domenica 21 agosto 2016

Sette anni nel Tibet

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Heinrich Harrer è nato in Austria nel 1910.
Heinrich Harrer
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Divenne campione di sci alle Olimpiadi invernali del 1936, poi uno dei più importanti alpinisti del mondo scalando nel 1938 la parete settentrionale dell’Eiger, e conquistando numerosi “ottomila”.
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Ricevette nel 1985 la medaglia “Humboldt” per le sue avventure “di carattere scientifico”.
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Allo scoppio della seconda guerra mondiale Harrer e il suo gruppo di scalatori viene arrestato e internato in un campo di prigionia inglese in India.
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Nel 1953 viene pubblicato per la prima volta il suo libro “Sette anni nel Tibet” che sarà poi tradotto in trenta lingue diverse e pubblicato in quattro milioni di copie.
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Il libro di Harrer racconta la straordinaria avventura di un uomo in fuga dai campi di concentramento inglesi in India, che lungo un percorso di oltre duemila chilometri si troverà a sfidare le vette dell’Himalaia.
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Il suo intento, insieme ai compagni di fuga, è quello di raggiungere Lhasa, la capitale del Tibet, per fermarvisi.
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Il successo della sua impresa sancirà la personale conoscenza con le personalità più rappresentative del mondo tibetano, fino all’incontro con il Dalai Lama, ancora quattordicenne, di cui diverrà amico e insegnante.
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Il suo racconto fluisce regalandoci la sensazione di vivere direttamente la sua esperienza di viaggio, i suoi incontri con i lama buddisti, i nomadi, le famiglie nobili, il variopinto paesaggio nelle strade di Lhasa, le sfarzose cerimonie religiose, i tetti d’oro del Potala, la residenza dei sovrani del Tibet.
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Harrer ci racconta della immensa civiltà spirituale di cui è impregnato il Tibet stesso, e della distruzione di questo mondo ad opera dei comunisti cinesi, che ne occuparono i territori nel 1951.
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I nuovi invasori attuarono da subito misure spietate e sistematiche per sottomettere i tibetani, ricorrendo all’oppressione e alla crudeltà.
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La cina comunista di Mao  (uno dei maggiori criminali comunisti che la Storia ricordi) aveva condannato a morte la struttura teocratica e l’antichissima civiltà tibetana, ricorrendo all’annientamento della fede religiosa e di tutte le istituzioni ecclesiastiche.
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In questo modo la malvagità comunista potè rivolgere le sue sadiche attenzioni agli antichi e rinomati monasteri, saccheggiandoli e dando alle fiamme il patrimonio culturale buddista.
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il Dalai Lama
I monaci furono messi ai lavori forzati, oppure deportati in Cina, o costretti ad abbandonare il celibato, quando non addirittura giustiziati.
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Migliaia di tibetani vennero sradicati dalle loro terre e obbligati a trasferirsi in Cina, per essere sostituiti da milioni di coloni cinesi di etnia han.
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L’intento del governo comunista cinese era quello di ridurre in minoranza l’etnia nativa di quei luoghi per operare con il “terrore” la trasformazione “socialista” dei territori invasi.
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Il furore cinese non trascurò di accanirsi con bombardamenti contro alcune delle città millenarie come Chating, Batang, Tranko, Chekundo, e Litang, distruggendo anche i loro monasteri.
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Il Dalai Lama fu costretto alla fuga e a trovare riparo e protezione in India, accompagnato da oltre centomila tibetani che lo scortarono nel viaggio.
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Nel 1989 gli è stato riconosciuto il Nobel per la Pace, mentre però, ancora oggi, la distruzione del Tibet prosegue.
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Potala di Lasha
In questi decenni, fino a oggi, la Cina comunista ha continuato la sua politica egemonica e arbitraria sui territori del Tibet, con le armi della distruzione, della repressione, delle epurazioni, del genocidio e dell’indottrinamento politico.
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Oggi Lhasa non esiste più, o almeno non come capitale tibetana custode del retaggio culturale e religioso che anima le coscienze popolari.
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E’ diventata infatti una vera e propria città cinese, con centinaia di bar e di case da gioco, oltre che locali a lanterne rosse, che soddisfano e divertono le truppe di occupazione.

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Ancora oggi i monaci tibetani continuano a condurre una eroica resistenza contro l’oppressione comunista nel loro Paese, pagando però un altissimo tributo in vite umane.
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La protesta dei monaci, sempre non violenta, si esprime con l’auto immolazione, dandosi fuoco e sacrificando la vita nel chiedere a gran voce la libertà per il Tibet.
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Monaco diciottenne si immola col fuoco per la libertà del Popolo tibetano
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L’indifferenza dell’Occidente a questo proposito è sconcertante e inqualificabile.
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In Cina nel 2011 si sono tenuti addirittura i Campionati mondiali di nuoto, mentre il Governo cinese impiega i Laogai come mezzo per schiavizzare gli oppositori politici e annichilire le componenti religiose.
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Elenco di seguito alcuni Link ad articoli precedentemente scritti  :
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 Tibet : il fuoco sotto la neve

domenica 24 luglio 2016

GULAG. Storia dei campi di concentramento sovietici.

di ANNE APPLEBAUM.
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La parola Gulag è l’acronimo di Glavnoe Upravlenie Lagerej, che tradotto dal Russo significa Amministrazione Generale dei Campi.
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L’opera storico-letteraria di Anne Applebaum intitolata “Gulag. Storia dei campi di concentramento sovietici”, è proprio la storia della vasta rete di campi di lavoro che un tempo erano disseminati in lungo e in largo in tutta l’Unione Sovietica, dalle isole del mar Bianco alle sponde del mar Nero, dal Circolo polare artico alle pianure dell’Asia centrale, da Murmansk a Vorkuta al Kazakistan, dal centro di Mosca alle periferie di Leningrado.
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Il Gulag, nella accezione più ampia, denota il regime repressivo sovietico stesso e le tragiche procedure che portarono alla distruzione di intere fasce di popolazione inerme e innocente :
arresti, interrogatori, trasferimento verso località dell’estremo e gelido nord per mezzo di carri bestiame senza riscaldamento, lavoro coatto, distruzione di interi gruppi familiari, anni di esilio, morti precoci e inutili.
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Fin dall’inizio della Rivoluzione russa del 1917 l’apparato repressivo divenne parte integrante del sistema sovietico determinato con l’ausilio del “terrore” di massa esercitato contro oppositori reali o presunti.
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Dal 1929 Stalin decise di avvalersi del lavoro coatto per lo sfruttamento delle risorse minerarie nell’estremo nord del Paese, fino ad allora non attuato a causa delle temperature artiche che rendevano quel territorio quasi inabitabile.
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Grazie agli arresti di massa del 1937 e del 1938 i campi di lavoro registrarono una rapida espansione, raggiungendo il loro apice all’inizio degli anni Cinquanta.
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Mappa dei campi di concentramento sovietici
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Nel suo percorso evolutivo il complesso dei campi raggiunse una estesa capillarità, formando migliaia di lager, i quali fagocitarono al loro interno ben ventiquattro milioni di persone, molte delle quali vi trovarono la morte.
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I misfatti compiuti in nome di un comunismo becero e indifferente alle vite umane stroncate senza esitazione, non sono ancora oggi filtrati nella coscienza dell’opinione pubblica occidentale, a causa del contesto sociale, culturale e politico.
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Per decenni infatti gli intellettuali della sinistra europea, italiani in primis, hanno tenuto nascosto e mistificato tutto ciò che poteva ledere la superficie patinata di un comunismo che si presentava come baluardo delle masse operaie e contadine.
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In realtà queste due classi sociali furono le prime ad essere schiacciate dal sistema repressivo comunista sovietico, come si evince dalla documentazione esaminata all’apertura degli archivi sovietici.
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Il lavoro di Anne Applebaum basato su una metodica e rigorosa indagine storica ci permette di scoprire il vero volto di quel comunismo così caro a Togliatti e ai seguaci della “falce e martello”.
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Gli orrori di cui è impregnato il comunismo fin dalle sue origini non sono però stati sufficienti a impedire che nelle nostre città alcune vie o piazze fossero intitolate a Lenin o a Stalin, artefici e macellai del comunismo stesso.
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Mentre da una parte i comunisti occidentali proclamavano assiomi di libertà, di giustizia sociale e di uguaglianza, dall’altra in verità si poteva assistere in Unione sovietica ad una realtà opposta e contraria.
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Le parole chiave indicate nella fraseologia marxista, come massa, lotta di classe, proletariato, sfruttati e sfruttatori, così care alle componenti della sinistra occidentale in quanto radicalizzate nell’intima ideologia, non potevano essere compromesse, nemmeno dalla palese evidenza di un sistema repressivo che faceva della persecuzione il suo cavallo di battaglia.
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Togliatti e i comunisti italiani si guardarono bene dal mostrare al mondo il vero volto criminale di quel comunismo e di quel marxismo di cui si ergevano a paladini e portabandiera.
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Oltre che a nascondere la verità i comunisti occidentali, Togliatti in testa, tentarono di chiudere la bocca ad ex comunisti testimoni diretti della tragica realtà sovietica, come Dante Corneli, o a scrittori sopravvissuti al Gulag come Solzenicyn.
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Il libro di Anne Applebaum ci parla della sofferenza di milioni di sventurati, sottoposti scientemente a deportazione e al confino, in territori remoti in cui morirono a migliaia per la fame, per il freddo e per la fatica.
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Il lavoro della scrittrice prosegue ricordandoci che quello sovietico non è stato l’unico sistema repressivo basato sulla deportazione, riportando alla memoria quello nazista.
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I due sistemi si svilupparono più o meno nello stesso periodo e nello stesso continente e collegati dalla storia stessa della genesi dei campi di concentramento.
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In entrambi i sistemi i prigionieri subivano un trattamento di disumanizzazione che iniziava con la privazione della loro identità, del vestiario, di qualsiasi contatto con l’esterno, con gli interrogatori e con l’uso della tortura, fino all’umiliazione di essere sottoposti a processi “farsa”.
Gulag siberiano
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Ciò che accomuna le vittime è la ferocia con cui entrambi i regimi si accanivano per distruggere chiunque capitasse sotto i loro artigli :
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la morte colpiva coloro che venivano rinchiusi in celle di punizione fino a quando il freddo e la fame diventavano insopportabili, oppure quando i prigionieri ammalati venivano lasciati in gelide infermerie senza cure, oppure fucilati per capriccio dei loro aguzzini.
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La polizia segreta sovietica usava i gas di scarico per uccidere i prigionieri, proprio come facevano i nazisti nei primo anni.
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In Russia centinaia di migliaia di sventurati furono condotti di notte in foreste, per essere allineati e uccisi con un colpo alla testa, e sepolti poi in fosse comuni, anonime, e senza aver prima subito una qualsiasi forma di giudizio processuale.
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Quest’opera di Anne Applebaum ci riporta esattamente la dinamica e l’entità di un modus operandi tipico e abituale del comunismo sovietico, cui enfaticamente si ispirarono i fondatori di quello italiano, rendendosi complici dei misfatti compiuti in nome della bandiera rossa con “falce e martello”.
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Dissenso
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domenica 5 giugno 2016

Criminale comunista : MAO TSE TUNG

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Mao Tse Tung
Mao Zedong, meglio noto in occidente come Mao Tse Tung, nacque a Shaosan il 26 dicembre 1893 e morì a Pechino il 9 settembre 1976.
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La Cina, dal 1920 fino alla presa del potere da parte di Mao Tse Tung,  fu caratterizzata dalla contrapposizione di due schieramenti politici : il Partito Comunista Cinese (PCC) da un lato, e il Kuomintang (Partito Nazionalista Cinese o Guomindang) dall’altro.
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In precedenza, la storia cinese si è sviluppata in una continua alternanza di divisioni e di unificazioni, di contrazioni o di espansioni territoriali, sempre sotto l’egida e l’influenza di diverse dinastie, a volte anche di etnia straniera (come nel caso dei Mongoli o dei Mancesi).
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L’ultima dinastia cinese fu quella dei Qing, detta anche Manciù, il cui dominio fu interrotto con la rivoluzione Xinhai del 1911, attuata dalle Forze di Alleanza repubblicane, nazionaliste, e socialiste, che portò alla fondazione della nuova Repubblica di Cina, nei territori settentrionali.
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Bandiera della Dinastia Qing
Parallelamente al nuovo corso politico però, in Cina si manifestava ancora il controllo sulla popolazione dei numerosi “Signori della guerra”, che dotati di propri eserciti personali esercitavano il potere, dominando sui territori con metodi più o meno brutali.
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In particolare, il periodo cosiddetto appunto dei “Signori della guerra” si sviluppò a partire dalla morte di Yuan Shih-kai nel 1916, che fino ad allora aveva esercitato una vera e propria dittatura militare nel periodo che va dalla fine della dinastia Qing ai primi anni della neonata repubblica.
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Yuan Shih-kai
La scomparsa del dittatore lasciò un vuoto di potere che fu immediatamente riempito dai suoi ex collaboratori militari (i “Signori della Guerra”, appunto) che, grazie alle forze armate da loro comandate, spadroneggiarono fino al 1926, anno in cui le truppe di Chiang Kai-Shek trionfarono su di loro.
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Chiang Kai-Shek, leader delle forze nazionaliste (Kuomintang), governò gran parte della Repubblica cinese dal 1928 fino al 1949, anno in cui fu definitivamente sconfitto al termine della lunga guerra civile che lo contrapponeva al PCC (Partito Comunista Cinese) e a Mao Tse Tung.
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Mao Tse Tung (tradotto : splendere sull’Oriente) nacque nel 1908, terzogenito di una famiglia di agricoltori che viveva nella valle chiamata Shaoshan, situata nella provincia dello Hunan, nella regione centrale della Cina.
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Chiang kai-shek
Mao sarebbe poi diventato il despota che esercitando un potere assoluto di vita e di morte su un quarto della popolazione mondiale, quella cinese, si rese responsabile della morte di oltre settanta milioni di persone.
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La sua adolescenza fu caratterizzata da un’indole pigra e svogliata, a causa della quale Mao rifiutava qualsiasi impegno, sia fisico che intellettuale, tanto che all’età di 10 anni era già stato espulso da tre scuole perchè ritenuto ostinato e disobbediente, e dovette cambiare diversi istitutori a causa del suo comportamento.
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Il padre di Mao, Yi-chang, che finanziava i suoi studi, era molto scontento di lui, e lo picchiava ogni volta che il figlio non lo assecondava, tant’è  che Mao lo odiava e lo disprezzava, come dimostrano i numerosi aneddoti della sua infanzia.
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Nel 1911 Mao, si trasferì a Changsha, capitale della Provincia, e disse addio per sempre alla vita del contadino, divenendo infatti un giovane studente.
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In questa veste espresse per la prima volta le sue idee repubblicane mediante un saggio che incollò sui muri della scuola, e ribadendo le sue convinzioni con un gesto di protesta, e cioè tagliandosi il codino, che simboleggiava la tradizione della dinastia Manciù, odiata appunto dai repubblicani.
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In seguito si arruolò anche in uno degli eserciti dei repubblicani ma, non amando le esercitazioni e gli incarichi di routine tipici delle caserme, abbandonò nel giro di qualche mese.
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Troviamo una precisa e accurata dissertazione sulla vita di Mao nel libro scritto da Jung Chang e Jon Halliday, intitolato :
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Mao. La storia sconosciuta, edito da Longanesi.
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Questo libro traccia un chiaro ed esaustivo profilo di colui che attraverso la ferocia e il comunismo provocò la morte, in tempo di pace, di settanta milioni di cinesi innocenti.
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Fin da giovane Mao arrivò ad esprimere ciò che poi contraddistinse in futuro il suo operato, affermando che occorreva bruciare in un colpo solo tutte le raccolte di poesia e di prosa successive alle dinastie Tang e Sung (in pratica la totale distruzione della cultura cinese).
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Tra le sue convinzioni personali spiccava l’atteggiamento verso i princìpi morali, secondo cui le azioni dovevano rispecchiare unicamente il soddisfacimento del proprio ego e della propria natura, senza alcuna correlazione con il prossimo.
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Mao soleva anche dire che le persone come lui non avevano doveri o responsabilità verso altri, ma solo verso sé stessi.
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Mao divenne comunista nel 1920, pur non avendo ideali di alcun tipo, se non tutto ciò che poteva arrecargli vantaggi personali.
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Questo tratto caratteriale delinea perfettamente l’emergere dell’estremo egoismo di Mao e della sua totale irresponsabilità, con cui visse per tutta la sua esistenza in simbiosi assoluta.
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Inoltre, nel suo delirio di onnipotenza Mao reputava di rientrare nella categoria dei “grandi eroi”, convinto di appartenere ad una elite di persone a cui fossero riservate la gioia per la distruzione e per la sovversione, nella schizofrenica  paranoia mentale che una pace lunga e duratura fosse insopportabile e noiosa.
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La distruzione avrebbe infatti caratterizzato l’essenza stessa del suo futuro, nel coercizzare il Partito Comunista Cinese con il pugno di ferro.
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Per tuta la sua vita Mao si dedicò all’intrigo e alla ricerca dell’affermazione del proprio potere, che ricercò instancabilmente ricorrendo a qualsiasi mezzo per ottenerlo, passando dalle lusinghe all’omicidio, dal servilismo verso Mosca al tradimento dei suoi stessi alleati, unendo le tappe del suo percorso con un unico elemento di distinzione : la ferocia  e la malvagità.
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L’impegno di Mosca per portare il comunismo in Cina, prevedeva a quel tempo un programma di finanziamento e di ingenti aiuti economici, oltre che la fornitura di armi ed uomini al nascente Partito Comunista Cinese.
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Questa partecipazione di Mosca, voluta da Stalin in prima persona, ebbe la durata di tre decenni, raggiungendo il culmine nel 1949, anno in cui il comunismo salì al potere in Cina, per mezzo di Mao, segnando il trionfo della politica estera sovietica.
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Per esercitare il potere Mao si avvalse di collaboratori spietati che divennero il suo braccio armato, interpretando il ruolo di carnefici e opprimendo la popolazione cinese per decenni, fino a quando loro stessi non divennero vittime dello stesso Maoismo e della paranoia omicida esercitata dal “Grande Timoniere”, così come amava farsi chiamare  il dittatore comunista cinese.
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La sua smania di potere fu sempre alimentata dal rapporto complice che ebbe con Stalin, il quale gli fornì i mezzi di distruzione cui Mao ambiva da sempre, oltre agli aiuti economici per incrementarne la potenza militare.
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Mai pago dello stadio di potere raggiunto, Mao intraprese senza sosta le iniziative per raggiungere un livello sempre più avanzato in campo militare, come l’acquisizione di tecnologie atte a produrre armi nucleari.
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Per poter fare fronte alle ingenti spese previste per il conseguimento di questo programma, Mao costrinse l’intera popolazione ala fame, espropriando qualunque risorsa alimentare esistente e dirottandone la vendita e i profitti al progetto nucleare in corso, provocando carestie di proporzioni bibliche nel Paese.
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Per poter fagocitare completamente le produzioni agricole, Mao ricorse all’imposizione della collettivizzazione delle campagne, come già aveva fatto Stalin in Ucraina (causando 10 milioni di morti per fame)
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La collettivizzazione agraria diede il colpo di grazia al già scarso tenore di vita del popolo cinese, composto in maggioranza dal ceto contadino, abbassando ancora di più il già minimo livello di sussistenza cui era ridotto.
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La popolazione affamata fu costretta a cibarsi delle foglie degli alberi, e la carestia decimò l’intero popolo cinese, mentre Mao incurante di ciò si faceva preparare lauti banchetti dal suo cuoco personale.
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I peggiori criminali comunisti collaboratori di Mao, che si resero complici dello sterminio pianificato di milioni di cinesi, per mezzo delle purghe attuate in nome del comunismo cinese furono :
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Zhou En-lai, Lin-Biao, Jang Qing (la moglie di Mao, detta appunto Madame Mao),  e Deng Xiaoping (poi vittima della Rivoluzione culturale).
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Le strategie politiche di Mao più devastanti, furono quelle che ancora oggi sono conosciute con il nome di :
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La lunga marcia” (1934-1935), “Il Grande balzo” (1958-1961),  La Rivoluzione culturale” (1965-1966), e “La grande purga” (1966-1967).
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Oltre a queste ci sono state altre devastanti metodologie a cui ricorse Mao nel suo percorso dittatoriale.
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Indottrinamento ideologico

Queste espressioni della psiche schizofrenica e paranoica del dittatore cinese portarono alla morte milioni di persone del suo stesso popolo.
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Come già accennato, ad esempio, Mao ricorse senza esitare alla brutalità e alla violenza cieca nel dichiarare guerra al ceto contadino, reo a suo avviso di interpretare un ruolo borghese e ostile alla Rivoluzione (mentre in realtà a Mao servivano le derrate alimentari da convertire in denaro).
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Il ricorso al Terrore e alle persecuzioni, divenne il mezzo attraverso cui Mao si appropriò di ingenti somme di denaro, appunto, anche per sostenere economicamente i regimi comunisti stranieri con finanziamenti elargiti spesso a fondo perduto.
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Esecuzioni durante il "Terrore"
I soldi provenivano dalla vendita delle derrate alimentari requisite e sequestrate al popolo cinese, che nel frattempo moriva lentamente di fame e di inedia.
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Il Terrore gli permise inoltre di plasmare interi strati sociali al suo volere, istituendo la prassi obbligatoria delle sedute di autoaccusa.
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In queste sessioni si obbligavano le persone ad autoaccusarsi di crimini antirivoluzionari, o ad ammettere la propria indole borghese, o a confessare di aver cospirato contro il regime.
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Questa pratica fu iniziata a Yenan e comportò l’uccisione di migliaia di giovani studenti, disillusi dall’evidenza del vero volto del  Partito Comunista.
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Arresti e umiliazioni pubbliche
Non esisteva infatti l’uguaglianza sociale predicata dal Partito, ma al contrario un palese e sfrontato ricorso della classe dirigente ad usufruire di privilegi di ogni tipo, mentre il popolo sopravviveva mal vestito e senza mezzi alimentari.
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Il Terrore tacitò con violenza inaudita qualsiasi anelito di dissenso, così come era già successo durante la lunga marcia, e travalicò i confini di Yenan spargendosi a macchia d’olio in tutta la Cina
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Mao si dedicò con accanimento ad ognuna di queste fasi della sua politica, e in occasione del “Grande balzo” ebbe cinicamente a dire :
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Metà della Cina potrebbe dover morire”.
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Esaminiamo ora le tappe più significative del “programma” criminale di Mao :
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La “Lunga marcia” può apparire ad un occhio poco attento come il percorso del popolo cinese raccolto attorno al suo leader allo scopo di sconfiggere il nemico giapponese, mentre in realtà fu un insieme di manovre messe in atto da Mao per colpire e sconfiggere il suo più odiato rivale : Chiang Kai-shek.
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Chiang era a capo del Partito nazionalista e comandava un imponente esercito, ben armato ed addestrato, in antitesi con l’Armata Rossa comunista, scalcinata e molto inferiore di numero.
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Dal 1931 al 1934 Mao ordì trame e congiure, spostando contingenti militari sui territori allo scopo di imporre il Terrore alla popolazione, approfittando dell’aiuto economico e militare dell’Urss, fino al momento in cui dovette abbandonare il suo quartier generale perché incalzato dalle forze soverchianti di Chiang Kai-shek.
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La base di Ruijin, era la sede del primo Stato rosso, e inglobava vaste porzioni del Jianxi e del Fujian.
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Quando Mao se ne andò, dopo aver amministrato per anni con estrema ferocia le aree occupate, la popolazione era calata di un milione di unità.
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Una parte degli abitanti era stata infatti assassinata come nemici di classe, oppure costretta a lavorare fino a morire.
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Altri si suicidarono o perirono per altre cause imputabili comunque al regime comunista.
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Prima della partenza ebbero luogo migliaia di esecuzioni capitali, di cui si occupò Chou En-lai (a capo dell’esercito di Mao) dopo aver stilato l’elenco di coloro che secondo il regime erano classificati come inaffidabili.
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Le vittime furono uccise a coltellate e poi gettate in una fossa che erano state costrette a scavare in precedenza.
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La partenza di Mao e del suo esercito di circa 80.000 persone diede inizio a quella che enfaticamente sarebbe stata chiamata La lunga marcia.
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Dopo breve tempo, le truppe di Chiang Kai-shek avevano già dimezzato il numero degli effettivi dell’esercito di Mao, pilotandone la Lunga Marcia verso il Guizhou, incalzandolo e occupando i territori attraversati.
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Incurante di tutto ciò Mao si preoccupò solo di vincere la guerra per il potere all’interno del Partito Comunista Cinese, in cui ricopriva ancora un ruolo marginale, tessendo trame durante il percorso in cui, tra l’altro, si faceva trasportare sospeso su una portantina dalle lunghe canne di bambù.
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Durante le riunioni di vertice del politburo cinese Mao incolpò senza ritegno i suoi rivali di Partito, accusandoli di essere i responsabili della disfatta dello Stato Rosso nella base di Ruijin, guadagnandosi così una nomina nel segretariato di partito.
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I vertici militari comunisti erano guidati da  Chang Kuo-tao, un valente comandante che dopo essere stato scacciato da Chiang Kai-shek dalla base rossa di Eyuwan insieme alla sua armata di 20.000 uomini si spostò nel Sichuan settentrionale, dove nell’arco di un anno ricostituì una nuova base ingrossando le file dell’esercito, fino a raddoppiarlo.
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Mao ebbe l’ordine di raggiungere il Sichuan per riunirsi all’esercito di Chang, sempre incalzato dalle truppe di Chiang Kai-shek, ma  il pensiero di competere per il potere con un personaggio del calibro di Chang, peraltro spietato e feroce, non rientrava nelle sue priorità.
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Così Mao fece di tutto per ritardare l’avanzata verso il Sichuan, arrivando ad ordinare  alle truppe dell’Armata Rossa, al comando del suo fidato Chou En-lai, di tendere agguati alle truppe di Chang Kai-shek, ben sapendo queste avrebbero schiacciato con facilità i suoi soldati.
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Nella località di Tucheng ebbe  luogo infatti uno scontro significativo, in cui 4.000 uomini dell’Armata Rossa furono sterminati con facilità dalle truppe di Chiang, mentre Mao dall’alto di una collina osservava imperterrito la carneficina.
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Tutto ciò permise a Mao di affermare che poichè le truppe  provenienti dal Sichuan (di Chang Kai-shek) erano troppo spietate, non era consigliabile addentrarsi in quel territorio.
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I comunisti invertirono quindi la rotta e riattraversarono il Fiume Rosso per insediarsi nuovamente nel Guizhou.
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Contemporaneamente Mao informò Chang Kuo-tao che Lo Fu (alleato di Mao in tutte queste trame) era diventato il nuovo numero uno del partito, e che Mao faceva parte della sua segreteria.
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Chang Kuo-tao, relegato con il suo esercito nel Sichuan, non potè fare altro che accettare lo stato di fatto.
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Immediatamente Lo Fu nominò Mao “Comandante generale di prima linea”, un grado appositamente creato per lui, dandogli modo di attuare così altre trame e cospirazioni.
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Grazie alla collaborazione di Chou En-lai e del Professore rosso (suo mentore ideologico) creò un nuovo organismo a cui diede il nome di Triumvirato.
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Il nuovo Triumvirato, per bocca di Mao, iniziò a intraprendere una serie di iniziative militari sconsiderate, che ebbero conseguenze rovinose per tutta l’Armata Rossa.
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Mao costrinse i suoi generali a “girare in tondo” nel Sichuan, sempre sottoposti ai bombardamenti di Chiang, che causarono ingenti perdite all’esercito e lo obbligarono infine alla fuga.
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I sacrifici spaventosi cui Mao costrinse l’esercito fecero infuriare sia Lin Biao che lo stesso Lo Fu, che per evitare la completa catastrofe gli imposero di fare dietro front e dirigersi verso lo Sichuan.
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Guardie rosse
Dopo mesi di rinvio per non incontrare Chang Kuo-tao e dopo aver sacrificato 30.000 uomini con le sue fallimentari strategie Mao aveva comunque rafforzato la sua posizione politica, avendo raggiunto un alto incarico nell’esercito e potendo manovrare il suo burattino Lo Fu, insediato come capo del partito.
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Il momento più alto del mito della Lunga Marcia nella storiografia cinese è rappresentato dal raggiungimento del ponte sul fiume Dadu, nel Sichuan centro-occidentale.
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Il giornalista americano Edgar Snow, a cui fu propinata una storia di pura invenzione descrisse l’evento come l’apice, appunto, del mito della Lunga marcia.
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Secondo il racconto, l’Armata Rossa si trovò ad attraversare il ponte privo dell’assito calpestabile, reggendosi alle sole catene di ferro, e affrontando un nido di mitragliatrici posto di fronte che falcidiava gli uomini, i quali colpiti dalle raffiche cadevano nel fiume sottostante.
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Nulla di ciò è vero.
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Non avvenne alcuna battaglia e nell’Armata Rossa non ci fu alcuna vittima.
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I danni maggiori erano già stati fatti da Mao, che all’incontro con Chang Kuo-tao era accompagnato da 10.000 uomini affamati, sfiniti, vestiti di stracci, e senza armi, cioè da ciò che rimaneva del suo esercito di 80.000 soldati : l’Armata Rossa centrale.
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Al contrario, l’esercito di Chang Kuo-tao che aveva iniziato la propria marcia con 20.000 uomini, aveva quadruplicato il numero degli effettivi, che erano inoltre ben nutriti, addestrati e ben armati.
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Gli intrighi di Mao continuarono, con la collaborazione di Lo Fu, e di Chou En-lai, nel tentativo di appropriarsi del comando dei due eserciti riuniti, ma a causa però della forte opposizione di Kuo-tao e dei suoi ufficiali, quest’ultimo mantenne il comando di tutte le armate, mentre a  Mao toccò la leadership del Partito.
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In seguito, grazie al potere conferitogli dall’autorità del Politburo, Mao impose una serie di scelte a Kuo-tao, smistando il suo esercito in territori paludosi e malsani, costringendolo a lunghi e inutili itinerari e precludendogli la possibilità di incontrare i Russi, di cui Mao auspicava l’aiuto e la benevolenza.
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Ufficiali cinesi nazionalisti
Impose alle sue truppe (inglobate nell’esercito di Kuo-tao) di svincolarsi e di raggiungerlo, dividendo così l’Armata Rossa e dirigendosi poi con la propria armata verso la zona rossa dello Shaanxi settentrionale, dove costituì la sua base con i 4000 uomini sopravvissuti.
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Chiang Kai-shek non lo attaccò, dietro esplicito ordine di Mosca, forte del fatto che il figlio del condottiero, in precedenza inviato da questi in Urss per compiere gli studi era stato ivi poi trattenuto come una sorta di ostaggio.
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Il fatto di aver quindi ottenuto il controllo del Partito Comunista, anche se con un esercito ridotto al lumicino, consentì a Mao di essere ritenuto da Stalin come il nuovo leader del popolo cinese, cui Mosca suggerì subito di avvicinarsi all’Unione Sovietica, chiedendogli di dirigersi verso il confine della Mongolia Esterna, territorio satellite russo.
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Il mese di ottobre del 1935 sancì la fine della Lunga marcia
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Il Grande balzo, così come venne definito dallo stesso Mao, altro non fu che un vero e proprio delirio di onnipotenza attraverso cui il Grande Timoniere affermò la sua volontà di dominio sul mondo.
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Lettura del libretto di Mao
Per la realizzazione di questo progetto a Mao necessitavano quantità enormi di acciaio, per la costruzione di navi e di armi, e per ottenere un livello di industrializzazione pari a quello dei Paesi occidentali.
Iniziò così una vera e propria pressione di Stato sui contadini, cui fu richiesto di triplicare o addirittura quadruplicare i raccolti, che venivano poi puntualmente requisiti dal regime comunista di Mao.
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Le risorse alimentari erano vendute all’estero o barattate con le fornitura di acciaio e tecnologie, mentre i contadini cinesi erano condannati a morire di fame.
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Chi si opponeva o non forniva le quantità di cibo richiesto era considerato nemico del popolo e giustiziato.
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La denutrizione e l’inedia non risparmiarono donne e bambini, costretti anch’essi a lavorare incessantemente per volere di Mao.
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Furono requisiti anche tutti gli utensili e gli strumenti di lavoro, per soddisfare le richieste di acciaio che Mao esigeva, ma tutto ciò non produsse altro che miseria.
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Il disprezzo di Mao verso i contadini si palesò apertamente in questa rincorsa all’ammasso, peraltro inutile e controproducente.
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Spesso gli acquisti di materiale industriale giacevano inutilizzati nei depositi per mancanza di infrastrutture, mentre la manutenzione era assente perché giudicata inutile, e le quantità di acciaio prodotte erano per lo più di scarsa qualità e per questo inutilizzabili.
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Dei 1639 impianti industriali in costruzione per la produzione di armi, solo ventotto furono completati, ma rimasero anch’essi improduttivi.
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Il progetto di industrializzazione di Mao produsse solo impianti inutili e aree dismesse fin dall’inizio del progetto stesso, mentre localmente gli uomini di partito interpretavano il ruolo di schiavisti verso una popolazione denutrita e morente di cui Mao amava dire :
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Date loro un pasto completo e non lavoreranno. Meglio dimezzare  la razione, così se avranno fame saranno costretti a darsi più da fare  “.
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Oppure :
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"Si deve gioire della morte. Se la gente non morisse, la terra non sarebbe in grado di contenerla ! "
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Nelle morti di massa, da lui causate, Mao vide un vantaggio pratico, e quindi sentenziò al culmine del suo delirio di onnipotenza :
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I morti arrecano benefici, possono fertilizzare il terreno , obbligando quindi i contadini a coltivare i luoghi di sepoltura.
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Jang Qing
La Rivoluzione culturale fu il progetto portato a termine da Mao, con la complicità della moglie Jang Qing, per distruggere la cultura cinese e mantenere la Cina stessa in una condizione sociale amorfa.
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Madame Mao si dimostrò diabolica e feroce, e dopo la morte del consorte dichiarò :
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Ero il cane del Presidente Mao.
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Chiunque mi dicesse di mordere, io mordevo”.
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Ricorreva abitualmente e spudoratamente allo spreco e allo sperpero, per soddisfare qualsiasi capriccio, mentre il popolo soffriva la fame.
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Era paranoica all’eccesso, e di notte affrontava incubi ricorrenti in cui apparivano i volti delle numerosissime vittime della sua ferocia.
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Amava la fotografia, e per eseguire scatti che le piacevano, costringeva le navi da guerra a manovrare avanti e indietro, e a far sparare a salve i cannoni antiaereo.
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Nel portare avanti il progetto di rivoluzione culturale Mao e sua moglie fecero arretrare culturalmente la Cina di 100 anni.
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Furono bruciati pubblicamente tutti i libri esistenti ad eccezione del Libretto rosso di Mao, che la gente era obbligata ad avere sempre co sé.
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Agli studenti delle scuole e delle università fu chiesto di condannare gli insegnanti che avvelenavano  con idee borghesi il loro cervello e che li perseguitavano con gli esami, che furono poi aboliti.
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I professori furono quindi i primi ad essere perseguitati, e costretti a divenire protagonisti  di sedute di autoaccusa, picchiati a sangue e torturati, mentre le donne subirono molestie sessuali di ogni tipo.
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La violenza delle masse studentesche fu canalizzata nella costituzione di un nuovo organismo giovanile : le guardie rosse.
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Le guardie rosse in azione
Incoraggiate alla violenza dallo stesso Mao le Guardie rosse diedero il via ad una serie infinita di atrocità.
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Le vittime prescelte, soprattutto professori ed educatori, venivano pestate a sangue e costrette poi a leccare con la lingua il loro stesso sangue versato a terra.
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La preside di una scuola femminile di Pechino venne torturata per ore, costretta a camminare carica di pesanti mattoni e percossa senza tregua con cinture militari provviste di borchie e con bastoni chiodati ogni qualvolta cadeva a terra, fino a farla morire.
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Una delle protagoniste di questo brutale episodio fu poi elogiata pubblicamente dallo stesso Mao, in una cerimonia che si tenne in Piazza Tienanmen, durante la quale il Presidente le disse :
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Una seduta di "autoaccusa"
Sii violenta !
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Dopo aver usato le Guardie rosse per seminare il terrore nelle scuole, Mao le indirizzò contro la società in generale per distruggere la vecchia cultura ovunque.
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La violenza dilagò in ogni direzione, espandendosi cieca e irrazionale, priva di qualunque controllo :
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Furono distrutte le insegne dei negozi, le targhe stradali, così come vennero attaccate le persone, le ragazze con i capelli lunghi, o vestite con gonna, oppure con un accenno di tacco.
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Le vittime venivano rapate a zero e da allora in poi in Cina si sarebbero trovate solo scarpe basse, vestiti informi come sacchi, sgraziati e simili a uniformi.
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Non pago Mao il 23 agosto 1966 dichiarò :
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A Pechino non c’è abbastanza caos. Pechino è troppo educata, dando così il suo beneplacito allo scatenare del Terrore su vasta scala, su tutto il territorio nazionale.
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Iniziarono così gli attacchi verso gli scrittori più famosi, i cantanti d’opera, ed altri artisti, che vennero picchiati selvaggiamente e umiliati.
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Le guardie rosse irruppero poi capillarmente nelle case e nelle abitazioni del popolo, in un delirio di violenza ossessiva, per bruciare i libri, fare a pezzi i dipinti, calpestare i dischi, gli strumenti musicali, e qualsiasi altra cosa avesse a che fare con la cultura.
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Rogo di manufatti artistici
Fu confiscato qualsiasi oggetto di valore, mentre i legittimi proprietari venivano percossi a sangue e torturati a morte.
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Il Quotidiano del Popolo,  giornale del Partito Comunista salutò queste diffuse e sanguinarie incursioni come “semplicemente splendide”.
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Nella sola Pechino furono razziate quasi 34.000 case e uccise 1772 persone.
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Furono cacciate da Pechino quasi centomila persone e le loro case furono requisite dal regime.
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Nella stessa città furono rasi al suolo 5000 monumenti storici, e l’intera cultura in Cina fu spazzata via, insieme al suo passato, ai musei, e alle statue di Buddha, sostituendo tutto con un clima di terrore.
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Nel 1966/67 Mao approfittò del totale asservimento delle Guardie rosse per operare una Grande purga su vasta scala di tutti i quadri dei funzionari di partito e dell’esercito.
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Furono istituiti nuovi gruppi delle Guardie rosse, chiamati  Ribelli, con il compito di individuare chi, all’interno del Partito, deteneva il potere seguendo una via capitalista, e chi aveva mostrato contrarietà per le politiche estreme del leader massimo, il quale mirava a sbarazzarsi di loro in massa.
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Lettura del libretto di Mao
I Ribelli iniziarono così a denunciare i loro capi, approfittando di questa occasione per poter subentrare in loro vece, agendo con spietatezza, torturando e perseguitando le vittime pubblicamente, ricorrendo alle sevizie e immortalando le scene più macabre con fotografie o riprese filmate.
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Era noto infatti che a Mao piacesse poi visionarle, traendo piacere dalla visione delle sofferenze inflitte ai malcapitati.
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Gli ex collaboratori di Mao divennero così i nuovi destinatari di torture efferate, come quella dell’aereo, la preferita da Mao, che consisteva nel sollevare il corpo della vittima con le mani e i piedi legati dietro il corpo, da cui partiva la fune per appenderla.
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Con la vittima sollevata da terra, tenuta sospesa in posizione innaturale e dolorosa, si iniziava poi a percuoterla ferocemente.
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La maggior parte dei funzionari epurati fu sostituita da elementi provenienti dall’esercito che,  coadiuvati dai Ribelli, presero il posto di quasi 3 milioni di ex quadri dirigenti.
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La violenza divenne un elemento insopprimibile e costante della vita quotidiana.
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Ogni giorno la gente veniva forzatamente adunata per assistere alle sessioni di denuncia dei “compagni di strada capitalisti”, durante le quali si leggevano e si ripetevano  a non finire le citazioni di Mao e gli articoli del Quotidiano del Popolo.
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Non esistevano più i libri, le riviste, i film, gli spettacoli teatrali, la musica radiofonica, ma solo ed esclusivamente la lettura del Pensiero di Mao.
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Ci furono episodi di rivolta popolare, come quello di Wuhan, capeggiata dal comandante locale Che Zai-dao, ma la ferocia oramai collaudata del regime Comunista soffocò nel sangue ogni tentativo di dissenso.
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Il Terrore usato come mezzo di affermazione della Rivoluzione culturale comunista si avvalse di metodi di educazione delle masse abominevoli, come il ricorso al cannibalismo.
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Non di rado, infatti, dopo aver picchiato a morte le loro vittime, i carnefici ne macellavano i corpi, scegliendone alcune parti come il fegato, il cuore, o il pene, spesso asportandole dal malcapitato ancora in vita, per poi cucinarle sul posto e mangiare i macabri trofei, in veri e propri banchetti di carne umana.
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Il 1968 fu l’anno in cui l’orrore di Stato espresse la sua più ampia capacità di annientamento delle masse :
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nei territori della Mongolia Interna, che voleva staccarsi dalla Cina per collegarsi alla Mongolia esterna e ai sovietici, furono messe in atto devastanti ricorsi ala tortura sistematica della popolazione su larga scala.
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Alcuni esempi :
Donna mongola condannata a morire di fame...
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Ad una donna musulmana furono prima strappati i denti con le pinze, poi le furono torti il naso e le orecchie, e infine venne fatta letteralmente a pezzi.
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Un’altra donna fu stuprata con un palo (e in seguito si suicidò per l’oltraggio subìto).
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Ad un uomo furono piantati dei chiodi nel cranio, mentre ad un altro fu tagliata la lingua e vennero cavati gli occhi.
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Ad un'altra vittima fu inflitta una pesante bastonatura sui genitali, dopodichè gli fu messa della polvere da sparo nelle narici e le fu dato fuoco.
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Oltre 16.000 persone morirono nei territori mongoli in seguito a tali torture, mentre il totale di coloro che subirono la persecuzione comunista arrivò alla cifra di 1 milione di vittime.
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Nella provincia dello Yunan i perseguitati furono circa 1.400.000 di cui 17.000 picchiate a morte o giustiziate.
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Le uccisioni patrocinate dallo Stato comunista per attuare il piano di epurazione voluto da Mao furono raggiunsero i 3 milioni di unità, mentre coloro che ne subirono sofferenze e dolore furono almeno centomila.
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Alla fine della Rivoluzione culturale, subito dopo la morte di Mao furono arrestati i componenti della cosiddetta Banda dei quattro :
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Jang Qing,  Zhang Chunqiao,  Yao Wenyuan, e  Wang Hongwen.
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Jiang Qing
Li Shumeng (1914  -  1991) fu la quarta ed ultima moglie di Mao, meglio conosciuta con lo pseudonimo di Jang Qing, o anche come Madame Mao.
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Come membro del Politburo del Partito Comunista Cinese e in qualità di maggior portavoce della linea maoista, insieme alla “banda dei quattro” prese parte attiva nella distruzione della vecchia cultura borghese , introducendo e diffondendo in Cina la nuova  cultura rivoluzionaria, proletaria e socialista.
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Nell’interpretare questo ruolo si macchiò di efferatezze e nefandeze per le quali, alla morte di Mao fu condannata a morte.
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La sentenza fu poi commutata in ergastolo.
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Zhang Chunqiao
Mentre era reclusa in carcere le fu diagnosticato un cancro alla gola e fu quindi trasferita in ospedale, dove il 14 maggio 1991 si suicidò impiccandosi nel bagno.
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Zhang Chunqiao (1917  -  2005) è stato colui che si adoperò per sfornare articoli di stampa che rivestivano di marxismo le gesta criminali di Mao, mistificandone la realtà dei fatti.
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Durante le purghe, all’inizio della Rivoluzione culturale, mascherò le stesse con una fraseologia ideologica, nascondendo così il vero intento criminale e spietato di Mao.
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Yao Wenyuan
Costui curò i testi che produssero l’illusione anche all’estero sulla vera natura della Rivoluzione culturale, così come si addice ad un vero manipolatore dell’informazione comunista.
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Yao Wenyuan (1931  -  2005) prese parte attiva allo sterminio di migliaia di vittime, nel corso della Rivoluzione culturale, dirigendo l’epurazione dei moderati e dei sospetti intellettuali dai ranghi del partito e della società cinese, ricorrendo contro le vittime all’uso della tortura, dell’esilio, dei lavori forzati, e delle umiliazioni sia fisiche che psicologiche.
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Wang Hongwen
Wang Hongwen (1935  -  1992) fu vicepresidente del partito Comunista Cinese dal 1973 al 1976, oltre che membro permanente del politburo.
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Nel dopoguerra divenne membro delle guardie Rosse e partecipò attivamente alla politica di Terrore di Madame Mao nell'applicazione dei programmi della Rivoluzione culturale.
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Altri fedeli collaboratori di Mao, ancora oggi sconosciuti al mondo occidentale, sebbene siano stati crudeli belve assetate di sangue, al pari di Hitler e di Stalin, furono :
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Ke Qingshi (1902  -  1965)
Ke Qingshi
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Fu Sindaco e primo Segretario di partito prima a Nanchino, poi a Shanghai, e dirigente del Communist Party della Cina orientale, nonché membro del politburo.
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Sostenne attivamente la causa rivoluzionaria di Mao, appoggiandolo poi nella parentesi di breve liberalizzazione che fu definita dei “Cento fiori” nel 1950.
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Questo scenario politico diede la possibilità ai contadini e agli operai di esprimere e poi radicalizzare le loro proteste, che scatenarono però una fase di purghe contro tutti i dissidenti e contro le destre da parte di Mao.
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A Shanghai promosse il culto della personalità di Mao, lanciandone la “Rivoluzione culturale”.
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Fu al suo fianco anche nell’ambizioso progetto per la produzione dell’acciaio, e nel periodo del cosiddetto “Balzo in avanti” nel 1958.
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Luo Ruiqing  (1906  -  1978)
Luo Ruiqing
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Veterano della Lunga Marcia e vice di Lin Biao nel 1965, divenne poi Capo di Stato Maggiore dell’Esercito e Vice Primo Ministro, ed esercitò il controllo su buona parte degli apparati di sicurezza.
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Fu inviato a Mosca dal Partito comunista come addetto del Comitato esecutivo del Comintern e durante la sua permanenza in Unione Sovietica collaborò con la GPU (la polizia segreta).
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Si occupò dell’epurazione degli ufficiali fedeli a Wang Ming, il dirigente di Partito sconfitto da Mao durante la Lunga marcia.
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E’ stato per anni il principale addetto alla sicurezza personale dello stesso Mao, che lo chiamava affettuosamente “Luo il lungo”.
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Durante le operazioni epurative dei vertici della Quarta Armata Luo si distinse per la grande ferocia, crudeltà e malizia,  proclamandosi contrario a politiche di buonismo senza freni, sostenendo anzi l’eliminazione dei controrivoluzionari di partito.
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Nel 1951 Luo iniziò una feroce campagna contro i proprietari terrieri considerati sfruttatori e controrivoluzionari, dando il via alla politica di collettivizzazione delle terre agricole.
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Si dedicò anche alla repressione delle comunità religiose, perseguitando le chiese di ispirazione cristiana, taoista, o comunque religiosa, ritenute un pericolo per il regime comunista.
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Luo invitò coloro che avevano in precedenza collaborato con Chiang Kai-shek (leader del regime nazionalista) ad ammettere la loro colpa, promettendo una sorta di perdono e la grazia, ma poi mantenne solo in parte la promessa fatta, proclamando che un certo numero di persone con debiti di sangue era stato giustiziato”.
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Nella lotta interna al Partito Comunista Cinese per il controllo del Potere, venne arrestato come traditore dagli illeciti rapporti con l’estero (l’URSS), umiliato ed obbligato ad autoaccusarsi, come prevedevano le purghe maoiste.
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Peng Zhen  (1902  -  1997) 
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E’ stato Sindaco di Pechino nel 1951, e nel 1956 divenne membro della Segreteria del PCC.
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Nel 1966 fu destituito da ogni incarico perché in contrasto con Mao per la sua visione benevola nei confronti dell’arte e della letteratura, considerate invece da Mao come borghesi e controrivoluzionarie.
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Riabilitato nel 1979 da Deng Xiaoping, divenne membro del Comitato Centrale e dell’ufficio Politico.
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Nel 1983 divenne Presidente dell’Assemblea Popolare nazionale.
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Sostenne la repressione violenta dei dissidenti che manifestarono in Piazza Tiananmen nel 1989.
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Le truppe di Deng Xiaoping aprirono il fuoco sulla folla dando inizio al massacro degli studenti che occupavano la piazza.
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Alle truppe fu ordinato di sgombrare la Piazza con ogni mezzo e si permise l’uso dei carri armati per schiacciare le persone e le barricate costruite dagli studenti.
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Il numero delle vittime stimate è compreso tra le 400 e le 800 unità.
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Peng Zhen è considerato ancora oggi uno degli otto anziani del partito Comunista di Cina
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Chen Boda
Chen Boda,  pseudonimo di Chen Sangyu, 1904  -  1989) 
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Si iscrisse al Partito Comunista Cinese nel 1927 che poi lo inviò a studiare a Mosca.
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Tornato in Cina, nel 1931 insegnò e scrisse la Storia di Pechino, usando lo pseudonimo di Chen Boda.
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Fu nominato Segretario politico di Mao (1941) e divenne redattore del periodico cinese Bandiera Rossa (1958).
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In precedenza scrisse un libro sul pensiero di Mao, poi compilò le quotazioni che compongono le citazioni del libretto rosso, e in seguito scrisse un editoriale dal titolo . “Spazzare via tutti i mostri e i demoni” sul Quotidiano del popolo, segnando l’inizio della rivoluzione culturale proletaria.
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Sull’onda degli scritti di Chen Boda, i controrivoluzionari furono definiti, come “demoni-mucca”, oppure come  spiriti-serpente”.
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Divenne poi dirigente del Partito Comunista Cinese e Presidente del Gruppo per la rivoluzione culturale (1966).
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Fu una figura chiave nel gruppo guidato da Jang Qing, la moglie di Mao, per le iniziative radicali che sconvolsero l’intera cultura cinese.
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Dopo la morte di Mao fu arrestato e condannato a 18 anni di carcere,  poi ridotti per gravi motivi di salute.
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Kang Sheng (1898  -  1975)
Kang Sheng
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(Kang Sheng è uno degli pseudonimi usati da Zhao Rong, insieme a quello di Zhang
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Shaoqing e Zhao Rong)
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Divenne Segretario del Comitato Centrale del Partito dal 1931 al 1933.
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Nel 1933 fu inviato a Mosca come delegato permanente del PCC del Comintern, e vi rimase fino al 1937.
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In Russia Kang sovraintese alle purghe di centinaia di cinesi, ricorrendo alla tortura, deportandoli , e giustiziandoli.
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In patria divenne capo del KGB cinese (denominato DAS, ovvero il Dipartimento degli affari sociali del Comitato centrale).
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Kang rivelò un’indole sadica e perversa e lo dimostrava tormentando le sue vittime durante le adunate di massa.
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Conobbe Jiang Qing e le divenne amico, poi in seguito la presentò a Mao, che la sposò.
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Dopo il 1959 divenne il “secondo in comando” di Mao nelle epurazioni di partito e durante la Rivoluzione Culturale.
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Condusse la repressione e la persecuzione del partito Popolare della Mongolia interna, un gruppo separatista sciolto dal PCC.
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Collaborò con Mao ad ogni genere di nefandezze, come quella escogitata nello Yenan per terrorizzare i seguaci dello scrittore Shi-wei, il quale aveva portato alla luce con i suoi scritti i privilegi istituzionalizzati della classe dirigente.
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A migliaia furono arrestati e gettati in grotte prigioni e sottoposti a pressioni continue perché si autodenunciassero come spie e denunciassero a loro volta gli stessi compagni di prigionia.
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Il metodico ricorso alla tortura fu l’arma attraverso cui Mao e Kang Sheng instillarono e diffusero il terrore in tutta la provincia dello Yenan.
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La tecnica ricorrente era quella della privazione del sonno, così come quella denominata “la panca della tigre” (la vittima veniva legata e immobilizzata nella stessa posizione per lungo tempo), oppure si ricorreva a tormenti psicologici come la minaccia di introdurre serpenti velenosi nelle grotte, o simulando esecuzioni capitali.
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Collaborò insieme a Mao ed a Jiang Qing nel percorso di distruzione della cultura cinese, durante la gigantesca purga conseguente alla Rivoluzione culturale.
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Nel 1966 le Guardie rosse devastarono tutte le città, i villaggi, e le zone di campagna, entrando casa per casa alla ricerca di libri o di qualsiasi oggetto d’arte per distruggerli.
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I monumenti furono demoliti e i musei devastati, in un clima di terrore diffuso che condusse la Cina ad un vero e proprio deserto culturale.
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Kang sostenne Pol Pot, il leader dei khmer rossi in Cambogia, originando così gli orrori e le tragiche conseguenze che avrebbero poi  subìto le popolazioni di quel Paese.
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Cheng Shi-qing  (1918  -  2008)
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Era un Generale dell’”Esercito di Liberazione popolare” e Segretario del PCC nella regione dello Jiangxi (1968  -  1972).
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Durante la folle politica comunista  denominata il “Balzo in avanti” infierì sulla popolazione, che già sopravviveva a livello di sussistenza, per dare a Mao i generi alimentari richiesti, di sette volte superiori alla normale quota fissata in precedenza.
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La popolazione affamata fu costretta a nutrirsi delle foglie e della corteccia degli alberi, oltre che di erba secca.
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Dei 70 milioni di morti causati dalla spietatezza di Mao, ben 38 sono da attribuire alla carestia indotta negli anni ’58-’61.
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Ai medici, controllati dal regime comunista, fu fatto divieto (come già successe durante l’Holodomor (sterminio per fame) , in Ucraina ad opera di Stalin) di attribuire le cause di morte alla fame.
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Similmente si volle sminuire (anche tra i comunisti occidentali) il fatto che dopo l’erba e la corteccia degli alberi la popolazione incominciò a mangiare i morti, dandosi al cannibalismo come ultima risorsa rimasta per sopravvivere.
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Si nascose anche il fatto che dopo i morti si iniziò a cacciare i vivi.
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Si hanno notizie infatti di gruppi di cacciatori che uccidevano gli stranieri di passaggio, massacrandoli a bastonate per poi cibarsi di loro.
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Wang Dongxing ( 1916  -  2015) 
Wang Dongxing
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Nel 1932 si unì alla Lega della Gioventù Comunista della Cina, poi divenne comandante del reggimento speciale che forniva un corpo di elite per la sicurezza del Presidente Mao, cui si dedicò come guardia del corpo durante la Rivoluzione culturale.
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Fu poi respinto dallo stesso Mao per l’eccesso di zelo dimostrato, e inviato in un campo di riforma del lavoro.
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Fu successivamente reintegrato, prendendo parte attivamente agli affari interni del PCC e occupando una posizione chiave vicino alla leadership di governo.
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Come capo della sicurezza di Mao per molti anni, venne a conoscenza di molti segreti, tra cui le relazioni extraconiugali dello stesso Mao.
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Per questo motivo la moglie di Mao, Jiang Qing, si umiliò spesso davanti a lui per sapere cosa stesse facendo il marito, ottenendo però solo rifiuti.
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Sapendo che Jang avrebbe cercato di regolare i conti con lui, dopo la morte di Mao Wang bloccò il suo tentativo di accedere agli archivi personali del marito, e si mosse con decisione per appoggiare il colpo di Stato contro la banda dei quattro.
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Lin Biao (1907  -  1971)
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Meglio conosciuto in Italia come Lin Piao, fu un leader militare e politico del Partito comunista cinese, numero due di Mao Zedong.
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Successore designato del Grande Timoniere, dopo la morte di Mao sparì in circostanze misteriose e poi accusato di alto tradimento.
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L’aereo su cui volava insieme alla moglie, in direzione della Russia, probabilmente per riparare in Russia, si schiantò al suolo.
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Nel 1934 Lin Biao comandò il primo Corpo d’Armata dell’Armata Rossa partecipando alla “Lunga Marcia”, e nel 1959 divenne Ministro della Difesa.
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Lavorò a stretto contatto con Mao, elaborando e poi pubblicando il manuale di istruzione politica che avrebbe preso il nome di libretto rosso, contenente le citazioni degli scritti dello stesso Mao.
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Lin Biao diede inizio al “culto della personalità” del leader massimo, prodromico allo scatenarsi della cosiddetta “rivoluzione culturale”.
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La moglie Ye Qun dice di lui che fosse un uomo specializzato nell’odiare, nel disprezzare, (anche amici, padre e fratello), e nel pensare degli altri le cose peggiori e più meschine, nel fare calcoli egoistici e nel complottare e imbrogliare.
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Ye Qun (1917  -  1971)
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Ye Qun
Ye Qun era la moglie di Lin Biao, che sposò nel 1942, nonché membro del 9° Politburo del PCC.
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Si racconta che Ye fosse una donna dagli appetiti sessuali insaziabili, poco soddisfatti dall’allora maresciallo Lin Biao notoriamente impotente, da lei definito come “un cadavere congelato”.
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La frustrazione la portò a cercare compensazione e soddisfazione nell’intrigo e nella persecuzione politica dei malcapitati che ebbero la sventura di trovarsi nel suo mirino.
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Nel 1971 complottò con suo figlio Lin Liguo, inducendolo ad attentare alla vita di Mao, ma il suo piano fu però scoperto e l’intera famiglia dovette scappare.
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L’intento era quello di raggiungere la Russia,, ma furono traditi dalla figlia Lin Liheng, e quindi anticiparono la fuga per non essere catturati, prendendo per il volo un aereo che non era stato ancora completamente rifornito di carburante.
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Volando bassi per sfuggire ai radar il consumo del carburante stesso aumentò,  fino al totale esaurimento e al conseguente rovinoso schianto al suolo, nel territorio della Mongolia, nel quale morirono tutti (13 settembre 1971).
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Huang Yongsheng (1910  -  1983) 
Huang Yonngsheng
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Generale prima del 13° gruppo d’armata poi del 15°, venne nominato da Lin Biao Capo di stato maggiore dell’esercito durante la Rivoluzione culturale.
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Notorio dongiovanni Huang divenne l’amante di Ye Qun, la moglie di Lin Biao.
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Partecipò alla Lunga Marcia combattendo molte battaglie nella Guerra civile come comandante dell’esercito comunista, l’Armata Rossa.
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Dopo la congiura di Lin Biao contro Mao, Huang fu arrestato ed associato alla “cricca” dei cospiratori a causa dei suoi stretti rapporti sia con Lin Biao che con la moglie, di cui era appunto l’amante.
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Fu condannato a 18 anni di carcere e privato dei diritti politici per cinque anni.
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Zhou Enlai (1898  -  1976) 
Zhou Enlai
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Conosciuto in Italia come Chou en-lai fu prima un importante dirigente del Partito Comunista Cinese, poi capo del Governo della Repubblica Popolare cinese dal 1949 fino alla sua morte.
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Nel 1935 appoggiò la nuova linea politica di Mao Tse Tung, consentendogli così di dominare il PCC.
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Con la consulenza di Mosca fondò il KGB cinese e ne fece diventare operativo lo squadrone della morte.
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Il suo compito principale comunque fu la formazione dell’Armata Rossa cinese.
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Abusi della polizia cinese
Durante la rivolta del Jiangxi appoggiò Mao nei massacri contro la popolazione, durante i quali fu usata la tortura come modus operandi.
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Una delle tecniche più usate era quella denominata “lo scoppio delle mine” in cui si procedeva a spezzare lentamente il pollice della vittima, procurando un dolore lancinante, oppure quella in cui si ustionavano lentamente (per acuire il dolore) le vittime bruciandole con stoppini accesi.
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Questo tipo di tortura nelle donne veniva applicato alla vagina, mentre il seno veniva tagliuzzato con coltellini.
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La sua vita fu costellata dalle atrocità commesse durante il suo percorso insieme a Mao.
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Deng Xiaoping   (1904  -  1997)  
Deng Xiaoping
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Ricoprì diversi ruoli direttivi durante il regime comunista cinese, per diventare poi alla morte di Mao il capo assoluto della Cina, dal 1978 al 1992.
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Veterano della Lunga Marcia, nel 1949 sconfisse Chiang Kai-Shek nella battaglia finale contro l’esercito del Kuomintang.
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Fu corresponsabile di Mao nei massacri del comunismo cinese fin dagli inizi della  Lunga Marcia, e in ogni percorso politico, passando per la cosiddetta “Riforma agraria” del 1949-1951, in cui furono “epurati” 3 milioni di agricoltori, e continuando nello sterminio di 550 mila intellettuali nella “Campagna contro la destra” del 1957.
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Nel 1989 fu uno dei responsabili della dura repressione di Piazza Tienanmen che, oltre che reprimere ogni minima forma di libertà politica, costò la vita a migliaia di cinesi.
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Dissenso
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