venerdì 11 maggio 2012

VITTIME DELL'ODIO COMUNISTA NEL "TRIANGOLO ROSSO"

La locuzione “triangolo della morte” (o “triangolo rosso”), di origine giornalistica, indica un'area del nord Italia in cui alla fine della seconda guerra mondiale, tra il 1945 ed il 1948, si registrò un numero particolarmente elevato di uccisioni a sfondo politico, attribuite a partigiani ed a militanti di formazioni di matrice comunista.
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Il territorio  su cui ha imperversato l’odio comunista, attraverso gli omicidi e le efferatezze compiute da schiere di partigiani assassini e carichi di odio, è compreso tra le città di Bologna, Reggio Emilia, e Ferrara.
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Anche nei territori del nostro comune (Minerbio – BO) e di quelli vicini o adiacenti, la ferocia e l’odio che da sempre contraddistinguono il vorace mostro sanguinario comunista, si sono manifestati con palese evidenza in tutta la loro drammaticità.
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I rancori e le vendette personali, così come, a volte il semplice delirio di onnipotenza dei partigiani comunisti, hanno prodotto un abisso di orrore sui cittadini inermi dei nostri territori, compiendo vere e proprie stragi a guerra già finita.
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Elenco solo alcune delle vittime che sono riuscito a identificare dopo un paziente lavoro di ricerca, e prego chiunque fosse in grado di fornire dettagli o di completarne la stesura di contattarmi.
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Lo scopo non è quello di alimentare l’odio verso coloro che si sono macchiati di tali nefandezze, ma quello di restituire alla verità storica la giusta dimensione della realtà che i comunisti hanno tentato di nascondere per decenni.
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Ho riscontrato infatti grande difficoltà nel riassemblare i frammenti di verità precedentemente nascosti dall’opera sistematica di disinformazione messa in atto dal PCI prima, e dai suoi eredi metamorfizzati in seguito.
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Ad esempio, non è stata data alcuna risonanza, infatti, riguardo al fatto che dal 24 aprile al 5 dicembre 1945 la media dei preti assassinati dai comunisti nell’arcidiocesi di Bologna sia stata di un martire al mese.
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Nonostante il processo di revisione storica innescato dal crollo del comunismo mondiale, dopo la caduta del “Muro di Berlino”, pochissimo è stato scritto su queste vittime, a cui non è stata dedicata nemmeno una via o una piazza.
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Ecco quindi alcuni dei nominativi delle vittime dimenticate, che in concomitanza dell’anniversario del 25 Aprile è giusto e doveroso ricordare.
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Onoriamo citandoli, il loro estremo sacrificio, insieme a tutti coloro che non sono qui elencati, abbracciandoli idealmente.
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Isacco Mantovani di Pietro, nato a Baricella 26/08/1903.
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Fu trovata la salma in una fossa comune a Marrana (FE) il 23/05/1945.
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Da un primo esame del corpo risultò evidente che era stato torturato.
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Don Corrado Bortolini, nato a Minerbio il 27/08/1892, ex parroco di Santa Maria in Duno (Bentivoglio).
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Il I° marzo 1945 i partigiani irruppero nella canonica, e dopo aver rubato orologi, scarpe, stoffe, portafogli, e un prosciutto, sequestrarono lui ed il fratello Ettore.
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Secondo la testimonianza di Don Silvano Stanzani, Don Corrado fu evirato da una donna partigiana, in pubblico, poi fu trascinato con un camioncino per oltre un chilometro, e infine fu impiccato ad un albero.
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La salma non è mai stata ritrovata.
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Voglio citare l’eccidio di Argelato, compiuto dai partigiani comunisti a guerra finita, tra l’8 e l’11 maggio 1945, in cui furono torturate, seviziate e uccise 17 persone tra cui i 7 fratelli Govoni, sequestrati a Pieve di Cento e la famiglia Costa di San Pietro in Casale.
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Più belve delle belve,i partigiani della "2 Brigata Paolo" infierirono con una crudeltà ed un sadismo veramente inconcepibili su ogni prigioniero, a colpi di roncole, per poi strangolarli ad uno ad uno.
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Alcuni anni dopo, nel 1949, Caterina Govoni, la mamma dei fratelli, allora 80 enne, si imbattè in un partigiano del luogo, tale Filippo Lanzoni, che si era vantato di saperla lunga a proposito del massacro, e gli chiese quindi, supplicandolo, di rivelarle dove fossero sepolti i suoi figlioli.
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Il Lanzoni, "eroico partigiano", le rispose testualmente :
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Vuoi trovarli ?  Ti procuri un cane da tartufi.”
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Non contento le aizzò contro due donne comuniste, che si lanciarono su di lei e la picchiarono a sangue.
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Devo segnalare inoltre quanto accaduto alcuni giorni fa a Pieve di Cento, in occasione del 67° anniversario della morte proprio dei fratelli Govoni.
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La famiglia aveva fatto affiggere dei manifesti commemorativi, ma la memoria di questi martiri è stata infangata e vilipesa da qualche anonimo comunista, che ha imbrattato i manifesti stessi, vergandoli con offese e lasciando come firma una stella a cinque punte e la solita falce e martello.
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Ciò sta ad indicare che l’odio comunista non si è ancora sopito ma anzi, dopo tanti anni, riemerge con accanimento feroce.
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Il Sindaco del paese minimizza il fatto e la sua enorme gravità, collocandolo tra gli innumerevoli altri episodi di imbrattamento di muri avvenuti sul territorio.
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La colpevole superficialità del Primo Cittadino la dice lunga sui reali sentimenti covati dai seguaci della falce e martello …
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Vorrei anche stigmatizzare la palese vigliaccheria degli autori del fatto, che non hanno neanche avuto il coraggio di manifestarsi apertamente, nascondendosi dietro l’anonimato e la loro stessa codardia tipicamente comunista.
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Il 5 febbraio 1951 in un fondo della tenuta Talon località Quattro Portoni a S.Giacomo di Argelato viene scoperta una fossa comune contenente i resti privi di indumenti, della famiglia Costa di S.Pietro in Casale (Sisto, la moglie Adelaide Taddia, il figlio Vincenzo, e la cognata Laura Emiliani.)
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Pare che gli uccisi dopo il 21 aprile 1945 nel bolognese ammontino a 773 di cui 334 civili fra cui 42 donne.
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Dai martirologi stilati successivamente dagli storici desumiamo il numero delle vittime scaturito dalla violenza dei partigiani comunisti nelle nostre zone.
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Le cifre parlano di 112 vittime nella zona di Pieve di Cento (il paese dei Covoni), mentre solo a Pieve i giustiziati furono 38.
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A San Matteo della Decima i partigiani ammazzarono 17 persone, mentre a San Giorgio di Piano le vittime furono 14.
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Il macabro rituale interpretato dai partigiani ricalcava sempre il medesimo modus operandi : una ferocia assassina con la quale i criminali comunisti si accanivano sui corpi delle vittime, arrivando anche a seppellire vivi i malcapitati, oppure sventrando le donne incinte, dopo averle stuprate e amputate sadicamente.
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La vigliaccheria comunista si è poi palesata anche a causa dell’intervento di Togliatti, che grazie alla sua posizione di Ministro della Giustizia, stabilì l'amnistia per tutti i delitti commessi in azioni configurabili, anche dopo il 25 aprile, come militari.
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La tendenza della Magistratura, nel giudicare i responsabili degli eccidi partigiani, andò quindi in questa direzione, amnistiando i feroci assassini comunisti, lordi del sangue di centinaia di vittime innocenti.
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Le belve comuniste assetate di odio (i partigiani), torturarono, seviziarono, stuprarono, rubarono, e uccisero, con la complicità quindi di colui per il quale avrebbero poi coniato il termine di : “Il Migliore”.
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Ancora una volta emerge dai risvolti di una delle pagine di Storia più tristi dell’Italia il coinvolgimento e la responsabilità del criminale Togliatti, artefice di nefandezze storicamente comprovate, e idolo ancora oggi dei nostalgici comunisti e dei loro seguaci metanorfizzati.
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Il subdolo tentativo di mistificare la realtà, occultandola, tacendola, e dando spazio a giustificazioni  parossistiche di una violenza fuori controllo, ha trovato terreno fertile nell’accondiscendenza che per troppi anni ha imperato nel substrato intellettuale creato ed alimentato ad arte dai comunisti italiani.
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In questa ottica, la ricorrenza del 25 aprile, assume un significato ben diverso da quello propostoci dagli eredi di Togliatti, enfatizzato e stigmatizzato dalla riproposizione ciclica e nauseante delle note di "Bella Ciao".
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Il significato auspicabile non è dissimile da quello che dovrebbe assumere la ricorrenza, nell’ipotesi di assunzione di responsabilità e di colpa che i comunisti dovrebbero fare propria in tale contesto.
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Occorre  che ci sia, da parte degli eredi del “Migliore”, una presa di coscienza del sangue innocente versato, un ripudio dell’odio dimostrato dai comunisti verso le vittime innocenti, e il distacco da uno stereotipo che caratterizza la simbiosi tra il sangue e la bandiera rossa.
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Il comunismo, mostro vorace che si è nutrito del sangue anche dei suoi stessi figli, come ci insegna la Storia, deve una volta per tutte chiedere scusa, e riconoscere la nefandezza e la perniciosità del suo operato.
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Ma ciò metterebbe in discussione l’essenza stessa della dottrina di Marx, a cui loro guardano trasognati…
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Dissenso
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