Stati Uniti, dove ricevette il Premio sulla libertà religiosa dell’Istituto per la religione e la democrazia, mentre allo stesso tempo il Politburo russo la privò della cittadinanza sovietica.
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Dal 1987 al 1989 Irina si stabilì presso l’Università Northwestern, nello Stato dell’Illinois.
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Successivamente Irina si trasferì poi in Inghilterra dove visse fino al 1998, poi iniziò le procedure per richiedere la cittadinanza russa che le era stata tolta.
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Irina morì a Mosca a causa di un cancro, all’eta’ di 63 anni, lasciando il marito Igor  Gerashchenko, poeta sovietico e attivista per i diritti umani, e i loro due figli (Sergei e Oleg).
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Le sue opere :
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Nel 1986 viene pubblicato : “No, non ho paura”, il primo dei suoi libri, di cui accenno alcune righe :
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No, non ho paura : dopo un anno
Di respirare queste notti della prigione
Sopravviverò nella tristezza
Per indicare quale è la fuga !
Il cockerel piangerebbe la libertà per me
E qui – ginocchia in più –
I miei giardini hanno versato l’acqua
E l’aria settentrionale soffia in bozze.
E come devo portare a un pianeta alieno
Cosa sono quasi lacrime, come se in casa …
Non è vero, temo, cara mia !
Ma fai sembrare come se non l’avessi notato”.
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Nel 1987 viene dato alle stampe : “ Oltre il limite ” , in cui Irina raccoglie 42 delle sue poesie carcerarie, scritte tra il mese di giugno del 1983 e quello di agosto del 1984, offrendoci la prova del suo forte legame con la tradizione letteraria della poesia russa, come erede del lirismo rappresentato da Pushkin e proseguito nel XX secolo da Anna Akhmatova, Osip Mandelstam, Boris Pasternak e Marina Tsvetyeva.
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La poetessa in quest’opera trascende la dura esperienza carceraria, portando il lettore con lei nel mondo dello spirito “oltre i cancelli, al di là del confine”, “oltre il confine / che non può essere attraversato”, “oltre il limite”.
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Nel 1989 esce   : “ Grigio è il colore della speranza ” in cui racconta i suoi quattro anni di prigionia nel gulag sovietico..
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Questo libro è un appello di umanità contro la ferocia della dittatura comunista, contro una ideologia che costringe l’uomo a odiare sé stesso, contro una violenza fisica e psicologica capace di piegare i giganti.
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Ma da questo lager emerge una luce, che è quella della dignità umana, quella di chi oppone alle torture più spietate un cuore puro e umano.
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Per questo, Irina scrive nel libro :
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"E nello stesso tempo non dovrete mai, per nessuna ragione, permettervi di odiare !
Non perché i vostri aguzzini non se lo meritino.
Ma perché se soltanto lascerete penetrare l’odio dentro di voi, negli anni di lager si svilupperà talmente che soppianterà qualsiasi altra cosa, vi corroderà e corromperà l’anima.
Voi cesserete di esistere, la vostra personalità verrà annientata, e in libertà tornerà un essere isterico, furioso, indemoniato.
E se doveste morire in una delle tante camere di tortura, questo sarebbe l’essere che si presenterebbe al cospetto di Dio.
Ed è proprio ciò che loro vogliono.
Perciò voi, guardando uno dei tanti ingranaggi di questa macchina – che abbia le mostrine rosse o celesti – cercherete di pensare che forse ha dei figli, che potrebbero crescere completamente diversi da lui.
Oppure troverete in lui qualcosa di ridicolo :
l’umorismo uccide l’ira.
Oppure vi farà giustamente pena: adesso nessuno potrebbe certo invidiarvi, ma scambiereste forse il vostro posto con il suo ?
(…) Tutto ciò, già dopo il primo anno, vi procura il cosiddetto « sguardo da prigioniero » , che è impossibile descrivere, ma, una volta incontrato, è anche impossibile dimenticare.
si girano tutti dall’altra parte come cani bastonati. ".
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La realtà della detenzione, nelle strutture ideate dal comunismo per annichilire le vittime designate, era la seguente, come descritta dall’autrice :
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Tutte le norme di comportamento umano che vengono inculcate a ogni essere umano sin dalla culla, sono soggette a distruzione sistematica e deliberata.
È normale voler essere puliti ?
Allora prendi la tua porzione di sardine salate attraverso l’apertura della porta della tua cella con le mani nude !
Non ti verranno dati né piatti né coltelli, nemmeno un foglio di carta per poggiarle.
E poi, pulisciti le mani sporche delle viscere del pesce sui vestiti, perché non puoi avere acqua.
Contrai scabbia e funghi della pelle, vivi nell’immondizia, respira il puzzo del secchio di acqua sporca, allora ti pentirai dei tuoi misfatti !
Le donne sono inclini alla modestia ?
Una ragione in più per lasciarle nude durante le perquisizioni, e quando vengono portate al bagno durante le perquisizioni, un intero gruppo di ufficiali del KGB beffardi e con occhi maliziosi entreranno “per caso”…
A una persona normale ripugnano volgarità e bugie ?
Incontrerai una così grande quantità di entrambe, che dovrai dar fondo a tutte le tue risorse interiori per ricordare che sì, esiste un’altra realtà ! ”.
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Nel 1999 scrive : “Finzioni e bugie” in cui ripropone abilmente l’atmosfera di labirintica doppiezza che si respira negli ambienti letterari, soggetti all’incessante controllo del KGB, l’onnipresente polizia segreta sovietica.
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Nel romanzo, uno scrittore muore improvvisamente, terrorizzato dalle persecuzioni del KGB.
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Il suo ultimo manoscritto, considerato particolarmente pericoloso perché anti sovietico, non viene però trovato nel suo appartamento, e diventa subito oggetto di una rapida ricerca della polizia segreta.
Traspare dal romanzo l’assurdità del controllo realmente esercitato dal regime comunista sui cittadini, compresi gli esponenti del mondo letterario.
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Mi domando perché, trovandoci in presenza di autori di caratura mondiale, come appunto Irina Ratishinskaya, sopravvissuti al calvario del gulag e alle atrocità del comunismo, NON si studino le loro opere nelle aule scolastiche !
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Le sinistre ci hanno obbligati a leggere testi che appartengono al loro disegno manipolatore e fuorviante, che prevede di incanalare le coscienze verso un pensiero unico di stampo orwelliano, propinandoci all’infinito libri come “Il diario di Anna Frank”, e facendo cantare ai  bambini degli asili le canzonette trite e ritrite come “bella ciao” , l’inno dei criminali comunisti partigiani.
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Rendo onore al ricordo di questa poetessa e scrittrice, Irina Ratushinskaya, testimone della violenza comunista, che l’ha obbligata a interpretare il ruolo di vittima innocente ...
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Dissenso
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domenica 5 novembre 2017

RIVOLUZIONE DI OTTOBRE : LA BUFALA COMUNISTA



Francobollo commemorativo
raffigurante lo Zar  Nicola II°
La rivoluzione russa esplose nel febbraio 1917  per rovesciare il regime imperiale dello Zar Nicola II°,  che in quel periodo era stremato da tre anni di guerra (1a guerra mondiale) come membro della Triplice intesa (Gran Bretagna, Francia, Russia) che si contrapponeva alla Triplice alleanza di Germania, Austria-Ungheria, e Italia.
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Il potere illimitato e autocratico dello Zar era stato minato dalle sconfitte che comportarono la perdita di territori quali la Polonia, alcuni Paesi Baltici e l’Ucraina, mentre la popolazione russa era ridotta in pessime condizioni.
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La rivolta popolare divampò nel febbraio del 1917, quando i rappresentanti della Duma (il Parlamento russo), e quelli degli operai e dei soldati (i Soviet) si accordarono per destituire lo Zar..
Tutte le componenti socio politiche si unirono in questa impresa, a partire dai socialisti moderati, dai socialdemocratici (divisi fra menscevichi e bolscevichi), fino al partito dei cadetti di ispirazione liberale e democratica.
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Questo primo episodio rivoluzionario fu quello che realmente rovesciò il regime dello Zar, costringendolo ad abdicare, dando origine ad un governo provvisorio di ispirazione liberale (marzo 2017) sotto la guida del principe Lvov.
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Il nuovo Governo emanò subito delle misure liberali, eliminando istituzioni precedenti quali la Polizia zarista e la Gendarmeria imperiale, e sostituendole con una nuova struttura denominata Guardia Nazionale.
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Furono anche reintrodotte la libertà di espressione e quella di riunione, precedentemente vietate.
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I leader bolscevichi (Molotov e Stalin) privi del loro leader, Lenin, esule in Svizzera,  inizialmente appoggiarono il nuovo Governo, ma nel frattempo crearono e diffusero una vera e propria rete di “organismi rappresentativi di base” a cui diedero il nome di soviet.
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Gulag - La scritta recita : In Urss il lavoro è una questione d'onore e di gloria.

Il 16 aprile 2017 Lenin tornò a Mosca, viaggiando su un treno blindato messogli a disposizione dai tedeschi, gli stessi con i quali la Russia era in guerra dal 1914, guadagnandosi l’appellativo di “spia”, di “traditore”, di “collaborazionista” e di “venduto al Kaiser”.
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La Germania aveva interesse a far rientrare Lenin in Patria, e finanziò quindi il partito bolscevico per la sua propaganda e per l’attività rivoluzionaria, investendo ben undici milioni di marchi tra il mese di febbraio e quello di  novembre del 1917, allo scopo di incrementare il disordine politico in Russia, soffiando sul caos e sul disfattismo rivoluzionario di Lenin.
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Al suo arrivo Lenin viene accolto dal Presidente del Soviet, Nikolaj Chkeidze con le seguenti parole :
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"Bentornato, compagno Lenin. Il compito principale oggi è la difesa della rivoluzione. E questo obiettivo richiede non la divisione, ma la capacità di serrare i ranghi. Speriamo che condividerete questo obiettivo con noi”.
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Lenin aveva però altri progetti, e convinse i dirigenti bolscevichi a prendere le distanze dal nuovo Governo e a puntare direttamente ad un unico obiettivo : la presa del potere.
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La cauta collaborazione dei bolscevichi con il Governo provvisorio subì un vero e proprio terremoto politico e ideologico, attraverso cui Lenin, ancora in minoranza numerica e tacciato di collaborazionismo con la Germania, impose una immediata svolta, da attuare con la forza e l’uso della violenza.
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La coercizione fu dunque il mezzo attraverso cui i bolscevichi attaccarono e distrussero le resistenze governative, di coloro cioè che avevano realizzato la rivoluzione anti-zarista, sostituendosi a loro capillarmente e prendendo il potere.
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Lenin insinuò i suoi seguaci nei punti chiavi dell’apparato politico e militare russo, facendo entrare quattro esponenti bolscevichi (membri dei soviet) nei punti di maggior potere.
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In primavera Aleksandr Fedorovic Kerenskij, membro del Governo provvisorio Moscovita divenne Ministro della Guerra e iniziò subito un’opera di indottrinamento dell’esercito in chiave anti –bolscevica.
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Il Congresso dei Soviet, a metà del mese di giugno, annunciò pubblicamente per bocca di Lenin di voler governare il Paese da solo, senza collaborare con gli altri partiti, definiti “borghesi”.
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La prima esibizione di forza del partito bolscevico si ebbe in occasione di una manifestazione di piazza, a Mosca, in cui centinaia di migliaia di dimostranti, tra cui l’intera guarnigione della vicina fortezza di Kronstadt, manifestarono per richiedere lo scioglimento della Duma, e chiedendo l’elezione di un’Assemblea costituente.
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Le forze bolsceviche attaccarono Kronstadt, arrestando gli insorti e passandoli per le armi, bollando la rivolta come “borghese”.
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Preoccupato di questa escalation il Ministro Kerenskij cercò quindi di arginare il pericolo di presa del potere da parte dei bolscevichi, accogliendo da un lato alcune loro richieste e arrestandone i capi dall’altro, con l’accusa di connivenza con il nemico.
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Kerenskij dovette affrontare anche un tentativo di colpo di Stato, in settembre, organizzato dal generale cosacco Kornilov, il Comandante in capo dell’esercito, che tentò di occupare Pietrogrado per restaurare il regime zarista con una controrivoluzione.
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Inizialmente favorevole, Kerenskij cambiò poi idea, nel timore di essere sopraffatto dalla controrivoluzione stessa e ordinò l’arresto del generale già in marcia verso Mosca, chiedendo aiuto ai Soviet e ai bolscevichi della capitale per organizzarne la difesa.
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Gli operai e i soldati fedeli alla rivoluzione andarono incontro alle truppe di Kornilov, persuadendole a fermarsi e a porre fine all’intera vicenda.
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Tutto ciò fece perdere a Kerenskij l’appoggio degli ufficiali dell’esercito e rafforzò la popolarità (e la possibilità di manovra) delle oltre 40 mila guardie rosse bolsceviche.
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Su proposta di Trotzkij venne deciso che ciò sarebbe avvenuto in occasione del Secondo Congresso generale dei soviet, in programma per il 7 novembre.
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La notte del 6 le guardie rosse impazzarono per le strade della capitale, occupando militarmente i punti chiave e prendendo d’assalto il Palazzo d’Inverno.
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Ministri del Governo provvisorio furono tutti arrestati, ad eccezione di Kerenskij che riuscì a fuggire.
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L’Assemblea costituente, eletta poche settimane prima, in cui i bolscevichi erano in netta minoranza, fu sostituita dal Congresso dei soviet, e il Governo fu affidato ad un Consiglio dei commissari del popolo, comandato da Lenin.
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Un vero e proprio colpo di stato militare, quindi, contro i veri fautori della rivoluzione.
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Quella di Lenin NON è stata una rivoluzione, come i comunisti hanno sempre tentato di farci credere, ma un vero e proprio colpo di stato condotto da una minoranza armata e feroce, che si sostituì ai veri rivoluzionari che avevano cacciato lo zar.
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La violenza con cui Lenin scatenò la sua pseudo-rivoluzione per consolidare il potere dilagò in tutta la Russia, schiacciando qualsiasi opposizione e resistenza.
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L'opposizione a Lenin si radicalizzò in Ucraina, nell'area del Don e del Caucaso, alimentando una guerra civile e sanguinosa che si protrasse fino al 1920.
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Questa cronologia, seppur stringata e concisa, ci fa capire la reale portata dei fatti, così come sono accaduti, senza gli orpelli e le mistificazioni che la disinformazione comunista ha invece proposto.
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Oggi i comunisti celebrano la rivoluzione russa dell’ottobre 1917 (che in realtà è accaduta in novembre) come l’unica rivoluzione a cui fare riferimento, ma in realtà la Storia afferma che non è così.
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L’instaurazione del comunismo e del marxismo è stata possibile solo con il ricorso ad un colpo di Stato, operato da una minoranza (quella bolscevica) che ha imposto con la violenza i suoi dictat.
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La brutalizzazione della società attraverso la strategia del terrore, diffuso a tutti i livelli nell’intera popolazione russa dallo stesso Lenin, è stata prodromica ad una serie infinita di delitti, di stragi, di genocidi, di deportazioni, di efferatezze, di vigliaccherie, e di soprusi, continuati poi dal suo successore, il famigerato criminale comunista Josiph Stalin.
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Questa strada delittuosa è stata percorsa da ogni singolo dittatore comunista, come Mao, Enver Hoxa, Ceausescu, Fidel Castro, Pol Pot, solo per citare alcuni, in una lunga scia di sangue e di disperazione come solo il comunismo può fare.
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E’ questo che commemorano le sinistre oggi !
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I seguaci di Togliatti, gli adoratori della falce e martello, gli invasati sostenitori del comunismo e delle bandiere rosse, che si beano intonando le note di “bella ciao” sono in realtà dei farabutti che volutamente ignorano il tributo di sangue richiesto dal comunismo a milioni di vittime innocenti.
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Il comunismo è sinonimo di sangue, di gulag, di deportazione su base etnica, sociale, religiosa, politica, e razziale, di tortura, di sadismo, di ferocia …
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Ancora oggi le popolazioni di Paesi come la Cina, la Corea del Nord, Cuba, il Laos, e il Vietnam, sono soggiogate dal comunismo, che nega loro qualsiasi libertà, a partire da quella di espressione.
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La truffa comunista si ripete, ciclicamente, aprendosi la strada con l’inganno e la disinformazione, proponendosi come baluardo di libertà.
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Esattamente il contrario …una vera e propria bufala ideologica …
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Solamente gli sprovveduti e i coglioni possono ancora crederci …
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Dissenso
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venerdì 3 novembre 2017

COMUNISMO : 100 milioni di morti.


Gulag, Kolyma, Solovki, Vorkuta, Vajgač, Magadan, risultano ancora oggi nomi estranei ai non addetti ai lavori, nonostante siano state località teatro di morte per milioni di vittime del male assoluto, il comunismo sovietico.
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I lager comunisti sono ben rappresentati da questi nomi, che riportano alla memoria uno sterminato arcipelago del terrore, a topografia variabile, inaugurato agli inizi del 1920 dal regime comunista russo e in cui trovarono la morte milioni di esseri umani, vittime innocenti del mostro che sventolava la bandiera rossa della falce e martello.
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Oggi la Storia è in grado di consegnarci un quadro esatto ed esaustivo di ciò che fu realmente il comunismo, considerato a tutti gli effetti e con pieno merito il più grande fenomeno di morte causato dall’essere umano.
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Per decenni la sinistra ha tentato di nascondere e di mistificare le nefandezze compiute in nome di Marx e del comunismo, avvolgendo la Storia entro una nube di menzogne che nascondessero la verità, mistificando, falsando, e ignorando volutamente l’esistenza di migliaia di lager, i famigerati gulag, in cui persero la vita milioni di innocenti.
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Quando la sinistra commemora la caduta del nazismo si produce in uno sforzo di maestosa demagogia, con tanto di gite organizzate ad Auschwitz, letture pubbliche di brani del “Diario di Anna Frank”, convegni, discorsi, documentari, film, e chi più ne ha più ne metta.
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E’ proprio qui che si dimostra l’enorme falsità della macchina organizzatrice dei seguaci di Togliatti, poiché ora che cade il 100° anniversario della Rivoluzione di ottobre in Russia, si rullano i tamburi e si dà fiato alle trombe, si enfatizzano i personaggi più famosi del comunismo, ma non si accenna minimamente ai gulag e ai milioni di deportati che vi hanno trovato la morte.
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Il comunismo ha prodotto stragi epocali, annientando intere etnie e popolazioni, come gli uzbechi, i ceceni, i tatari, gli ingusci, i cosacchi,  deportandoli nelle gelide terre della Siberia, oppure come i sei milioni di ucraini sterminati con la carestia indotta da Stalin, l’Holodomor.
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L’odierno PCI si guarda bene dal fare i conti con il suo passato intriso del sangue di vittime innocenti, così come si guarda bene dal rinnegare le torture inflitte alla popolazione da sadici esponenti del comunismo russo, come Ezov, Berja, Jagoda, Dzerzinski, accozzaglia criminale del regime di Lenin e Stalin.
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I comunisti italiani celebrano la nascita di tutto ciò con enfasi e gioia, in spregio ai milioni di vittime.
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La "Presidenta" della Camera Laura Boldrini, componente della “Banda dei quattro” insieme a Emanuele Fiano, Sergio Mattarella e Paolo Gentiloni, tutti ossequiosi ai voleri di Matteo Renzi, non ha lanciato anatemi contro il genocidio operato dai comunisti, e non ha emanato leggi che prevedano di mettere fuori legge tale aberrante ideologia.
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Pare che, anzi, in occasione del 25 aprile di ogni anno, si ammanti della bandiera partigiana, simbolo delle bande comuniste e assassine, che hanno imperversato in Italia anche a guerra finita, creando lutti, dolori, e disperazione.
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I misfatti del comunismo devono essere riconosciuti e fatti conoscere anche alle giovani generazioni, attraverso libri di testo a scuola, che insegnino loro cosa rappresenta la bandiera rossa : morte e distruzione.
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Occorre una capillare diffusione di ogni notizia sul comunismo che finora è stata tenuta nascosta o mistificata,  a partire dalle stragi etniche, dai genocidi, dai gulag, dai nomi dei criminali responsabili dell’orrore rosso, della storiografia vera, desunta dagli studi delle carte esaminate in occasione dell’apertura degli archivi precedentemente secretati, rifiutando le falsità proposte per decenni dalle sinistre.
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Basta con i canti come “bella ciao”, che stuoli di insegnanti sinistroidi fanno cantare a bambini ignari, tentando di fagocitarne le giovani menti.
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E’ ora di finirla con la condiscendenza benevola con cui si guarda a personaggi criminali come Che Guevara, o Lenin, o Stalin, a cui si intitolano vie e piazze nella civile Europa.
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Questa non è l’Europa che si dovrebbe desiderare, ma bensì uno stereotipo ad uso e consumo delle sinistre, l’Europa di Prodi e di tutti i beccamorti come lui, delle Banche e degli Italioti che se lo fanno mettere nel culo senza fiatare.
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Comunismo fuori legge !
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Questa è la battaglia che, senza quartiere, dovrebbe essere combattuta dalle destre e anche dai centristi, per la libertà e la dignità di tutti gli esseri umani.
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Lo dobbiamo, quanto meno, ai 100 milioni di vittime del comunismo.
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Dissenso
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