domenica 25 ottobre 2009

Il kalashnikov.

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Ak47, è un acronimo composto dalle iniziali seguenti : A sta per Avtomat che in russo significa automatico, K è l'iniziale dell'inventore e 47 l'anno di fabbricazione.
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L'AK47 è un fucile d'assalto, comunemente noto come Kalashnikov.
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Colui che ha ideato questo strumento di morte, che ad oggi ha prodotto milioni di morti, è l’ingegnere russo Mikhail Timofeevich Kalashnikov (nato nel 1919 e tuttora vivente).
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Kalashnikov, non è diventato ricco con la sua invenzione ed oggi vive con una modesta pensione.

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Cosciente del fatto che l'AK-47 sia responsabile di più morti di quanti ne abbia provocati la prima bomba atomica di Hiroshima, ha più volte affermato :

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"Avrei preferito inventare un taglia-erba."

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Questi fucili d’assalto hanno avuto un successo straordinario, venendo adottati ufficialmente da una cinquantina di eserciti ma soprattutto diventando l’arma d’ordinanza di ogni guerriglia del mondo, fino a diventare una sorta di simbolo delle lotte di liberazione, riportato infatti su molte bandiere, e come stemma di organizzazioni.
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Possiamo vederlo sulla bandiera del Mozambico, su quella di Hezbollah, o di Farc-Ep ( le Forze armate clandestine rivoluzionarie comuniste della Colombia), così come sugli stemmi di Timor est e dello Zimbabwe.

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Oggi, secondo una stima prudente delle Nazioni Unite, ci sono almeno 100 milioni di Kalashnikov in circolazione nel mondo.
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La sua robustezza e semplicità ne hanno fatto un'arma popolare anche tra i soldati di quelle nazioni che usano armi diverse dall'AK 47.

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Infatti, tanto nel Vietnam in passato, come anche oggi in Iraq i soldati statunitensi sono soliti sostituire le loro armi con AK, arma meno raffinata ma più affidabile.
Prende molte delle sue soluzioni tecniche dallo StG-44 (o MP44) del quale costituisce, secondo alcuni, l'evoluzione.
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Si può tranquillamente affermare infatti che l'MP44 è stato il modello base per i moderni fucili d'assalto e che l’AK47 sia la versione sovietica modificata e migliorata, soprattutto nel peso e nella maneggiabilità.

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In Italia, viene spesso utilizzato dai criminali, poiché è facilmente reperibile sul mercato clandestino, come "residuato bellico" dei vari conflitti che hanno accompagnato la dissoluzione della Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia.
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In varie parti dell’Africa un AK47 può essere acquistato anche solo a 30 dollari USA.
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Dal libro : Simboli di guerra, il Kalashnikov di Guido Rampolli, leggiamo :Il Kalashikov somma le caratteristiche fondamentali di ogni grande invenzione commerciale :
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semplicità, praticità, efficienza, basso costo.

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Ha appena otto parti mobili e si smonta con pochi gesti (liberare la sicura del caricatore, rimuovere il caricatore, caricare, liberare la sicura sul lato destro, spingere in avanti il meccanismo di caricamento, smontare meccanismo di caricamento e otturatore).

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Raggiunge una spaventosa potenza di fuoco, 650 colpi al minuto.

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Costa poco (cento dollari il modello bulgaro, non molto di più altri modelli asiatici ;

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paradossalmente il russo, prodotto nella fabbrica di Izevsk, oggi è il più costoso e all´estero non ha mercato).

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Non è molto preciso ma ha una notevole forza d´impatto.

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E non si inceppa neppure nelle condizioni ambientali più avverse.

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Quest´ultima caratteristica fu fondamentale per le sue fortune.

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I russi lo scelsero, dopo una specie di competizione con un altro prototipo, perché, dopo essere stato sepolto nella sabbia, al contrario dell´arma rivale continuava a sparare.

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Imbracciato dai vietcong vinse trionfalmente la guerra del Vietnam, contro l´M16 americano che pativa il fango e la foresta pluviale, e si inceppava o non sparava affatto.

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I marines che riuscivano a impossessarsene, in genere dopo aver ucciso un nemico, si liberavano dell´M16 ;

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e l´abitudine era così diffusa che quando la stampa cominciò a scriverne l´esercito americano tentò di imbavagliarla.
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I suoi proiettili hanno una tale forza d´urto che i giubbotti antiproiettile dei soldati americani venivano trapassati.
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Tale era la fiducia in quell´arma che un vietcong, il comunista Phuong, fu insignito come " Eroe delle Forze armate del popolo " per aver compiuto un´impresa in realtà immaginaria :

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avrebbe abbattuto con una raffica un bombardiere B52, la cosiddetta "Fortezza volante".

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In quegli anni venne ascritta all´Ak, o alla sua leggenda, anche la discreta prova offerta dai guerriglieri palestinesi in uno scontro sanguinoso con l´esercito israeliano (la battaglia di Karameh, in Giordania).

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Ma più tardi gli israeliani entrarono in Libano e catturarono ai palestinesi arsenali pullulanti di kalashnikov, una fornitura russa.

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Rivenduti agli americani, furono girati da quelli ai loro alleati in Afghanistan, i mujahiddin afghani e gli arabi che combattevano l´Armata rossa, sicché la guerra all´inizio vide gli uni e gli altri affrontarsi con le stesse armi, i kalashnikov di fabbricazione sovietica.

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Gli arabi ne apprezzarono le qualità al punto che il fondamentalismo islamico lo adottò come simbolo.

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I suoi predicatori itineranti diffusero nel mondo un messaggio che suonava così :

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«la Vera Fede va diffuso con la parola e con la spada, e la spada oggi è il kalashnikov».
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Anche l’Italia detiene un triste primato, nel campo della produzione di armi.
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La famigerata fabbrica di morte, denominata Beretta, è oramai tristemente famosa nel mondo per aver prodotto per anni le letali mine antiuomo.
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Le tante mutilazioni e le morti che questi ordigni hanno causato sono inversamente proporzionali alla coscienza dei loro produttori e alla loro umanità, e direttamente proporzionali alla loro brama esponenziale di potere economico e al loro menefreghismo di fronte ai tanti bambini vittime dei loro marchingegni di morte.
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Io personalmente fucilerei col kalashnikov (per rendere simbiotiche le componenti di un tragico balletto, i cui attori sono la morte e i suoi diffusori) proprio i dirigenti e i proprietari della Beretta.
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Mi offrirei volontario per farlo, se ciò fosse possibile…
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E’ anche loro che dobbiamo ringraziare, così come Mikhail Timofeevich Kalashnikov , se nel mondo stanno diffondendosi a macchia d’olio una violenza imperante e una crescente prepotenza…

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L’arroganza e il rifiuto di ogni democrazia parte proprio dagli strumenti per poterla soffocare, come, appunto, le armi …

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L’AK47 non è altro che un singolo anello di una catena, come Beretta, e tutte le produzioni simili, a cui rimangono concatenati, naturalmente tutti coloro che ne permettono il consolidamento…i politici, gli affaristi senza scrupoli, i mercanti di morte, gli esaltati, i fanatici…

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E’ difficile immaginare un mondo senza armi, ma è necessario auspicarlo, è moralmente obbligatorio opporsi a questa folle corsa che ci conduce verso un annichilimento non solo etico, ma tragicamente e realmente materiale.
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Il ritorno al nucleare a vent'anni dal 'no'

Vorrei proporre il seguente articolo, che tratta di un problema che riguarda tutta la società civile, per l'importanza che riveste e che avrà anche per le generazioni future.
Ringrazio la redazione della rivista online 'LucidaMente' e l'autrice dell'interessante supplemento.

Il problema si riapre :
dubbi, verità e bugie sull’energia atomica.
Conversazione a tre.

Tratto da :



del : 15 Ottobre 2009.
Supplemento al n. 46
UN PIANETA VERSO IL PUNTO DI NON RITORNO
http://www.lucidamente.com/default.asp?page=articolo&id=486

Il 2 dicembre 1942 a Chicago, all'interno del Progetto Manhattan, al quale lavorava tra gli altri Enrico Fermi, si ottenne la prima reazione a catena autosostenuta e controllata.
Nasceva così la prima pila atomica.
Sin da allora molti sono stati gli oppositori all'uso e alla produzione di questa energia.
Inquinamento, accumulazione del capitale, pericolo di guerra nucleare, mancanza di sicurezza dopo il disastro di Chernobyl.
E così, sotto l'ombra di questa sciagura, nel 1987, gli italiani, con un referendum, sono chiamati a esprimersi sul nucleare.
L'80% dei votanti si oppone.
Rimane un'eredità di quattro centrali (Latina, Garigliano, Trino Vercellese e Caorso) con scorie radioattive ancora presenti nel territorio.
Il 9 luglio scorso il Senato approva in quarta lettura il ddl che, di fatto, aprirà il ritorno all'energia nucleare in sei mesi.
Il dibattito è aperto.
Molti credono che questa sia la soluzione alla crisi e alla crescita del fabbisogno energetico che gli esperti prevedono raddoppierà nei prossimi anni.
Altri vedono in questo ritorno più che altro interessi politici, un pessimo investimento futuro, scorie accumulate e la morte della ricerca delle rinnovabili.
Ma cosa sappiamo di questa energia ?
Come si produce ?
Quali sono i veri pericoli ?
Conviene all'Italia investirci ?
Fino a che punto sono arrivati gli studi ?
Ne abbiamo parlato con tre esperti del settore :
un ingegnere nucleare, un fisico e un ambientalista, dei quali, su richiesta degli stessi intervistati, si ometteranno i nomi.
E=MC2.
È così semplice come sembra ?
Come si produce l'energia nucleare ?
FISICO :
«La produzione di questa energia è molto più semplice di quanto si possa immaginare.
Lasciando da parte la ricerca attuale, le cose non sono cambiate tanto, le centrali convenzionali funzionano a fissione, un fenomeno che si produce quando un atomo viene bombardato con neutroni.
Questo atomo, a sua volta, viene diviso in due elementi e così via, formando la cosiddetta "reazione a catena".
Dov'è andata la massa persa ?
La risposta è la famosa E=MC2 :
la massa persa si è trasformata in energia.
Questa viene poi inviata attraverso le turbine e si crea vapore.
Adesso la nostra centrale diviene identica a qualsiasi altra centrale elettrica».
Qual è il pericolo ?
FISICO :
«Il riscaldamento.
La fissione produce calore e l'acqua dei fiumi è abitualmente l'elemento che viene usato per il raffreddamento del nocciolo (che deve stare sempre a una certa temperatura perché un eccessivo riscaldamento provocherebbe ciò che è successo a Chernobyl).
Perciò le centrali sono costruite vicine alla costa o a grandi fiumi».
Quali sono i grandi svantaggi dell'energia nucleare ?
FISICO :
«Sono due.
Contrariamente a ciò che ci si vuole far credere, questa è un'energia cara, il nostro paese non possiede uranio e dovrebbe così importarlo da altri paesi.
La realizzazione della centrale, inoltre, si prolungherà per dieci anni e il suo futuro smantellamento comporterebbe spese esorbitanti, per non parlare della sicurezza.
Secondo i dati della rivista scientifica Le Scienze presenti in un articolo di Frank N. von Hippel, il plutonio che hanno immagazzinato i reattori del Regno Unito e della Russia per uso civile era di circa 120 tonnellate alla fine del 2005, una quantità sufficiente a realizzare 15mila bombe atomiche.
L'altro grande problema ancora irrisolto è quello delle scorie nucleari.
Le scorie cosiddette di "terzo grado" e che, pertanto, hanno una radioattività elevata e un decadimento fino a 100mila anni.
Sono state proposte diverse soluzioni :
mettere le scorie sotto terra (in caso di errata decisione sarebbe impossibile recuperarle), nel fondale marino o, quello che si fa attualmente, accumularle in grandi fusti che, secondo i dati di von Hippel, costano quasi un milione di dollari l'uno ;
e se pensiamo che ogni anno un reattore da 1.000 megawatt brucia abbastanza combustibile da riempire due di questi fusti.
La realtà è che non sanno che farsene delle scorie».
AMBIENTALISTA :
«Io sono un ambientalista ma potrei lasciare da parte il fatto dell'inquinamento.
Obiettivamente i tre grossi problemi sono il decommissioning, le scorie e i costi».
INGEGNERE NUCLEARE :
«L'energia nucleare è possibile solo in paesi dove c'è un grande investimento statale come la Francia.
La costruzione di nuove centrali non ridurrà il costo della bolletta».
Addio al referendum del 1987.
Perché ritornare adesso a questo tipo di energia quando l'Italia ha deciso di chiudere le quattro centrali e scegliere altre vie energetiche ?
FISICO :
«L'energia nucleare è una questione di potere e di accumulo del capitale.
Negli anni Settanta c'era il motto "piccolo è bello" e io sono di questa idea, ossia che sia meglio avere più centrali, ad esempio idroelettriche, nelle mani di molti, che non un'unica centrale nucleare in mano a uno solo che ovviamente in tal modo deterrà potere e monopolio».
INGEGNERE NUCLEARE :
«L'energia, come la scuola, è una realtà che non può essere cambiata quando cambiano i governi.
Si tratta di aprire un dibattito e scegliere una via, perché in questo caso, ad esempio, è una scelta che rimandiamo ai nostri figli».
Ma ci favorisce o ci pregiudica questa opzione a livello economico ?
INGEGNERE NUCLEARE :
«Il governo ha sbagliato vent'anni fa dicendo no al nucleare, ma ormai è una stupidaggine maggiore tornarci.
A livello economico non conviene.
Una centrale, come sappiamo, ha dei costi elevatissimi e comincerà ad essere produttiva fra vent'anni.
Addirittura oggi come oggi non abbiamo la tecnologia per costruire una centrale perché abbiamo abbandonato questa via vent'anni fa, quindi dovremmo pagare la Francia, ad esempio, per farla realizzare».
FISICO :
«Anche nell'ipotesi che il governo riesca a costruire quattro centrali nucleari, che ce ne faremo fra vent'anni di 4.000 megawatt di potenza ?
Tra l'altro l'energia prodotta è comunque elettrica.
Ma questo non ci renderà autosufficienti, avremmo sempre bisogno del carbone e del petrolio».
AMBIENTALISTA :
«Sempre nell'ipotesi che si riescano a costruire, nonostante le proteste che sicuramente si solleveranno.
Ma, in ogni caso, nel frattempo ci sarà un grande giro di soldi».
Ma è possibile in un territorio come il nostro costruire queste centrali ?
C'è chi dice che, dal momento che compriamo l'energia nucleare alla Francia, non sarebbe meglio produrla noi ?
AMBIENTALISTA :
«Le centrali devono essere costruite a una determinata distanza dai nuclei abitati, cosa difficile in Italia.
In più il nostro è un territorio sismico.
Dove pensano di costruirle, negli Appennini ?».
FISICO :
«Beh, non ha senso dire che se c'e una centrale a Grenoble tanto vale farla a Torino perché il raggio d'azione degli effetti è inversamente proporzionale alla distanza ;
più distanti siamo dalla centrale, meno conseguenze soffriremmo in caso d'incidente».
INGEGNERE NUCLEARE :
«Per me è soprattutto una questione etica.
Se non vogliamo costruire le centrali qui perché sono pericolose non dovremmo neanche comprare questa energia.
È bene per i francesi avere il nucleare e invece per noi è pericoloso ?!».
Con l'investimento nella ricerca dell'energia nucleare quale sarà il futuro delle energie rinnovabili ?
INGEGNERE NUCLEARE :
«È un luogo comune dovuto alla cattiva informazione.
In Italia da vent'anni non si fa niente per le energie rinnovabili.
I mulini a vento non andavano bene alle associazioni ecologiste per l'impatto visivo, i pannelli solari non potevano essere costruiti nel centro storico per lo stesso motivo.
Per fare un osservatorio di biogas ad Alessandria ci abbiamo messo più di un anno.
In Germania ogni grossa fattoria ha un impianto di questo tipo.
Il risultato è che l'Italia è molto indietro nello studio di queste energie».
FISICO :
«In cantiere ci sono tanti progetti sulle rinnovabili.
Recentemente Le Scienze ha pubblicato un articolo che spiega un progetto per ottenere energia con una grande distesa di celle fotovoltaiche nel sud-ovest degli Stati Uniti.
L'energia in più prodotta di giorno potrebbe essere immagazzinata in aria compressa in caverne sotterranee, disponibile di notte».
Ma è possibile vivere solo di energie rinnovabili ?
AMBIENTALISTA E FISICO :
«Ora come ora no».
INGEGNERE NUCLEARE :
«Io non credo che tutto debba basarsi sulle rinnovabili o sul nucleare.
Dovremmo puntare su un pannello energetico equo, 15% di nucleare, 10-15% di idroelettrico, 20% tra biomassa, eolico e solare e il resto in combustibili fossili :
non dipendere in maniera esagerata da nessuna.
Una volta avuta la centrale nucleare bisogna farla lavorare al 100% ma la sera si brucia solo un terzo dell'energia che consumiamo di giorno perciò avendo solo nucleare si perde molta energia.
La sera, conviene un altro tipo, elettrica ad esempio».
TUTTI :
«Una delle soluzioni più veloci ed efficaci è il risparmio».
FISICO :
«Non solo a livello individuale, ma anche migliorando la catena di produzione e distribuzione di energia perché dobbiamo essere coscienti che del 100% dell'energia prodotta solo il 20% arriva a noi, l'80% si perde in produzione e distribuzione».
Quale sarà il futuro ?
INGEGNERE NUCLEARE :
«Adesso si parla molto del nucleare di IV generazione, non dobbiamo dimenticare che questo è nel piano della ricerca, e che, nel caso vada avanti, i primi progetti saranno possibili forse nel 2030».
AMBIENTALISTA :
«Io non credo che non si debba finanziare la ricerca.
Anche se si trovasse un nucleare che, come dicono, non sia pericoloso e non provochi scorie io sarei d'accordo a intraprendere quella via, ma purtroppo non è ancora possibile».
Un'ultima domanda.
Se adesso ci fosse di nuovo un referendum per decidere se tornare al nucleare quale sarebbe secondo lei la risposta degli italiani ?
AMBIENTALISTA :
«Negli anni Ottanta la differenza era di 80 a 20, oggi forse sarebbe di 60 a 40».
INGEGNERE NUCLEARE :
«Sarebbe no».
FISICO :
«Risponderebbero di no».

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domenica 18 ottobre 2009

CHE GUEVARA : chi era veramente.

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La narrazione storica dovrebbe essere oggettiva, ma in realtà alcuni aspetti vengono da sempre distorti e adattati alle convinzioni ideologiche di chi li tratta.
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In un paese che si definisce antifascista (ma non evidentemente anticomunista...) certi aspetti 'scomodi' del Comunismo sono da sempre ignorati.
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La Storia ne è piena :
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i massacri delle Foibe, lo sterminio dei 20.000 soldati italiani nei Gulag Sovietici su ordine di Togliatti, ecc...
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La storia di Ernesto Guevara rappresenta forse il più grande falso storico mai verificatosi.
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Tutti conoscono la storia 'ufficiale' del Che.
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Chi non ha mai sentito parlare del 'poeta rivoluzionario' ?
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Del 'medico idealista' ?
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Ma chi conosce le reali gesta di questo 'eroe' ?
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Da tempo immemore il volto leonino di Ernesto 'Che' Guevara compare su magliette e gadgets, in ossequio all’anticonsumismo rivoluzionario.
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La fortuna di quest’eroe della revoluçion comunista è dovuto a due coincidenze :
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1)  -  'Gli eroi son sempre giovani e belli' (La locomotiva – F. Guccini) ;
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come ironizzò un dirigente del PCI nel ’69, se fosse morto a sessant’anni e fosse stato bruttarello di certo non avrebbe conquistato le benestanti masse occidentali di quei figli di papà 'marxisti immaginari'.
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2)  -  l’ignoranza degli estimatori di ieri e di oggi.
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Il 'Che', infatti, viene associato a tutto quanto fa spettacolo nel grande circo della sinistra :
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dal pacifismo antiamericano alle canzoni troglodite di Jovanotti «sogno un’unica chiesa che va da Che Guevara a Madre Teresa».
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Meglio allora fare un po’ di chiarezza sulla realtà del personaggio :
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Ernesto Guevara De la Serna detto il 'Che' nasce nel 1928 da una buona famiglia di Buenos Aires.
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Agli inizi degli anni 50 si laurea in medicina e intanto con la sua motocicletta gira in lungo e in largo l’America Latina.
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In Guatemala viene in contatto con il presidente Jacobo Arbenz Guzman, un uomo politico appoggiato dal Partito comunista guatemalteco, che prese parte al colpo di stato che rovesciò il precedente regime di Jorge Ubico Castaneda.
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Dopo essere salito al potere, alla guida, appunto, di una coalizione di partiti di sinistra, mantiene la popolazione in condizioni di fame e miseria, concedendosi però di girare in Cadillac e abitare in palazzotti coloniali.
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A causa dei forti interessi economici degli Usa in Guatemala, a cui si oppose con una serie di riforme, viene inviato un contingente mercenario comandato da Castillo Armas a rovesciare il dittatore.
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Il 'Che', anziché sacrificarsi a difesa del 'compagno', scappa e si rifugia nell’ambasciata argentina ;
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di qui ripara in Messico dove, in una notte del 1955, incontra un giovane avvocato cubano in esilio che si prepara a rientrare a Cuba : Fidel Castro.
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Subito entrano in sintonia condividendo gli ideali, il culto dei 'guerriglieri' e la volontà di espropriare il dittatore Batista del territorio cubano.
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Sbarcato clandestinamente a Cuba con Fidel, nel 1956 si autonomina comandante di una colonna di 'barbudos' e si fa subito notare per la sua crudeltà e determinazione.
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Un ragazzo non ancora ventenne della sua unità combattente ruba un pezzo di pane ad un compagno.
Senza processo, Guevara lo fa legare ad un palo e fucilare.
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Castro sfrutta al massimo i nuovi mezzi di comunicazione e, pur a capo di pochi e male armati miliziani, viene innalzato agli onori dei Tg e costruisce la sua fama.
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Dopo due anni di scaramucce per le foreste cubane, nel ’58 l’unità del 'Che' riporta la prima vittoria su Batista.
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A Santa Clara un treno carico d’armi viene intercettato e cinquanta soldati vengono fatti prigionieri.
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In seguito a ciò Battista fugge e lascia l’Avana sguarnita e senza ordini.
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Castro fa la sua entrata trionfale nella capitale accolto dalla popolazione festante.
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Una volta rovesciato il governo di Batista, il Che vorrebbe imporre da subito una rivoluzione comunista, ma finisce con lo scontrarsi con alcuni suoi compagni d'armi autenticamente democratici.
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Guevara viene nominato 'procuratore' della prigione della Cabana ed è lui a decidere le domande di grazia.
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Sotto il suo controllo, l’ufficio in cui esercita diventa teatro di torture e omicidi tra i più efferati.
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Secondo alcune stime, sarebbero stati uccise oltre 20.000 persone, per lo più ex compagni d’armi che si rifiutavano di obbedire e di piegare il capo ad una dittatura peggiore della precedente.
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Nel 1960 il 'pacifista' GUEVARA, istituisce un campo di concentramento ("campo di lavoro") sulla penisola di Guanaha, dove trovano la morte oltre 50.000 persone colpevoli di dissentire dal castrismo.
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Ma non sarà il solo lager, altri ne sorgono in rapida successione :
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a Santiago di Las Vegas viene istituito il campo Arca Iris, nel sud est dell’isola sorge il campo Nueva Vida, nella zona di Palos si istituisce il Campo Capitolo, un campo speciale per i bambini sotto i 10 anni.
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I dissidenti vengono arrestati insieme a tutta la famiglia.
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La maggior parte degli internati viene lasciata con indosso le sole mutande in celle luride, in attesa di tortura e probabile fucilazione.
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Guevara viene quindi nominato Ministro dell’Industria e presidente del Banco Nacional, la Banca centrale di Cuba.
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Mentre si riempie la bocca di belle parole, Guevara sceglie di abitare in una grande e lussuosa casa colonica in un quartiere residenziale dell’Avana.
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E' facile chiedere al popolo di fare sacrifici quando lui per primo non li fa :
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pratica sport borghesissimi, ma la vita comoda e l’ozio ammorbidiscono il guerrigliero, che mette su qualche chilo e passa il tempo tra parties e gare di tiro a volo, non disdegnando la caccia grossa e la pesca d’altura.
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Per capire quali 'buoni' sentimenti animassero questo simbolo con cui fregiare magliette e bandiere basta citare il suo testamento, nel quale elogia « l’odio che rende l’uomo una efficace, violenta, selettiva e fredda macchina per uccidere ».
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Sono queste le parole di un idealista ?
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Di un amico del popolo ?
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Se si, quale popolo ?
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Solo quello che era d'accordo con lui ?
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Guevara si dimostra una sciagura come ministro e come economista e, sostituito da Castro, viene da questi “giubilato” come ambasciatore della rivoluzione.
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Nella nuova veste di vessillifero del comunismo terzomondista lancia il motto « Creare due, tre, mille Vietnam ! ».
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Nel 1963 è in Algeria dove aiuta un suo amico ed allievo, lo sterminatore marxista Laurent Desirè Kabila (attuale dittatore del Congo) a compiere massacri di civili inermi !
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Il suo continuo desiderio di diffusione della lotta armata e un tranello di Castro lo portano nel 1967 in Bolivia, dove si allea col Partito comunista boliviano ma non riceve alcun appoggio da parte della popolazione locale.
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Isolato e braccato, Ernesto De La Serna viene catturato dai miliziani locali e giustiziato il 9 ottobre 1967.
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Il suo corpo esposto diviene un’icona qui da noi e le crude immagini dell’obitorio vengono paragonate alla 'deposizione di Cristo'.
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Fra il sacro e il profano la celebre foto del 'Che' ha accompagnato un paio di generazioni che hanno appeso il suo poster a fianco di quello di Marylin Monroe.
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Poiché la madre degli imbecilli è sempre incinta, ancora oggi sventola la bandiera con la sua effige e i ragazzini indossano la maglietta nel corso di manifestazioni 'contro la guerra'.
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Come si fa a prendere come esempio una persona così ?
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Possibile che ci siano migliaia di persone (probabilmente inconsapevoli della verità) che sfoggiano magliette con il suo volto ?
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In quelle bandiere e magliette c'è una sola cosa corretta, il colore :
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Rosso, come il sangue che per colpa sua è stato sparso.
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In un film di qualche anno fa, Sfida a White Buffalo, il bianco chiede al pellerossa :
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«Vuoi sapere la verità rossa oppure la verità vera ?».
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Lasciamo a Gianni Minà la verità rossa, noi preferiamo conoscere la verità vera.
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Dissenso
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sabato 17 ottobre 2009

Unione Europea : STOP alle vecchie lampadine !

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Dal 1° settembre 2009 le lampadine a incandescenza andranno in pensione, lasciando il posto a quelle ad alta efficienza energetica.
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E’ la conseguenza di una decisione del Parlamento Europeo.
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Secondo uno studio condotto dal centro di Ricerca e Sviluppo di Philips, la sostituzione a livello globale delle lampade a incandescenza per uso domestico con tecnologie di ultima generazione porterà a un risparmio di 46 miliardi di euro in elettricità e 239 milioni di tonnellate di CO2, pari alla produzione di 228 centrali elettriche o a 685 milioni di barili di petrolio in un anno.

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A sparire per prime dagli scaffali saranno le vecchie lampadine da 100 watt, dal 2010 via via non saranno più in vendita anche quelle di potenza inferiore.

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Dal 1° settembre 2010 sarà quindi la volta di quelle da 75 watt, mentre nel 2011 toccherà alle lampadine da 60 watt bulbi, e il 1° settembre 2012 a quelle da 25 watt a 40 watt, mentre le alogene cesseranno di essere vendute dal 1° settembre 2016.

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Queste decisioni nascono dalla volontà europea di migliorare l’efficienza energetica del 20 % entro il 2020.

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Mentre le lampadine a incandescenza convertono solo il 5 % dell’energia elettrica che consumano in luce, la nuova generazione di lampade ‘fluorescenti compatte’ arriva ad essere fino all’80 % più efficiente.

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Tuttavia le lampadine a fluorescenza hanno un punto debole :

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la presenza di mercurio e non vanno conferite nella differenziata con il vetro ma consegnate a parte ai consorzi che ne gestiscono lo smaltimento.
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L’Italia, però, ha pensato bene di rinnegare questa risoluzione, emanando la legge 1195, che di fatto prolunga la vendita di lampadine a incandescenza pari o superiori a 100 watt e di frigoriferi anche di classe C.

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Le associazioni ambientaliste, in primo luogo il Wwf, protestano, visto che cambiando cinque lampadine da 100 watt a incandescenza con altrettante a basso consumo, in un anno si risparmiano 175 kg di CO2.
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Il discorso riguarda anche i frigoriferi, visto che uno di classe AA+, per cui tra l’altro esistono sgravi fiscali, fa spendere meno di 34 euro di elettricità all’anno, mentre quello di classe C fa impennare la bolletta fino a 92 euro.
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Le lampade a risparmio energetico sono una realtà irrinunciabile della nostra epoca.
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Stanno sostituendo gradualmente le tradizionali lampadine a incandescenza, in favore di un sistema più economico.
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La maggior parte delle nuove lampade a risparmio energetico sono di tipo CFL, basate sulla emissione di luce ultravioletta in un tubo di vetro percorso da corrente elettrica.
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Grazie a una serie di fosfori (sostanze che emettono luce visibile sotto l’effetto della luce ultravioletta) la luce può assumere il colore bianco a cui siamo abituati.
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Le lampade CFL consumano meno energia rispetto alle “vecchie” lampade a incandescenza, durano di più, ma non sono esenti da problemi.
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1 - La luce emessa diminuisce costantemente con l’uso.Dopo qualche mese questa differenza può degradare il comfort di illuminazione.
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2 - Quando la lampada è scarica (gas interno esaurito) si possono verificare fastidiosi sfarfallii e ronzii.
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3 - Altro svantaggio è la riduzione della vita operativa, se si accende e spegne con frequenza.
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4 - Le lampade CFL sono fatte di vetro e si possono rompere.
Se si rompono rilasciano nell’ambiente vapori di mercurio, una sostanza tossica e pericolosa.
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5 - A basse temperature funzionano male e possono non accendersi.
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6 - Accorciano la loro vita in caso di sbalzi di temperatura
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Lampade a Led :VANTAGGI DELLA TECNOLOGIA
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La tecnologia della luce a LED offre oggi una valida alternativa per risolvere i principali difetti delle lampade CFL.
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A partire da un componente allo stato solido, il LED, si realizza una sorgente di luce ancora più efficiente e affidabile.
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Le lampade a LED hanno la caratteristica di emettere una luce bianchissima e con scarsa produzione di calore.
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Sono fonti di luce piu' piccole, di ottimo rendimento, infatti funzionano a basso voltaggio, con un rendimento energetico (lumen/watt) molto migliore delle sorgenti a incandescenza e assolutamente competitivo con le lampade a fluorescenza.
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LED offrono moltissimi vantaggi nell'illuminazione sia da interno che da esterno.
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L'elevata efficienza è sicuramente una delle caratteristiche più significative :
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in molti impieghi, il risparmio energetico rispetto a una tradizionale sorgente a incandescenza è stimato tra l'80 e il 90 %.
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Inoltre, i LED non emettono raggi ultravioletti, non producono calore, non contengono mercurio, non risentono di vibrazioni, si accendono istantaneamente, possono essere facilmente dimmerabili, consentono di realizzare piccoli punti luce, sorgenti puntiformi e infiniti effetti cromatici.
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Hanno anche la caratteristica, a fine vita, di esaurirsi lentamente piuttosto che bruciare istantaneamente.
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Lo svantaggio principale e' l'elevato costo.
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Per sottolineare i vantaggi delle lampade a LED, vediamo due modelli di ultima generazione, prodotti dalla EarthLED.
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Queste lampade possiedono caratteristiche uniche nel panorama dei sistemi di luce a LED
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Sono infrangibili, realizzate in materiale plastico resistente al fuoco, assemblate con precisione e testate per resistere a temperature estreme.
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Non contengono sostanze tossiche e possono essere riciclate con semplicità e maneggiate in tutta sicurezza.
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Sono più compatte delle lampade CFL e possono essere montate a incasso con maggiore efficienza.
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Possiedono sistemi di raffreddamento allo stato dell’arte, progettati per dissipare efficacemente il calore prodotto e garantire una temperatura di funzionamento sicura.
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Il tipo di LED utilizzato è un chip CREE XR-E, famoso in tutto il mondo per le ottime doti di purezza spettrale e durata nel tempo.
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Possiedono una luce costante per tutte le 50000 (cinquantamila) ore della loro vita media.
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Non ci sono mai ronzii o sfarfallii, solo una illuminazione stabile e riposante.
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Possono essere spente e accese tutte le volte che si vuole, senza problemi.
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Lavorano bene al freddo, fino a -30 gradi celsius.
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Ma anche al caldo, fino a 80 gradi celsius.
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Sopportano un tasso di umidità fino al 95%.
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Funzionano in tutto il mondo, con una tensione di rete da 90 volt fino a 227 volt.
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Funzionano anche in Corrente Continua.
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ZetaLux La ZetaLux monta un LED da 7 watt e possiede un sistema di raffreddamento passivo super efficiente, in alluminio. .
Tutta la struttura della ZetaLux è pensata per risistere alle condizioni estreme di freddo, caldo e umidità.
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Può essere montata in esterno senza problemi anche nelle zone climatiche più difficili.
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Questa lampada produce la stessa luce di una 60 watt a incandescenza, ma consuma soltanto 6 watt.
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EvoLux
La EvoLux S rappresenta un traguardo raggiunto per l’illuminazione a LED.
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Un potente chip da 13 watt, riesce a proiettare la stessa luce di una lampada a incandescenza da 100 watt.
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Un rivoluzionario sistema di raffreddamento misto attivo/passivo, permette di tenere sotto controllo la temperatura.
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Dopo oltre un ora di funzionamento la lampada si può tranquillamente toccare con le mani nude :
provate a farlo con una lampadina normale o anche con una lampada CFL !
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La EvoLux è una lampada ideale per le zone di lettura, oppure per il montaggio a incasso, al posto dei faretti alogeni.

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Sul sito EarthLED è disponibile un telaio specifico per incassare la Evolux e sfruttare al massimo la generosa illuminazione.

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Esiste un modello ancora più compatto, la EvoLux SH, lunga solo 11 centimetri, per il montaggio in spazi ridotti.
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Dissenso
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Roberto Saviano e la sua scorta.

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Vergognoso :
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Un rappresentante delle istituzioni si schiera contro Roberto Saviano e focalizza la sua attenzione sulla scorta che è stata data allo scrittore per proteggerlo dalle minacce della mafia.
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Il signor Vittorio Pisani, capo della Squadra Mobile di Napoli, ha stigmatizzato le sue convinzioni adducendo pretestuose argomentazioni.

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Sarebbe meglio che costui ringraziasse i cittadini che, Saviano in testa, combattono le organizzazioni criminali, anziché cercare di produrre nefaste conseguenze lasciando allo sbando e alla mercè dei malavitosi coloro che interpretano un ruolo di primo piano in questa lotta.
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Forse il capo della Squadra Mobile si è dimenticato di come i mafiosi, i camorristi, e tutta la genìa che affratella le cosche criminali nella medesima pluralità di intenti sia crudelmente efferata verso chi, coraggiosamente, tenta di frapporsi alla loro smisurata prepotenza.
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Forse dimentica i martiri italiani immolati in nome di queste battaglie, come i guidici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, e tutti gli uomini delle scorte, e la lunga sequela di altri come loro scomparsi per avere difeso gli ideali di giustizia e libertà in questo nostro territorio, infestato di carogne assetate di sangue.
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Io mi schiero a spada tratta in favore di Roberto Saviano, che considero come un fratello, pur non avendolo mai conosciuto personalmente, e a lui va tutto il mio affetto e la mia solidarietà.
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Al signor Vittorio Pisani va invece tutto il mio disprezzo, la mia riprovazione, la mia disistima, per come si sta comportando.
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Forse sarebbe meglio che concentrasse il 100 % delle sue risorse verso obiettivi diversi da Roberto Saviano, impegnandosi contro coloro che lo vogliono morto.

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Forse sarebbe auspicabile anche che qualcuno in alto loco gli prendesse le orecchie tra le dita e gli desse una bella tirata.

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Personalmente io gli darei un calcio nel sedere ben assestato.
Lo colpirei nella sua dignità, come lui ha fatto, ingiustamente, con Roberto Saviano e lo lascerei al pubblico ludibrio… chissà, forse incomincerebbe a capire.
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. Viene da chiedersi da che parte stia…da quella di coloro che vogliono la collaborazione dei cittadini, la loro attiva e civile partecipazione, o piuttosto, invece, dalla parte di coloro che li vogliono isolare, relegandoli in un universo già abbastanza stereotipato colmo di omertà , e spingendoli verso una diffusa disarmonia con le istituzioni, confinante con l’abbandono…
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Mi viene spontaneo auspicare le dimissioni di Vittorio Pisani, che dovrebbe vergognarsi di come usurpa, col suo comportamento, un ruolo istituzionale, di cui lui adesso interpreta la parte di protagonista non più credibile.

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Ecco, di seguito, gli articoli di giornale che riportano le dichiarazioni del capo della Squadra Mobile di Napoli, e le reazioni dello scrittore :
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NAPOLI, 14 OTTOBRE 2009
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Un duro affondo di Vittorio Pisani, Capo della Squadra Mobile di Napoli riguardo la scorta data allo scrittore Roberto Saviano e, parole non certo lusinghiere per il best seller 'Gomorra'.
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“Non è necessaria la scorta per Saviano. Il nostro parere sul rapporto per l’assegnazione di tale scorta, fu negativo, le minacce non avevano riscontro’’ - rivela, in un’intervista un'intervista al Corriere della Sera Magazine, Vittorio Pisani.
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E sul bel best seller tradotto in 43 Paesi, il capo della Mobile dice :
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"Il libro ha avuto un peso mediatico eccessivo rispetto al valore che ha per noi addetti ai lavori” e continua : “Ho arrestato centinaia di delinquenti. Ho scritto, testimoniato e giro per la città con mia moglie e con i miei figli senza scorta. Non sono mai stato minacciato”. .
A proposito della scorta assegnata tre anni fa all’autore di ‘’Gomorra’’ spiega :
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"A noi della Mobile fu data la delega per riscontrare quel che Saviano aveva raccontato a proposito delle minacce ricevute. Dopo gli accertamenti abbiamo dato parere negativo sull’assegnazione della scorta. Resto perplesso - aggiunge - quando vedo scortate persone che hanno fatto meno di tantissimi poliziotti, carabinieri, magistrati e giornalisti che combattono la camorra da anni”.
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INTERVIENE IL CAPO DELLA POLIZIA
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Sono state “confermate le misure di protezione già in atto e disposte misure ulteriori delle persone esposte al pericolo di azioni violente da parte delle organizzazioni criminali, a cominciare dallo scrittore Roberto Saviano”.Lo riferisce in una nota del Dipartimento della Pubblica sicurezza, il Capo della Polizia, prefetto Antonio Manganelli.
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“L'esigenza di tali misure - precisa Manganelli - viene oggi confermata dal Capo della Polizia che si riserva, anzi, di valutarne l'eventuale rafforzamento”.In relazione “ai timori da più parte espressi circa la possibilità di un imminente affievolimento delle misure di protezione a suo tempo disposte in favore dello scrittore Roberto Saviano e tuttora in atto”, il Capo della Polizia “sottolinea preliminarmente che l’azione di contrasto alla criminalità organizzata costituisce una assoluta priorità dell’intervento del Ministero dell’Interno e delle Forze di Polizia nel nostro Paese”.
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"In tale contesto - prosegue la nota del Dipartimento di Ps - sin dal 18 maggio dello scorso anno, in un suo pubblico intervento a Casal di Principe in occasione della Festa della Polizia, fu preannunciato dallo stesso Capo della Polizia l’avvio di una decisa e continuativa attività operativa contro il cosiddetto clan dei Casalesi.
Da quel momento su disposizione del Ministro dell’Interno Maroni, è iniziata una mirata azione che ha consentito sino ad oggi di conseguire in quell’area risultati straordinari e senza precedenti”.
Lo scrittore, profondamente amareggiato, ha risposto a questi attacchi scrivendo sulla Repubblica una accorata e commovente riflessione, a cui va tutto il mio rispetto e la mia comprensione.
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Io, la mia scorta e il senso di solitudine.
Roberto Saviano
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L'autore del celebre romanzo "Gomorra" ha scritto :
" Lo vedi, stanno iniziando ad abbandonarci. Lo sapevo.”
Così il mio caposcorta mi ha salutato ieri mattina.
Il dolore per la protezione che cercano di farmi pesare, di farci pesare, era inevitabile.
La sensazione di solitudine dei sette uomini che da tre anni mi proteggono mi ha commosso.
Dopo le dichiarazioni del capo della mobile di Napoli che gettano discredito sul loro sacrificio, che mettono in dubbio le indagini della Dda di Napoli e dei Carabinieri, la sensazione che nella lotta ai clan si sia prodotta una frattura è forte.
Non credo sia salutare spaccare in due o in più parti un fronte che dovrebbe mostrarsi, e soprattutto sentirsi, coeso.
Società civile, forse dell’ordine, magistratura.
Ognuno con i suoi ruoli e compiti.
Ma uniti.
Purtroppo riscontro che non è così.
So bene che non è lo Stato nel suo complesso, né le figure istituzionali che stanno al suo vertice a voler far mancare tale impegno unitario.
Sono grato a chi mi ha difeso in questi anni :
all’arma dei Carabinieri che in questi giorni ha mantenuto il silenzio per rispetto istituzionale ma mi ha fatto sentire un calore enorme dicendomi “noi ci saremo sempre”.
Mi ha difeso l’Antimafia napoletana attraverso le dichiarazioni dei pm Federico Cafiero De Raho, Franco Roberti, Raffaele Cantone.
Mi ha difeso il capo della Polizia Antonio Manganelli con le sue rassicurazioni e la netta smentita di ciò che era stato detto da un funzionario.
Mi ha difeso il mio giornale.
Mi hanno difeso i miei lettori.
Ma uno sgretolamento di questa compattezza è malgrado tutto avvenuto e un grande quotidiano ne è fatto portavoce.
Ciò che dico e scrivo è il risultato spesso di diversi soggetti, di cui le mie parole si fanno portavoce.
Ma si cerca di rompere questa nostra alleanza, insinuando ‘tanti lavorano nell’ombra senza riconoscimento mentre tu invece…’
Chi fa questo discorso ha un unico scopo, cercare di isolare, di interrompere il rapporto che ha permesso in questi anni di portare alla ribalta nazionale e internazionale molte inchieste e realtà costrette solo alla cronaca locale.
Sento di essere antipatico ad una parte di Napoli e ad una parte del Paese, per ciò che dico per come lo dico per lo spazio mediatico che cerco di ottenere.
Sono fiero di essere antipatico a questa parte di campani, a questa parte di italiani e a molta parte dei loro politici di riferimento.
Sono fiero di star antipatico a chi in questi giorni ha chiamato le radio, ha scritto sui social forum 'finalmente qualcuno che sputa su questo buffone'.
Sono fiero di star antipatico a queste persone, sono fiero di sentire in loro bruciare lo stomaco quando mi vedono e ascoltano, quando si sentono messi in ombra.
Non cercherò mai i loro favori, né la loro approvazione.
Sono sempre stato fiero di essere antipatico a chi dice che la lotta alla criminalità è una storia che riguarda solo pochi gendarmi e qualche giudice, spesso lasciandoli soli.
Sono sempre stato fiero di essere antipatico a quella Napoli che si nasconde dietro i musei, i quadri, la musica in piazza, per far precipitare il decantato rinascimento napoletano in un medioevo napoletano saturo di monnezza e in mano alle imprenditorie criminali più spietate.

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Sono sempre stato antipatico a quella parte di Napoli che vota politici corrotti fingendo di credere che siano innocui simpaticoni che parlano in dialetto.
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Sono sempre stato fiero di risultare antipatico a chi dice :
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'Si uccidono tra di loro', perché contiamo troppe vittime innocenti per poter continuare a ripetere questa vuota cantilena.

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Perché così permettiamo all’Italia e al resto del mondo di chiamarci razzisti e vigliacchi se non prestiamo soccorso a chi tragicamente intercetta proiettili non destinati a lui.
Come è accaduto a Petru Birladeanu, il musicista ucciso il 26 maggio scorso nella stazione della metropolitana di Montesanto che non è stato soccorso non per vigliaccheria, ma per paura.
Sono sempre stato fiero di risultare antipatico a chi mal sopporta che vada in televisione o sulle copertine dei giornali, perché ho l'ambizione di credere che le mie parole possano cambiare le cose se arrivano a molti.

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E serve l'attenzione per aggregare persone.
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Sarò sempre fiero di avere questo genere di avversari.

I più disparati, uniti però dal desiderio che nulla cambi, che chi alza la testa e la voce resti isolato e venga spazzato via com'è successo già troppe volte.
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Che chi opera sulle vicende legate alla criminalità organizzata e all’illegalità in generale, continui a farlo, ma in silenzio, concedendo giusto quell’attenzione momentanea che sappia sempre un po’ di folklore.
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E se percorriamo a ritroso gli ultimi trent’anni del nostro Paese, come non ricordare che Peppino Impastato, Giuseppe Fava e Giancarlo Siani – esposti molto più di me e che prima di me hanno detto verità ora alla portata di tutti – hanno pagato con la vita la loro solitudine.
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E la volontà di volerli ridurre, in vita, al silenzio.

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.Sono sempre stato fiero, invece, di essere stato vicino a un’altra parte di Napoli e del Sud.

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Quella che in questi anni ha approfittato della notorietà di qualcuno emerso dalle sue fila per dar voce al proprio malessere, al proprio impegno, alle proprie speranze.
Molti di loro mi hanno accolto con diffidenza, una diffidenza che a volte ha lasciato il posto a stima, altre a critiche, ma leali e costruttive.
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Sono fiero che a starmi vicino siano stati i padri gesuiti che mi hanno accolto, le associazioni che operano sul territorio con cui abbiamo fatto fronte comune e tante, tantissime persone singole.
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Sono fiero che a starmi vicino sia soprattutto chi, ferocemente deluso dal quindicennio bassoliniano, cerca risposte altrove, sapendo che dalla politica campana di entrambe le parti c’è poco da aspettarsi.
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Sono sempre stato fiero che vicino a me ci siano tutti quei campani che non ne possono più di morire di cancro e vedere che a governare siano arrivati politici che negli anni hanno sempre spartito i propri affari con le cosche.
Facendo, loro sì, soldi e carriera con i rifiuti e col cemento, creando intorno a sé un consenso acquistato con biglietti da cento euro.
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E’ stato doloroso vedere infrangersi un fronte unico, costruito in questi anni di costante impegno, che aveva permesso di mantenere alta l’attenzione sui fatti di camorra.
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E’ stato sconcertante vedere persone del tutto estranee alla mia vicenda esprimere giudizi sulla legittimità della mia scorta.
La protezione si basa su notizie note e riservate che, deontologia vuole, non vengano rese pubbliche.
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Sono stato costretto a mostrare le ferite, a chiedere a chi ha indagato di poter rendere pubblico un documento in cui si parla esplicitamente di ‘condanna a morte’.
Cose che a un uomo non dovrebbero mai essere chieste.
Ho dovuto esibire le prove dell’inferno in cui vivo.
Ho esibito, come richiesto, la giusta causa delle minacce.
Sento profondamente incattivito il territorio, incarognito.
Gli uni con gli altri pronti a ringhiarsi dietro le spalle.
Molti hanno iniziato a esprimere la propria opinione non conoscendo fatti, non sapendo nulla.
Vomitando bile, qualcuno addirittura ha detto : ‘c’è una sentenza del Tribunale che si è espressa contro la scorta’.
I tribunali non decidono delle scorte, perché tante bugie, idiozie, falsità ?
Addirittura i sondaggi ondine che chiedevano se era giusto o meno darmi la scorta.
Quanto piacere hanno avuto i camorristi, il loro mondo, lì ad osservare questo sputare ognuno nel bicchiere dell’altro ?
Dal momento in cui mi è stata assegnata una protezione, della mia vita ha legittimamente e letteralmente deciso lo Stato Italiano.
Non in mio nome, ma nel nome proprio :
per difendere se stesso e i suoi principi fondamentali.
Tutte le persone che lavorano con la parola e sono scortate in Italia, sono protette per difendere un principio costituzionale :
la libertà di parola.
Lo Stato impone la difesa a chi lotta quotidianamente in strada contro le organizzazioni criminali.
Lo stato impone la difesa a magistrati perché possano svolgere il loro lavoro sapendo che la loro incolumità fa una grande differenza.
Lo Stato impone la difesa a chi fa inchieste, a chi scrive, a chi racconta perché non può permettere che le organizzazioni criminali facciano censura.
In questi anni, attaccarmi come diffamatore della mia terra, cercare di espormi sempre di più parlando della mia sicurezza, è un colpo inferto non a me, ma allo stato di salute della nostra democrazia e a tutte le persone che vivono la mia condizione.
Sento questo odio silenzioso che monta intorno a me creare consenso in molte parti.
Sta cercando il consenso di certa classe dirigente del Sud che con il solito cinismo bilioso considera qualunque tentativo di voler rendere se non migliore, almeno consapevole la propria terra, una strategia per fare soldi o carriera.
Ma mi viene chiesta anche l’adesione a un ‘codice deontologico’, come ha detto il capo della Mobile di Napoli, il rispetto delle regole.
Quali regole ?
Io non sono un poliziotto, né un carabiniere, né un magistrato.
Le mie parole raccontano, non vogliono arrestare, semmai sognano di trasformare.
E non avrò mai ‘bon ton’ nei confronti delle organizzazioni criminali, non accetterò mai la vecchia logica del gioco delle parti fra guardie e ladri.
I camorristi sanno che alcuni di loro verranno arrestati, le forze dell’ordine sanno in che modo gestire gli arresti che devono fare.
Lo hanno sempre detto a me, ora sono io a ribadirlo :
a ognuno il suo ruolo.
La battaglia che porto avanti come scrittore è un’altra.
E’ fondata sul cambiamento culturale della percezione del fenomeno, non nel rubricarlo in qualche casellario giudiziario o considerarlo principalmente un problema di ordine pubblico.
Continuare a vivere in una situazione così difficile, diviene impossibile se iniziano a frapporsi persone che tentano di indebolire ciò che sino a ieri era un’alleanza importante, giusta e necessaria.
So che è molto difficile vivere la realtà campana, ma c’è qualcuno che ci riesce con tranquillità.
Io non ho mai avuto detenuti che mi salutassero dalle celle, né me ne sarei mai vantato, anzi, pur facendo lo scrittore, ho ricevuto solo insulti.
Qualcuno dice a Napoli che è riuscito a fare il poliziotto riuscendo a passeggiare liberamente con moglie e figli senza conseguenze.
Buon per lui che ci sia riuscito.
Io non sono riuscito a fare lo scrittore riuscendo a passeggiare liberamente con la mia famiglia.
Un giorno ci riuscirò, lo giuro.
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Roberto Saviano.
Pubblished by arrangement with Roberto Santachiara Literary Agency
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Dissenso
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lunedì 12 ottobre 2009

CAMBOGIA : PROCESSO A KHMER ROSSI. 'DUCH' AMMETTE VIOLENZE CONTRO I BAMBINI.

Articolo di Roberto Tofani sul sito www.sudestasiatico.com del 18 giugno 2009

“Le immagini orrende di quei bambini sbattuti contro gli alberi corrispondono a quel che è stato commesso dai miei subordinati”.

E’ l’ennesima confessione resa da Kaing Guek Eav, alias Duch, ex direttore del centro di detenzione S-21, nel processo che lo vede imputato insieme ad altri quattro ex-leader dei Khmer rossi.

Ritenuto responsabile della morte di oltre 15 mila cambogiani detenuti presso l’ex liceo di Tuol Sleng, Duch è il primo dei cinque imputati a essere giudicato dall’Extraordinary Chambers in the Courts of Cambodia (Eccc) e l’unico ad aver finora ammesso parte delle proprie responsabilità.

“Non mi sento di accusare i miei subordinati. Io sono vergognosamente responsabile.”
Così ha affermato Duch riferendosi alle immagini dipinte da uno dei sopravvissuti ad S-21, il pittore Vann Nath, e che ritraggono i ‘figli di Angkar’ in abito nero mentre scagliano neonati e bambini contro tronchi d’albero.

Duch ha ammesso le sue colpe durante l’udienza odierna, dopo che l’accusa gli aveva rivolto alcune domande riguardo la politica da tenere nel carcere sui prigionieri che venivano arrestati insieme ai propri figli.

Già a inizio marzo, a un mese dall’inizio del processo, Duch aveva chiesto scusa per gli orribili crimini commessi, pur continuando a negare di aver ricoperto un ruolo centrale tra i quadri di ‘Kampuchea Democratica’.

Dall’inizio di un processo più volte rimandato per mancanza di fondi, Duch ha sempre ammesso di non aver mai ucciso nessuno personalmente e di aver torturato solo due persone, durante la direzione di S-21, ovvero uno dei 196 centri di detenzione creati durante il regime instaurato da Saloth Sar , più comunemente conosciuto come il famigerato Pol Pot tra il 1975 e il 1979.

L’ex professore di matematica, insieme a Khieu Samphan (alias Hem), ex-capo di Stato di Kampuchea Democratica, Ieng Sary, ex-ministro degli Esteri, sua moglie Ieng Thirith (alias Phea), ex ministro degli Affari sociali, e Nuon Chea, considerato il capo ideologico del gruppo, è accusato di genocidio e crimini contro l’umanità.
A differenza di Duch, però, gli altri quattro verranno giudicati non prima del 2010.

Fu nel 1997, un anno prima della morte di Pol Pot, che l’Onu diede inizio ai negoziati con la Cambogia, raggiungendo un accordo solo nel 2003, per stabilire un tribunale in grado di processare gli ex-leader Khmer rossi.
Il budget iniziale di 56 milioni di dollari è andato progressivamente aumentando fino toccare quota 169 milioni.
Solo i 21 milioni di dollari garantiti all’inizio del 2009 dal governo giapponese hanno allontanato i timori di un possibile e definitivo blocco dei lavori del Tribunale straordinario.
La corte è stata più volte accusata di corruzione e di aver sperperato inutilmente i fondi messi a disposizioni da Nazioni Unite e numerosi governi.


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Il 18 febbraio 2009 sul sito http://leviedellasia.corriere.it Marco del Corona scriveva :

Che non fosse un processo comodo lo dimostrano i quindici anni di ritardo da quando se ne parlò per la prima volta.
Che non sia un processo comodo lo dimostrano le discussioni e le argomentazioni che si accavallano da mesi e hanno preceduto l'avvio dell'evento, questa settimana.
Portare alla sbarra i leader superstiti dei Khmer rossi, a Phnom Penh, non è un esercizio innocuo per le coscienze.
Basta sentire cos'ha da dire padre François Ponchaud, il missionario cattolico dal '65 in Cambogia che per primo denunciò il genocidio perpetrato da Pol Pot e dai suoi :
è una grande ipocrisia, dovevano essere portati alla sbarra anche i Paesi che hanno massacrato i cambogiani prima di Pol Pot (ovvero gli Usa dei bombardamenti a tappeto) e quelli che hanno sostenuto i Khmer rossi al potere e dopo la caduta del 1979 (Usa, Cina, Gran Bretagna, Thailandia ...).
Oppure François Bizot, lo studioso che fu prigioniero dei Khmer rossi - proprio del torturatore Duch, per ora l'unico processato - e che ora spiega :
è un processo che ci riguarda tutti, non possiamo non essere lì.

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La sintesi seguente è tratta da : Vins Roboris ( Guida di superEva di Politica Estera e Questioni Internazionali ) sul sito http://guide.supereva.it/

Lo spietato governo del famigerato Pol Pot, leader marxista morto nella jungla al confine thailandese nel 2000, è accusato d’aver causato l’autogenocidio della propria popolazione :
dal 1975 al 1979 due dei sei milioni di cambogiani perirono di fame, stenti, malattie e per le violenze e le esecuzioni dei fanatici rivoluzionari maoisti che governavano questo sventurato paese dell’Indocina.

I Khmer rossi volevano eliminare ogni elemento o deviazione borghese ed occidentale dalla società cambogiana ed era sufficiente la conoscenza di una lingua straniera o l’uso degli occhiali per essere giustiziati.
Un altro aspetto del loro regime fu il trasferimento coatto degli abitanti delle città nelle campagne che causò moltissime vittime e spopolò la capitale Phnomh Penh.

La Cambogia, ex-colonia francese, era stata coinvolta dagli USA nella guerra del Vietnam e nel 1975 i Khmer rossi, alleati dei Vietcong, avevano rovesciato l’autoritario regime filo-americano per instaurare la loro spietata dittatura con l’appoggio della Cina.
Nel 1979 l’esercito vietnamita li aveva spodestati installando un governo collaborazionista combattuto dalla guerriglia, formata in parte da Khmer rossi.

Fu il drammatico film Urla del silenzio a svelare al mondo le atrocità di Pol Pot e solo con la fine della Guerra Fredda, il ritiro vietnamita ed il disarmo dei Khmer rossi in Cambogia è potuta tornare una fragile democrazia che sta iniziando solo ora a fare i conti col passato.
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