lunedì 14 luglio 2014

ROSA ATTI - San Pietro in Casale

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Rosina Atti nacque il 25 agosto 1916 a Maccaretolo (San Pietro in Casale) da Alfonso Atti e Scolastica Dovesi.
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I genitori, cattolici, avevano in totale 10 figli, 5 maschi e 5 femmine e facevano i contadini, conducendo un podere a mezzadria.
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Era una impavida militante cristiana, attiva ed esemplare presidente della Gioventù Femminile di Azione Cattolica.
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Tutta la famiglia era di fervente fede cristiana, e i ragazzi iniziavano a pregare insieme al mattino, mentre governavano il bestiame, per continuare poi a tavola, e concludendo la sera con la recita del rosario.
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Pur essendo contadini di cultura elementare parlavano solo in italiano, e non in dialetto, distinguendosi dalle altre famiglie contadine, in cui suscitavano per questo un po’ di ilarità.
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Erano conosciuti in paese per il loro amore verso i poveri e i diseredati, e si occupavano di aiutare gli zingarelli di passaggio.
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Rosina in particolare, li lavava, li pettinava, dava loro da mangiare e poi li faceva riposare in un piccolo locale adibito a deposito di foraggio per il bestiame, dove a quell’epoca era in uso ospitare anche i ragazzi che prestavano servizio per i contadini.
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In paese, quando arrivavano degli zingari, la gente li indirizzava tranquillamente a casa della famiglia Atti Rosa non si sottraeva neppure ai lavori più umili e pesanti, anzi si sottoponeva a penitenze della tradizione cristiana.
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In particolare, una sua amica, in occasione di una smorfia di dolore di Rosa, mentre lavoravano insieme, scoprì che portava il cilicio, per mortificare il suo corpo come prova di fede.
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Lo faceva perché, essendo esuberante, sentiva il bisogno di contenersi moralmente, e per questo si auto-infliggeva questo tipo di mortificazione.
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Ortodossa, non tollerava la bestemmia, e un giorno riprese anche un gruppo di giovinastri della zona perchè bestemmiavano.
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Nel frattempo il genero di Rosa, tale Baraldi, diventò il reggente di San Pietro in Casale e dovette presto fare i conti con una serie di preoccupanti attentati.
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L’instaurazione della repubblica di Salò aveva creato infatti una situazione di difficile convivenza con coloro che ne osteggiavano l’esistenza stessa.
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Infatti i partigiani pensarono bene di colpire la famiglia Atti, a causa della sua collocazione religiosa, e della sua parentela con il Reggente.
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Fu così che i partigiani appiccarono il fuoco alla casa, costringendo Rosina a chiedere ospitalità per qualche tempo presso le famiglie vicine.
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In questa occasione le venne in aiuto il Canonico Nicola Mattioli, parroco della vicina Gavaseto, insegnante di sacra scrittura al Seminario Regionale di Bologna, e suo confessore, che le offrì un rifugio sicuro.
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Rosa però non accettò l’offerta di aiuto dicendo :
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" Non ho lasciato la famiglia quando volevo farmi suora (dovendo accudire alla mamma , colpita da ictus) e quindi non la lascerò nemmeno adesso, per salvarmi la vita. "
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Nonostante le vicissitudini Rosa proseguì imperterrita la sua attività di Presidente della Gioventù Femminile di Azione Cattolica, nel poco tempo libero che l’assistenza alla madre inferma le lasciava.
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Si impegnava anche nelle recite teatrali filodrammatiche, in occasione delle quali, una volta interpretò mirabilmente la figura di una Madre Superiora.
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La sua attività, fervente e memorabile, sembrava ritmata sulla regola benedettina “Ora et Labora” ma purtroppo la Primavera del 45 segnerà oramai lo scadere dell’ultimo periodo di tempo che il destino le aveva riservato.
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Intanto la lotta partigiana continuava con l’incendio dell’anagrafe comunale nell’asilo di Massumatico, che portò alla reazione dei Repubblichini.
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Fu inviata una spedizione punitiva nelle Valli delle Tombe che portò alla morte di alcuni partigiani.
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Iniziarono a scomparire le prime persone, come il medico Ioppolo, la sua infermiera Elsa Bergami, ed Elide Varotti, una maestra elementare sua amica.
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In paese ci fu un furto di armi da guerra e i sospetti dei tedeschi caddero su un capo partigiano, che si diede alla macchia.
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Questa persona era di casa presso gli Atti e per questo motivo, ai partigiani venne logico pensare che Rosina potesse essersi lasciata sfuggire qualche accenno.
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Il 22 Aprile gli alleati entrarono in paese con un grosso carro armato, che posizionarono nella Piazza della Chiesa, dopo aver sostenuto una giornata di battaglia con i tedeschi, e alla fine di un bilancio di case bruciate e di partigiani morti sul campo.
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Fu quello l’inizio di una nuova epoca, che condusse alcune persone verso un percorso di rivendicazione, di vendette, e di terrorismo.
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Rosina fu trascinata nella Piazza del Paese, per la gogna della tosatura, a cui venivano sottoposte le donne giudicate nemiche dai partigiani.
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Intervenne un autorevole partigiano, conosciuto e stimato, che ordinò in tono che non ammette repliche, di smetterla e di portare subito a casa Rosina, conscio evidentemente del fatto che la pia ragazza non aveva alcuna colpa da scontare.
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Per domenica 6 Maggio venne organizzata una festa di ringraziamento, con tanto di messa cantata, solennemente.
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Rosina si presentò a Messa alle 11, un po’ in ritardo nonostante fosse l’animatrice della corale.
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Quando arrivò, 11 partigiani erano già schierati lungo la corsia centrale della chiesa.
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Madre Vincenzina, che l’accompagnava all’armonium, rimproverò Rosina per il suo ritardo.
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Alla fine della messa la ragazza confidò poi all’amica che non avrebbe voluto venire, asserendo che poi , si era fatta animo per l’occasione.
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Al pomeriggio Rosa torna in chiesa per la funzione pomeridiana, insieme alle ragazze dell’Associazione, rientrando poi accompagnata da una di loro verso casa, per un lungo tratto.
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La domenica precedente, i partigiani avevano ucciso a pochi metri da casa sua il Presidente dell’Amministrazione Parrocchiale, Enrico Varotti, finendolo con un colpo alla nuca.
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Sul tardi, i partigiani bussarono alla porta di casa Atti.
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Andò ad aprire la porta il fratello Giovanni che, con nobile slancio, si offrì loro dicendo :
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" Prendete me ! "
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I partigiani, dopo averlo spintonato, entrarono in casa e raggiunsero Rosina in camera da letto, per prelevarla, e la portarono via.
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Lei li seguì docile, come un agnellino che va al mattatoio…
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Dopo circa venti minuti si sentì una scarica di armi da fuoco in direzione delle Valli delle Tombe.
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Si saprà poi che Rosina, davanti ai suoi aguzzini, prima di morire disse loro :
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" Questa mattina mi sono comunicata, fate quello che volete : so dove vado ! "
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Uno dei suoi assassini confesserà alla propria madre di aver sparato a Rosina, mentre un altro dirà che l’immagine della ragazza era impressa nelle sue pupille per sempre.
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Un altro affermò che Rosina, pur crivellata di colpi, non cadeva in terra, e fu necessario rovesciarla !
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Fu sepolta nella Valle, insieme a Paolo Buggini, ma siccome la fossa era poco profonda, una sua gamba rimaneva scoperta, così i partigiani furono costretti in seguito a seppellirla altrove.
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Quando il cadavere di Buggini fu ritrovato e riesumato si trovò infatti solo la fibbia della cintura di Rosa.
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Il corpo non è mai stato ritrovato, a parte il fatto che un'ordinanza della Prefettura di Bologna dispose, nel 1960, di inumare i resti di una presunta Rosa Atti nell'ossario del cimitero di S. Pietro in Casale.
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Il Cardinal Biffi, nella lettera ai parrocchiani di Maccaretolo, dopo la Visita Pastorale del 22 Novembre 1992, si espresse nel seguente modo :

" L'esempio fulgente di Rosina Atti, morta per la fede e per la sua passione ecclesiale, sia in mezzo a voi una scuola permanente di coerenza cristiana e di dedizione totale alla causa del Vangelo.
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Tenetene vivo il ricordo :
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i discepoli di Gesù dimenticano i persecutori, ma non si dimenticano mai dei loro martiri ".
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Dissenso
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