domenica 27 novembre 2016

CRIMINALE COMUNISTA : FIDEL CASTRO


Fidel Castro nacque a Biran, un villaggio della provincia di Holguín, nell'isola di Cuba, il 13 agosto del 1926, da una famiglia di proprietari terrieri.
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Fidel Castro
Il padre, Angel Castro, originario della Spagna, e la madre Lina Runz, cubana, lo fecero studiare prima nei collegi La Sallee Dolores a Santiago di Cuba, poi dal 1941 al 1945 nella prestigiosa scuola gesuita di Belen , a Cuba.
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Dopo essersi laureato in Legge si presentò alle elezioni politiche come candidato alla Presidenza, ma il golpe filo-USA di Fulgenzio Batista vanificò le sue aspettative.
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In risposta al golpe assaltò con un gruppo di ribelli la Caserma Moncada a Santiago di Cuba, il 26 luglio 1953.
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Il raid si rivelò un insuccesso e Fidel venne catturato e condannato a scontare 15 anni di carcere, mentre 80 dei suoi seguaci vennero fucilati.
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In carcere fu raggiunto da un provvedimento di clemenza, in seguito al quale venne prima amnistiato poi esiliato.
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Fidel Castro emigrò quindi negli Stati Uniti, per poi raggiungere il Messico, dove incontrò per la prima volta Ernesto Che Guevara.
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Insieme, nel 1956 organizzarono un blitz armato a Cuba, insieme al fratello Raùl e ad altri 79 volontari, ma sorpresi dai militari di Batista vennero decimati e sconfitti.
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I 21 sopravvissuti ripararono nei territori della Sierra Maestra, nella zona sud orientale dell’isola.
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Dopo due anni di guerriglia i cosiddetti “barbudos” di Castro ebbero la meglio sulle forze governative di Batista, e il 1° gennaio 1959 entrarono trionfalmente a l’Avana, la capitale cubana.
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La sua attività politica è stata subito simbiotica con il marxismo sovietico, cui Castro si è rivolto dopo l’inizio della “guerra fredda” e l’embargo americano.
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"Socialismo o muerte", è lo slogan con cui Fidel interpreta il ruolo di leader, combattendo con ferocia le opposizioni e gli anticomunisti.
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Precedentemente al 1960 Fidel nazionalizza e confisca le industrie americane, che di rimando iniziano a produrre perdite anziché profitti.
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Questo è il vero motivo per cui la miseria ha iniziato a dilagare a Cuba sotto il regime castrista, oltre alle sue politiche fallimentari  colpevolmente devastanti che hanno affamato l’intera popolazione.
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Va ricordato che Cuba sotto la dittatura di Batista era uno dei Paesi più benestanti dell’America Latina, mentre oggi il Pil pro-capite è di 4.500 dollari all’anno (meno dei 5.500 dollari dell’Albania e dei 31.000 dollari dell’Italia).
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Conseguentemente all’arroganza comunista gli USA attuarono la politica dell’embargo, cui però rispose Mosca con elargizioni annuali di 5 miliardi di dollari regalati a al regime di Castro.
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La repressione del regime castrista verso la dissidenza è ferrea e ostinata, come sa bene la voce fuori dal coro dell’universo cubano Yoani Sanchez, che con il suo blog Generaciòn Y racconta la quotidianetà della vita sotto il regime comunista.
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Per decine di volte ha chiesto di potersi recare all’estero per ritirare i numerosi riconoscimenti a lei conferiti per la sua attività giornalistica, ma Castro ha sempre esplicitamente negato il permesso di poterlo fare.
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I diritti umani sono costantemente violati e calpestati e la opacità dialettica e democratica imposti da Fidel Castro, pressochè inesistenti, vietano il pluralismo politico così come il diritto di assemblea e di manifestazione.
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Amnesty stima in 237 il numero di condanne a morte per motivi politici dal 1959 al 1987, mentre per lo storico britannico Hugh Thomas ci sarebbero state almeno 5mila esecuzioni dal 1959 al 1971.
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Altre stime, come quelle espresse da “il Libro Nero del Comunismo curato da Stephane Courtois, farebbero salire ulteriormente questi numeri fino a 15-17 mila vittime, in un crescendo di morte che oggi appartiene solamente ai regimi marxisti ancora esistenti.
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Il leader cinese Xi Jinping, espressione di un comunismo devastante, alieno a qualsiasi riconoscimento dei diritti umani, ha dichiarato :
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La morte di Castro ha fatto perdere al popolo cinese un compagno vicino e un sincero amico.
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La politica castrista, in realtà, è da sempre stata più vicina a quella moscovita, a cui il dittatore cubano si legò a filo doppio fin dall’inizio della sua rivoluzione, nel 1957, in cui divenne partecipe dell’espansione internazionale del comunismo.
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L’adesione al marxismo e la ferocia con cui Castro ha esercitato la tirannia per quasi 50 anni, lo pongono a pieno titolo nella lista dei peggiori criminali comunisti della Storia, al pari di Stalin, Lenin, Ceausescu, Tito, Pol Pot, Mao, e tutti gli altri devastanti personaggi di pari spessore.
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Non a caso il 10 % della popolazione cubana, pari a circa 1,2 milioni di persone è andata via dall’isola da quando i Castro sono al potere.
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Nel 1961 Castro si espresse anche contro gli intellettuali, in un discorso che segnò la fine della libertà artistica, con le seguenti parole :
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Quali sono i diritti degli artisti ?
Dentro la rivoluzione tutto, contro la rivoluzione nessun diritto.
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Nel 2003 Castro lanciò la “Primavera Nera”, durante la quale decine di dissidenti, compresi 75 giornalisti, sindacalisti, e attivisti per i diritti umani, furono arrestati e condannati a lunghi anni di carcere.
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Le mogli e i familiari delle vittime di quell’ondata repressiva fondarono le ‘Damas de Blanco’ – Premio Sakharov dell’Europarlamento nel 2005 – che ancora oggi sfilano pacificamente ogni domenica andando a messa nel centro dell’Avana, circondate da gruppi, aizzati dal regime comunista, che gridano contro “i nemici della Rivoluzione.
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Cuba ha ricalcato esattamente il modello sovietico, quello dei gulag, delle fucilazioni degli avversari politici, della centralizzazione nelle mani dello Stato di tutti i mezzi di produzione, dell’irreggimentazione dei giovani, dei tribunali speciali e dei campi di concentramento per prigionieri politici.
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La Chiesa si è opposta alle dure repressioni che Castro ha attuato su qualsiasi formazione non comunista, ricevendo dal dittatore cubano l’invito ad andarsene dall’isola.
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Il Sindacato, per bocca di Castro è considerato come “un organo non rivendicativo” e quindi i suoi vertici sono nominati dal regime, mentre il diritto di sciopero è soppresso.
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Quando prese il potere Castro applicò, in perfetto stile staliniano, la totale requisizione delle campagne, nazionalizzando le terre e reprimendo con ferocia le opposizioni dei contadini, che furono deportati in massa a Guanaha, nei campi di rieducazione creati sul modello dei gulag sovietici.
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Le fucilazioni divennero lo strumento principe attraverso cui il regime comunista affogò nel sangue qualsiasi rivendicazione di libertà o di diritti della popolazione inerme.
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Fu istituita una Polizia Segreta (DSE), proprio come la famigerata NKVD antesignana del KGB, e a capo della stessa fu posto Ramiro Valdes Menendes, con il compito di gestire ogni settore della società cubana.
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I membri dell’amministrazione pubblica, il mondo dell’arte e dello sport, l’economia, i trasporti e le comunicazioni sia non telefoniche che le intercettazioni delle telefonate, i membri del corpo diplomatico, il turismo, sono tutti soggetti al continuo controllo della Polizia segreta cubana.
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Almeno mezzo milione di persone sono passate, almeno una volta nella vita,  in un carcere cubano per motivi che vanno dall’appartenenza a un partito o a un sindacato d’opposizione, alla propria fede religiosa (dal 1992 è obbligatorio l’ateismo di Stato), al proprio orientamento sessuale (fino a poco tempo fa l’omosessualità era considerata un reato), oppure solo per denunce di parenti, vicini, rivali, colleghi.
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I metodi usati dagli aguzzini carcerieri nei gulag cubano sono quelli tipici delle dittature :
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sfruttamento delle fobie dei detenuti, scarpe zavorrate col piombo, uso del pentothal e di altre droghe per tenere svegli i prigionieri, uso dell’elettroshock, finte esecuzioni, e altre innumerevoli nefandezze, tutte documentate.
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Tra i dissidenti più rappresentativi dell’universo cubano possiamo citare :
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Herberto Padilla, poeta e giornalista cubano (1932-2000).
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Fu incarcerato il 20/03/1971 insieme alla moglie, la poetessa e scrittrice Belkis Cuza Malè per attività sovversiva contro il governo rivoluzionario di Cuba, e sottoposto a misure repressive.
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Belkis Cuza Malè ed Herberto Padilla
Nel tentativo di annichilire la sua stessa immagine pubblica, il regime lo ha cancellato dalla Storia cubana, ignorando la sua fama letteraria.
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Castro  lo obbligò ad un’autocritica pubblica, così come era in uso nei processi politici staliniani o nelle sedute di autocritica maoista.
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La poetessa e scrittrice Belkis Cuza Malè sposò Herberto Padilla e fu arrestata insieme a lui nel 1971 per lo stesso reato : attività controrivoluzionaria.
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In seguito le fu permesso di lasciare Cuba insieme al marito grazie alla intercessione di pressioni internazionali, tra cui quella del senatore Edward Kennedy.
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Carlos Montaner
Il dissidente cubano Carlos Alberto Montaner si oppose al regime castrista militando nell’organizzazione che si chiamava Riscatto Rivoluzionario Democratico, facente parte del Fronte Rivoluzionario Cubano, una struttura appoggiata, per sua stessa ammissione, da Washington.
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Fu accusato di preparare attentati e arrestato nel dicembre 1960, e di cospirare contro i poteri dello Stato, ma Montaner si è sempre dichiarato innocente.
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Fu condannato a 30 anni di carcere ma riuscì ad evadere e a rifugiarsi negli USA dove ha proseguito la sua attività di Professore universitario e giornalista.
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Reinaldo Arenas (16 luglio 1943 – 7 dicembre 1990) è stato uno scrittore, poeta, drammaturgo, e saggista cubano.
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Ha trascorso la maggior parte della sua vita a combattere il regime comunista di Fidel Castro, attraverso la sua arte.
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Reinaldo Arenas
Constatò l’uso della violenza del regime allorquando dichiarò la sua omosessualità, per la quale fu arrestato e torturato a lungo.
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Nel 1980 Castro permise un esodo di massa di omosessuali e di altre persone non gradite al regime, ma a lui fu vietato di partire.
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Cambiò il suo nome sul passaporto, tramutandolo in Arinas e riuscendo così ad andarsene da Cuba.
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Ammalato di Aids, Arenas si suicidò nel 1990 a New York con una overdose di droga e di alcol, lasciando un biglietto con scritto :
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«Vi lascio in eredità tutte le mie paure, ma anche la speranza che presto Cuba sia libera.»
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Armando Valladares
Armando Valladares (Pinar del Rio, 30 maggio 1937) è uno scrittore e poeta cubano, nonché un diplomatico degli Stati Uniti.
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Fu arrestato e imprigionato per essersi rifiutato di sostenere il comunismo cubano.
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Ha trascorso 22 anni nel penitenziario di Isla de Pinos con l’accusa di tradimento e sottoposto a torture, a pene disumane, e a lavoro forzato.
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Nel 1982 è stato liberato grazie alle pressioni del presidente francese Mitterand.
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Per conto del governo statunitense è stato Presidente della European Coalition for Human Rights in Cuba, e ha fondato diverse organizzazioni internazionali per la difesa dei diritti umani.
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Mario Chanes
Mario Chanes de Armas (25 ottobre 1927 – 24 febbraio 2007) è stato un ex rivoluzionario cubano, alleato di Fidel castro, da cui però si dissociò aderendo ai movimenti di opposizione contro il Governo.
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Fu arrestato e imprigionato per quasi 30 anni.
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Nel 1933 gli fu permesso di partire per Miami dove visse fino alla fine dei suoi giorni, nel febbraio 2007.
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William Navarrete nato a Cuba nel 1968,  vive oggi a Parigi, in esilio da oltre 20 anni a causa del suo anticastrismo.
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William Navarrete
Laureato in Storia dell’Arte, professore, critico d’arte, e giornalista, ha scritto numerosi libri sulla Storia di Cuba, pubblicando una antologia dei poeti incarcerati dal regime.
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L’autore racconta in forma poetica la mancanza di libertà di cui soffrono i cubani, tratteggia il desiderio di fuga che pervade il suo popolo con molti elementi autobiografici, narrando le proprie vicende familiari più condivisibili.
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Si definisce come “contestatario” e non “dissidente”.
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Guillermo Cabrera Infante (22 aprile 1929 – 21 febbraio 2005)
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E’ stato uno scrittore cubano, direttore del Consiglio Nazionale della Cultura e dell’istituto del Cinema a Cuba.
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Guillermo Cabrera
Successivamente si trovò ad essere in contrasto con Fidel Castro e fu quindi prima arrestato e trattenuto per quattro mesi, poi costretto all’esilio nel 1965.
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Cabrera visse prima a Madrid poi a Londra, dove scrisse le sue perplessità su una Cuba triste e sgradevole.
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Questo approccio letterario provocò la sua espulsione in patria dall’Unione degli scrittori e degli artisti di Cuba (UNEAC).
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Venne anche dichiarato traditore della Patria a Cuba, ma per la sua attività artistica nel regno Unito ricevette nel 1977 il Premio Cervantes per la letteratura.
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Nel 2003 ottenne un altro importante riconoscimento letterario :
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il Premio Internazionale della Fondazione Cristobal Gabarron per la letteratura.
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Alla sua morte il regime comunista di Cuba non diede nemmeno la notizia della sua scomparsa, come se non fosse mai esistito.
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Questo è solo un minimo accenno di come Castro e il suo comunismo affrontassero le opposizioni, e cioè senza il minimo accenno ad un confronto dialettico, ma rivolgendo anzi la massima attenzione verso una repressione feroce e devastante, sistematica e violenta, così come prevede ogni forma di comunismo.
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I sostenitori del regime cubano ostentano però un acclarato successo delle politiche sanitarie, secondo cui ogni cittadino ha diritto all’assistenza gratuita.
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In realtà, anche questo settore della vita quotidiana cubana risente della totale incapacità del regime di affrontare e risolvere positivamente le problematiche sociali più importanti, come appunto quella della sanità.
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Un esempio delle falsità espresse a titolo propagandistico dal regime si può riscontrare esaminando gli esiti degli studi condotti dal professor Julian Antonio Borrego sugli aspetti qualitativi del sistema sanitario.
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L’Ospedale del Comune di Santa Clara è stato completamente contaminato dalla presenza e proliferazione di scarafaggi, ritrovati sia nel cibo che nei presidi medici.
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Negli ospedali  Antonio Luaces Iraola” e “Roberto Rodriguez” nella località di Ciego de Havila, in provincia di Cuba, sono state sospese tutte le attività chirurgiche per mancanza di equipaggiamento e di medicinali di prima necessità.
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A Camaguey, la più estesa delle province di Cuba, tutti gli ospedali sono carenti di materiali di base per i test di laboratorio.
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Nel capoluogo di Provincia di Holguin i ripetuti black out costringono il personale sanitario a ricorrere all’uso di lampade a petrolio per illuminare i locali.
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A Cuba, nello scorso gennaio, un ammalato di Aids ricoverato in un sanatorio specializzato, ha lamentato condizioni igieniche spaventose, quali acqua contaminata ed escrementi di animali in ogni locale della struttura.
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Nelle farmacie di Cienfuegos, una cittadina di 150.000 abitanti a 250 km da Cuba, è mancata l’aspirina per molti mesi.
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La carenza cronica di autoambulanze e i tempi di attesa lunghissimi per i pazienti, oltre alla crescente frustrazione del personale medico e paramedico, fanno da corollario al sistema sanitario tanto decantato dal comunismo cubano.
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Fumo negli occhi dunque, in perfetto stile staliniano, e sempre sulla pelle del popolo, così come accade anche in Cina e nella Cambogia comunista.
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Non pago della devastazione compiuta il regime castrista si è dato molto da fare per “esportare” la sua rivoluzione, fornendo ove richiesto uno speciale prodotto : la violenza politica.
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Infatti Cuba ha inviato i suoi consiglieri militari e soldati, a decine di migliaia, nei Paesi come Angola, Mozambico, Etiopia, Nicaragua, Salvador e per sostenere la guerriglia comunista delle Farc in Colombia e dell’Eta in Spagna.
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I 50 anni di dittatura comunista di Fidel Castro hanno causato un danno e una sofferenza difficilmente quantificabile, poiché la natura delle violenze è andata oltre il mero vincolo della prigionia territoriale.
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Il modus operandi del regime ha agito sulle coscienze, forzandole violentemente, violentandole e negando la libertà intellettuale, tentando di annichilire l’intima essenza mentale individuale, e compiendo così un crimine contro l’umanità.
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Dissenso
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domenica 20 novembre 2016

GLI OSPEDALI PSICHIATRICI SPECIALI IN RUSSIA



Gli anni del comunismo post staliniano in Russia non furono meno devastanti per coloro che si opponevano al regime, di quanto non lo fosse stato in precedenza.
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Nel 1959, sotto la guida di Nikita Krusciov il Politbjuro decise infatti di ricorrere ad un nuovo sistema di coercizione per interrompere il dilagare della crescente dissidenza intellettuale, instaurando una rete di ospedali psichiatrici governativi destinati ad accogliere i nuovi arrestati.
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Iniziò così una nuova epoca, caratterizzata dalla nascita dei cosiddetti  psihuska”, ovvero gli “ospedali psichiatrici speciali”.
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Lo stesso Krusciov, per giustificare l’uso sovietico della psichiatria, dichiarò che :
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un crimine è una deviazione dagli standard di comportamento generalmente riconosciuti, spesso causato da disturbi mentali.
E’ possibile che si manifestino patologie nervose all’interno di una società comunista ?
Ovviamente si”.
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Quindi era possibile che persone affette da disturbi mentali potessero compiere dei crimini :
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in tal caso, “a coloro che intendono fondare l’opposizione al comunismo su queste basi, possiamo rispondere che le condizioni di tali persone deviano in maniera evidente dalla normalità”.
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Dal 1964 al 1982 Breznev fece di questo strumento di repressione la norma abituale, affermando che “in Unione Sovietica non c’erano detenuti politici poiché nella società socialista non esistono conflitti sociali e i pochi insoddisfatti non potevano che essere malati di mente.
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Jurij Andropov
Nel 1977 Jurij Valdimirovic Andropov, che poi nel 1982 sarebbe succeduto a Breznev,  ribadì il concetto che tra le cause del dissenso al regime comunista, oltre agli errori ideologici, al fanatismo religioso, e al deviazionismo nazionalista, ci fosse anche l’instabilità psichica.
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Il regime comunista continuò quindi a servirsi dei medici psichiatrici, tra la cui comunità trovò ampia collaborazione.
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In particolare, il Direttore dell’istituto di Psichiatria delle scienze mediche dell’URSS, lo psichiatra Andrejj Snežnevskij, vera e propria autorità sovietica del settore, ideò e creò per i dissidenti una nuova evidenza patologica, che nella fattispecie denominò con il termine di schizofrenia latente”.
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Questo personaggio, interprete abominevole dell’abuso politico della psichiatria, reo di aver fatto personalmente incarcerare i dissidenti che venivano sottoposti alle sue valutazioni, elaborò una teoria allucinante secondo cui la dissidenza politica era frutto di una forma di schizofrenia, estendendo le caratteristiche che la contraddistinguevano oltre i limiti accettati dalla scienza universale.
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Secondo Sneznevskij, la schizofrenia “non è necessariamente accompagnata da sintomi esterni, anche quando è abbastanza grave da giustificare un’ospedalizzazione coattiva”.
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La schizofrenia «latente» per l’appunto,  «dal decorso lento, o attenuato
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Nel disegno criminale di Snežnevskij si giustificava la coercizione di soggetti “apparentemente sani”, seguendo la seguente elaborazione mentale :
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Le persone a contatto con simili casi non hanno l’impressione che si tratti di evidente pazzia”,
oppure :
l’apparente normalità di tali persone malate … viene usata dalla propaganda anti-sovietica per affermare calunniosamente che esse non soffrono di disordine mentale”.
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In pratica si attestava la presenza o l’assenza della malattia mentale ad esclusiva discrezione dello psichiatra inquirente, come unico referente a definirne la presenza patologica.
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Oltre alle varie forme di «schizofrenia latente», ai dissidenti venne frequentemente diagnosticato lo «sviluppo paranoico della personalità.»
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Gli attuali studi di etica psichiatrica e di Storia della psichiatria sovietica, come quelli elaborati da Sidney Bloch (Professore emerito presso L’Università di Melbourne) e Paul Chodoff, oppure quelli scritti da Bloch e da Peter Reddaway (psichiatra), dimostrano l’ingerenza del KGB negli ospedali psichiatrici, sia ordinari che speciali.
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Parallelamente ai dictat dell’etica psichiatrica sovietica, manipolata dal regime comunista, lo sviluppo delle diagnosi era subordinato al’influenza diretta esercitata dai funzionari degli organi di sicurezza, come l’MVD e il KGB.
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In questa ottica, i trattamenti terapeutici a cui i dissidenti venivano sottoposti prevedevano la somministrazione di prodotti neurolettici in dosi massicce, e un trattamento di punture a scopo punitivo, come le iniezioni di soluzioni solforose, allo scopo di procurare forti febbri e uno stato comatoso, nel chiaro intento di piegare l’equilibrio psico-fisico del soggetto.
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Spesso anche gli stessi medici degli ospedali psichiatrici–prigioni erano ufficiali del KGB e dell’MVD, mentre gli infermieri erano delinquenti comuni che scontavano il loro periodo di pena svolgendo tale funzione.
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La manovalanza infermieristica, formata appunto da delinquenti comuni, serviva al regime, come già sperimentato nei gulag, come arma e come deterrente contro i politici, che sottoposti alle vessazioni degli infermieri potevano così essere tenuti in stato di prostrazione continuata.
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Il terrore veniva quindi usato, come mezzo di repressione governativo ampiamente collaudato, anche negli ospedali-prigioni psichiatrici, tant’è che gli infermieri-delinquenti erano addetti a dileggiare e a perquotere sistematicamente i prigionieri.
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All’interno di queste strutture la brutalità era di casa e costituiva un elemento di divertimento per i delinquenti-infermieri, che si lasciavano andare a vere e proprie manifestazioni di sadismo e di perfidia.
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La furia e l’odio imperversavano, al punto che la violenza delle percosse assumeva caratteristiche sub-umane.
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Le vittime venivano gettate a terra e tempestate con ogni genere di colpi, dai pugni, ai calci, o con mezzi contundenti che colpivano ogni parte del corpo, causando spesso danni fisici permanenti, fino alla morte della vittima malcapitata.
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Per semplice crudeltà gli infermieri a volte legavano al letto i malati per ventiquattro ore, negando loro la possibilità di recarsi ai gabinetti.
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Come misura punitiva i dottori psichiatri impiegavano l’elettroshock, oppure ricorrevano all’uso di trattamenti farmacologici.
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Di questi veniva spesso adottato il metodo che privilegiava l’uso del Sulfazim, che veniva somministrato al paziente-prigioniero per via intramuscolare.
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L’iniezione di questo farmaco, provoca un brusco aumento della temperatura fino a 40 gradi, stati febbrili, tremiti, un forte dolore in tutto il corpo ad ogni minimo movimento.
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Questo tipo di tortura proseguiva per molti giorni causando alla vittime danni permanenti.
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Si ricorreva anche ad iniezioni di insulina, che inducevano un forte stato di shock, e che non di rado provocavano il coma.
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Oppure la perfidia dei sadici rappresentanti della psichiatria comunista arrivava ad iniettare Aminazin nelle natiche, in un ciclo che si ripetava giorno dopo giorno, fino a determinare la formazione di fitti noduli.
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Queste formazioni erano talmente dure da non poter essere penetrate nemmeno dall’ago di una siringa (l’Aminazin si riassorbe con difficoltà), causando al paziente-prigioniero un dolore talmente forte da impedirgli di stare seduto e di camminare.
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Bisogna considerare anche un fattore molto importante, che serviva al regime per  tentare di annichilire le coscienze e la resistenza dei dissidenti, e cioè che la semplice stessa permanenza di una persona sana in mezzo a malati di mente veri compromette l’equilibrio psichico anche della persona più equilibrata.
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L’ospedale psichiatrico speciale si presentava come una normale prigione circondata da filo spinato e dotata di inferriate alle finestre.
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Le camerate erano gelide e buie, maleodoranti e senza ricambio d’aria, e ospitavano circa 20-25 persone stipate forzatamente.
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La permanenza in camere più piccole potevano presentare rischi maggiori anziché vantaggi, come la possibilità di coabitarvi con pazzi pericolosi e con psicopatici di ogni tipo.
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Il noto dissidente Vladimir Bukovskij, ad esempio, venne rinchiuso con un pazzo criminale che aveva ucciso in modo efferato i propri figli, dopo che si era tagliato le orecchie e se le era mangiate.
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La giovane Olga Jofe venne internata con una povera demente che non solo sporcava il letto ma raccoglieva gli escrementei altrui riempendosene le tasche.
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Le botte, la tortura, i farmaci, e la promiscuità con persone disturbate psichicamente metteva a dura prova l’integrità e il benessere mentale dei dissidenti.
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Tatiana Guseva venne rinchiusa nell’ospedale psichiatrico di Kazan per “vilipendio della bandiera nazionale sovietica” ancora giovane e allegra.
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Dopo dodici anni di reclusione Tatiana era ridotta come una vecchia affetta da idiozia.
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Uno dei medici-aguzzini più noti dell’inferno psichiatrico sovietico fu il Professor Daniil Lunc, colonnello del famigerato KGB.
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In epoca sovietica la dottoressa Tamara Pavlovna Pecernikova, specialista dell’Istituto Serbskij,  è stata una fidata collaboratrice del KGB nel combattere il dissenso intellettuale come una malattia mentale, mentre oggi, al soldo di Putin, sentenzia diagnosi adatte a suffragare tesi di infermità mentali per i difensori della causa cecena.
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In una nota del 1979, stilata insieme al dottor Kosacev, la Pecerikova afferma che, nella maggior parte dei casi, le idee di lotta per la verità e la giustizia compaiono in personalità a struttura paranoica.
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Anche il criminale di guerra Yuri Budanov, autore di crimini contro l’umanità al soldo di Putin,  che stuprò e strangolò la giovane fanciulla cecena (18enne) Kheda Kungaeva, ha usufruito della compiacenza di dottori psichiatri, anch'essi al soldo di Putin.
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E’ stato infatti prima assolto dalle accuse perché ritenuto incapace di intendere e di volere in quel momento di follia assassina, a causa di una forma di “pazzia temporanea”.
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La psichiatria punitiva è quindi ancora oggi un orribile strumento a disposizione del regime russo, capitanato da Putin, che da perfetto ex colonnello del KGB ne ripercorre, senza interruzione, i devastanti percorsi distruttivi.
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Per coloro che oggi guardano positivamente al nuovo zar come all’interprete di un apprezzabile nazionalismo, va ricordato che gli atti di violenza di Putin vanno nella direzione opposta.
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Il cieco furore esercitato senza alcuna pietà contro gli oppositori politici, mediante l’uso di qualunque mezzo, dall’omicidio all’internamento in strutture psichiatriche dei dissidenti, dimostra che non siamo di fronte alla difesa di una espressione nazionalistica, ma davanti alla palese imposizione di una dittatura in antitesi con i valori universali su cui si fondano le democrazie popolari.
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Il nazionalismo in quanto tale infatti, è l’espressione del completo rispetto proprio dei confini nazionali, che è rivolto anche alle popolazioni residenti e autoctone, mentre le manovre che Putin attua spavaldamente nei territori ucraini, ceceni, georgiani e in Crimea, dimostrano il totale disprezzo di questi valori.
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Una dittatura che si appropria di territori esterni all’ambito nazionale assume il nome di Paese imperialista e colonialista, e la Storia ci insegna quali nefaste conseguenze abbia comportato tale orientamento.
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Dissenso
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