venerdì 28 ottobre 2011

YEMEN : COMUNISMO E ISLAM

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Prima di iniziare un qualsiasi discorsi sulla odierna situazione yemenita, è necessario soffermarsi su alcuni cenni storici della sua storia recente.
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Nel 1969 una guerra civile portò alla costituzione della Repubblica democratica popolare dello Yemen meridionale.
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La data di proclamazione è quella del 1 dicembre 1971, a seguito della concessione dell'indipendenza da parte del Regno Unito, ma già dal giugno del 1969 l'ala Marxista del Fronte di Liberazione Nazionale Yemenita aveva preso il potere.
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Lo Yemen del sud, conosciuto come protettorato britannico sotto il nome di Federazione dell'Arabia Meridionale, divenne così Repubblica Democratica Popolare dello Yemen, di ispirazione marxista.
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Tutti i partiti vennero conglobati in un unico Partito Socialista Yemenita, fu instaurata di fatto una dittatura comunista, e furono allacciati rapporti con Russia, Cina, e Cuba.
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I due stati yemeniti (nord e sud) mantennero buoni rapporti, con alti e bassi, nonostante le divisioni politiche, fino alla riunificazione dei due paesi, che coincise con la creazione della “ Repubblica dello Yemen “, nel 1990.
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Il Presidente Ali Abdullah Saleh ne divenne Presidente nel 1978, instaurando una dittatura militare, che si è protratta fino ai giorni nostri.
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Nelle piazze dello Yemen, oggi va avanti la protesta popolare contro il presidente Ali, al potere appunto, da 32 anni.
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Pochi giorni fa, migliaia di manifestanti yemeniti, sono scesi in strada nella capitale Sanaa, alla notizia della cattura del colonnello libico Muammar Gheddafi, e galvanizzati dalla caduta del dittatore, hanno chiesto a gran voce l'allontanamento del Presidente Ali Saleh.
.« La morte di Gheddafi ha galvanizzato tutti i rivoluzionari nel mondo. In particolare nello Yemen. » ha commentato Walid al Ammari, uno dei portavoce dei giovani dimostranti.
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« Al potere da 33 anni, Saleh deve trarre la lezione dalla fine di Gheddafi. Alla fine, il raìs che aveva chiamato i libici topi è stato preso come un topo. »

Nelle vie di Sanaa, i dimostranti hanno scandito slogan come " ogni dittatura finisce" e "Alì, il tuo turno è arrivato come quello di Bashar", riferendosi a lui e al feroce presidente della Siria (Bashar al Assad).
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La dittatura nello Yemen ha costretto le donne ad una vita di schiavitù e di sottomissione all'uomo, costringendole a subire una tradizione impregnata di violenza.
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La gestione di Alì Abdullah Saleh, fin dalla sua ascesa al potere, ha condizionato la crescita economica dello Stato yemenita.
Ogni tipo di coltivazione è stata sostituita da quella dello qat, una pianta che contiene un alcaloide dall’azione stimolante, che provoca euforia e perdita di appetito, oltre a creare dipendenza.
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La sua masticazione è incentivata in particolare tra i militari perché mantiene attivi anche per 48 ore, senza bisogno di ricorrere al cibo.
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La sua assunzione, una volta destinata solo ai ceti più abbienti, è diventata di dominio pubblico.
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Un’intera popolazione mastica costantemente le foglie di qat :
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i bambini nelle occasioni di festa, i lavoratori durante la pausa pranzo dalla quale non fanno più ritorno, i poveri per controllare i morsi della fame, i politici e i filosofi per incentivare il rilassamento e le riflessioni e le discussioni.
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E'  il modo migliore per sottomettere in modo consenziente una popolazione gestendone le forze.
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La dittatura di Saleh ha impoverito completamente lo Yemen, una volta famoso per la coltivazione di caffè, al punto che la popolazione ora vive sul filo della soglia di povertà.
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Questo è uno dei motivi per cui il popolo è sceso in piazza.
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Inoltre la cultura tradizionalista dello Yemen ha inciso in modo violento sulla popolazione stessa, poiché ogni tipo di potere è accentrato esclusivamente nelle mani dei soli uomini.
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Le donne sono relegate infatti ai margini della società, della famiglia stessa, della scala sociale, e non possiedono alcun tipo di diritto.
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Nello Yemen le donne sono di proprietà dell’uomo che ne svolge il ruolo di guardiano e padrone, mentre loro non possiedono alcuna autonomia legale.
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La violenza domestica non è reato, e il tasso di mortalità legata al parto è altissima.
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Le donne non possono uscire di casa, se non in casi rarissimi, e solo se accompagnate dal guardiano, e coperte completamente dal velo.
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Quotidianamente sono relegate in cucina insieme alla servitù, e il loro compito è meramente riproduttivo, in quanto la loro maggiore funzione è quella di sfornare figli in quantità.
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Il controllo delle nascite non è consentito, in quanto minerebbe la virilità maschile.
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Il matrimonio infantile è accettato e incentivato, e non è raro che bambine di otto o dieci anni sposino uomini di 28 o 30 , tanto che un quarto delle donne yemenite si sposano prima dei 15 anni di età.
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L'integralismo islamico, mentre da un lato si oppone ai militari dell'esercito governativo per mezzo dei miliziani filo-qaedisti, dall'altro è contro le rivendicazioni femminili, poiché afferma che lo stesso profeta Maometto, all'età di 53 anni, ha preso in moglie Aisha, consumando il matrimonio quando lei aveva nove anni.
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La presenza di fanatici del terrorismo islamico è radicata sul territorio yemenita, e lo dimostrano alcuni recenti episodi, balzati agli onori della cronaca internazionale.
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Si tratta dei raid compiuti dalle forze statunitensi, per mezzo di droni, nel sud del Paese, a seguito dei quali sono stati uccisi sette esponenti di rilievo dell'organizzazione Al Qaeda, come il figlio dell'imam americano, Anwar Al-Awlaki, e il capo del settore mediatico del gruppo terroristico.
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Anwar Al-Awlaki è stato uno degli ispiratori dei più odiosi fatti di sangue degli ultimi anni, come gli attentati terroristici alle Twin Towers, e le bombe al porto di Aden nel 2000 contro la nave americana Cole.
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Le manifestazioni popolari e studentesche contro il Presidente Ali Saleh proseguono nonostante la dura repressione a cui ricorre il regime, facendo uso di armi e di munizioni vere.
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Pochi giorni fa la Polizia ha sparato sulla folla, uccidendo 6 manifestanti, durante una protesta popolare attraverso cui si chiedevano le dimissioni del Presidente Ali.
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In una nota diffusa alcuni mesi fa, il Consiglio di Coordinamento della Rivoluzione Giovanile per il Cambiamento (CCYRC), chiede alla comunità internazionale – alle Nazioni Unite, alla Commissione europea, alla Lega degli Stati Arabi, ai Paesi del Consiglio di Cooperazione del Golfo (GCC), così come alle organizzazioni per la difesa dei diritti umani e dei diritti civili di tutto il mondo – di porre un freno agli irresponsabili e barbari massacri perpetrati dalla forze di sicurezza e dall'esercito del Presidente dello Yemen, Ali Abdullah Saleh.
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Il CCYRC, si dice anche profondamente indignato e preoccupato per la sorte e la sicurezza dei molti dimostranti pacifici arrestati che aspirano ad un futuro migliore per un nuovo Yemen, libero dal terrorismo e dalla dittatura.
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Gli studenti chiedono semplicemente libertà, democrazia, eguaglianza e una vita migliore.
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Le donne chiedono condizioni di vita più umane, maggiori diritti umani, così come afferma l'attivista yemenita Tawakkul Karman, a cui è stato assegnato l'ultimo Nobel per la pace, insieme ad altre due donne, la Presidente liberiana Ellen Johnsonn Sirleaf e la sua connazionale Leymah Gbowee.
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Il regime yemenita ha però risposto con ulteriore arroganza e brutalità, per mezzo degli uomini delle forze di sicurezza, disperdendo a colpi di pietre e di bottiglie di vetro il corteo di donne che manifestava per festeggiare le assegnazioni dei Premi Nobel.
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Karman ha chiesto all'Onu di congelare il patrimonio immobiliare all'estero del Presidente Ali, e di restituirlo al popolo yemenita, suo legittimo proprietario.
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Il dittatore è infatti accusato di aver usato le risorse yemenite senza alcun pudore, a suo esclusivo vantaggio, per oltre 30 anni, a discapito della crescita economica del Paese, impedendo lo sviluppo e gli investimenti stranieri.
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Mentre un terzo dei 24 milioni di yemeniti soffrivano la fame, il Presidente comprava immobili, come gli appartamenti a Washington in cui hanno vissuto i suoi figli e nipoti durante gli studi universitari.

 La donna è comunque l'oggetto cui sembra puntare il demone di un delirio crudele e dissacrante che consacra il ruolo femminile entro abissi di nefandezze inaudite.
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Solo il 31 % delle bambine è iscritta alle scuole elementari, mentre alle scuole medie la percentuale scende al 24.
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Il risultato è che il 67 % delle donne sono analfabeta.
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Nello Yemen la violenza in famiglia non è reato.
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E' applicata la pena della lapidazione per l'adulterio.
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Le donne restano minorenni a vita e a prendere le decisioni per conto loro è un guardiano che può decidere di darle in matrimonio quando sono ancora bambine.
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Il Corano sancisce che il matrimonio è un contratto sociale, e non un sacramento, per cui, in caso di divorzio, la sposa deve adempiere agli obblighi di risarcimento economico verso il marito, per la dote da questi versata.
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Lo Yemen è al secondo posto in classifica, dopo l'Afghanistan, per tasso di malnutrizione.
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L'imposizione del velo, dello jilbab, del khimar e dell niqab, per coprire il volto, è una regola dalla quale non ci si può esimere.

Uomini e donne hanno spazi separati e distinti, anche all'interno del nucleo familiare, in cui le femmine mangiano separatamente dai maschi.
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Nello Yemen è praticata la “infibulazione” che consiste nella mutilazione dei genitali femminili.
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Questa pratica si articola in alcune differenze, che vanno dall'incisione della sola punta del clitoride, fino al taglio più invasivo, insieme a quello delle piccole labbra, per arrivare all'asportazione completa, oltre che ai due terzi delle grandi labbra.

La vulva viene poi cucita ai lati, che vengono uniti tra loro con suture in seta o con spine, chiudendo così l’accesso vaginale tranne che per una piccola apertura, ricavata con l’inserimento di sottili pezzetti di legno o da una cannuccia di giunco, per consentire la fuoriuscita dell’urina e del sangue mestruale.
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L'insieme di queste aberrazioni stringe la donna in una ferrea morsa di violenza, imprigionandola tra le sopraffazioni di un comunismo radicato a tutti i livelli della società yemenita e gli eccessi di un male profondo che la soffoca inesorabilmente : l'islam estremista e integralista.
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Il popolo dello Yemen, oggi, detestando questa realtà e questa situazione, ricorre alla protesta di piazza, con i suoi studenti, i giovani, e soprattutto le donne, ma la repressione del regime è feroce e connaturata alla sua stessa essenza : il comunismo.
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Le primavere arabe di questi giorni, comunque, ci fanno assaporare un vento di rinnovamento e di libertà, in cui non c'è posto per il dispotismo e la sopraffazione.
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I popoli africani e medio orientali stanno prendendo coscienza della loro dimensione umana, che comprende il diritto sia alla dignità individuale che a quella di gruppo, sociale, tribale, associativa, e politica.
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Le etnie africane, che per decenni sono state spinte verso un tribalismo dissennato, grazie al quale i grandi burattinai hanno potuto tirare i fili di rappresentazioni tragiche e dolorose, stanno ora riscoprendo la fratellanza che gli stessi intenti e la comunanza degli ideali di libertà hanno reso possibile.
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Lentamente, ma inesorabilmente, il risveglio delle coscienze e il rifiuto dei totalitarismi, sta sostituendosi ai regimi marxisti, così come ai governi teocrati di ispirazione islamica.
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La libertà è un bene prezioso : non la si può negare a lungo … prima o poi il popolo se la riprende..
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1789 - 2011 : un unico filo lega gli eventi intercorsi tra la rivoluzione francese e i moti rivoluzionari africani di oggi, ed è quello che ripercorre la ricerca di uno stadio primitivo, ancestrale, assoluto quanto indispensabile per l'uomo : quello della libera espressione, dell'autonomia individuale, del reciproco scambio di opinioni, della libertà.
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La comunità internazionale deve essere solidale con il popolo yemenita, e soprattutto con coloro che subiscono la repressione più feroce ed inaudita : le donne.
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Uniamoci nell'esprimere la nostra indignazione contro i soprusi comunisti e contro le aberrazioni pseudo religiose di cui sono intrise le tradizioni yemenite, auspicando che si realizzi presto una società di tipo democratico e liberale.
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Dissenso

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