sabato 6 febbraio 2010

F O I B E

Ricorre il 10 Febbraio il Giorno del ricordo, in commemorazione delle vittime delle stragi delle “foibe”, così come vengono identificate le migliaia di vittime del furore comunista della polizia di Tito, alla fine e durante l’ultima guerra mondiale, in terra di Istria e Dalmazia, a Trieste e a Gorizia.
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Le cosiddette foibe sono cavità naturali del terreno, con ingresso a strapiombo, alcune profonde molte decine di metri, tipiche del paesaggio carsico, in cui furono gettate vive le persone di nazionalità italiana, a causa del folle disegno di odio, attuato dall’esercito di Tito, che ha portato al genocidio di italiani innocenti.
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Per decenni il silenzio ha ammantato, coprendo ad arte, questa triste e macabra realtà, annoverando tra gli scheletri nell’armadio di un comunismo sempre più identificativo, una interpretazione di efferata ma lucida volontà persecutoria di esseri umani.
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Lo stereotipo è lo stesso che accomuna tutti i crimini contro l’umanità, commessi in questo caso, come in molti altri, da un regime comunista che da un lato perpetrava nefandezze di ferocia inaudita, e dall’altra nascondeva le tracce del suo operato, con la complicità di personaggi come, ad esempio, Togliatti e i suoi compagni di partito.
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Costoro sono stati complici di un silenzio che li ha accomunati così ai responsabili materiali delle stragi, diventandone correi a livello morale e subdoli avallatori di una strategia ideologica che fa del terrore il suo punto focale di forza.
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Ecco perché il 10 febbraio dobbiamo celebrare la giornata del ricordo..
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La memoria ci deve riportare indietro nel tempo, per rivivere la tragica realtà subita da migliaia di nostri fratelli e sorelle, brutalmente strappati alla vita, assassinati dal regime comunista.
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Un esauriente studio sulle stragi negate degli italiani della Venezia Giulia e dell’Istria, è stato compiuto da Gianni Oliva che ha poi dato alle stampe le risultanze del suo lavoro di indagine, pubblicando il volume “Le foibe”.
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Fin dalle prime pagine si evince la precisa responsabilità del progetto politico jugoslavo, esplicitato da Tito e da Kardely sin dall’autunno del 1943..
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L’uniformità di intenti dei comunisti facenti capo a Belgrado, evidenzia la necessità di eliminare qualunque forma di opposizione tesa a schierarsi a favore di una anti-annessione alla Jugoslavia dei territori occupati.
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Lo sterminio totale di qualunque voce di dissenso era considerata da Tito una prerogativa irrinunciabile per potersi sedere poi al tavolo delle trattative di pace, e vedere riconosciuta la sovranità di Belgrado sul territorio giuliano.
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Le gravi ambiguità di Togliatti (numero due del Komintern) e del gruppo dirigente del P.C.I. rispetto alle definizioni dei confini nazionali orientali, e le politiche espansionistiche di quello che era, all’epoca, un regime comunista, portarono ad un clima di terrore dilagante in quei territori.
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La realtà così delineatasi si sovrappose ad una configurazione interpretata e percepita con dinamiche di assimilazione basate su una molteplicità di sfaccettature.
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In primis la verità storica ha evidenziato come le stragi delle foibe facessero parte di un disegno di eliminazione sistematica degli anticomunisti contrari all’annessione.
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Da parte italiana si percepisce invece l’impressione di trovarsi di fronte ad un genocidio nazionale, una vera e propria pulizia etnica, mirata alla distruzione di tutto ciò che era italiano.
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Da parte jugoslava la tesi contrabbandata è quella di una giustizia politica contro il nazifascismo.
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La contrapposizione radicale di queste interpretazioni si riflette anche sul computo delle vittime.
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La difficoltà di conteggiare gli “infoibati” consiste nella pluralità delle variabili che intervengono nel prendere in esame i diversi fattori concomitanti.
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In molti casi, per esempio, è stato impossibile recuperare e contare i corpi occultati negli inghiottitoi carsici.
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E’ necessario anche considerare come vittime della stessa ondata persecutoria i prigionieri deceduti nei lager della Slovenia e della Croazia, compresi coloro che hanno perso la vita durante le tragiche marce di trasferimento.
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Il numero che si indica oggigiorno come cifra più diffusa nell’opinione corrente per identificare le vittime delle foibe si avvicina a dodicimila unità, e comprende però anche i morti e i dispersi in combattimento nel periodo 1943-45.
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Se si conteggiano solamente gli infoibati il numero scenderebbe a 5.000 unità, mentre però c’è chi parla ancora oggi di 20-30 mila morti.
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Va considerato comunque che, nonostante il carattere specifico di pulizia etnica assunto dalle epurazioni Titine, la prassi seguita dall’esercito jugoslavo in tutti i territori da loro “liberati” prevedeva come obiettivo della repressione tutti coloro che a loro si opponevano, indistintamente da nazionalità o da appartenenza politica.
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Furono infatti colpiti anche gli abitanti di nazionalità slava abitanti nell’Istria.
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In conseguenza di tutte queste considerazioni la stima di riferimento ritenuta quindi più valida, inquadra le dimensioni dell’eccidio in circa 10.000 vittime.
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Le modalità con cui furono eseguite le uccisioni, ricalcano sistemi che si basano su una interpretazione del terrore spietatamente tragico.
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Spesso le persone venivano gettate vive, o ferite, dentro alle profonde cavità delle foibe, nelle quali si accumulavano corpi di feriti agonizzanti, insieme a cadaveri in decomposizione precedentemente uccisi.
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L’orrore era la prassi, indice di una crudeltà fine a sé stessa che solo gli esseri umani sono in grado di sfoggiare, come elemento distintivo della sua inspiegabile ferocia.
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Ne è stato testimone Graziano Udovisi, unico sopravvissuto, miracolosamente risparmiato da un destino tragicamente benevolo.
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I soldati di Tito nel 1945 gli hanno spaccato i timpani a furia di percosse, dopo averlo legato così stretto con il filo di ferro da farlo sanguinare..
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Insieme ad altri sventurati è stato condotto, facendolo marciare scalzo, sul ciglio di una foiba, dove lo aspettava una mitragliata finale.
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Graziano Udovisi non aspettò i colpi fatali, ma coraggiosamente si buttò nel vuoto e compì un lungo e interminabile volo di una ventina di metri, precipitando inconsapevole nell’acqua che riempiva il fondo della foiba.
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Scalciando nell’elemento liquido e cercando di non bere si dimenò per tentare la risalita, trattenendo il respiro, e riuscendo a liberare una mano dalla morsa del filo di ferro.
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Sentì qualcosa sotto il suo piede, che poteva essere un sasso, su cui fare appoggio, ma si rese conto che era invece la testa di un suo compagno di sventura.
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Subito, con la mano libera lo afferrò, tirandolo su con forza, e riuscendo così a salvarlo.
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Ancora oggi Graziano Udovisi, a volte, la notte ha degli incubi, che rievocano le tragiche giornate vissute.
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Ricorda e parla di 20.000 vittime, e del silenzio totale in cui le ha avvolte lo Stato italiano negli anni successivi.
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Dove erano Enzo Biagi (il “grande vecchio” del giornalismo italiano), o Giorgio Bocca (a cui danno tanto fastidio le commemorazioni delle foibe e non quelle della risiera di San Sabba) , o Sandro Curzi (ex direttore di “Liberazione” organo di Rifondazione comunista), o Furio Colombo (alla direzione de l’Unità)….?
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Per sessant’anni hanno taciuto, seguendo le indicazioni di partito, privando gli italiani di una verità che poi è comunque esplosa…
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Costoro non sono altro che manipolatori dell’informazione, abituati all’uso e alla strumentalizzazione del silenzio, della metamorfosi, della colpevole ambiguità, che abilmente frapponevano tra i loro lettori e la nuda verità.
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La loro “pratica giornalistica” è stata fortunatamente insufficiente al raggiungimento del bieco obiettivo che si erano prefissati i comunisti di casa nostra, e cioè nascondere le malefatte compiute dai loro compagni, le loro stragi, gli eccidi e le falsità, e di evidenziare solo, falsandolo, un aspetto idilliaco e compiacente di ogni singola situazione.
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Voglio ricordare anche a chi legge, come a volte il destino, nella sua ineluttabilità, sia perverso e tragicamente irrispettoso della memoria di chi ha, appunto, interpretato il ruolo di vittima.
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Il percorso che segue il fato può seguire strade che riconducono alla manipolazione e alla sudditanza ideologica di personaggi che ne dovrebbero invece essere immuni, poiché svolgono attività giudiziarie come servitori dello Stato e della Giustizia.
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Nel 1996 furono indagati presso il Tribunale di Roma, dopo oltre 50 anni dalla vicenda delle foibe, alcuni slavi, identificati come autori di massacri di migliaia di italiani.
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I cittadini croati Piskulic Oskar e Motiva Ivan furono infatti accusati del delitto di genocidio per avere, tra il 1943 e il 1947, sterminato migliaia di persone che pur vivendo in Istria e Dalmazia, avevano la colpa di essere di etnia italiana.
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Sembra assurdo ma le risultanze processuali portarono i giudici romani a considerare decaduta la competenza italiana in quanto i fatti avvennero in un territorio già passato sotto il controllo jugoslavo.
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Le vittime delle foibe sono state così uccise due volte, la prima dai feroci esecutori materiali del Maresciallo Tito, e la seconda dalla vergognosa asserzione promulgata dai giudici romani.
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La mia domanda al riguardo è d’obbligo…
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Ci sono stati condizionamenti da intellettualoidi spostati a sinistra che, nelle alte sfere giudiziarie, hanno indirizzato queste vergognose sentenze ?
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Perché è di vergogna che si tratta, e lo dico senza tema di smentita.
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Comunque, polemizzare non riporta in vita le vittime di un disegno criminale studiato a tavolino, e che noi abbiamo l’obbligo di non dimenticare.
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Ricordiamo quindi come abbiamo fatto per la Shoà anche le vittime delle foibe, in un unico abbraccio ideale, dedicando loro una preghiera…un semplice pensiero di pace e di affetto.
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Pensiamo a loro, anche solo per qualche istante, e proviamo a riflettere…
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Dobbiamo diffondere messaggi di amore, di fratellanza, di non violenza.
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Non permettiamo che il male riesca a fare breccia di nuovo, spietatamente…
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Per noi, i nostri figli, e i nostri nipoti…ma non solo…
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Dissenso
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