martedì 15 luglio 2014

BARICELLA - La tragica storia di Wilma Vecchietti

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Wilma Vecchietti era impiegata comunale a Baricella, nel periodo in cui il Generale tedesco von Senger vi insediò il Comando per due mesi, tra il 1944 e il 1945.
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Tra la ragazza ed un ufficiale tedesco nacque una storia d’amore, e i due si fidanzarono.
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Questa fu la sola colpa di Wilma.
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Figlia di un muratore, aveva il desiderio di elevarsi, a partire dal suo ruolo di impiegata comunale, e si vestiva in modo elegante, esibendo la sua bellezza, e concedendosi, pur nelle ristrettezze del periodo, un giaccone di pelliccia e un anello con acqua marina.
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Questo comportamento la rese invisa tra le altre donne del paese, in cui suscitava invidia, così come tra gli ambienti partigiani, in cui i sentimenti anti-borghesi andavano di pari passo con la condanna di ogni rigurgito che non fosse più che popolare.
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Il padre era di fede socialista e il resto della famiglia era composta dalla madre e da altri quattro fratelli : Loris, il maggiore, Romolo, Elia e Waldemaro, il più piccolo.
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Wilma aveva aiutato tanta gente, anche partigiani, ad ottenere permessi di circolazione, grazie alla sua posizione, ma nonostante ciò la sua “colpa” era oramai definita.
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A guerra finita molte donne, non solo in Italia, furono accusate di “collaborazionismo” per aver intrattenuto rapporti con i tedeschi, figuriamoci quindi Wilma che si era fidanzata con uno di loro !
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Molte di loro subirono il taglio dei capelli in pubblico, in segno di disprezzo e furono rapate a zero per evidenziare la loro colpa.
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Successe anche a Baricella, dopo la cosiddetta “Liberazione”, a mogli e fidanzate di fascisti.
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Per meglio “punire” Wilma si incominciò ad alimentare il sospetto che fosse una spia e i partigiani la indicarono come responsabile della delazione sulla presenza di “Slim” (partigiano ricercato) alla manifestazione delle donne in Municipio nel febbraio 1945.
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Il modus operandi dei partigiani, per colpire coloro che secondo il loro giudizio interpretavano il ruolo di spia, consisteva nel metodo GAP e cioè nell’avvicinarsi in bicicletta alla persona scelta e, dopo averne accertata l’identità, sparargli a bruciapelo.
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Questo metodo era stato oramai ferocemente collaudato con spietatezza, e applicato ai Corradi, freddati nell’agosto del ’44, e poi a Corrado Fiorentini il 16 febbraio, oltre che a Giovanni Pranzini il 5 aprile.
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La “prassi” ideata ad hoc per Wilma seguì invece un copione diverso.
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Fu infatti sequestrata a casa sua, dove fu oggetto di una visita da parte dei partigiani che, dopo essersi fatti aprire, la invitarono a seguirli per rispondere ad alcune domande e dare delle informazioni.
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Per non suscitare sospetti nella ragazza uno dei partigiani, un ragazzo di Tintoria, si fece riconoscere da Wilma asserendo di essere conosciuto dalla sorella di lei, Elia, di 19 anni, di cui era anche invaghito.
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La sorella confermò di riconoscerlo e ciò rassicurò Wilma che decise di seguirli.
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Elia però volle seguire la sorella, anche se ciò non era nei piani dei partigiani, che furono costretti ad accettarla per non insospettire Wilma sul vero scopo del suo “prelievo”.
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Da quella fatidica sera Wilma ed Elia non tornarono più a casa e non furono mai più viste né dai paesani né dai familiari, e su di loro scese una cappa di silenzio totale.
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Non furono mai nemmeno ritrovati i corpi, ma anzi furono spedite al padre Giorgio delle lettere anonime in cui si davano indicazioni volutamente sbagliate sul luogo di sepolture delle due ragazze.
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Ancora dopo molto tempo, negli anni sessanta, il padre oramai vecchio, fu visto scavare in via del Piastrino secondo indicazioni anonime dei suoi assassini, senza che però trovare i resti delle due sventurate figlie.
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A capo dei “valorosi ed eroici” partigiani che si accanirono contro due fanciulle inermi e indifese era a quel tempo Cicchetti “Fantomas”, comandante appunto del battaglione “Oriente”.
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Elio Cicchetti nacque a Napoli nel 1923, ma visse quasi sempre a Bologna, dove i suoi genitori si trasferirono.
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Per esigenze contingenti (orfano di madre all’età di 8 anni, e padre impossibilitato a provvedere al sostentamento della famiglia), iniziò a lavorare giovanissimo mentre frequentava ancora le scuole elementari.
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Secondo di quattro fratelli, fece il garzone presso un fabbro, poi l’aggiustatore e infine il tornitore in varie officine bolognesi.
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Nel 1942 fu chiamato alle armi e prestò servizio militare fino all’armistizio, l’8 settembre 1943.
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Entrò nella Resistenza, prima nella Settima Brigata G.A.P. poi confluendo nella
Quarta Brigata S.A.P. “Venturoli”, di cui divenne comandante.
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Per quanto riguarda la vicenda delle sorelle Vecchietti, sappiamo esattamente come si svolsero i fatti, poiché Elio Cicchetti scrisse un libro, intitolato “Il campo giusto”, edito da La Pietra nel 1970, in cui raccontò l’intera vicenda, usando nomi di riferimento inventati, ma riconducibili e a tutto ciò con palese evidenza.
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Cicchetti trattò di come, nel percorso seguito per il trattamento delle “spie”, in un caso particolare si fosse inserito un fattore anomalo, che portò all’uccisione di uno degli stessi partigiani (a cui Cicchetti dà il nome di Dox) da parte dei suoi compagni.
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Anche nel libro di Paolo Tedeschi : ( Baricella 1943/1945 Un piccolo paese nella grande tragedia ) è stato ripreso questo avvenimento.
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Cicchetti descrisse l’accaduto nel modo seguente, scrivendo testualmente :
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Dox volle essere incaricato dell’operazione.
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Appena buio, egli scelse due uomini di scorta e uscì.
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Poche ore dopo, i tre partigiani erano di ritorno.
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Assieme a loro, bendate e imbavagliate, c’erano le due spie.
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Appena entrate, ci fu un momento di imbarazzo ; nessuno sapeva come comportarsi : se essere gentili, trattandosi di donne, o se essere sgarbati, trattandosi di spie.
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L’imbarazzo aumentò quando le due ragazze vennero liberate da tutti i bavagli e fu possibile osservarle da vicino.
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Erano imbestialite ed aggressive ; ci avrebbero fatti a pezzi, ma erano due belle figliole, eleganti, giovani, profumate…
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Furono loro a toglierci dall’imbarazzo, mettendosi a gridare e a insultarci.
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Per farle tacere, dovemmo imbavagliarle di nuovo ; i sentimenti teneri che per un momento ci avevano ispirato erano già svaniti.
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Decidemmo di interrogarle il giorno dopo, con calma.
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Vennero legate insieme e caricate su un giaciglio di paglia, per passarvi il resto della nottata.
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La mattina seguente eravamo tutti di malumore.
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Forse avevamo sbagliato a non farle fuori subito, durante la notte, senza bisogno di interrogatori e confessioni.
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Ormai le prove c’erano e si sapeva che le due spie non sarebbero uscite vive di lì ;
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perdere tempo negli interrogatori serviva solo a prolungare l’agonia, non a cercare una verità che già sapevamo.
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Cominciammo l’interrogatorio nella tarda mattinata.
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Com’era prevedibile, le due ragazze negarono tutto.
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Per alcune ore si difesero respingendo ogni accusa, rifiutandosi perfino di ammettere le loro relazioni con i tedeschi.
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Nel pomeriggio andammo a chiamare alcuni parenti delle vittime e li mettemmo a diretto confronto con loro; di fronte a precise contestazioni, le ragazze cominciarono a smarrirsi, caddero in contraddizioni, finirono per cedere.
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Confessarono piangendo le loro responsabilità.
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A questo punto successe un fatto inatteso.
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Appena fu certo che le due spie sarebbero state condannate a morte, Dox, che era stato il loro principale accusatore, cambiò improvvisamente registro e cominciò a sostenere che dovevamo perdonarle e metterle in libertà.
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Tra la sorpresa generale egli dichiarò che, dal momento che avevano confessato, non c’era più motivo di punirle.
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La sua tesi era talmente assurda, che non fu presa nella minima considerazione.
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Ma Dox, che doveva aver maturato da qualche tempo il suo piano, fu inflessibile.
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La cosa cominciava a preoccuparci; tentammo di convincerlo a lasciar perdere, ma non ci fu verso.
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Quando si rese conto che non sarebbe riuscito a spuntarla, Dox giocò la carta estrema :
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Imbracciò il mitra, si portò in un angolo, puntò l’arma contro di noi e dichiarò chiaro e tondo che non avrebbe permesso a nessuno di toccare un capello alle ragazze.
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“Dopo quello che hanno passato - disse - , non si azzarderanno mai più a fare la spia.
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In ogni modo garantisco io per loro.
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Ma se provate a toccarle, dovrete vedervela con me.
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Io le ho portate qui e io le riporterò a casa loro ".
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L’atmosfera si fece di colpo drammatica e tesa.
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In quelle condizioni non era il caso di continuare a discutere, ma non era neanche possibile reagire.
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Dox aveva il coltello per il manico ed era troppo rischioso, per il momento, tentare di levarglielo dalle mani.
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Ritenni che l’unica cosa da fare, per evitare inutili spargimenti di sangue, fosse di prendere tempo fingendosi d’accordo con lui.
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" Va bene - dissi dopo un po’ - .
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Le lasceremo andare, ma non subito.
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E’ ancora giorno, e non possiamo bendarle.
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Se le mandiamo via senza bende, riconosceranno la strada e fra un’ora avremo i tedeschi alle calcagna.
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E’ meglio aspettare che sia buio. "
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Le mie parole presero Dox di contropiede e lo convinsero.
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Egli chiamò a se le due spie e si piazzò davanti a loro, sospettoso e fermo, col mitra in pugno, deciso ad aspettare in quella posizione che calasse la notte.
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Da quando ero entrato nel movimento partigiano mi era capitato più di una volta di dover affrontare situazioni difficili, ma una cosa così assurda la vivevo per la prima volta.
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Il tempo passava lentamente senza che si verificasse niente di nuovo.
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Dopo un’ora si sentirono spari in lontananza.
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Colsi al volo il pretesto per allontanarmi.
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" Forse sono i tedeschi che stanno cercando le ragazze - dissi a Dox - .
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E’ meglio che dia un’occhiata in paese; se stanno facendo un rastrellamento, dovremo spostarci prima che arrivino.
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Vado e torno ".
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Dox non fece obiezioni.
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Inforcai la bicicletta e corsi a perdifiato al comando di brigata.
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Trovai Ran che stava uscendo per recarsi a Budrio insieme a Michele.
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Gli raccontai rapidamente come stavano le cose.
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Ran non ebbe un attimo di esitazione :
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“ Al punto in cui siamo, non c’è altro da fare che liberarci di Dox, a qualsiasi costo.
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Permettergli di salvare le spie è una pazzia.
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Tollerare la sua prepotenza anche.
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Capisco che è doloroso, ma quando un partigiano sbaglia deve pagare, senza sentimentalismi.
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State attenti, vedete se è possibile neutralizzarlo.
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Giocate d’astuzia, cercate di non subire perdite ma fatelo fuori.
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Non c’è altra soluzione ”.
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Anch’io avevo pensato che si dovesse fare così, ma il problema era “come” farlo, non “se” farlo.
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A ogni modo, ora che avevo l’autorizzazione del comandante, mi sentivo più tranquillo.
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Ran proseguì per Budrio, Michele venne con me.
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Giungemmo nei pressi della base che era quasi buio.
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Dissi a Michele di aggirare l’edificio senza rumore e senza farsi vedere :
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“Appena senti chiudere la porta - gli dissi - , lancia un sasso contro i vetri.
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Se Dox si distrae, gli saltiamo addosso e lo disarmiamo, altrimenti gli sparo e succeda quel che deve succedere”.
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Ci lasciammo con il cuore in gola.
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Io mi diressi all’entrata della stalla, aprii la pesante porta metallica ed entrai.
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La situazione all’interno era immutata.
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Rinchiusi con forza la porta, per essere certo che Michele mi sentisse.
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Subito dopo, una violenta sassata frantumò i vetri di un finestrino alle spalle di Dox.
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Colto di sorpresa, Dox si voltò di scatto perdendo per un attimo il controllo della situazione.
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Gli fummo addosso tutti quanti e lo immobilizzammo.
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Egli pagò per primo l’assurda responsabilità che si era addossato con tanta arroganza.
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Subito dopo vennero giustiziate le due spie.
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I corpi vennero sepolti tra i campi, durante la notte”.
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Nel suo racconto Elio Cicchetti ha usato pseudonimi come quello di “Dox” per celare la vera identità degli interpreti della vicenda.
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Sembra che “Dox” in realtà fosse il partigiano 24enne Alfredo Zucchelli e che il suo nome di battaglia fosse in realtà quello di “Cagnen”.
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Alcuni elementi, come la data del decesso e la motivazione di morte data alla famiglia (caduto in combattimento) coincidono.
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Sulla triste vicenda delle due ragazze esiste un riscontro anche grazie al racconto di suor Teodora Magli, edito su “Ventuno sorelle per Baricella” nel 2001 e intitolato : “Tempo di guerra (1940 - 1945)”, a cura della Parrocchia Santa Maria di Baricella.
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Suor Teodora scrive :
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“Primo marzo :
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due ragazze sono state prelevate dai partigiani e portate non si sapeva dove.
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I tedeschi durante la notte prelevano l’arciprete e minacciano di mettere a ferro e fuoco tutto il paese se non vengono restituite alle rispettive famiglie le due giovani che erano impiegate presso i loro uffici.
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Le nostre preghiere salirono al cielo anche per loro; le due ragazze non sono più tornate”.
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L’arciprete, don Matrizzi, fu prelevato dai tedeschi per essere interrogato sulla
vicenda, e minacciato di morte.
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Le ragazze non furono mai più ritrovate, ma il parroco fu inspiegabilmente rilasciato, e il paese non fu messo a ferro e fuoco.
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Quali interrogativi si nascondono dietro a tutto ciò ?
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Come mai non furono fatte azioni di rappresaglia da parte dei tedeschi ?
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Chi intervenne a difesa del parroco ?
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Elio Cicchetti nel dopoguerra ha lavorato a Roma presso la Direzione centrale del P.C.I., poi si è trasferito nuovamente in Emilia, a Bologna, dove ha ricoperto dal 1957 il ruolo di Membro del Consiglio Direttivo dell’Istituto storico provinciale della Resistenza, nel capoluogo.
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Il padre delle due ragazze, Giorgio, è stato oggetto di scherno per molti anni anche dopo la fine della guerra, sotto forma di lettere anonime che gli vennero recapitate, allo scopo di indurlo a scavare per ritrovare i resti delle due figlie.
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Nelle località indicate nelle lettere anonime avrebbe dovuto trovare le spoglie delle due ragazze, ma le vili segnalazioni anonime in realtà non corrispondevano al vero, e avevano il solo scopo di continuare a infliggere dolore alla famiglia Vecchietti.
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Negli anni sessanta fu inviata alla famiglia l’ultima segnalazione, che indicava come località in cui scavare il “Pilastrino”, un luogo lontano dalla scena del delitto, in cui la sepoltura sarebbe stata possibile solo se i partigiani avessero avuto la possibilità di disporre di un’automobile per trasportarvi i cadaveri.
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Giorgio, il padre oramai vecchio vi si recò ugualmente, e scavò a lungo, senza riuscire però a ritrovare le amate figlie.
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Una ennesima crudeltà, espressa quindi da chi, evidentemente, ha fatto dell’odio il motivo dominante della propria vita e della propria fede, quella comunista.
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Sono pervenute anche lettere non firmate, di una persona che si dichiara “vissuta in quei tempi” e “pentita” , e che dà altre indicazioni sulla vicenda.
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Un’altra missiva, sempre anonima, fa riferimento alla presunta presenza all’eccidio di un certo Chiarini Elio, e al fatto che costui sarebbe quindi a conoscenza del luogo della sepoltura delle sorelle Vecchietti.
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Dissenso
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