sabato 26 settembre 2009

RELIGIONI E GIOCHI DI POTERE.

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Tutti noi siamo portati per formazione culturale, e per deduzione indotta da condizionamento familiare e sociale, impartitoci con una forma più o meno inconscia sotto forma di imprinting, fin dalla più tenera età, a considerare la religione come una sorta di ambiente incontaminato, super partes, un limbo di purezza a cui fare riferimento in ogni momento, ma soprattutto nelle situazioni di disagio e di difficoltà.
Ecco che questa àncora di salvezza diventa per le persone un sinonimo di rifugio, intriso di risvolti psicologici, di simbiosi tra il nostro spiritualismo interiore e le prerogative mistiche e misteriose che caratterizzano ogni religiosità.
I problemi personali possono essere affrontati quindi, da coloro che metabolizzano una assuefazione diretta a catalizzare i contenuti divini e spirituali, in maniera direttamente proporzionale alla dipendenza psicologica da ciò.
.Non a caso Karl Marx elaborò una famosa citazione che così recita :
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La religione è il singhiozzo di una creatura oppressa, il sentimento di un mondo senza cuore, lo spirito di una condizione priva di spirito. E’ l’oppio dei popoli.”
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Più comunemente questo assioma ha trovato fama nell’elaborato :
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La religione è l’oppio dei popoli.”

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.La nascita di movimenti mistici nella storia dell’umanità è frutto della titanica lotta contro l’irrazionale, contro l’inspiegabilità di alcuni fenomeni, a cui peraltro viene automaticamente abbinata una matrice divina, e deriva anche dall’esigenza di poter ottenere un riscontro interlocutorio, una simbiosi trasmutante ed intrinseca, retaggio di una stessa origine, misteriosa, imperscrutabile e divina.
Nel corso dei secoli l’interpretazione umana ha potuto e dovuto focalizzare l’attenzione sulla costruzione di strutture, non solo simboliche, che amalgamando le coscienze potessero universalizzare il pluralismo delle filosofie mondiali.
Le finalità degli intenti a cui si riferiscono gli orientamenti di pensiero delle varie diversificazioni religiose soggiacciono a dettami che trovano riscontri di carattere similmente affini tra loro.
L’interpretazione e lo sviluppo di teoremi creati per la gestione e la diffusione delle prerogative che identificano le varie correnti di pensiero mondiali legate alla religione, trasformano e manipolano, a seconda delle necessità contingenti, gli orientamenti e i percorsi intrapresi.
Le masse che orbitano intorno alle sfere di influenza, di chiese, moschee,sinagoghe, monasteri, templi o cattedrali, sono oggetto di condizionamento e di manipolazione, di instradamento verso una specifica caratterizzazione sociale.
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L’appartenenza quindi ad una categoria di modelli stereotipati, accomunati da caratteristiche specifiche, crea una corrente di pensiero, il cui flusso è legato all’induzione esercitata da chi può pilotarne il percorso.
Nascono quindi i pastori di anime, i santoni, gli ayatollah, i monaci, i manager dell’azienda religiosa di turno.
In rappresentanza di questi movimenti si ergono come leader i carismatici esponenti posti alla guida delle strutture globali.
La sinergia espressa tra il controllo delle enormi masse di persone e il rapporto costo/beneficio dettato dalle risultanze materiali delle varie gestioni delle strutture di appartenenza, ha evidenziato una miriade di ‘complicanze’ e di deviazioni da quello che in origine era un percorso di sviluppo culturale, filosofico, religioso.
I parametri di riferimento hanno visto convergere infatti una serie di palesi evidenziazioni verso problematiche diverse, che sono oramai divenute una costante fissa in qualsivoglia religione ufficiale.
Mi riferisco in particolare alla necessità di una sempre maggiore esigenza di elaborazioni economico-finanziarie, alla ricerca di alleanze politiche finalizzate ad una crescente necessità di espansione sociale, economica, e alla fruizione di benefici reciproci.
La gestione di organismi complessi comporta però, come deviazione, la deriva verso organizzazioni che garantiscono una gestione ottimale delle risorse economiche.
Da questa situazione si diramano come conseguenza varie emanazioni del potere finanziario, sociale, religioso, dirette alla ricerca di collaborazioni eticamente discutibili.
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In Italia, in riferimento al Cristianesimo, al Vaticano, e al Clero, è sufficiente osservare come si è sviluppata la vicenda che vide protagonisti negli anni ’70-’80 il bancarottiere Roberto Calvi, il finanziere Michele Sindona, e la sua vittima Giorgio Ambrosoli, Licio Gelli venerabile maestro della loggia massonica P2 (Propaganda due), lo IOR (la Banca Vaticana), l’Opus Dei (il colosso finanziario della chiesa cattolica), i servizi segreti italiani, inglesi e statunitensi, e le cosche mafiose di “Cosa Nostra”.
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Nel libro : “L’Italia dei poteri occulti” scritto da Philip Willan risultano interessanti, a questo proposito, le rivelazioni di Anna Calvi, la figlia di Roberto Calvi, presidente del Banco Ambrosiano dal 1975 fino alla sua morte, avvenuta nel 1982.Nel capitolo quattro (Il ministero della paura) emergono pesanti responsabilità e collusioni tra Roberto Calvi, l’ex presidente del consiglio Giulio Andreotti, e l’arcivescovo Paul Marcinkus capo dello IOR, nonché il coinvolgimento dell’Opus dei.
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Proseguendo nella lettura vengono alla luce gli impegni finanziari più imbarazzanti del Vaticano, come quelli sostenuti nella società produttrice di armi Beretta, oppure nell’Istituto Farmacologico Serono, produttore di contraccettivi orali.
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L’atteggiamento spregiudicato e immorale tenuto durante la gestione economica dai collaboratori del Papa, non è dissimile da quello altrettanto disinvolto e cinico dimostrato dalle altre chiese elitarie.
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Possiamo assistere, in questo panorama dai contorni mistici ad una ben più cruda realtà, che passa attraverso collusioni tra terrorismo e moschee, interpretando soggettivamente i versetti coranici in nome di una cruenta guerra santa contro gli ‘infedeli’.

Anche in questo caso spesso i capitali trasmutano attraverso canali privilegiati, sconfinando dai sentieri della legalità verso territori proibiti, accogliendo lungo il percorso le proposte di investimento in armi ed esplosovi.
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Il nuovo mercato di morte, che focalizza l’esito finale sul sacrificio dei kamikaze, nasce e prolifera secondo i paradigmi di una guerra santa, che santa non è, in quanto foriera di lutti e di morti.
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Il mondo è pieno di esempi in cui le religioni si legano al potere temporale, politico, economico-finanziario, ai potenti detentori del comando, e poco importa se le condizioni di base non soddisfano i criteri cardine delle religioni stesse.
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L’importante è fare proseliti, raggiungere e superare obiettivi, consolidare, egemonizzare…in un crescendo che non avrà mai fine…fino a quando le coscienze non si risveglieranno.
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Quando ciò accadrà, la religione non sarà più l’oppio dei popoli…chissà…forse l’oppio sarà la droga delle religioni.
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Dissenso
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giovedì 24 settembre 2009

Varlam Tichonovic Salamov

Varlam Tichonovic Salamov nacque nel 1907 a Vologda.
A Mosca, dal 1924, lavorò per due anni come conciatore ;
si iscrisse poi alla facoltà di Diritto Sovietico ma continuò a coltivare il suo vivo, precoce interesse per la letteratura.
Il 19 febbraio 1929 fu arrestato per aver diffuso la "Lettera al Congresso" di Lenin e condannato a tre anni di reclusione in un campo di concentramento degli Urali Settentrionali.
Nel 1932 tornò a Mosca.
Sei anni più tardi comparve sulla rivista "Oktjabr" il suo primo racconto.
La notte tra il 1936 e il 1937 fu nuovamente arrestato - "per attività controrivoluzionaria trockista" - e condannato a cinque anni di lavori forzati nelle miniere della Kolyma, la vasta e impervia regione che il fiume omonimo attraversa prima di sfociare nel Mare Siberiano Orientale.
Nel 1942 la condanna gli venne prolungata "fino alla fine della guerra" ;
l'anno seguente, questa volta per aver sostenuto che Bunin era un classico russo, venne condannato ad altri dieci anni nell'inferno della Kolyma.
Ma la Kolyma - ha scritto Michail Geller nella prefazione alla prima edizione unitaria e pressochè integrale dei Kolymsie rasskazy apparsa in Occidente (1978) - "non era un inferno.
Era un'industria sovietica, una fabbrica che dava al paese oro, carbone, stagno, uranio, nutrendo la terra di cadaveri.


Era una gigantesca impresa schiavista che si distingueva da tutte quelle conosciute della storia per il fatto che la forza-lavoro fornita dagli schiavi era ssolutamente gratuita.
Un cavallo alla Kolyma costava infinitamente di più di uno schiavo-detenuto.
Una vanga costava di più.
"L'esperienza di Salamov nei lager" ha testominato Solzenicyn "è stata più amara e più lunga della mia, e con rispetto riconosco che proprio a lui e non a me è stato dato in sorte di toccare il fondo di abbrutimento e disperazione verso cui ci spingeva tutta l'esistenza quotidiana nei lager".
Non a caso, leggendo Una giornata di Ivan Denisovic, Salamov scrisse a Solzenicyn :
"E come mai lì da voi va in giro un gatto nell'ospedale ?
Come mai non l'hanno ancora ammazzato e mangiato ?"
Per un reduce della Kolyma anche un gatto vivo era assurdo, impensabile.
E a Pasternak, dopo averlo brevemente messo a parte di alcuni episodi della vita quotidiana alla kolyma, Salamov scrisse :

"L'essenziale non è qui, ma nella corruzione della mente e del cuore, quando giorno dopo giorno l'immensa maggioranza delle persone capisce sempre più chiaramente che in fin dei conti si può vivere senza carne, senza zucchero, senza abiti, senza scarpe, ma anche senza onore, senza coscienza, senza amore nè senso sel dovere.
Tutto viene a nudo, e l'ultimo denudamento è tremendo.
La mente sconvolta, già attaccata dalla follia, si aggrappa all'idea di 'salvare la vita' grazie al geniale sistema di ricompense e sanzioni che le viene proposto.
Questo sistema è stato concepito in modo empirico, giacchè è impossibile credere all'esistenza di un genio capace di inventarlo da solo e d'un sol colpo...
Perdonatemi se vi parlo di cose così tristi ma vorrei che aveste un'idea più o meno corretta di questo fenomeno capitale e singolare che ha fatto la gloria di quasi vent'anni di piani quinquennali e dei grandi cantieri che vengono definiti 'audaci realizzazioni'.
Giacchè non v'è una sola costruzione importante che sia stata portata a termine senza detenuti, persone la cui vita non è che un'ininterrotta catena di umiliazioni, la nostra epocaè riuscita a far dimenticare all'uomo che è un essere umano...
".

Fu un medico detenuto, A. M. Pantjuchov, che salvò la vita a Salamov :
nel 1946, rischiando la propria carriera, lo destinò ai corsi di addestramento per infermieri che si tenevano nell'Ospedale centrale, sulla 'riva sinistra' del kolyma.
Liberato dal lager nel 1951, lo scrittore potè ritornare a Mosca solo nel dicembre 1953 e per due giorni soltanto ( come ex detenuto gli era vietato di risiedere nelle città con più di mille abitanti ).
Nella capitale rivide la moglie e la figlia, da cui era però destinato ad essere diviso per sempre ;
incontrò Boris Pasternak, con cui era entrato in corrispondenza nel marzo 1952.
Stabilitosi nella regione di Kalinin, iniziò a scrivere I racconti della Kolyma.
Nel luglio 1956, riabilitato, potè far ritorno nella capitale.
Dal 1961 al 1967 videro la luce tre sue raccolte di poesie, ma i racconti sulla Kolyma gli venivano puntualmente restituiti dalle redazioni di riviste e case editrici.
Altrettanto dolore provocò in lui il destino dei suoi racconti all'estero, dove per lunghi anni vennero pubblicati in modo sparso e frammentario, secondo approssimativi criteri filologici, come ai tempi del samizdat avveniva di frequente per gli scritti che riuscivano a filtrare dalle ferree maglie della cortina di ferro.
L'interesse che l'Occidente manifestò subito per la sconvolgente testimonianza artistica di Salamov impensierì le autorità sovietiche, che nel 1972 costrinsero lo scrittore in disgrazia a sconfessare i Racconti della kolyma con un documento in cui tra l'altro affermava che 'la loro problematica era stata superata dalla vita', dal XX Congresso del PCUS.
Gravemente provato nel fisico dagli anni di lager e nello spirito dagli ani di 'libertà', Salamov non smise di scrivere :
negli anni Settanta nacquero, insieme a La quarta Vologda, dove rievocava infanzia e adolescenza, i romanzi brevi Visera e Fedor Raskol'nikov, i racconti del Guanto, poesie, saggi.
Nel 1973 terminò il lavoro sulla vasta e agghiacciante epopea della Kolyma, titolo divenuto canonico per l'intero corpus dei racconti, La riva sinistra, Il virtuoso della vanga, Schizzi dal mondo criminale, La resurrezione del larice, Il guanto, ovvero KR-2.
Varlam Salamov morì il 17 gennaio 1982 nella casa di riposo in cui il Litfond lo aveva fatto ricoverare nel 1979.
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domenica 20 settembre 2009

Harry Wu Hongda

Hongda Harry è nato a Shanghai nel 1937, da una famiglia benestante.
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Quando era studente all'Istituto di Geologia di Pechino, fu arrestato una prima volta nel 1956 per aver criticato il Partito comunista cinese durante la Campagna dei Cento Fiori, poi una seconda volta con l'accusa di essere un controrivoluzionario.
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Nel 1960, senza alcun processo, fu condannato ai lavori forzati nei laogai, dove rimase per diciannove anni, durante i quali trasferito in dodici diversi "centri di rieducazione attraverso il lavoro", fu costretto a estrarre il carbone, a costruire strade e a lavorare la terra.
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Rilasciato nel 1979, grazie alla politica di liberalizzazione seguita alla morte di Mao, potè lasciare la Cina nel 1985 e trasferirsi negli Stati Uniti, dove tuttora risiede.
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Per molti anni ha taciuto l'esperienza vissuta nei campi, preferendo dedicarsi solo all'insegnamento ;
fino al 1992, infatti, è stato professore di geologia alla University of California.
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In seguito, però, è maturata in lui la necessità di far conoscere al mondo gli orrori dei laogai e del comunismo cinese, e d'intraprendere una strenua battaglia per sostenere i diritti umani.
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A questo scopo, ha fondato la Laogai Research Foundation, un'organizzazione non profit, con sede a Washington, che in tutto il mondo promuove la raccolta e la diffusione di informazioni sui campi di lavoro cinesi.
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Per il suo impegno umanitario, Harry Wu ha ricevuto numerosi riconoscimenti internazionali.
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La testimonianza dei suoi anni di prigionia è stata raccolta in alcuni libri, pubblicati in diversi paesi.
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In Italia sono usciti :
Laogai. L'orrore cinese (2008), Laogai. I gulag di Mao Zedong (2006), Controrivoluzionario. I miei anni nei gulag cinesi (2008), La strage degli innocenti. La politica del figlio unico in Cina (2009).
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In Cina oggi è in atto un vero e proprio olocausto, tramite i laogai, i famigerati lager in cui si tenta di spersonalizzare gli individui, di annullarne la personalità, il modo di pensare, piegandoli alle volontà del regime, anche a costo della loro vita.

Persino alcune vittime, intervistate oggi, dicono di essere colpevoli, essendo ridotte a povere creature, a vegetare anziché vivere, dopo essere state sottoposte per anni al progetto di riforma di pensiero, nei laogai, tanto caro ai comunisti cinesi.

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Nel 2006 in Italia, a Roma (quartiere San Lorenzo), in occasione della presentazione del libro sui laogai c’è stata una violenta contestazione organizzata dalla sinistra radicale, che, come di solito usa fare ha impedito con la violenza il proseguo della manifestazione culturale.

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Da sempre infatti nel nostro paese, chi non è allineato, come espressione di pensiero all’ideologia comunista, viene fatto oggetto di repressione, di linciaggio morale, fino ad arrivare all’impedimento fisico del suo percorso di pensiero.

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Si comportano né più né meno seguendo gli stessi principi che regolano le vicende che si possono identificare con le repressioni sovietiche all’epoca di Stalin, e quelle cinesi odierne.

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Nel giugno scorso la polizia cinese ha arrestato il giornalista Liu Xiaobo, dopo averlo segregato per oltre sei mesi, senza alcuna accusa o processo.

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Lo scrittore, attivista dissidente in favore dei diritti umani in Cina, è stato accusato di sovversione, solo per aver chiesto la revisione del sistema del partito unico.

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Riflessione :
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Ecco, io manderei in Cina, nei laogai, oppure in Siberia, nei desolati e freddi lager sovietici non Harry Wu, o Liu Xiaobo, ma coloro che negano l’esistenza di tali strutture, a partire da coloro che, forti di una appartenenza politica comunista, che li protegge come figli adorati, li sovvenziona e li usa da sempre come propaggine del loro lungo braccio, per finire con tutti quegli pseudo intellettualoidi, capaci solo di bearsi dietro un indottrinamento palesemente forzato, e viziato da consapevoli ambiguità.
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Costoro si trincerano dietro parole importanti come ‘libertà’ e ‘uguaglianza’ e poi per primi si scagliano, rifiutando palesi realtà, contro coloro che intaccano il loro mondo dorato, che in verità di dorato non ha nulla, sprofondato com’è in sanguinosi pantani e in orribili circostanze.
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Sono proprio coloro che rendono possibile l’avvicendarsi di queste macabre realtà, poiché ne permettono la crescita, a scapito di altri esseri umani, come appunto Harry Wu e Liu Xiaobo.

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Chi ha cercato di opporsi, spesso, è stato barbaramente eliminato, ucciso spudoratamente, schiacciato dallo strapotere della macchina comunista, indipendentemente dalla posizione geografica, come ci dimostrano gli avvenimenti relativi alla giornalista Anna Politkovskaja.

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Questo è uno dei motivi per cui combatterò sempre strenuamente il comunismo, in tutte le sue forme, fino al mio ultimo respiro.
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Dissenso
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Gustaw Grudzinski Herling


Gustaw Herling-Grudziński in una foto segnaletica scattata dall'Nkvd nel 1940

Vorrei segnalare, a chi ancora non lo conoscesse, lo scrittore polacco Gustaw Herling, autore del famoso libro : “Un mondo a parte”, scritto nel 1950, e pubblicato l’anno successivo da un editore londinese, in un periodo in cui ancora erano lontani Arcipelago Gulag di Aleksandr Solzenicyn e I racconti della Kolyma di Varlam Salamov.
Il libro ebbe molto successo sia a Londra che in Francia, dal punto di vista letterario, ma accolto con sospetto da alcuni recensori riguardo alla veridicità della descrizione dei campi di concentramento sovietici.
Il motivo era imputabile al fatto che l’autore apparteneva all’etnia polacca, che notoriamente era generalmente ostile verso i russi.
Intervenne in sua difesa il famoso scrittore Albert Camuse, che ne perorò inutilmente la causa.
Basta pensare, per rendersi conto di come gli intellettuali avessero eretto un muro invalicabile, chiuso agli autori del dissenso sovietico, a come Sartre si ponesse di fronte a queste realtà.
Egli sosteneva nella famosa polemica con Camuse a proposito dei campi di concentramento :
Anche se tali campi esistessero, non dovremmo parlarne o scriverne, per non togliere la speranza ai lavoratori di Billancourt”.
L’evento che aprì finalmente una breccia nella intelligencija filocomunista francese fu l’intervento proprio di un russo, che dissipò ogni dubbio : Aleksandr Solzenicyn
In Polonia il libro rimase in testa per molto tempo nella classifica dei libri proibiti, e il cognome dell’autore fu cancellato dal quadro della letteratura polacca.
Le copie di “Un mondo a parte” importate dall’estero venivano confiscate alla frontiera dai doganieri polacchi, e fu proibito citare sulla carta stampata il nome di Gustaw Herling.
Iniziarono così a diffondersi, tramite i movimenti di opposizione, le edizioni clandestine, soprattutto con il metodo delle fotocopie.
Per uscire da questo sistema di esistenza illegale l’autore dovette quindi attendere la caduta del comunismo.
A Varsavia fu pubblicato nel 1990 e in breve tempo raggiunse la tiratura di 300.000 copie.
Fu poi tradotto dal russo e pubblicato a Londra e a Mosca.
In Italia, nonostante le ottime recensioni di critici di prestigio come Leo Valiani e Paolo Milano, “Un mondo a parte” è stato di fatto ignorato, complice il sabotaggio del PCI, a quell’epoca molto influente.
Fu comunque pubblicato ad opera di Feltrinelli.
Il grande critico e conoscitore delle questioni russe, il londinese Edward Crankshaw scrisse sul famoso settimanale Observer che il libro sarebbe sopravvissuto alle istituzioni ( i campi di concentramento sovietici ) descritte.
E’ necessario conoscere questo libro, perché descrive oggettivamente un campo di lavoro sovietico ed esprime un concetto molto dibattuto sulla condizione umana, estrinsecato dall’autore con le frasi seguenti :
Sono giunto al convincimento che l’uomo può essere umano solo in condizioni umane, e considero assurdo il giudicarlo severamente dalle azioni che egli compie in condizioni disumane, come sarebbe assurdo misurare l’acqua dal fuoco, e la terra dall’inferno.
E la difficoltà, per uno scrittore che intenda descrivere obiettivamente un campo di lavoro sovietico, è ch’egli è costretto a scendere nelle profondità dell’inferno dove non è possibile trovare ragioni umane che spieghino azioni disumane.
E di laggiù i volti dei suoi compagni morti e di quelli forse ancora in vita guardano a lui, e le loro labbra, livide di fame e di freddo, sussurrano : ‘Racconta tutta la verità su di noi, dì che cosa siamo stati costretti a fare’
.”
Cenni biografici :
Gustaw Herling ( Kielce, in Polonia, 1919 – Napoli 2000 ) è considerato uno dei maggiori scrittori polacchi.
Debuttò alla fine degli anni trenta come critico letterario.
Fu arrestato dai sovietici nel 1939 mentre cercava di espatriare in Francia per combattere contro i tedeschi.
Deportato in un gulag sul Mar Baltico, fu liberato nel 1942 e si unì alle truppe polacche del generale Anders che combatterono, assieme agli inglesi, nel Nordafrica e in Italia.
Dal 1950 si trasferisce a Napoli.
Ha collaborato con riviste e quotidiani, ha scritto saggi e opere narrative.
I suoi libri, per molti anni vietati in Polonia, sono oggi tradotti e pubblicati con successo nelle principali lingue.
Feltrinelli ha pubblicato “Diario scritto di notte” (1992), Un mondo a parte (1994), Ritratto veneziano e altri racconti (1995), Don Ildebrando (1999).
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martedì 15 settembre 2009

Gli "eroi" palestinesi.

Si parla spesso di come i palestinesi, con la loro intifada, reagiscano allo strapotere militare di Israele ; sassate contro fucili, bandiere bruciate contro carri armati.

In realtà la visione di insieme, non falsata da retorica e da strumentalizzazioni politiche, è ben diversa, checchè ne dicano le sinistre, sponsor ufficiali del mondo islamico palestinese, che poi di islamico ha poco o niente.

Basta vedere, osservare, con occhio critico e distaccato gli esempi e i simboli cui fanno riferimento i diversi schieramenti :
da una parte c'è la ricerca del progresso tecnologico per il benessere collettivo, la ricerca di affermazioni culturali e sportive, estrinsecato anche in ambito internazionale, e l'interesse più volte dimostrato inconfutabilmente verso la confluenza pacifica delle questioni oramai da decenni oggetto di sanguinose controversie, mentre dall'altro si evidenziano palesemente, senza tema di smentita, la ricerca e la cultura dell'odio instillato attraverso l'indottrinamento dei bambini fin dalla tenera età, il loro uso criminale come kamikaze, le manifestazioni pubbliche che riempiono piazze intere di persone schiumanti di odio e assetate di sangue, e inneggianti alle carneficine di civili come loro, ma colpevoli di essere ebrei, anche se bambini o anziani indifesi.

La evidente realtà che contraddistingue i palestinesi e che li differenzia dagli israeliani, come si può evincere facilmente dalle cronache quotidiane da 50 anni a questa parte, è quella che li colloca al primo posto tra i seminatori di morte e di attentati in ogni parte del globo, in nome di una loro guerra santa, e di un odio sviscerato verso Israele e l'occidente intero.

I leader delle organizzazioni palestinesi si sono sempre distinti per la ferocia dei loro gesti, mentre non risulta che ci siamo stati attentatori e kamikaze che abbiano seminato morte e terrore tra i civili europei, americani, o in Palestina.

Voglio segnalare uno dei loro tanti eroi del recente passato, mitizzato come simbolo di combattente per la libertà, e additato come esempio da seguire alle generazioni di giovani palestinesi
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ABU NIDAL

Abu Nidal è il terrorista che organizzò la strage del 1985 all'aeroporto di Fiumicino.
Apparteneva all’organizzazione Al Fatah-Consiglio Rivoluzionario.


Prima dell'avvento di Osama Bin Laden era il terrorista più ricercato del mondo.

Ed è stato il primo, quando il capo di Al Qaeda era ancora un ragazzo, a progettare un attentato con aerei dirottati sopra un grattacielo.

Ma il suo piano di impadronirsi di un aereo a Roma, il giorno della strage dell'aeroporto, e lanciarlo contro un alto palazzo di Tel Aviv, restò sulla carta.
La scia di sangue
che Sabri al-Banna (il vero nome di Abu Nidal) ha lasciato dietro di sé è comunque impressionante :

novecento tra morti e feriti.


Un giornale palestinese annunciò il ritrovamento del suo cadavere, nel 2002, crivellato di colpi d'arma da fuoco, in un appartamento di Bagdad.

Con il suo gruppo Fatah-Consiglio Rivoluzionario, nato da una scissione dall'Olp di Yasser Arafat, ha seminato morte e paura in Europa e in Medio Oriente.

Ha ucciso inermi cittadini occidentali e israeliani, ma anche leader palestinesi avversari.

Come Abu Yiad, lo strettissimo collaboratore di Arafat che prima di cadere nel 1990 sotto i suoi colpi, lo riteneva addirittura un agente del Mossad, il servizio segreto israeliano.

In Italia e in Europa il nome di Abu Nidal si lega però ai drammatici fatti del 27 dicembre 1985, quando quattro dei suoi uomini piombarono all'aeroporto romano di Fiumicino e, armati di bombe e kalashnikov, uccisero 16 persone.

Nel nostro paese il suo nome era già noto per l'attentato dell'anno precedente al Café de Paris di via Veneto :

quaranta feriti per due bombe "ananas" lanciate tra i tavoli per colpire il secondo segretario dell'ambasciata degli Emirati Arabi Uniti.

Il capo del Cs-Fatah è ritenuto anche il mandante della strage della Sinagoga di Roma (9 ottobre 1982), nella quale fu ucciso il piccolo Stefano Tachè, di due anni, e rimasero ferite 37 persone.

Il suo è stato un terrorismo "tradizionale", nulla a che fare con i kamikaze che uccidono andando essi stessi a morire.

Abu Nidal e il suo "esercito" di estremisti arrivavano sull'obiettivo con rapidità, sparando e facendo esplodere bombe, e poi fuggivano con la stessa, drammatica velocità con cui erano arrivati.

E' andata così anche per l'attacco all'ambasciatore israeliano nel Regno Unito, e per il blitz all'aeroporto di Vienna, lo stesso giorno dell'assalto a Fiumicino.

E' così che Abu Nidal è diventato, fino agli anni novanta, l'uomo più ricercato al mondo, un terribile primato che aveva cominciato ad inseguire dal 1974, quando Arafat lo aveva espulso dall'Olp.

La stessa organizzazione disse, nel 1998, che era stato arrestato, ma la notizia era stata subito smentita.

Poi, sempre dall'Egitto, si era parlato di una grave malattia, un tumore, notizia anch'essa successivamente smentita.

Negli ultimi anni la sua vita è stata circondata dal mistero.

Si sa con certezza che da tempo era riparato in Iraq, dove - secondo la stampa palestinese e l'Anp - sarebbe stato ritrovato morto.

Ma anche in questo caso le circostanze sarebbe ro state misteriose : una delle ipotesi, ma solo una, è che l'anziano terrorista, a 67 anni, si sia suicidato.

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