domenica 30 dicembre 2012

ITINERARIO DI UNA METAMORFOSI

Ecco la cronistoria della nascita del comunismo, a partire dal suo filosofo ispiratore, la sua evoluzione in Unione Sovietica, e non solo, attraverso gli strumenti della repressione e del controllo sulle masse popolari.
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Questi strumenti sono costituiti dagli apparati polizieschi, che si dedicano ad eseguire deportazioni, torture, e omicidi, con estrema ferocia, macchiandosi le mani del sangue dei loro stessi fratelli ...
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La continuità tra il comunismo sovietico e quello italiano si palesa con la nascita del PCI, di cui Togliatti rappresenta l’anello di congiunzione.
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Infatti diventa membro ( Numero 2 ) del Comintern, l’organo di diffusione del comunismo nel mondo.
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Interpretando questo ruolo, va da sé che gli interessi in gioco vadano tutti nella direzione voluta dalla “madre Russia” e non a favore del popolo italiano, dal quale Togliatti era stato eletto.
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Ecco perché Togliatti, ancora oggi denominato “Il migliore” dai suoi seguaci, si sia macchiato di efferatezze e di delitti che lo accomunano alla schiera di delinquenti comunisti sovietici.
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Ecco i simboli dell’emanazione del comunismo sovietico in Italia, e la successiva metamorfosi :
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Dissenso
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sabato 22 dicembre 2012

Genrich Grigor'evic Jagoda : CRIMINALE COMUNISTA


Nacque a Rybinsk nel 1891, nel governatorato di Jaroslav, ed era figlio di un artigiano ebreo.
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Alla fine degli anni ’90 si trasferì insieme alla famiglia a Niznij Novgorod.
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Nel 1904 si dedicò all’attività rivoluzionaria, lavorando in una tipografia clandestina e combattendo nella compagnia di Sormov.
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Dal 1907 al 1912 aderì ad un gruppo anarchico e per qualche tempo visse nella clandestinità.
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All’inizio del 1912 Jagoda fu arrestato e deportato in Siberia a Simbirsk.
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Fu poi amnistiato nel 1913 e si trasferì a San Pietroburgo dove lavorò come statistico nella cassa dell’ospedale delle officine Putilov.
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Nel 1914 sposò una lontana parente, Ida Avernach, nipote del bolscevico Jakov Sverdlov, e iniziò a frequentare i circoli bolscevichi.
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Partecipò alla rivoluzione di Ottobre ed entrò a far parte della Ceka, il corpo di Polizia sovietico creato il 20 dicembre 1917 da Lenin e Dzerzinskij, divenendo poi nel 1923 il secondo vice di Dzerzinskij stesso.
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Alla morte di questi nel 1926, divenne il vice del suo successore, Vjaceslav Menzinskij che si ammalò gravemente (Jagoda fu poi accusato di averlo avvelenato).
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In questo ruolo, Jagoda fu tra i principali organizzatori della “liquidazione” e della deportazione in massa dei kulaki, nel 1930/31 che rappresenta la terza fase della lotta tra bolscevichi e mondo contadino.
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A tutto ciò diede origine Lenin, il 9 agosto 1918, che impartì il seguente ordine :
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«Scatenare un terrore massiccio, impietoso, contro i kulaki, i pope e le guardie bianche ; rinchiudere tutti gli elementi infidi in un campo di concentramento all'esterno della città.»
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Il mondo agricolo che costituiva l’85 % della popolazione russa era apertamente contrario alle politiche dei comunisti al potere, e ciò fu la causa delle repressioni cruente che continuarono fino al 1920/21.
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La repressione fu micidiale.
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Contro i contadini combatterono grosse formazioni militari, fornite di aerei, carri armati e gas tossici.
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La guerra non si limitò ad azioni militari : la popolazione civile subì violenze selvagge, e furono deportate le popolazioni di interi distretti «ribelli», inclusi bambini, donne, vecchi.
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Alla fine la resistenza contadina venne stroncata con un bagno di sangue.
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Nel 1928 Stalin sferrò la seconda fase dell'offensiva contro la classe contadina.
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L’obiettivo era la demonizzazione e il successivo sterminio del kulak che rappresentavano il 5 % della popolazione agricola, in quanto erano considerati tali se possedevano in media due o tre mucche e una decina di ettari da lavorare per una famiglia di sette persone.
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Il suo reddito non era superiore della metà di quello del contadino povero, ma in compenso produceva il 20 % del raccolto del grano.
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I kulaki rappresentavano quindi l'élite agricola, in quanto produttori capaci d'iniziativa, di organizzazione, e di progresso.
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Il numero degli uccisi raggiunse la cifra di 5 milioni.
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La terza fase fu quella appunto in cui Jagoda ricreò l’atmosfera violenta del “comunismo di guerra”, per realizzare il progetto della collettivizzazione, ossia l’asservimento totale di quanto rimaneva del ceto contadino.
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Furono inviati altri 75.000 attivisti bolscevichi nelle zone di attività agricola.
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Costoro erano animati dall’odio verso i kulaki e verso la proprietà privata, quindi iniziarono una vera e propria confisca delle terre e dei laboratori di artigianato agricolo.
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Tutto ciò produsse come risultato una terribile carestia, in particolare nel Kazachistan, in cui un terzo della popolazione morì di fame.
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I contadini provarono ad opporsi e a resistere con tutte le loro forze, anche con tumulti, manifestazioni armate e assassinii, arrivando perfino, con disperazione suicida, ad uccidere quasi la metà delle mandrie di bovini e ovini.
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Dopo un parziale ammorbidimento del regime staliniano (di breve durata), il processo di collettivizzazione venne accelerato, fino a concludersi nel 1934.
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I venti milioni di aziende individuali vennero raggruppate in 240.000 fattorie collettive, che consistevano in realtà in piantagioni servili, in cui il guadagno economico era nullo.
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Una burocrazia nominata dal partito enon all’altezza del compito assegnato dirigeva la piantagione e decideva le semine, oltre che i lavori.
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Il controllo totale del mondo agricolo, dalla semina al raccolto, fu così completato, almeno in teoria, perché contemporaneamente si svilupparono corruzione, mercato nero e furto generalizzato.
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L'agricoltura russa andò quindi in rovina definitivamente
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L'Ucraina, vero granaio dell'Unione Sovietica, aveva nel frattempo mantenuto una forte identità nazionale, strettamente legata alla propria anima contadina, e questo, agli occhi di Stalin, rappresentava un problema serio.
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«Il problema della nazionalità - osservava - è essenzialmente un problema contadino.»
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Si decise quindi a risolverlo una volta per tutte con un'arma atroce : la carestia indotta.
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E' questa la quarta ed ultima fase del processo di annientamento del mondo contadino.
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In Ucraina la collettivizzazione e la dekulakizzazione erano state condotte con particolare brutalità, con la conseguenza di aver ridotto di un terzo la produzione agricola.
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Nel luglio 1932 Stalin decise che il prelievo di cereali in Ucraina sarebbe stato di sette milioni di tonnellate, ossia il quantitativo totale del 1930 comprendente anche le quote per la risemina, che sarebbero state necessarie invece al raccolto dell’anno successivo.
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Questo equivaleva a una condanna a morte.
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L'organizzazione minuziosa del progetto, conferì alla carestia e al terrore in Ucraina, il carattere di genocidio, il secondo nel ventesimo secolo dopo quello degli armeni e prima dell'olocausto ebraico.
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Jagoda prese dunque parte attiva in tutto ciò, divenendo di fatto uno dei maggiori criminali comunisti che la storia ricordi.
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Basta pensare che al fatto che le città furono circondate da cordoni di truppe per impedire ai contadini affamati di recarvisi...
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Alla fine dell'inverno iniziarono i decessi di massa e in primavera le folle titubanti e affamate uscirono dai villaggi per tentare di introdursi nelle città.
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Queste orde di disperati furono disperse a raffiche di mitragliatrice.
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Tornarono indietro, alle loro isbe, per non essere falciati dai proiettili dei comunisti, e cominciarono a nutrirsi di finimenti, di scarpe, e iniziarono fenomeni di cannibalismo, arrivando a cibarsi perfino dei bambini persino, dopodiché rimase loro solo la possibilità di coricarsi e di lasciarsi morire.
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I conti del massacro parlano di cifre impressionanti : perì il venti per cento della popolazione contadina ucraina, ossia cinque milioni di persone.
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A questi occorre aggiungere anche i due milioni di morti, per lo più ucraini, sul Don e nel Kuban.
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Complessivamente, nei primi quindici anni del regime sovietico, dal 1918 al 1933, i russi uccisi nelle campagne dai bolscevichi, per guerra o per fame, risultano essere più di ventotto milioni.
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Jagoda divenne poi membro della GPU (servizi segreti, che successero alla Ceka) e poi Capo del Commissariato del Popolo degli Affari Interni (NKVD), l’antesignana del famigerato KGB ricoprendo la carica dal 1934 al 1936.
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Fu probabilmente l’organizzatore dell’assassinio di Sergei Kyrov, il 1° dicembre del 1934 a Leningrado, evento che segnò l’inizio delle grandi purghe staliniane.
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Nella prima metà degli anni trenta si dedicò alla pianificazione della rete dei gulag, e in tale contesto alla costruzione del canale Mar Bianco-Mar Baltico e, successivamente del Canale Mosca-Volga.
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Jagoda perorò l’idea che fosse necessario trasferire a migliaia i detenuti politici nel nord, al fine di sfruttare le risorse locali usufruendo della mano d’opera dei prigionieri stessi.
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La deportazione avrebbe avuto caratteristica di lunga permanenza nel tempo,e  anche dopo il rilascio a fine pena i prigionieri sarebbero stati convinti a rimanere nel nord, al fine di ripopolarlo.
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Supervisionò gli interrogatori nel primo processo di Mosca nell’agosto del 1936, che si concluse con la condanna e la fucilazione, tra gli altri, di Lev Kamenev, e Grigorij Zinov’ev, i principali esponenti dell’opposizione di sinistra del Partito Comunista.
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Il pubblico ministero era il famigerato Andrei Vysinskij.
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Subito dopo Jagoda fu estromesso dall’incarico per ordine di Stalin con l’accusa di non aver sufficientemente vigilato contro il “centro trotzkista-zinovievista”, e fu sostituito da Nikolaj Ezov.
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Arrestato il 3 aprile 1937 fu condannato nel quarto e ultimo dei processi moscoviti del 1938, e fucilato il 15 marzo 1938.
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Dissenso
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sabato 3 novembre 2012

Nikolaj Ivanovic Ezov : CRIMINALE COMUNISTA

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Fu uno dei massimi criminali comunisti che la Storia ricordi, al punto che il periodo di due anni (dal settembre 1936 al novembre 1938) in cui Ezov occupò la carica di Commissario del popolo agli affari interni (NKVD), prese da lui il nome di Ezovscina, a simboleggiare il clima di immenso terrore che insieme a Stalin aveva instaurato.
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Ezov prese il posto di Genrich Jagoda che si era distinto per la “liquidazione” dei kulaki e per la pianificazione della rete dei gulag.
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Durante il periodo del “Grande Terrore” in cui Ezov esercitò la più brutale violenza di Stato della Storia, le repressioni assunsero proporzioni senza precedenti, anche per la sanguinosa storia del XX secolo.
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L’intensità e l’ampiezza del “terrore” in Russia sconvolsero l’intero paese in tutti gli strati della popolazione.
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Nessuno, tranne Stalin, era al di sopra dei sospetti dei funzionari del NKVD.
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Furono arrestate più di un milione e mezzo di persone, di cui 800.000 furono fucilate o “epurate” con un proiettile alla nuca.
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Decine di migliaia di sentenze di morte furono firmate personalmente da Ezov stesso, in quanto membro delle cosiddette "dvojki" di cui faceva parte insieme al Procuratore generale Vysinskij.
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Milioni di prigionieri, in base a giudizi sommari, affrontarono gli orrori dei campi di lavoro siberiani.
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Spesso le vittime erano arrestate per strada all’unico scopo di completare le quote di “elementi controrivoluzionari da reprimere”.
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Nell’Ottobre del 1961, al XXII Congresso del PCUS, Kruscev ammise pubblicamente che la repressione di massa nel periodo del Terrore aveva “colpito dei comuni e onesti cittadini sovietici”, ma non disse nulla sulla portata e sull’ampiezza della repressione stessa, di cui egli stesso era stato direttamente responsabile come molti altri dirigenti della sua generazione.
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La sua fine ripercorse il tragitto già seguito da altri membri del potere, prima di lui.
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Grazie alla recente apertura di alcuni archivi, Grigorij Citrinjak ha potuto ricostruire in un vistoso articolo sulla Literaturnaja Gazeta intitolato :
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L'affare della fucilazione di Ezov. Cenni per il ritratto di un boia.
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Il 10 aprile 1939 Ezov fu arrestato e recluso nella prigione speciale dell' Nkvd.
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L' accusa fu di “tradimento, rapporti spionistici con lo spionaggio polacco e tedesco e con gli ambienti governativi ostili all'Urss in Polonia, Germania, Inghilterra e Giappone” e ancora “la preparazione di un attentato alla vita di Stalin per il 7 novembre 1938”.
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Ezov non confessò, ma in quell’occasione affermò di aver epurato 14 mila cekisti, ammettendo di avere la colpa di averne epurato pochi.
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La sua spavalda, criminale, e folle ferocia lo portò ad aggiungere :
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“Non epurai invece i cekisti a Mosca, a Leningrado e nel Caucaso settentrionale.
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Li consideravo puliti, ma risultò che avevano protetto diversionisti, sabotatori, spie e altri nemici del popolo”.
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In quell'epoca Stalin coniò la formulazione sibillina :
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giustiziare non si può graziare”, in cui la vita di un uomo dipendeva dal posto della virgola.
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Uomo dalla vita sessuale promiscua (ebbe delle relazioni sia con donne sia con uomini) Ezov fu inoltre accusato di uxoricidio.
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La Literaturnaja Gazeta pubblica una lettera straziante della giovane moglie, che si sapeva sospettata ma non conosceva l' accusa.
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Scrive percio' al marito :
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“Ti supplico... insisto affinchè sia controllata tutta la mia vita...
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Non posso rassegnarmi al pensiero che sono sospettata di doppio gioco, di delitti mai commessi”.
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Ezov dichiarò che non sapeva se la moglie fosse una spia inglese.
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Fu comunque accusato di aver avvelenato la giovane donna poco dopo il suo ricovero in ospedale, e di aver organizzato anche le uccisioni di molte persone che non gli piacevano.
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Durante l'istruttoria Ežov rimase nel carcere segreto dell'NKVD di Suchanovo, nei pressi di Mosca, che lui stesso aveva creato.
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Malgrado le varie date proposte dagli storici, e' certo ormai che la condanna alla fucilazione (con la confisca dei beni) fu decisa in una seduta a porte chiuse del Collegio Militare della Corte Suprema dell'URSS il 4 febbraio 1940 ed eseguita a Mosca dopo due giorni.
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L'atto dell'avvenuta esecuzione e' conservato in un archivio speciale di un settore speciale dell' Nkvd.
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Pochi anni dopo la sua esecuzione, Ezov e' stato preso per modello da Arthur Koestler, che ne ha fatto uno dei protagonisti del suo romanzo Buio a mezzogiorno.
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Gletkin, il gelido e feroce funzionario che sottopone a interminabili, sadici interrogatori il detenuto Rubasciov (modellato, secondo Conquest, in parte su Bucharin e in parte su Trockij) e' Ezov.
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Ezov fu quindi sostituito da Lavrentij Berija, che divenne a sua volta l’anima nera di Stalin, lo spietato dittatore sovietico, e svolgendo la sua attività di cinico e spietato esecutore, nonché suggeritore, di molte persecuzioni e delitti.
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Dissenso
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domenica 28 ottobre 2012

LA STRAGE DEI TIBETANI

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Forse non tutti lo sanno, ma il comunismo sta ancora oggi continuando ad uccidere quotidianamente.
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In particolare il regime che tiene soggiogato il popolo cinese rappresenta uno stereotipo di ferocia e di assolutismo che non ha uguali.
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L’epurazione e l’assassinio, la deportazione e la tortura, sono i mezzi con i quali i dirigenti comunisti cinesi attuano quella “rivoluzione permanente” che è alla base stessa della “filosofia” comunista.
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L’uso della violenza è infatti prodromica al comunismo stesso, e la Storia ce lo insegna.
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Ce lo dicono i milioni di morti sacrificati sull’altare di un comunismo voracemente assetato del sangue dei popoli stessi sui quali vuole dominare.
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Oggi il comunismo cinese è anche ferocemente rivolto verso il tentativo di fagocitare l’etnia tibetana al completo, sostituendo ad essa interi gruppi sociali di razza cinese.
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In Tibet sono proibiti l’uso del linguaggio e le tradizioni locali, insieme alla bandiera tibetana e alla religione.
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I monaci buddisti sono oggi perseguitati e uccisi dal regime comunista, e per protesta molti si loro  si sono immolati dandosi fuoco, in un estremo immenso sacrificio.
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Non passa giorno senza che le cronache ci mostrino le crude immagini di un monaco tibetano in preda alle fiamme.
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L’orrore attanaglia la coscienza di tutti coloro che hanno a cuore la democrazia e la libertà, così come lo sdegno verso chi ancora si lascia affascinare dalle false lusinghe di un male oscuro quanto terribile : il comunismo.
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Gli apparati dirigenziali comunisti cinesi sono tra l’altro composti da criminali allo stato puro, e sono lordi del sangue dei loro stessi fratelli.
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In Cina sono fiorite infatti delle strutture chiamate Laogai che sono veri e propri lager, per mezzo dei quali il regime comunista colpisce ogni forma di dissenso, usando mezzi quali la tortura e la pena capitale.
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Gli organi dei condannati a morte diventano poi oggetto di transazioni commerciali ad esecuzioni avvenute.
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I malcapitati vengono costretti a lavorare gratis nei Laogai, in condizioni proibitive, spesso subendo torture e vessazioni fisiche, oltre che psicologiche, al fine di produrre merci a costo zero, che vengono poi vendute sulle bancarelle dei nostri mercati, in Europa.
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Il mostro comunista, in Cina, evidenzia il suo vero volto, che non è quello metamorfizzato espresso dal PD nostrano, bensì quello che costringe le minoranze a darsi fuoco per la disperazione.
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La prassi comunista del ricorso ai lager e alle deportazioni è consolidata fin dai tempi del crudele e sanguinario dittatore cinese Mao Tse Tung, e ci riporta alla memoria anche i milioni di vittime del comunismo russo, e le sue famigerate ondate di deportazioni nei gulag.
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La Cambogia, altro Paese che orbita nella sfera d’interesse dell’universo comunista, usa metodi coercitivi e dittatoriali non dissimili da quelli usati dai loro “fratelli” comunisti cinesi o russi.
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I khmer rossi sono infatti noti per la ferocia e la brutalità con cui si sono distinti nel corso della loro dittatura.
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L’attacco cinese al Tibet, che quotidiamente tenta di annichilirne l’identità stessa, sta facendo salire il numero dei monaci che si immolano in difesa dei loro diritti umani e di quelli dell’intero popolo tibetano.
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Le vittime dal marzo 1979 ad oggi sono ben 62, e il numero è destinato ad aumentare a causa della repressione cinese che strangola l’etnia tibetana.
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Il Dalai Lama ha chiesto ai fedeli di interrompere questa estrema forma di protesta, che si sta consumando, tra l’altro, nell’assoluta indifferenza della comunità internazionale.
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Sembra incredibile che qualsiasi nefandezza compiuta dai regimi comunisti nel mondo venga sminuita, giustificata, ignorata, o addirittura avallata.
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Sembra che non esista più una onestà intellettuale che permetta di discernere tra il bene e il male, ma solo una disinformazione vigliaccamente colpevole che mistifica la realtà dei fatti.
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I media occidentali sembrano essere più interessati a diffondere le notizie relative ai partecipanti dell’”Isola dei famosi”, oppure ai processi di Berlusconi, piuttosto che schierarsi con decisione contro le continue e sanguinose violazioni dei diritti umani in Tibet.
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Questo significa che il comunismo continua ancora oggi a mistificare la verità, e a compiere una subdola opera di disinformazione che non ha mai smesso di attuare, fin dai tempi di Togliatti.
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Tocca a noi opporci.
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Per la libertà del popolo tibetano e di tutti i popoli, e per il rispetto dei diritti umani.
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Dissenso 
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domenica 14 ottobre 2012

IL MALAFFARE DEL PCI E GLI INDAGATI DEL PD

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Gli eredi poli-metamorfizzati del vecchio PCI, tentano di ammantarsi di un’aura nivea e immacolata, a riguardo del loro modus operandi e dell’etica sia politica che morale, che però sicuramente risultano essere in uno stato di profonda e irreversibile compromissione.
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Il ricorso al malaffare e all’uso della corruzione, delle tangenti, e di qualunque altro mezzo da usare come scorciatoia, fa parte del substrato stesso su cui si fonda l’operato dei partiti comunisti, fin dalla notte dei tempi.
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A questo proposito voglio raccontare una storiella, che forse pochi conoscono, e che coinvolse, all’inizio degli anni ’60, sia l’Eni che il Partito Comunista Italiano.
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Tutto nacque dalle rivelazioni del periodico “Il Settimanale”, che faceva emergere lo scandalo di una grossa tangente al PCI legata all’affare del gasdotto siberiano, per le forniture di gas naturale dall’Urss alla SNAM.
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La società fiorentina “Nuovo Pignone”, colosso del gruppo ENI, nella persona del dottor Alessandro Bernasconi forniva periodicamente offerte in denaro al PCI, fino a raggiungere la cifra di 12 milioni di dollari (un miliardo delle vecchie Lire del 1992), al fine di procacciarsi la realizzazione della colossale opera “gasdotto siberiano” che avrebbe portato il gas naturale nelle cucine delle massaie italiane.
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Fu istituita una commissione d’inchiesta, presieduta da una triade composta da due luminari di fiducia nominati dall’ENI stessa (il Professor Luigi Guatri dell’Università Bocconi, e il Professor Gerardo Broggini), e uno nominato dal Ministero delle Partecipazioni Statali (il Dottor Ettore Costa).
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Dopo breve tempo la Commissione rassegnò le dimissioni, dichiarando di aver assolto il mandato “nei limiti del possibile”.
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Le limitazioni incontrate nel corso delle indagini consistevano nel fatto che due degli ex Presidenti ENI, direttamente implicati all’epoca nella realizzazione del gasdotto e nel pagamento delle tangenti, osteggiavano sfacciatamente la stessa commissione.
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Il primo, Eugenio Cefis, addirittura si rese irrintracciabile, mentre l’altro, Raffaele Girotti fece sapere alla Commissione che non aveva nessuna intenzione di rispondere alle loro domande da rompiscatole.
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L’esito investigativo della triade non condusse ad alcun risultato, nonostante le indagini parallele del nucleo di Polizia tributaria della Guardia di Finanza, che in quel periodo indagò contro ignoti per il reato di peculato aggravato, dopo una ispezione negli archivi dell’Eni, in cui si scoprirono documenti compromettenti.
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Tra i motivi delle dimissioni la commissione addusse anche l’indisponibilità delle fonti (alcuni erano deceduti nel corso del tempo), la riservatezza delle banche, e l’impossibilità materiale di condurre accertamenti più incisivi.
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Tornando al Dottor Bernasconi, responsabile del Servizio commerciale della “Nuovo Pignone” va detto che fu lui stesso a raccontare alla Commissione come si svolsero i fatti.
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Ogni sei mesi si recava a Roma, in Via Gaeta al numero 5, recando con sé una borsa, all’interno della quale era riposto un assegno circolare in bianco, firmato, e intestato alla società stessa, senza l’indicazione del destinatario.
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Giunto a destinazione suonava il campanello e rispondeva al citofono pronunciando una frase convenzionale, in seguito alla quale gli veniva aperto il cancello.
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Dopo essere entrato attendeva che arrivasse un personaggio, che si qualificava sempre come funzionario della rappresentanza commerciale sovietica.
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Bernasconi consegnava l’assegno al funzionario, insieme ad una relazione  contenente una serie di cifre e di percentuali che venivano messe a confronto con l’importo scritto sull’assegno e con una quietanza già preparata in precedenza, che nel frattempo il funzionario stesso aveva estratto dalla cartellina che recava con sé.
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Dopo il controllo e la verifica che i dati fossero congruenti il funzionario intascava l’assegno e firmava la quietanza, consegnandola poi al dirigente fiorentino, concludendo l’incontro.
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Bernasconi dopo essere rientrato a Firenze consegnava la ricevuta alla Direzione amministrativa.
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Dopo alcuni giorni, si presentava in Via Gaeta al numero 5 un altro personaggio.
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Si trattava di un responsabile amministrativo del Partito Comunista Italiano, che dopo essere stato accolto dallo stesso funzionario sovietico, riceveva l’assegno ( o il contante ) portato in precedenza da Bernasconi.
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Scarabocchiava una quietanza a mano, su un foglio di carta bianco senza intestazione, e dopo averla consegnata al funzionario sovietico si accomiatava.
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Questi incontri e queste situazioni sembrano quasi essere uno spaccato di un romanzo di spionaggio, in cui si intessono trame e cospirazioni legate all’avventura, ma in realtà costituiscono gli anelli di una lunga catena di finanziamenti offerti da ENI e ricevuti illegalmente dal Partito Comunista Italiano.
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Evidentemente il malaffare è radicato all’interno di chi si vuole erigere, invece, ad esempio nel panorama dei partiti italiani.
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Corruzione, illegalità, e falsità, sono da sempre gli stereotipi di riferimento dei comunisti in Italia e della loro politica di manipolazione della realtà.
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Durante la loro camaleontica metamorfosi i seguaci di Togliatti non hanno mai smesso di interpretare un ruolo subdolo che li identifica come protagonisti del malaffare di casa nostra.
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Ancora oggi la magistratura si occupa di indagare su personaggi di spicco del PD, e tanti di coloro che vi appartengono nascondono scheletri nell’armadio.
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Cito solo alcuni dei nomi eccellenti :
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Ottaviano del Turco, (membro della Direzione nazionale del PD), fu arrestato con l’accusa di associazione a delinquere, truffa, corruzione, e concussione (inchiesta sulla gestione della Sanità in Abruzzo).
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Alberto Ravaglioli, ex Sindaco di Rimini della coalizione dell’Ulivo, fu indagato per falso ideologico e concorso in truffa ai danni del SSN nell’ambito di una inchiesta sulla Sanità Pubblica.
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Fu accusato anche di furto aggravato di energia elettrica  (perpetrato tra il 2005e il 2007) ai danni dell’Enel.
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Flavio Delbono, (PD) ex Sindaco di Bologna, fu indagato per reati come peculato, truffa aggravata, e abuso d’ufficio nell’ambito dell’inchiesta denominata “Cinziagate”.
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Filippo Penati (+ altri 15 seguaci di Togliatti), (PD) ex vice Presidente del Consiglio regionale lombardo, è indagato per concussione, corruzione, e illecito finanziamento dei partiti (inchiesta Falck di Sesto San Giovanni).
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Indagato per corruzione nell'inchiesta che riguarda l'acquisto della Milano-Serravallle.

Penati è stato il responsabile della segreteria politica di Pier Luigi BERSANI, il Segretario del PD.
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La lista degli indagati del PD si allunga fino a raggiungere il numero di 400 persone  come si può constatare visitando il Link :
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Come si può evincere da questi dati, il lupo perde il pelo, ma non il vizio…
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Dissenso
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domenica 7 ottobre 2012

DALIT E DISCRIMINAZIONI

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I CRISTIANI DALIT INDIANI SI RIVOLGONO AL NUNZIO APOSTOLICO DOPO L’ENNESIMA INGIUSTIZIA SUBITA
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Ci è pervenuta la lettera di protesta e di dura presa di posizione con cui il DCLM (Movimento di Liberazione Cristiano Dalit) si oppone al Vescovo della Diocesi indiana di Sivangai, a causa della sua ingiusta prevaricazione nei confronti di un seminarista della sua stessa Diocesi.
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Dalla lettera si può evincere come il trattamento riservato ingiustamente al seminarista non sia che l’ultimo anello di una lunga catena di ingiustizie che gravano quotidianamente sui Dalit, considerati “fuori casta” e “intoccabili”, anche dalla stessa Chiesa Cattolica che dovrebbe, invece, considerarli fratelli.
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Abbiamo già raccontato la vicenda della popolazione Dalit in due precedenti post, ai Link :
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http://www.italian-samizdat.com/2012/01/schiavitu-in-india.html
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http://www.italian-samizdat.com/2012/08/dalit-e-chiesa-cattolica.html
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Pubblichiamo ora, di seguito, la traduzione della lettera inviata ai Vescovi e, per conoscenza, al Nunzio Apostolico presso la Santa Sede per l’India, Mons. Pennacchio, da DCLM.
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Data : 2 ottobre 2012
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A :
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Vescovo J. Susaimanickam
Diocesi Sivagangai
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Arcivescovo A. M. Chinnappa
Presidente di TNBC
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Vescovo A. Neethinatha
Presidente SC/ST Commissione di TNBC (Commissione per la discriminazione  e la violenza delle caste)
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Cari Vescovi e Presidenti,
saluti dal Movimento di Liberazione Cristiano Dalit (DCLM).
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Vi scriviamo allo scopo di attirare seriamente la Vostra attenzione sul caso del seminarista G. Michael Raju appartenente alla Diocesi di Sivangangai che è stato licenziato nell’Agosto del 2011 dal Rettore.
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Il seminarista è stato mandato via dopo 13 anni di formazione e insegnamento religioso, a solo un anno e mezzo prima della sua ordinazione a sacerdote, per volontà dello stesso Rettore del Seminario, senza che alcuna colpa particolare gravasse su Raju.
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Si è anzi appurato in seguito che è stato punito per le colpe commesse da un altro seminarista, tale Rexton, la cui responsabilità è stata poi appurata.
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E’ stato oramai chiarito che tutto ciò è successo a causa della decisione sbagliata e affrettata del Rettore del Seminario e con l’approvazione di 7 Vescovi, senza che fosse scoperta la verità.
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La grave punizione dell’allontanamento del seminarista infatti non si è avvalsa di motivazioni serie e convincenti, che anzi sono risultate molto scarse.
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E’ però scioccante e sconvolgente che però, anche dopo aver constatato di aver preso una decisione sbagliata, costoro continuano a sostenere la punizione inflitta, come tentativo di salvare la faccia per il loro comportamento di amministrazione della giustizia sbagliato.
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Ciò equivale ad una privazione intenzionale dello sviluppo della vocazione di Michael Raju, ed equivale a un peccato contro lo Spirito Santo.
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Michael Raju ha sempre dimostrato un fervente desiderio di essere seminarista, il cui impegno solenne è quello di diventare Sacerdote nella propria diocesi di Rivangai.
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Poiché è oramai dimostrata sia la sua innocenza  che il suo allontanamento, frutto di un errore, il suo diritto di essere ordinato Sacerdote nella Diocesi di Rivangai deve essere ripristinato.
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Non ci dovrebbe essere motivo per attività che compromettano la vita del fratello Michael.
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Si tratta di un comune caso di naturale giustizia, ma che diventerà empia in caso di cattivo uso dell’autorità religiosa.
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E’ ridicolo che sia prima accusato a torto, e poi, quando la verità è venuta a galla, si tenti di indirizzarlo verso qualche altra congregazione, come se gli si stesse facendo beneficenza.
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Chi è che deve pagare il prezzo dell’errore ?
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Sicuramente è il Rettore del Seminario, che è proprio colui che si è sbagliato, e che dovrebbe essere indirizzato verso altri luoghi, non il seminarista innocente.
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Tutti ora sanno che si tratta di una decisione sbagliata, e che quindi ci può essere un condono.
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In caso contrario sarebbe un grave abuso della propria posizione se le autorità religiose negassero l’aiuto ad un cristiano bisognoso di aiuto, e non si può nemmeno pretendere che noi diventiamo semplici spettatori silenziosi.
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Il nostro movimento (DCLM) è particolarmente preoccupato per questa situazione, anche perché il fratello Michael appartiene alla comunità Dalit, i cui religiosi sono tuttora gravemente trascurati nei loro intenti di sviluppare la vocazione cristiana, a causa della politica delle caste in uso anche nella Chiesa indiana, e in particolare nella Diocesi di Sivangangai.
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Le esclusioni e le discriminazioni che fanno parte del modus operandi delle caste iniziano fin dall’ammissione ai seminari, per passare poi all’eventualità di ordinazione sacerdotale di un Dalit, fino alla sua nomina a Vescovo o a Cardinale.
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Anche ora nella Diocesi, su circa 175 sacerdoti diocesani ci solo 13 preti Dalit, mentre ce ne sono 120 appartenenti alla casta degli udayar (cristiani agricoltori che non possiedono terreni, braccianti, e facchini).
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L'Amministrazione diocesana è dominata dal Vescovo e dai preti udayar, che sono ostili agli interessi e alle vocazioni dei Dalits.
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Queste sorprendenti verità rappresentano le ingiustizie che inducono il popolo cristiano dei Dalits a risentirsi.
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Nei 25 anni di storia della Diocesi di Sivangangai non è stato ordinato un solo sacerdote dalla particolare sezione della comunità Dalit a cui il fratello Michael Raju appartiene.
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Ora è stato allontanato dopo 13 anni di seminario, nonostante fosse vicino al momento di essere ordinato sacerdote, e tutto non per causa sua, ma per le decisioni sbagliate del Rettore e di alcuni Vescovi.
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Questa situazione induce a porre serie domande e un forte atto di accusa.
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Come può la popolazione tollerare tutto ciò, mentre invece si aspetta ed auspica un comportamento sensibile nei riguardi di questo problema ?
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Inoltre, tutto ciò va nella direzione opposta del Programma di 10 punti e del Piano d’Azione di 8 del TNBC ( commissione per la discriminazione e la violenza delle caste ).
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In questa situazione il nostro movimento (DCLM) è sconvolto e preoccupato, soprattutto per la grave ingiustizia di punire il fratello Michael Raju, nonostante sia egli innocente.
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Il nostro sentimento per la comunità cristiana Dalit non può accettare tutto ciò.
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La verità e il sentimento di giustizia cui guardiamo insieme alla persona colpita dall’errore di chi amministra il Seminario, devono prevalere sul prestigio degli amministratori stessi.
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Nessuna scusa può giustificare la punizione di una persona innocente, e non esiste peccato più grande di chi persiste nella punizione anche dopo aver saputo che la persona è innocente.
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Allontanare il fratello Michael dopo 13 anni di formazione spirituale, nonostante la richiesta di giustizia popolare, equivale ad una “criminalizzazione della vocazione“ attuata e imposta dal Rettore del Seminario e da  alcuni Vescovi.
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La popolazione cristiana è molto preoccupata e sta portando avanti questa causa da ben 8 mesi, invocando un provvedimento di giustizia.
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Fino ad oggi, però, il Vescovo della Diocesi di Sivangangai, Susaimanickam, non ha fatto alcun passo per incontrare i cristiani che chiedono giustizia.
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Per questo motivo, esiste nella Diocesi una situazione di tensione, che continua a peggiorare.
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Nonostante ciò la Diocesi sta organizzando il Giubileo d’argento commemorativo della nascita della Diocesi stessa, previsto per il 7 Ottobre 2012.
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E’ una presa in giro voler celebrare il Giubileo in questa situazione, nel momento stesso in cui nella Diocesi si sta lottando per ripristinare la giustizia compromessa.
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Stanno aggiungendo la beffa al danno da loro causato !
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L’Amministrazione della Diocesi, rappresentata dalla casta dominante e dal Vescovo, nel celebrare il Giubileo senza rimediare al danno causato alle persone ingiustamente punite, attua un gioco politico e subdolo, che è quello di dividere la Comunità cristiana.
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Il nostro Movimento (DCLM) chiede :
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Che il Vescovo della Diocesi di Sivangai posponga la celebrazione del Giubileo, prevista per il 7 di Ottobre, fino a quando il fratello Michael Raju non sia riaccolto in seminario per diventare sacerdote nella Diocesi di Sivangangai.
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Il Giubileo dovrebbe essere celebrato solo dopo che il Vescovo si sia confrontato con la popolazione cristiana da Lui offesa direttamente.
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Che il TBNC si assuma la responsabilità di ristabilire la giustizia nei confronti del fratello Michael innocente, ordinando al Vescovo di Sivangangai di rimandare la celebrazione del Giubileo d’argento per confrontarsi con la Comunità popolare, oltre che rendere giustizia a Michael stesso prima della celebrazione.
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Ci appelliamo in particolare al Presidente del TNBC e della Commissione SC/ST perché adottino misure tali da consentire a fratello Michael di tornare in seminario e diventare così sacerdote, sospendendo l’ordinazione dei seminaristi fino al momento del suo reintegro.
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Chiediamo al Vescovo di astenersi dal celebrare il Giubileo d’argento fino al ripristino della Giustizia.
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La partecipazione del Vescovo alla manifestazione, senza che prima non sia stataresa giustizia al fratello Michael sarà considerata un insulto a tutta la Comunità Cristiana Dalit.
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Se il Vescovo di Sivangai, Susaimanickam non rispetterà la lunga lotta che i Dalit cristiani combattono per i loro diritti, il DCLM sarà costretto ad unirsi a loro nella lotta stessa.
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Questo è un appello urgente.
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Maggiori dettagli a seguire nella lettera successiva.
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Ringraziandovi,
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Prof. Dr. M. Mary John
Presidente DCLM
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E-mail :  Maryjohnms@gmail.com
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Per conoscenza :
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1 . Tutti i Vescovi Cattolici del Tamil Nadu
2 . Rev. Fr. Yesu Albert Nelso
     Segretario della Commissione del TNBC per SC/ST, Trichy
3 . Rev. Fr. Devasagayarais
     Segretario esecutivo, commissione CBCI per SC/ST, Nuova Delhi
4 . Mons. Rev. Salvatore Pennacchio
     Nunzio Apostolico per l’India, Nuova Delhi
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Ci sono pervenute anche altre segnalazioni che vanno in questa direzione, e cioè quella di NON permettere che l’ingiustizia, il razzismo e l’arroganza penetrino ancora più a fondo nella Chiesa Cattolica Indiana, relativamente ai Dalit e alle loro vicissitudini.
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Pubblichiamo il testo di una lettera recapitata al Nunzio Apostolico per l’India, Mons. Salvatore Pennacchio, inviatagli da un sacerdote indiano residente in Italia, appartenente all’etnia Dalit.
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 Ecco il testo :
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A Sua Eccellenza Reverendissima Mons. Salvatore Pennacchio,Nunzio Apostolico per l'India, Delhi.
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Sabato 6 ottobre 2012
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Tanti cari saluti da don Giuseppe.
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Sono un sacerdote indiano, nato il 4 luglio 1968 a Kurumilangudi, nello Stato di Tamil Nadu, nella diocesi di SIVAGANGAI, da una famiglia cristiana da secoli, della casta DALIT (intoccabili). Sono stato ordinato presbiterio il 26 Aprile 1998 per una congregazione di vita apostolica.
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Sono in Italia da 1998 al servizio della Diocesi di Albenga – Imperia.
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Sono stato incardinato nel 2000 nella medesima diocesi.
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Eccellenza, sono il primo sacerdote della mia Parrocchia nativa dei Santi Gioacchino e Anna di Kurumilangudi.
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I fedeli della mia parrocchia sono tutti dalit (100%), la mia parrocchia è una delle antiche della diocesi di Sivagangai in Tamil Nadu, ma nessuno dei sacerdoti, parroci o vescovi hanno interesse a promuovere la Vocazione.
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Come Lei sa bene, la situazione della Chiesa in India, in modo particolare nel sud India e ancora di più nella mia regione, è drammatica.
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La maggior parte dei cristiani appartiene alla casta dei dalit (70%), ma i vescovi, i preti, i religiosi appartengono alle caste superiori e promuovono soltanto le vocazione entro i componenti della loro stessa casta.
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Con tanto rammarico Le dico che ancora oggi non c’è nemmeno un dalit prete dalla mia casta “Pallar” nella diocesi di Sivagangai.
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Questa è la verità, Santità.
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Sino a poco tempo fa nel seminario c’era un seminarista, recentemente lo hanno mandato via.
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ATTUALMENTE LA SITUAZIONE E' MOLTA CRITICA, SPERIAMO DA TUTTO QUELLO CHE SUCCDENDO NELLA DIOCESI DI SIVAGANGAI, NON SENTIRE LE BRUTTE NOTIZIE.
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La Santa Madre Chiesa aiuta tantissimo le chiese povere e discriminate con il sostegno economico, con varie progetti, soprattutto aiuta i poveri, i bisognosi ma per i dalit la situazione, mi creda Eccellenza, non è affatto così.
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Altrimenti ad oggi sarebbe cambiato tanto  peri dalit cristiani in India.
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Vedendo, ascoltando, leggendo, non posso restare muto.
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Vorrei portare le notizie a Lei, Eccellenza in persona.
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Ho cercato di spiegare la situazione drammatica dei dalit cristiani in India, siamo discriminati dallo stato Indiano e anche della Chiesa Indiana dai Vescovi, sacerdoti e religiosi.
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Le prego con tutto il cuore, in nome di tutti i dalit cristiani del India, di parlare in nome di Cristo con i vescovi indiani come ha fatto il Beato Giovanni Paolo II nel 2003 con i vescovi del Tamil Nadu.
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Lei rappresenta il Santo Padre lì in India, Le prego a intervenire con la Sua autorità spirituale, morale, etica per fermare tutto quello che stanno faccendo, organizzando a far male la nostra gente povera, dalit che fanno la maggior parte della chiesa locale.
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La gente stanno bussando tutte le porte, il vescovo locale di Sivagangai, i vescovi del Tamil nadu, CBCI, ma qualcuno devo rispondere la gente.
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I vescovi, preti devono essere persone della chiesa, persone che praticano il Vangelo, e cercano a vivere ma tutto quello che sta succedendo nella diocesi di Sivagangai sembr tutto opposto.

Con i soldi e con le forze più forti e potenti stanno cercando di eliminare la gente.
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Eccellenza non possiamo essere indifferenti in questa situazione.
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Comunque io sono in Italia, ma sto seguendo con tanta ansia e preoccupazione dell'attualità della diocesi di SIVAGANGAI.
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Le prego di intervenire con fermezza le ingiustize, oppressioni, discriminazioni contro la nostra gente dalit dalla parte del vescovo, preti della diocesi.
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E' MOLTO URGENTE.
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Grazie di cuore,
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don Giuseppe
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Appare evidente come le persecuzioni verso i Dalit continuino nonostante le precise indicazioni dello scomparso e amatissimo Papa Giovanni Paolo II che si espresse contro la divisione in caste all’interno della Chiesa Cattolica Indiana.
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E’ imperativo e urgente provvedere immediatamente alla risoluzione di ingiustizie come quella che sta subendo il seminarista Michael Raju della Diocesi di Sivagangai, poiché in caso contrario verrebbero meno i fondamenti stessi su cui si fonda la dottrina della religione Cattolica : l’eguaglianza e la fratellanza, insieme all’amore per il prossimo e all’umiltà.
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Daremo massimo risalto alla vicenda, poiché TUTTI devono sapere come si comporterà Santa Romana Chiesa di fronte a tutto ciò !
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Questi sono anni in cui l’immagine della Chiesa è sicuramente stata offuscata da uno stillicidio ininterrotto di scandali, a partire da quelli finanziari per finire con quelli che hanno legato alcuni personaggi ecclesiastici al mondo perverso della pedofilia, e quindi è necessario che almeno i cardini fondamentali della religione siano consolidati da azioni di solidarietà verso coloro che pur appartenendo alle fasce più deboli o bistrattate della popolazione, come i Dalit, sono ben riconoscibili come seguaci di Cristo.
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Gli anni BUI dell’inquisizione dovrebbero appartenere al passato, e non ci si spiega quindi come sia possibile che la Chiesa diventi ostaggio di personaggi e di vescovi che ne ripercorrono invece il nefasto e tragico percorso.
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E' auspicabile che il Vaticano si adoperi per dare ai giovani Dalit, pervasi dallo spirito mistico della vocazione religiosa, la possibilità di esprimere quanto di meglio pervada il loro spirito, in nome di quel Cristo su cui si fonda la Chiesa stessa !
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Esprimiamo la nostra solidarietà a tutti gli umili, i sottomessi, gli intoccabili, i paria, i Dalit, i poveri e gli oppressi, ripetendo ciò che disse Gesù agli Apostoli riferendosi a loro :
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"Beati i poveri in spirito, perché di loro è il regno dei cieli.
Beati quelli che sono afflitti, perché saranno consolati.
Beati i mansueti, perché erediteranno la terra.
Beati quelli che sono affamati e assetati di giustizia, perché saranno saziati.
Beati i misericordiosi, perché a loro misericordia sarà fatta.
Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio.
Beati quelli che si adoperano per la pace, perché saranno chiamati figli di Dio.
Beati i perseguitati per motivo di giustizia, perché di loro è il regno dei cieli.
Beati voi, quando vi insulteranno e vi perseguiteranno e, mentendo, diranno contro di voi ogni sorta di male per causa mia."
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Dissenso
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