martedì 22 luglio 2014

MOLINELLA - Biennio 1919 - 1921

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Voglio ricordare, fuori contesto, ma non disgiuntamente da ciò che è senz’altro prodromico ad una evoluzione storica sociale di una Italia manipolata e strozzata dalla violenza comunista, il biennio “rosso” che va dal 1919 al 1921.
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Dopo la vittoria di socialisti e ‘popolari’ (i democristiani dell’epoca) nelle elezioni dell’autunno 1919, si scatenò in tutta Italia la violenza dei seguaci dei socialisti, appunto, in un impeto di emulazione dei cugini bolscevichi, ai quali si affiancarono gli agitatori pan sovietici sguinzagliati dal ‘popolare’ sinistroide, onorevole Miglioli (fervido sostenitore della collettivizzazione delle campagne in Urss).
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Nelle città e nei paesi italiani dilagò una violenza bieca e sfrontata, contro la quale il cosiddetto Stato democratico non si oppose, soggiogato dall’enfasi rivoluzionaria dei seguaci di Marx.
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Il comunista Palmiro Togliatti tiene un discorso a Foligno, sotto uno striscione che inneggia alla rivoluzione.
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Il tricolore e le bandiere della nostra nazione vennero calpestate e bruciate in piazza, e gli ufficiali in divisa aggrediti, bastonati, sputacchiati, e oltraggiati.
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Alcuni di loro, mutilati, appena dimessi dall’ospedale, subirono questo barbaro trattamento (Torino, 11 ottobre 1920), come testimoniato da Piero Operti a Benedetto Croce :
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“ Inermi e mancanti chi del braccio, chi della gamba, eravamo nell’impossibilità di opporre qualsiasi reazione : 
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ci strapparono le medaglie, le calpestarono.
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Non fecero di più, soddisfatti del gesto o spenta l’ira dalla nostra passività ”.
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La furia “rossa” però non si limitò a questo, ma oltrepassò il limite che divide l’uomo dalla bestia, raggiungendo punte di ferocia inaudite e incontrollate.
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A Molinella, due o tremila braccianti “rossi” in sciopero circondarono tre guardiani non iscritti alle ‘Leghe’, colpevoli di lavorare, e ne fecero l’oggetto della loro violenza cieca, imperversando su di loro con furore parossistico e inumano, facendone scempio.
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Ad uno di loro - per dare un’idea della portata di tale violenza - fu aperto il ventre, e gli furono strappati via gli intestini in presenza della moglie urlante.
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Non paghi del loro operato, i comunisti presero la povera donna per i capelli e la costrinsero a tuffare il viso nelle viscere fumanti del marito.
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Seguono altri esempi della volontà dei comunisti di imporre la loro presenza mediante la violenza sistematica.
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Il tenente Lepri, fu letteralmente massacrato a colpi di bastone e finito con una revolverata in testa, per la sola colpa di aver gridato “Viva l’Italia”, anziché “Viva Lenin”.
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Il 5 settembre 1921 Brazzi Ferdinando, nato a Mezzolara il 1/09/1904, fu ferito da un colpo di pistola sparatogli da alcuni comunisti, e morì dopo una breve agonia.
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Il 10 agosto 1920 Ghedini Gesù, nato a Molinella il 25/12/1882 fu massacrato a coltellate e a colpi di vanga, e colpito con forche e badili, da una moltitudine di seguaci della falce e martello.
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Dissenso
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BUDRIO - Eccidio Viazza

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Dal libro di Pansa, “Il sangue dei vinti”, ho estrapolato alcune interessanti informazioni inerenti ai rapporti della Prefettura di Bologna datati 4 luglio 1948, sulle persone soppresse o prelevate dopo la liberazione.
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Si legge di cadaveri ritrovati in varie località, tra cui cinque a Sala Bolognese, il 26 aprile, in località Padulle, e tre ancora a Sala Bolognese, il 1° maggio, in località Cappellina.
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L’elenco prosegue con tre persone soppresse, di cui due a Monteveglio il 5 maggio, e una a Crevalcore il 14 maggio.
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Dai rapporti della Legione territoriale dei Carabinieri reali di Bologna di Aprile e Maggio del 1945 si legge di quattro persone, cercate casa per casa, prelevati, e ritrovati uccisi in località Viazza di Budrio.
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Nel rapporto dei Carabinieri si legge che “trattasi di un negoziante, un esercente, un albergatore, un operaio, tutti di mezza età, e il più anziano di 67 anni”.
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Come si sa, la disinformazione operata dai comunisti nel dopoguerra ha poi steso un velo di silenzio e di omertà su queste vicende delittuose, rendendo difficile indagare alla ricerca della verità.
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Le vittime dell’eccidio denominato “Viazza”, dal nome della località in cui furono ritrovati i corpi martoriati, furono :
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Dalla Marino di anni 45, di Luigi e Brogli Elisa. Esercente.
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Giuliani Luigi, nato il 3 marzo 1898 a Budrio. Agricoltore.
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Lodi Ferruccio di anni 53, di Augusto e Canotti Ersilia. Albergatore.
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Monari Giordano Bruno nato il 25 agosto 1888 a Budrio, di Demetrio e Balena Assunta. Barbiere.
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Dissenso
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lunedì 21 luglio 2014

Don Corrado Bortolini - Santa Maria Induno (Bentivoglio)

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Don Corrado Bortolini
Don Corrado Bortolini era l’arciprete della Parrocchia di Santa Maria In Duno, frazione di Bentivoglio.
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Nacque a Minerbio il 27 agosto 1892 e fu ordinato Sacerdote il 24 settembre 1921.
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Divenne Cappellano a San Giovanni in Persiceto, e fu poi trasferito, appunto, a Santa Maria In Duno, come arciprete.
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Prima di essere rapito dai partigiani, si era messo in ”cattiva luce” ai loro occhi, per aver loro detto di essersi resi responsabili di efferatezze e ruberie durante la loro attività di guerriglia.
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Inoltre, ai loro occhi, era “colpevole” di avere un fratello, abitante a Minerbio, che era un piccolo gerarca fascista della zona.
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Spesso il fratello, in occasione di festività religiose e di feste paesane si recava a Bentivoglio, insieme ad altri capi fascisti, e si faceva vedere insieme a Don Corrado.
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L’accusa più grave che gli fu imputata durante lo pseudo processo sommario, inscenato dopo il suo rapimento, fu quella di aver stilato una lista scritta di partigiani, e di averla consegnata ai tedeschi.
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L’accusa non fu provata, e la lista non fu mai trovata o presentata come prova.
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Per contro, risulta che Don Corrado non abbia mai nemmeno scritto una riga di plauso o di esaltazione verso il fascismo, come risulta dalle indagini sulla sua morte, portate avanti dal suo successore : 
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Don Silvano Stanzani
Don Silvano Stanzani.
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Don Silvano riuscì anche a scoprire il luogo dove era stato seppellito il corpo di Don Corrado, grazie all’aiuto di un testimone, ma quando si recò sul posto, insieme ai Carabinieri, dovette constatare che il cadavere era stato spostato.
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Il motivo di ciò è riscontrabile nel fatto che l’amnistia promulgata da Togliatti per i delitti politici decadeva in presenza di efferatezze e torture sulle vittime.
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L’autopsia sul cadavere dell’arciprete avrebbe, se ritrovato, rivelato ciò che i partigiani avevano fatto sul suo corpo.
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Quando fu rapito, nella Parrocchia di Santa Maria in Duno, in presenza del fratello, il 1° marzo del 1945, poco dopo le 20, fu portato via su un camioncino, con le mani legate dietro la schiena.
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I due partigiani che lo prelevarono dissero che lo avrebbero portato al Comitato di Liberazione di Bentivoglio.
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Le voci popolari danno diverse versioni sulla sua fine, ma tutte concordano nell’affermare che, dopo il giudizio sommario, fu torturato, strangolato, e gettato in una fossa.
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Alcuni dicono che fu seppellito nella zona delle risaie, mentre altri indicano il “Casone del partigiano”, la località in cui aveva sede il comando della resistenza, come luogo di sepoltura.
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Altri ancora dicono che fu impiccato ad un ramo di un albero di gelsi, a metà strada, mentre Don Mino Martelli scrive che fu impiccato alla trave di una stalla e che poi il suo cadavere fu nascosto in una fossa di un campo di lino, nella località Bianchina di Bentivoglio.
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Un testimone presente al processo sommario racconta, dietro ricompensa, che Don Corrado fu portato dietro un recinto per le pecore, adiacente ad una villa nobiliare nella frazione di Cinquanta (San Giorgio di Piano).
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Lo pseudo processo avvenne alla presenza di circa una ventina di partigiani.
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Dalle indagini di Don Stanzani risulta che una donna, a capo di un manipolo di partigiani, si abbandonò a compiere le efferatezze peggiori nel torturare Don Corrado, arrivando perfino ad evirarlo personalmente, e in pubblico.
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Successivamente l’arciprete fu legato ad un camioncino e trascinato per circa un chilometro, per essere poi impiccato ad un albero.
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Estrapoliamo dal sito : http://www.bibliotecapersicetana.it/ un estratto del libro : "Preti nella tormenta", che recita :
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Nella Canonica di S. Maria in Duno. la sera del 1° Marzo 1945, si assiste ad una triste scena.
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Sono da poco scoccate le ore 20 e la famiglia del Can. Corrado Bortolini è tutta raccolta nel salotto in familiare conversazione dopo la cena.
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Colpi violenti alla porta d'ingresso li fanno sussultare.

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Don Corrado, accompagnato dal fratello Ettore, si porta alla stanza d'ingresso :
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—  Chi è là?  —  chiede con trepidazione.
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Rispondono alcuni suoni gutturali, come fossero tedeschi :
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—  Aprire ! Volere parlare Pastore  —
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Don Corrado con lo sguardo si consulta col fratello : decide di aprire.
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Subito due individui sconosciuti fanno irruzione e col mitra puntato li immobilizzano :
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—  Mani in alto !  —  È la schietta parlata nostra che esce dalle loro labbra : avevano finto di essere tedeschi solo per riuscire ad entrare.
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Subito legano loro le mani dietro la schiena, li imbavagliano e li pongono ritti contro il muro. 
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Uno rimane a far da guardia, mentre l'altro entra in cucina a immobilizzare gli altri.
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Si urla, si piange.
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—  Non piangete !  —  dicono  —  Se è innocente non gli si farà del male !  —
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Intanto entrano due ragazze, anch'esse armate di mitra, che si pongono a guardia di don Corrado e del fratello, mentre gli altri si danno a perquisire la casa, specie lo studio.
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E a questo punto rivelano in pieno il loro animo di banditi.
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Ciò che li può interessare se lo prendono sotto gli occhi atterriti dei familiari che assistono impotenti a reagire :
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due orologi, due portatogli, scarpe, stoffe in buono stato, perfino un prosciutto nella cucina ;
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tutto è razziato e caricato sulla macchina.
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Infine i parenti vengono sciolti ; 
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il solo sacerdote viene tenuto imbavagliato e posto in mezzo per condurlo via.
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Tutti scoppiano in pianto.
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Essi si voltano e assicurano ancora :
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—  Lo portiamo al Comitato di Liberazione.  Se è innocente tornerà.  —
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Si spalanca la porta, un motore si mette in moto e poco dopo romba veloce sulla strada di Bentivoglio.
.Forse don Corrado non è mai comparso davanti al Comitato di Liberazione !
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Da quel giorno non ha più fatto ritorno.
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Due lettere anonime, giunte recentemente alla Canonica di S. Maria in Duno, avvertivano che il Can. Bortolini era «stato ucciso e sepolto».
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Si diceva anche che la salma della vittima giaceva «nel tal posto».
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Fatte le ricerche, la salma non si è trovata.
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Un'ultima beffa degli assassini ?
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o di chi sa e non vuol parlare o per paura o per interesse ?
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Noi sospettiamo, in base anche ad accenni minacciosi contenuti in dette lettere, che don Corrado sia stato soppresso da elementi sovversivi estremisti della zona, perchè «sapeva il fatto suo !», e, sacerdote zelante e impetuoso, ha spesso inveito con la sua voce tonante contro le insidiose infiltrazioni di idee deleterie alla Chiesa e alle anime.
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E in paese si sa che questi attacchi, specie contro il comunismo ateo condannato da S.S. Pio XI, erano mal tollerati da qualche individuo che «se l'aveva a male !».
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Ma che ne hanno fatto ?
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Anche per il nostro don Corrado invochiamo che si faccia luce piena !
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Anche a guerra finita, e precisamente nel 1948, i partigiani tentarono di continuare i loro intenti criminali, tentando vigliaccamente di assassinare Don Silvano, reo di cercare la verità.
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Nel mese di Agosto di quell’anno, infatti, Don Silvano fu picchiato selvaggiamente da 5 persone, che lo avevano circondato e gettato in terra, in mezzo ai campi.
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Si salvò con un banale stratagemma, chiamando cioè un inesistente “Tonino !”, e inducendo così i partigiani a credere che non fosse solo, ma in compagnia appunto di questo fantomatico Tonino.
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I partigiani scapparono e Don Silvano ebbe salva la vita.
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In un’altra occasione fu ucciso al suo posto un autista di taxi che avrebbe dovuto accompagnarlo ad una riunione.
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In questo caso il ritardo gli salvò la vita.
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Don Stanzani propose al Sindaco di Bentivoglio di cambiare il nome del Comune, poiché, dopo che ben 20 persone furono prelevate dai partigiani, “Ben ti voglio” non pareva essere certamente il nome più adatto !
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Dissenso
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domenica 20 luglio 2014

MINERBIO 1945 - L'uccisione del Conte Gualtiero Isolani Lupari

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Una delle più importanti famiglie di Minerbio, gli Isolani, imparentatasi poi con i Cavazza, ha avuto un importante lutto nel 1945, a causa dei partigiani.
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Un breve cenno alla genealogia della famiglia :
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Da Francesco Isolani Lupari (1836 - 1906) e da Letizia Tattini (1846 - 1924), nacquero cinque figli :
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Ludovico Gualtiero Isolani Lupari ( 1865 - 1867)
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Luisa Carolina Isolani Lupari ( 1878 - 1887)
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Ludovico Gualtiero Isolani Lupari ( 1868 - 1877)
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Carolina Luisa Isolani Lupari ( 1875 - 1945)
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Gualtiero C.te Isolani Lupari - Conte di Minerbio ( 6 ottobre 1881 - 1945)
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Il Conte di Minerbio prese in moglie Camilla des Mis Beccadelli Grimaldi, il 30 aprile 1914, e dal loro matrimonio nacque, nel 1915, Laetizia Isolani Lupari.
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L’unica figlia del Conte di Minerbio si sposò con Cavazza Paolo, e dalla loro unione nacquero :
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Cavazza Gualtiero, n. nel 1952
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Cavazza Francesco, n. nel 1955 a Bologna
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Dopo questo breve “excursus” sulla genealogia di casa Isolani, torniamo alla strage perpetrata dai partigiani nel 1945.
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Sia il Conte di Minerbio che la sorella Carolina furono trucidati nella loro casa di Via Santo Stefano, 16 la sera del 24 febbraio 1945.
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L’evento ebbe grande risonanza poiché il Conte era un noto imprenditore, presidente anche dell’Automobile Club e proprietario di una importante azienda bolognese nel settore del trasporto merci (Società Autotrasporti Isolani).
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Una veduta di Palazzo Isolani a Minerbio
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Fu anche Presidente delle seguenti organizzazioni :
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Sindacato provinciale Trasporti Automobilistici, Consorzio della Bonifica Renana, e Società La Grandine, oltre che membro nel Consiglio d’Amministrazione della Cassa di Risparmio.
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Durante il loro vile attacco, i partigiani uccisero anche le persone presenti e cioè il fattore Andrea Montebugnoli (detto Nino) e la maestra Ines Benfenati Antonelli, di Budrio.
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Dissenso
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L'ECCIDIO DI BARICELLA

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Bonzi Mansueto 
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Cacciari Teseo 
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Santoli Gregorio
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Villani Giovanni
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Dalla relazione del gruppo esterno CC di Bologna, nella relazione n° 63/5 del 5/05/1945 si evince quanto segue :
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Queste persone furono prelevate a Baricella tra le 22 e le 23 del giorno 4 maggio 1945 da una banda composta da 5 o 6 persone armate, con la scusa che avrebbero dovuto condurli alla polizia alleata di Bologna.
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L’ipotesi più plausibile è che quindi si tratti di una vendetta personale, ad opera di partigiani locali.
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Infatti, il giorno successivo, furono ritrovati i loro cadaveri, abbandonati in aperta campagna.
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Le vittime erano state fatte oggetto di colpi d’arma da fuoco alla testa e al torace, ed erano state anche depredate degli indumenti personali.
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Bonzi Mansueto, di Raffaele, nacque a Boschi di Baricella, il 14/08/1889.
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Per aver combattuto come soldato, matricola n° 2537, nel reggimento bersaglieri durante la prima guerra mondiale, ha ricevuto la medaglia di bronzo nel 1915.
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Santoli Gregorio, di Alfonso, nacque a Rocca San Felice (Av) il giorno 08/10/1886 e svolgeva, come civile, l’attività di insegnante.
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Dal libro di Marco Pirina, intitolato " 1945 - 1947 Guerra Civile - La “Rivoluzione rossa ” si evince anche una testimonianza resa all’autore a riguardo della sorte di Gregorio Santoli: 
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…la moglie andò a recuperare il corpo del maestro Santoli… lo caricò su una carriola e, da sola, spingendo il triste carico, riportò le spoglie martoriate in paese…
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Dissenso
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BARICELLA - Pranzini Giovanni

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Troviamo alcune notizie su questo omicidio estrapolandole dagli scritti di Marco Pirina, profondo conoscitore del dramma delle Foibe.
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Giovanni Pranzini era un commerciante ortofrutticolo di Baricella, e fu ucciso il 5 aprile del 1945.
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Gli fu teso un agguato da parte di due assassini giovanissimi, di cui uno sembra fosse un tale soprannominato “Napoleone”,  proveniente da Castelmaggiore.
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Si può escludere che si tratti di “Napoleone” Jacques Lapeyrie, partigiano di origini francesi che operò nei territori dell’Appennino tosco-emiliano, in quanto questi venne fucilato dai tedeschi a Castelluccio di Moscheda il 29 settembre 1944.
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Si può escludere anche Bassini Napoleone, partigiano di Malalbergo, nato il 15 luglio 1879, poiché non risponde alla descrizione di “giovanissimo”.
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Presumibilmente quindi si tratta di qualche giovane esaltato, che animato da istinti bestiali e da furore comunista, ha approfittato della situazione per dare libero sfogo ai propri istinti criminali.
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A Baricella erano già successi analoghi episodi di sangue, a causa della violenza che contraddistingueva i gruppi comunisti locali.
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Già nel 1922 Buriani Ettore fu circondato da un gruppetto che gli impose di togliersi il distintivo fascista.
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Al suo rifiuto si scatenò una furia incontenibile dei comunisti, che sfociò in una mortale aggressione.
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Ettore fu infatti ferito da due revolverate, sparategli a bruciapelo, e ancora vivo fu portato a Boschi di Baricella, dove fu finito a bastonate sul capo.
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Dissenso
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giovedì 17 luglio 2014

BARICELLA - La famiglia Corradi

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UCCISI a Baricella nell’agosto ‘44
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La famiglia Corradi fu la prima ad essere uccisa in modo cruento a Baricella nel 1944, ad opera dei G.a.p. (Gruppi di azione partigiana)..
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I Corradi gestivano l’emporio, l’osteria, e la locanda del paese, e ne erano anche proprietari.
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Il 14 agosto di quell’anno, infatti, accadde che due sicari, in bicicletta, si recarono al negozio di generi alimentari della famiglia Corradi.
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Uno di essi entrò e si imbattè nella figlia di Corradi, Maria, a cui chiese se Ercole, il capofamiglia fosse in casa.
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La ragazza rispose che il padre era in cantina, ubicata in un locale di P.zza Marescalchi, dall’altra parte del cortile.
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Il ciclista si recò quindi sul luogo indicato, e chiamò Ercole Corradi ad alta voce, che rispose subito, affacciandosi al portone della cantina.
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Immediatamente lo sconosciuto assassino estrasse la pistola e gli sparò, uccidendolo sulla soglia della cantina stessa.
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Il fragore dello sparo allarmò il figlio di Ercole, Antonio, che accorse incuriosito, trovando anch’egli la morte per mano del killer.
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Tutti coloro che erano nelle immediate vicinanze scapparono impauriti a nascondersi, tranne l’altro figlio Ivo, che uscì dal negozio urlando.
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Verso Ivo furono sparati altri proiettili che gli causarono ferite non preoccupanti.
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Non sono chiare le motivazioni che hanno portato a questo eccidio, per cui si sono sviluppate teorie al riguardo e ipotesi, diverse tra loro.
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Nel libro di Cesarino Volta intitolato : “Mondo contadino e lotta di Liberazione” , si può leggere il Diario del battaglione partigiano “Dino Gotti” appartenente alla Brigata Venturoli Garibaldi.
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Volta riporta un’annotazione dal Diario in cui è scritto :
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"  Agosto 1944 : il 14 a Baricella venivano giustiziate tre spie dei fascisti ".
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La motivazione sembrerebbe quindi essere questa, ma non è però veritiero il numero delle vittime, in quanto sappiano che i morti furono due mentre un altro (Ivo) rimase solo ferito.
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Un'altra ipotesi si è sviluppata secondo una diversa chiave di lettura, traendo spunto dal fatto che il genero di Ercole Corradi, Stefano Burnelli, aveva ricoperto ruoli di responsabilità nel PNF (Partito Nazionale Fascista) e nella RSI (Repubblica Sociale Italiana).
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Una ulteriore motivazione può essere nascosta nel fatto che Corradi, al ritorno dalla Svizzera, in cui era emigrato per accumulare qualche risparmio, acquistò le proprietà commerciali sopra descritte.
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Il fatto non andò giù a coloro che basavano sul massimalismo politico la visione di una società in rivoluzione, tanto che lo contestarono anche con manifestazioni di piazza, con tanto di bandiere rosse.
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La sua estrazione socialista venne così ridefinita, e Corradi divenne per tutti un borghese.
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Successivamente Corradi aderì al PNF, divenendo a tutti gli effetti, agli occhi dei comunisti, “un traditore”.
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Dissenso
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martedì 15 luglio 2014

BARICELLA - La tragica storia di Wilma Vecchietti

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Wilma Vecchietti era impiegata comunale a Baricella, nel periodo in cui il Generale tedesco von Senger vi insediò il Comando per due mesi, tra il 1944 e il 1945.
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Tra la ragazza ed un ufficiale tedesco nacque una storia d’amore, e i due si fidanzarono.
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Questa fu la sola colpa di Wilma.
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Figlia di un muratore, aveva il desiderio di elevarsi, a partire dal suo ruolo di impiegata comunale, e si vestiva in modo elegante, esibendo la sua bellezza, e concedendosi, pur nelle ristrettezze del periodo, un giaccone di pelliccia e un anello con acqua marina.
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Questo comportamento la rese invisa tra le altre donne del paese, in cui suscitava invidia, così come tra gli ambienti partigiani, in cui i sentimenti anti-borghesi andavano di pari passo con la condanna di ogni rigurgito che non fosse più che popolare.
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Il padre era di fede socialista e il resto della famiglia era composta dalla madre e da altri quattro fratelli : Loris, il maggiore, Romolo, Elia e Waldemaro, il più piccolo.
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Wilma aveva aiutato tanta gente, anche partigiani, ad ottenere permessi di circolazione, grazie alla sua posizione, ma nonostante ciò la sua “colpa” era oramai definita.
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A guerra finita molte donne, non solo in Italia, furono accusate di “collaborazionismo” per aver intrattenuto rapporti con i tedeschi, figuriamoci quindi Wilma che si era fidanzata con uno di loro !
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Molte di loro subirono il taglio dei capelli in pubblico, in segno di disprezzo e furono rapate a zero per evidenziare la loro colpa.
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Successe anche a Baricella, dopo la cosiddetta “Liberazione”, a mogli e fidanzate di fascisti.
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Per meglio “punire” Wilma si incominciò ad alimentare il sospetto che fosse una spia e i partigiani la indicarono come responsabile della delazione sulla presenza di “Slim” (partigiano ricercato) alla manifestazione delle donne in Municipio nel febbraio 1945.
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Il modus operandi dei partigiani, per colpire coloro che secondo il loro giudizio interpretavano il ruolo di spia, consisteva nel metodo GAP e cioè nell’avvicinarsi in bicicletta alla persona scelta e, dopo averne accertata l’identità, sparargli a bruciapelo.
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Questo metodo era stato oramai ferocemente collaudato con spietatezza, e applicato ai Corradi, freddati nell’agosto del ’44, e poi a Corrado Fiorentini il 16 febbraio, oltre che a Giovanni Pranzini il 5 aprile.
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La “prassi” ideata ad hoc per Wilma seguì invece un copione diverso.
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Fu infatti sequestrata a casa sua, dove fu oggetto di una visita da parte dei partigiani che, dopo essersi fatti aprire, la invitarono a seguirli per rispondere ad alcune domande e dare delle informazioni.
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Per non suscitare sospetti nella ragazza uno dei partigiani, un ragazzo di Tintoria, si fece riconoscere da Wilma asserendo di essere conosciuto dalla sorella di lei, Elia, di 19 anni, di cui era anche invaghito.
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La sorella confermò di riconoscerlo e ciò rassicurò Wilma che decise di seguirli.
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Elia però volle seguire la sorella, anche se ciò non era nei piani dei partigiani, che furono costretti ad accettarla per non insospettire Wilma sul vero scopo del suo “prelievo”.
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Da quella fatidica sera Wilma ed Elia non tornarono più a casa e non furono mai più viste né dai paesani né dai familiari, e su di loro scese una cappa di silenzio totale.
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Non furono mai nemmeno ritrovati i corpi, ma anzi furono spedite al padre Giorgio delle lettere anonime in cui si davano indicazioni volutamente sbagliate sul luogo di sepolture delle due ragazze.
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Ancora dopo molto tempo, negli anni sessanta, il padre oramai vecchio, fu visto scavare in via del Piastrino secondo indicazioni anonime dei suoi assassini, senza che però trovare i resti delle due sventurate figlie.
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A capo dei “valorosi ed eroici” partigiani che si accanirono contro due fanciulle inermi e indifese era a quel tempo Cicchetti “Fantomas”, comandante appunto del battaglione “Oriente”.
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Elio Cicchetti nacque a Napoli nel 1923, ma visse quasi sempre a Bologna, dove i suoi genitori si trasferirono.
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Per esigenze contingenti (orfano di madre all’età di 8 anni, e padre impossibilitato a provvedere al sostentamento della famiglia), iniziò a lavorare giovanissimo mentre frequentava ancora le scuole elementari.
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Secondo di quattro fratelli, fece il garzone presso un fabbro, poi l’aggiustatore e infine il tornitore in varie officine bolognesi.
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Nel 1942 fu chiamato alle armi e prestò servizio militare fino all’armistizio, l’8 settembre 1943.
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Entrò nella Resistenza, prima nella Settima Brigata G.A.P. poi confluendo nella
Quarta Brigata S.A.P. “Venturoli”, di cui divenne comandante.
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Per quanto riguarda la vicenda delle sorelle Vecchietti, sappiamo esattamente come si svolsero i fatti, poiché Elio Cicchetti scrisse un libro, intitolato “Il campo giusto”, edito da La Pietra nel 1970, in cui raccontò l’intera vicenda, usando nomi di riferimento inventati, ma riconducibili e a tutto ciò con palese evidenza.
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Cicchetti trattò di come, nel percorso seguito per il trattamento delle “spie”, in un caso particolare si fosse inserito un fattore anomalo, che portò all’uccisione di uno degli stessi partigiani (a cui Cicchetti dà il nome di Dox) da parte dei suoi compagni.
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Anche nel libro di Paolo Tedeschi : ( Baricella 1943/1945 Un piccolo paese nella grande tragedia ) è stato ripreso questo avvenimento.
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Cicchetti descrisse l’accaduto nel modo seguente, scrivendo testualmente :
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Dox volle essere incaricato dell’operazione.
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Appena buio, egli scelse due uomini di scorta e uscì.
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Poche ore dopo, i tre partigiani erano di ritorno.
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Assieme a loro, bendate e imbavagliate, c’erano le due spie.
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Appena entrate, ci fu un momento di imbarazzo ; nessuno sapeva come comportarsi : se essere gentili, trattandosi di donne, o se essere sgarbati, trattandosi di spie.
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L’imbarazzo aumentò quando le due ragazze vennero liberate da tutti i bavagli e fu possibile osservarle da vicino.
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Erano imbestialite ed aggressive ; ci avrebbero fatti a pezzi, ma erano due belle figliole, eleganti, giovani, profumate…
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Furono loro a toglierci dall’imbarazzo, mettendosi a gridare e a insultarci.
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Per farle tacere, dovemmo imbavagliarle di nuovo ; i sentimenti teneri che per un momento ci avevano ispirato erano già svaniti.
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Decidemmo di interrogarle il giorno dopo, con calma.
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Vennero legate insieme e caricate su un giaciglio di paglia, per passarvi il resto della nottata.
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La mattina seguente eravamo tutti di malumore.
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Forse avevamo sbagliato a non farle fuori subito, durante la notte, senza bisogno di interrogatori e confessioni.
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Ormai le prove c’erano e si sapeva che le due spie non sarebbero uscite vive di lì ;
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perdere tempo negli interrogatori serviva solo a prolungare l’agonia, non a cercare una verità che già sapevamo.
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Cominciammo l’interrogatorio nella tarda mattinata.
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Com’era prevedibile, le due ragazze negarono tutto.
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Per alcune ore si difesero respingendo ogni accusa, rifiutandosi perfino di ammettere le loro relazioni con i tedeschi.
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Nel pomeriggio andammo a chiamare alcuni parenti delle vittime e li mettemmo a diretto confronto con loro; di fronte a precise contestazioni, le ragazze cominciarono a smarrirsi, caddero in contraddizioni, finirono per cedere.
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Confessarono piangendo le loro responsabilità.
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A questo punto successe un fatto inatteso.
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Appena fu certo che le due spie sarebbero state condannate a morte, Dox, che era stato il loro principale accusatore, cambiò improvvisamente registro e cominciò a sostenere che dovevamo perdonarle e metterle in libertà.
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Tra la sorpresa generale egli dichiarò che, dal momento che avevano confessato, non c’era più motivo di punirle.
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La sua tesi era talmente assurda, che non fu presa nella minima considerazione.
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Ma Dox, che doveva aver maturato da qualche tempo il suo piano, fu inflessibile.
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La cosa cominciava a preoccuparci; tentammo di convincerlo a lasciar perdere, ma non ci fu verso.
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Quando si rese conto che non sarebbe riuscito a spuntarla, Dox giocò la carta estrema :
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Imbracciò il mitra, si portò in un angolo, puntò l’arma contro di noi e dichiarò chiaro e tondo che non avrebbe permesso a nessuno di toccare un capello alle ragazze.
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“Dopo quello che hanno passato - disse - , non si azzarderanno mai più a fare la spia.
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In ogni modo garantisco io per loro.
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Ma se provate a toccarle, dovrete vedervela con me.
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Io le ho portate qui e io le riporterò a casa loro ".
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L’atmosfera si fece di colpo drammatica e tesa.
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In quelle condizioni non era il caso di continuare a discutere, ma non era neanche possibile reagire.
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Dox aveva il coltello per il manico ed era troppo rischioso, per il momento, tentare di levarglielo dalle mani.
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Ritenni che l’unica cosa da fare, per evitare inutili spargimenti di sangue, fosse di prendere tempo fingendosi d’accordo con lui.
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" Va bene - dissi dopo un po’ - .
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Le lasceremo andare, ma non subito.
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E’ ancora giorno, e non possiamo bendarle.
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Se le mandiamo via senza bende, riconosceranno la strada e fra un’ora avremo i tedeschi alle calcagna.
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E’ meglio aspettare che sia buio. "
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Le mie parole presero Dox di contropiede e lo convinsero.
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Egli chiamò a se le due spie e si piazzò davanti a loro, sospettoso e fermo, col mitra in pugno, deciso ad aspettare in quella posizione che calasse la notte.
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Da quando ero entrato nel movimento partigiano mi era capitato più di una volta di dover affrontare situazioni difficili, ma una cosa così assurda la vivevo per la prima volta.
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Il tempo passava lentamente senza che si verificasse niente di nuovo.
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Dopo un’ora si sentirono spari in lontananza.
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Colsi al volo il pretesto per allontanarmi.
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" Forse sono i tedeschi che stanno cercando le ragazze - dissi a Dox - .
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E’ meglio che dia un’occhiata in paese; se stanno facendo un rastrellamento, dovremo spostarci prima che arrivino.
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Vado e torno ".
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Dox non fece obiezioni.
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Inforcai la bicicletta e corsi a perdifiato al comando di brigata.
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Trovai Ran che stava uscendo per recarsi a Budrio insieme a Michele.
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Gli raccontai rapidamente come stavano le cose.
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Ran non ebbe un attimo di esitazione :
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“ Al punto in cui siamo, non c’è altro da fare che liberarci di Dox, a qualsiasi costo.
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Permettergli di salvare le spie è una pazzia.
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Tollerare la sua prepotenza anche.
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Capisco che è doloroso, ma quando un partigiano sbaglia deve pagare, senza sentimentalismi.
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State attenti, vedete se è possibile neutralizzarlo.
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Giocate d’astuzia, cercate di non subire perdite ma fatelo fuori.
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Non c’è altra soluzione ”.
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Anch’io avevo pensato che si dovesse fare così, ma il problema era “come” farlo, non “se” farlo.
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A ogni modo, ora che avevo l’autorizzazione del comandante, mi sentivo più tranquillo.
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Ran proseguì per Budrio, Michele venne con me.
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Giungemmo nei pressi della base che era quasi buio.
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Dissi a Michele di aggirare l’edificio senza rumore e senza farsi vedere :
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“Appena senti chiudere la porta - gli dissi - , lancia un sasso contro i vetri.
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Se Dox si distrae, gli saltiamo addosso e lo disarmiamo, altrimenti gli sparo e succeda quel che deve succedere”.
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Ci lasciammo con il cuore in gola.
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Io mi diressi all’entrata della stalla, aprii la pesante porta metallica ed entrai.
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La situazione all’interno era immutata.
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Rinchiusi con forza la porta, per essere certo che Michele mi sentisse.
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Subito dopo, una violenta sassata frantumò i vetri di un finestrino alle spalle di Dox.
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Colto di sorpresa, Dox si voltò di scatto perdendo per un attimo il controllo della situazione.
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Gli fummo addosso tutti quanti e lo immobilizzammo.
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Egli pagò per primo l’assurda responsabilità che si era addossato con tanta arroganza.
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Subito dopo vennero giustiziate le due spie.
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I corpi vennero sepolti tra i campi, durante la notte”.
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Nel suo racconto Elio Cicchetti ha usato pseudonimi come quello di “Dox” per celare la vera identità degli interpreti della vicenda.
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Sembra che “Dox” in realtà fosse il partigiano 24enne Alfredo Zucchelli e che il suo nome di battaglia fosse in realtà quello di “Cagnen”.
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Alcuni elementi, come la data del decesso e la motivazione di morte data alla famiglia (caduto in combattimento) coincidono.
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Sulla triste vicenda delle due ragazze esiste un riscontro anche grazie al racconto di suor Teodora Magli, edito su “Ventuno sorelle per Baricella” nel 2001 e intitolato : “Tempo di guerra (1940 - 1945)”, a cura della Parrocchia Santa Maria di Baricella.
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Suor Teodora scrive :
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“Primo marzo :
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due ragazze sono state prelevate dai partigiani e portate non si sapeva dove.
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I tedeschi durante la notte prelevano l’arciprete e minacciano di mettere a ferro e fuoco tutto il paese se non vengono restituite alle rispettive famiglie le due giovani che erano impiegate presso i loro uffici.
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Le nostre preghiere salirono al cielo anche per loro; le due ragazze non sono più tornate”.
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L’arciprete, don Matrizzi, fu prelevato dai tedeschi per essere interrogato sulla
vicenda, e minacciato di morte.
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Le ragazze non furono mai più ritrovate, ma il parroco fu inspiegabilmente rilasciato, e il paese non fu messo a ferro e fuoco.
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Quali interrogativi si nascondono dietro a tutto ciò ?
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Come mai non furono fatte azioni di rappresaglia da parte dei tedeschi ?
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Chi intervenne a difesa del parroco ?
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Elio Cicchetti nel dopoguerra ha lavorato a Roma presso la Direzione centrale del P.C.I., poi si è trasferito nuovamente in Emilia, a Bologna, dove ha ricoperto dal 1957 il ruolo di Membro del Consiglio Direttivo dell’Istituto storico provinciale della Resistenza, nel capoluogo.
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Il padre delle due ragazze, Giorgio, è stato oggetto di scherno per molti anni anche dopo la fine della guerra, sotto forma di lettere anonime che gli vennero recapitate, allo scopo di indurlo a scavare per ritrovare i resti delle due figlie.
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Nelle località indicate nelle lettere anonime avrebbe dovuto trovare le spoglie delle due ragazze, ma le vili segnalazioni anonime in realtà non corrispondevano al vero, e avevano il solo scopo di continuare a infliggere dolore alla famiglia Vecchietti.
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Negli anni sessanta fu inviata alla famiglia l’ultima segnalazione, che indicava come località in cui scavare il “Pilastrino”, un luogo lontano dalla scena del delitto, in cui la sepoltura sarebbe stata possibile solo se i partigiani avessero avuto la possibilità di disporre di un’automobile per trasportarvi i cadaveri.
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Giorgio, il padre oramai vecchio vi si recò ugualmente, e scavò a lungo, senza riuscire però a ritrovare le amate figlie.
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Una ennesima crudeltà, espressa quindi da chi, evidentemente, ha fatto dell’odio il motivo dominante della propria vita e della propria fede, quella comunista.
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Sono pervenute anche lettere non firmate, di una persona che si dichiara “vissuta in quei tempi” e “pentita” , e che dà altre indicazioni sulla vicenda.
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Un’altra missiva, sempre anonima, fa riferimento alla presunta presenza all’eccidio di un certo Chiarini Elio, e al fatto che costui sarebbe quindi a conoscenza del luogo della sepoltura delle sorelle Vecchietti.
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Dissenso
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