domenica 24 maggio 2015

CRIMINALE COMUNISTA : NICOLAE CEAUSESCU

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Nicolae Ceasusescu
Ceausescu è stato Segretario del Partito comunista Rumeno dal 1965, Presidente della Romania e Presidente del Consiglio di Stato dal 1967 al 1989, anno in cui fu deposto e processato.
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La rivoluzione del popolo rumeno, stremato e ridotto in miseria da decenni di regime comunista, pose fine alla sua dittatura, sanguinaria e feroce, accusandolo di crimini contro lo Stato e di genocidio, e condannandolo alla pena di morte.
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Fu processato infatti dal “Tribunale Militare Eccezionale” (l’organo di Stato rumeno creato dai rivoluzionari nel 1989) e giudicato insieme alla moglie Elena il 25 dicembre, insieme alla quale fu fucilato.
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Il dittatore viveva nel lusso e nello sfarzo insieme alla consorte, mentre il Paese arrancava stretto dalla morsa della miseria più nera e dall’oppressione politica di un regime da cui non ci si poteva aspettare di meglio, come si evince dalla Storia di tutti i territori nel mondo in cui il comunismo si è imposto come dittatura.
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Il Premio Nobel Herta Muller
La voce più eminente sul passato tragico in cui la Romania di Ceausescu si è trovata ad annaspare, rischiando di soffocare in un delirio senza fine, è senza dubbio quella del premio Nobel per la Letteratura del 2009, Herta Muller.
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In uno dei suoi scritti afferma :
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«La bruttezza onnipresente era l’unica uguaglianza del socialismo. Ed era voluta, era programmatica», perché rendeva «apatici e privi di aspirazioni».
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E aggiunge che tutto ciò non  è  sparito con la caduta del muro di Berlino :
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«L’arrogante squallore dei funzionari comunisti è lo stesso ovunque, sembrano usciti tutti, ancora oggi, dalla stessa scuola di cadetti», citandone uno per tutti :
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Vladimir Putin”.
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L'aguzzina Maria Trusca
Un dato di cronaca : l’ex segretaria di Ceausescu, Maria Trusca, dopo che il dittatore fu giustiziato, fu assunta come badante presso una Casa di cura di Sassari.
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Evidentemente però, costei aveva assorbito i metodi staliniani del suo ex datore di lavoro, infatti fu arrestata per aver torturato i suoi pazienti all’interno della clinica sassarese, a suon di schiaffi e di secchiate d’acqua gelata.
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L’aguzzina, ex pedina dei servizi segreti di Ceasusescu, che sfuggì per un pelo alla mannaia della rivoluzione rumena, teneva legato ad una sedia, col nastro adesivo per pacchi, un suo paziente ammalato di Alzehimer.
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Il regime di Ceausescu era principe nella ricerca dei metodi coercitivi da applicare contro gli oppositori politici, come testimoniato da Dario Fertilio nel suo libro, “Musica per lupi” pubblicato dall’editore Marsilio, in cui si riporta alla luce uno degli esperimenti più disumani mai realizzati nel ‘900.
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Fra il 1949 e il 1952 infatti nel carcere di Pitesti, a nord di Bucarest, il regime decise di attuare un “piano di rieducazione” degli oppositori politici basato sulla tortura ininterrotta, giorno e notte.
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In tale contesto possiamo affermare che la connotazione assunta dal male, interpretato dall’essenza devastante del comunismo, assunse dimensioni mai vissute prima, nonostante i parallelismi con i genocidi avvenuti nello stesso secolo, come lo sterminio ebraico, e come i deportati nei gulag staliniani.
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Il regime comunista si servì di una squadra di criminali comuni guidati da Eugen Turcanu che, partendo dalle teorie del pedagogo sovietico Anton Semenovyc Makarenko, si adoperò per annientare qualsiasi eresia al credo comunista, al fine di “riprogrammare” i giovani della società comunista rumena.
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Il metodo, seguito da tutti i regimi comunisti è tristemente famoso nelle sue pur diverse divagazioni territoriali, offrendo un comune stereotipo di orrore e di violenza, come nel caso dell’Isola Calva nella Jugoslavia di Tito,  del lavaggio del cervello cinese e cambogiano, o della rieducazione attraverso il lavoro dei gulag sovietici.
Turcanu, seguendo l’aberrante iter praticato dal suo vate ispiratore Makarenko, si dedicò a questa feroce pratica, applicando la teoria secondo cui per rieducare un delinquente è necessario un altro delinquente (quale lui infatti era), e operando per alterare la personalità stessa delle sue vittime.
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I “più terribili atti di barbarie del mondo moderno”,  così come furono definiti da Aleksandr Solgenitsin i tentativi macabri e crudeli di Ceausescu di annichilire il dissenso rumeno, furono compiuti appunto nella prigione della città di Pitesti, che è divenuta così tristemente famosa per le atrocità che vi si commisero, così come in molte altre carceri del Paese.
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I metodi usati spaziavano dalla privazione del sonno, del cibo, e della parola, allo scopo di “indebolire il soggetto al suo ingresso nella prigione di Pitesti, poi successivamente si proseguiva con la tortura e i supplizi, per ottenere lo “smascheramento interiore”, con cui il prigioniero dichiarava le proprie convinzioni politiche e religiose.
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Si passava poi allo “smascheramento esteriore” con il quale si otteneva, sempre mediante l’uso della tortura, un elenco di nomi dei complici, veri o immaginari che fossero, per procedere poi agli arresti.
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Camera di tortura nel carcere comunista di Pitesti
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Un passo molto importante nel percorso di rieducazione consisteva nello “smascheramento morale pubblico”, attraverso cui il prigioniero doveva pubblicamente abiurare i suoi ideali politici e religiosi (attraverso la blasfemia, e distruggere la reputazione dei propri parenti e amici più cari.
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L’ultimo passo, decisivo per completare la procedura e dimostrare  di essersi ravveduti, era quello della “metamorfosi”, in cui si veniva arruolati nel gruppo stesso dei torturatori per effettuare a propria volta, in prima persona su parenti e amici,  le medesime torture precedentemente subìte.
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Il regime comunista si sbizzarrì nel fornire ai torturatori un vero e proprio catalogo di torture e di sevizie da applicare senza risparmio sugli sventurati prigionieri.
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Ne diamo un esempio, desunto dalla bibliografia sull’argomento :
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Il criminale Eugen Turcanu
Lesioni sul corpo con corpi contundenti.
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Marchiature a fuoco e bruciature sul corpo.
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Perforazione delle piante dei piedi per mezzo di aghi.
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Privazione del sonno o costrizione a dormire in posizioni fisse (ad esempio immobili con le braccia rigidamente incrociate sul petto).
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Privazione della luce per lunghi periodi.
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Esposizione per lungo tempo a luce intensa.
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Divieto di parlare.
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Sospensione dello sventurato al soffitto, appeso per le ascelle, con pesi sulle spalle.
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Schiacciamento del corpo con pesi.
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Strappamento dei capelli alla radice.
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Rottura delle dita delle mani e dei piedi.
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Obbligo di inghiottire sale senza poter bere acqua.
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Tortura della goccia cinese (il malcapitato veniva immobilizzato e una goccia gli veniva fatta cadere sulla fronte ripetutamente per giorni interi, nello stesso punto, causando follia e lesioni al cranio).
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Obbligo di mangiare dalla gavetta il cibo bollente.
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Museo degli orrori istituito
nell'ex carcere di Sighet
Costrizione ad urinare nelle bocche dei compagni.
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Immersione prolungata della testa in secchi colmi di urina e feci.
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Umiliazione con i compagni di cella, a cui si doveva baciare il posteriore nudo.
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Coprofagia forzata.
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Atti sessuali contro natura.
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Costrizione a rituali sacrileghi, come blasfemia durante messe e processioni in cui si parodiavano bestemmie rituali sulla vita sessuale del Cristo.
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Una delle parodie più diffuse era quella in cui le processioni si svolgevano con i partecipanti completamente nudi, al seguito di uno di loro vestito con abiti sacerdotali e reggente un fallo di sapone, che tutti erano costretti a  baciare.
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Si organizzavano scene blasfeme, come quella della natività, in cui si rappresentavano la sodomizzazione di Giuseppe o di Gesù e Maria, o ancora con sedute prolungate sul water, con scene di giubilo dopo la defecazione, interpretata come la nascita del Messia.
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Si simulava la cerimonia battesimale, sostituendo all’acqua un miscuglio di urina e feci e vi si faceva immergere la testa ai condannati, ogni mattina, per mesi e mesi.
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Tutto ciò finì solo perché le notizie di tali nefandezze travalicarono i confini della Romania, costringendo il regime comunista a nascondere in tutta fretta le prove di tutti i misfatti.
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Furono così fucilati in gran segreto sia lo stesso Turcanu che la sua congrega di assassini, al soldo di Ceausescu, e la documentazione riguardante Pitesti fu manipolata e parzialmente distrutta, compresi gli atti processuali del processo-farsa a Turcanu stesso.
Su un totale di 550 mila detenuti politici incarcerati  dal regime comunista, circa 5 mila transitarono per Pitesti.
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Nel frattempo il popolo romeno agonizzava, stretto in una morsa economica e in una crisi causata dalla colpevole incompetenza del dittatore, che fece arretrare il Paese fino all’ultimo posto nelle già fragili economie dei paesi dell’est comunista.
Ceausescu bloccò le importazioni e ogni innovazione tecnologica, penalizzando pesantemente l’industria romena.
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Vietò l’uso prolungato delle lampadine, per cui ogni cittadino poteva accenderne una di 40 watt, per un massimo di tre ore a testa.
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L’uso del frigorifero e degli elettrodomestici era al bando, mentre quello dell’acqua calda era consentito per un massimo di quattro ore al giorno e solo nei mesi più freddi.
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I ristoranti dovevano chiudere alle 21, e i negozi alle 17.30.
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Ceausescu realizzò il canale Danubio-Mar Nero che fu ribattezzato “il canale della morte” poiché il dittatore si servì di prigionieri politici (a costo zero) per la sua costruzione.
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Il regime comunista nazionalizzò le terre, le banche e le maggiori industrie del paese, sovietizzando di fatto la Romania, sotto la guida dei “consiglierisovietici, che di fatto avevano occupato i posti chiave del potere politico, come i ministeri.
Ceausescu può essere ben definito un prodotto dello stalinismo, poiché dopo aver venerato il dittatore sovietico come modello politico, ne seguì i metodi tipici, così come ne condivise la stessa paranoia nella sua ricerca di nemici e oppositori,  che eliminò senza esitazioni liquidandoli come “nemici di classe”.
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In questa ottica si scagliò contro i partiti democratici, l’esercito del re, gli intellettuali, il clero, gli studenti e i suoi stessi compagni di partito che gli erano ostili.
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La stampa fu imbavagliata e il braccio repressivo del regime comunista, attraverso “il terrore”, raggiunse e punì tutti coloro che non si allinearono alla politica del dittatore rumeno.
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Ceausescu impose una politica delle nascite che, vietando l’aborto per mezzo del famigerato “Decreto 770”, fece aumentare il numero dei bambini abbandonati dai genitori.
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Molti bambini indesiderati furono messi in orfanatrofi e istituzioni romene, soprattutto quelli che erano malati o erano portatori di disabilità, frutto del tentativo di un aborto approssimativo.
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Era vietato l’uso del preservativo ed era anche prevista una pesante tassa sul celibato per gli over 25 poiché non procreando sarebbero incorsi nel crimine di tradimento delle leggi relative alla “continuità nazionale”.
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In pratica i “feti” erano di proprietà dello Stato e si istituì una vera e propria polizia anche per le donne sotto i quarant’anni, che venivano controllate mediante le registrazioni dei periodi mestruali.
Chi non rimaneva incinta veniva interrogata.
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Gli effetti collaterali di questa devastante politica governativa portarono a 170 mila bambini abbandonati, molti dei quali trovarono “sistemazione” nelle fogne cittadine, che divennero la loro “casa” negli anni ’90.
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Ancora oggi 5000 bambini vivono per strada dedicandosi all’accattonaggio e alla prostituzione per procacciarsi di che vivere.
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Dopo le prestazioni sessuali molti si infettano e si ammalano di Aids, oppure diventano preda dei pedofili di mezza europa, mentre negli orfanotrofi la violenza e la fame sono strumenti abituali che spingono i ragazzi stessi a scappare.
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La moglie di Ceausescu, Elena, anche lei comunista, fu responsabile della più grande epidemia di Aids dell’Occidente, non solo compiendo esperimenti con cavie umane (i piccoli orfani degli orfanotrofi), ma proibendo gli esami del sangue in Romania, sostenendo che tale malattia non era presente nel Paese, essendo tipica dei “decadenti occidentali”.
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Orfanelli vittime dell'AIDS,  alla Camera mortuaria di Constanta, in Romania, nel 1990
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Il 16  dicembre 1989 iniziò il declino della dittatura comunista e della famiglia Ceausescu, in seguito a disordini a Timisoara causati da una manifestazione popolare a sostegno di un sacerdote ungherese, Laszlo Tokes, incarcerato per aver attaccato il regime.
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L’esercito sparò sulla folla, provocando la morte di centinaia di persone.
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Quattro giorni dopo ci fu una nuova manifestazione, in cui parteciparono più di 50 mila persone, per protestare contro il governo di Ceasusescu, a cui il dittatore rispose ordinando un altro raduno di massa per il giorno successivo, a Bucarest, nella Piazza centrale.
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Si presentarono 100 mila persone,  che presenziarono sulla Piazza fino al giorno seguente, in cui il dittatore iniziò a rivolgersi alla folla per condannare i fatti di Timisoara.
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Poco dopo si udirono degli spari, e si sparse la voce che i miliziani del dittatore avessero sparato sulla folla.
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I manifestanti reagirono inferociti, dando di fatto inizio alla rivoluzione rumena, che si diffuse capillarmente in ogni angolo del Paese, mentre il popolo iniziò a combattere contro l’esercito che nel frattempo li fronteggiava con i carri armati e l’uso delle armi.
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La popolazione scese in Piazza sempre più numerosa e molti cittadini pagarono con la vita il loro tributo di sangue alla rivoluzione.
Molte vittime furono sottoposte a fucilazione, maltrattamento e accoltellamento,  oppure schiacciate dai cingoli dei carri armati, ma contrariamente a quanto pensava Ceausescu, certo di riuscire a sopprimere la ribellione, la rivoluzione fu inarrestabile.
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Il dittatore e la moglie tentarono la fuga, ma furono catturati e trasportati nella scuola elementare di Targoviste, dove un tribunale militare pronunciò per loro una sentenza di condanna a morte.
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Ciò avvenne il 25 dicembre, e nello stesso giorno fu eseguita anche la sentenza nel cortile dell’edificio, mentre il popolo abbatteva tutti i simboli del potere comunista, abbattendo le statue del dittatore e devastando i palazzi del potere.
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Il mondo occidentale manifestò la propria solidarietà al popolo romeno, ma dietro la rivoluzione che abbattè Ceausescu si nasconde  una devastante ambiguità, per colpa della quale non furono prodotti cambiamenti di rilievo.
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La guida politica della Romania, sotto il regime di Ceausescu, era gestita da Mosca e dal KGB, che consideravano però il dittatore come un ribelle, a causa del suo disallineamento  dai dictat sovietici, e del suo recalcitrare al controllo totale,  polemico anche a riguardo dell’invasione russa  della Cecoslovacchia del 1968.
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La polizia segreta, la famigerata "Securitate", organizzata dal KGB sovietico, preparò l’ascesa al comando di colui che fu poi messo a capo, in effetti, del popolo rumeno, dopo la morte di Ceausescu : Ion Iliescu.
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L'agente del KGB Ion Iliescu, Presidente della Romania
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Mosca diede al popolo rumeno l’illusione di essersi liberato da un regime, quello comunista, mentre il realtà stava solo riappropriandosi per mezzo di una rivoluzione ambigua e inconcludente, del potere a cui Ceausescu stava sfuggendo.
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Il nuovo Presidente rumeno, messo al comando del paese dal KGB russo, era in realtà proprio un agente dei servizi segreti  sovietici, che in questo modo proseguirono a tutti gli effetti il totale controllo sul popolo rumeno che si era allentato sotto la dittatura di Ceausescu.
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Oggi i servizi segreti della sfera comunista si sono organizzati mediante la creazione di vere e proprie “mafie” che monopolizzano le risorse energetiche dei Paesi in cui sono presenti, a partire dalla Romania.
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Nel paese, l’organizzazione KGB-Securitate ha prodotto una lobby che si è appropriata del potere economico e politico, fagocitando i tycoon televisivi e imprenditoriali, le amministrazioni e i CDA delle banche, inserendo alla guida dei posti chiave gli agenti che provengono dalle file dei servizi segreti, come nel resto dei paesi satelliti comunisti, secondo un piano collaudato.
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In Bielorussia il KGB di oggi si chiama ancora così, ed è il braccio operativo della dittatura che attanaglia il Paese.
In Moldova il governo è guidato dal Partito Comunista, presieduto da un generale del KGB, Vladimir Voronin.
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In Transnistria il Ministro per la Sicurezza è il generale del KGB Vladimir Antufeev, ricercato a livello internazionale per omicidio plurimo.
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Questo paese è considerato il buco nero d’Europa, sede di traffici internazionali di armi e di droga, non è riconosciuto da alcun Paese al mondo.
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Complice di Antufeev è anche il Presidente Igor Smirnov, proveniente dalle file del KGB, che ha in mano la bilancia commerciale del Paese.
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I traffici di questo personaggio si sviluppano con il terrorismo mondiale, come Hamas, Hezbollah, Lupi Grigi, e Al Qaeda, cui fornisce armi e appoggio.
Un bel quadro, non c’è che dire, che si sovrappone alla caduta di Ceasusescu, salutata da tutti come vittoria sul comunismo in Romania, ma che in realtà ha rafforzato proprio il regime sanguinario e tristemente famoso che ancora attanaglia molti Paesi nel mondo : il regime comunista.
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Dissenso
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domenica 10 maggio 2015

PERSECUZIONI RELIGIOSE DEL COMUNISMO CINESE

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Il comunismo, in quanto estrinsecazione di un ateismo tanto sconfinato quanto plateale, non solo dissacrante ma distruttivo e feroce nei confronti di qualsiasi religione, trova nel Paese del “Celeste Impero” una corrispondenza simbiotica con questi particolari aspetti che lo caratterizzano.
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La politica cinese nei confronti di ogni religione è infatti impregnata nella sua essenza di un odio implacabile, che soffoca ogni tentativo di misticismo e di anelito religioso e spirituale.
Vere e proprie stragi di religiosi sono state compiute in nome di Marx, mentre la furia e il parossismo nichilista delle autorità comuniste ha spesso trovato sfogo nella distruzione di chiese, templi, o pagode delle varie rappresentanze religiose.
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Il Tibet assiste oramai da anni alla sistematica distruzione delle bellissime pagode in cui i pacifici monaci buddisti esercitano la loro passione di vita votata alla religione.
A ciò va aggiunto che, poiché il tessuto sociale tibetano è impregnato dell’essenza stessa della religione buddista, producendo come risultato una vera e propria simbiosi tra buddismo e popolazione, le autorità cinese hanno organizzato un genocidio sistematico dell’intera popolazione.
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Interi gruppi familiari buddisti vengono prelevati e deportati, nell’indifferenza dei Paesi occidentali, e sostituiti con gruppi di etnia cinese che ne prendono il posto. 
Sono state proibite tutte le manifestazioni di cultura buddista, come la lingua, le usanze, la bandiera, e le tradizioni, nel tentativo di estirpare radicalmente la religione dal territorio comunista cinese.
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I monaci protestano platealmente e decisamente, ma è rimasto loro un unico sistema per farsi ascoltare dalla comunità internazionale : l’auto immolazione con il fuoco.
Non passa giorno senza che qualche sacrificio umano si verifichi in Cina, in nome di una libertà costantemente negata.
Lo straziante grido di aiuto dei monaci tibetani ha preso le sembianze di una estrema e lacerante offerta che è quella della propria vita, a ribadire il rifiuto di un comunismo opprimente e devastante che non permette alle persone nemmeno di adorare il proprio Dio.
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Allo stato attuale risultano essere moltissimi i preti che sono letteralmente scomparsi nel nulla, svaniti nei meandri di un apparato comunista feroce e sanguinario.
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In Cina, parallelamente alla Chiesa cattolica, che segue le linee guida del Vangelo sotto la benedizione del Santo Pontefice, esiste anche un’altra Chiesa, posizionata dal regime “ad hoc” sul territorio per “confondere le acque”, e per dare al popolo un apparato pseudo-religioso che pur avendo le sembianze di un organismo religioso, in realtà altro non è che uno strumento di controllo che il potere comunista esercita sulle masse.
In questo modo, la Chiesa “di regime” denominata “Ufficio affari religiosi” assume il ruolo di rappresentante legale delle coscienze, di cui il partito comunista ne è lui stesso il controllore, mentre la vera Chiesa cattolica, quella legata al Papa e al Vangelo diventa una organizzazione fuori legge e sotterranea, che può operare solo di nascosto e rischio della vita.

La preghiera assume quindi la caratteristica di crimine contro lo Stato mentre la Santa Messa e l’appartenenza stessa alla comunità cristiana è oggetto di persecuzione.
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La deportazione dei cristiani e il loro internamento nei laogai, i famigerati lager del secondo millennio, sono lo strumento principe con cui il regime comunista annichilisce chiunque non si allinei alla linea di pensiero marxista, accompagnando la carcerazione con sistemi di lavaggio del cervello collaudati da decenni, con l’uso della tortura, e con sedute di “rieducazione” coatta.
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A questo proposito, suggerisco la lettura di “Zuppa d’erba” scritto da Zhang Xianliang, sopravvissuto a 22 anni di “campo di rieducazione” cinese, di cui scrissi una recensione al LINK :
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Ad esempio del “modus operandi” del regime comunista possiamo citare il caso del  vescovo Mons. Tommaso Zeng Jingmu, della diocesi “sotterranea” di Yujiang, che ha passato 23 anni in prigione per il solo fatto di essere fedele alla religione cattolica e per la sua obbedienza al Pontefice.
Nel mese di maggio del 2014 è stato arrestato l’amministratore apostolico della stessa diocesi cinese di Yujiang, padre Giovanni Peng Weizhao, 40 enne, che svolgeva la sua attività religiosa sotterranea, in contrasto con i dictat del partito comunista.
Di lui è ignota la sorte poiché è detenuta in località sconosciuta.
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Il pastore Zhang Shaojie della provincia di Henan, sta scontando una pena di 12 anni di detenzione per “aver radunato la folla allo scopo di turbare l’ordine pubblico”, mentre in realtà svolgeva le sue funzioni di prete durante lo svolgimento di una messa.
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Con la stessa motivazione è stato arrestato e condannato a sette anni Yang Rongli che guidava la Chiesa Linfen della provincia di Shanxi.
In un’altra provincia, quella dello Zhejiang invece, secondo i rapporti di China Aid, la repressione si è recentemente focalizzata sulla distruzione dei luoghi di culto, che ha portato alla demolizione di più di 60 chiese di quel territorio.
China Aid è una organizzazione che dal 2002 combatte in Cina per la salvaguardia dei diritti umani, per la liberazione dei detenuti prigionieri di coscienza, per la libertà religiosa, e per contrastare gli abusi e le persecuzioni del regime comunista cinese.
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La repressione comunista non si accanisce solo sui 12 milioni di cattolici presenti in Cina, ma anche su qualsiasi altro movimento religioso, come ad esempio quello del Falun Gong (detto anche Falun Dafa) i cui adepti testimoniano un costante ricorso alla tortura da parte delle autorità nei loro confronti.

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Anche nei confronti di questo movimento spirituale infatti si accanisce costantemente la furia del governo cinese, capitanato da Xi Jinping, un vero e proprio criminale comunista che combatte qualsiasi dissenso col pugno di ferro.
Sono infatti più di 1.000 gli attivisti per i diritti umani imprigionati fino ad oggi dal Presidente Xi Jinping che sta operando quindi la più grave repressione dal massacro di Piazza Tienanmen del 1989.
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Il percorso criminale cui il comunismo ci ha abituato nelle varie zone del mondo in cui è stato ed è presente, si snoda in Cina attraverso le persecuzioni cui diedero origine Mao Zedong “in primis”, insieme alla sua ultima moglie Jiang Qing durante la cosiddetta Rivoluzione Culturale, e proseguite poi con le nefandezze e i soprusi attuati dagli altri leader comunisti, come Deng Xiaoping o Zhou Enlai.

Oggi alcune tra le maggiori organizzazioni che operano a favore dei diritti umani, asseriscono che la Cina è il paese al mondo in cui si eseguono più condanne a morte.
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Le stime di “Amnesty International” arrivano ad ipotizzare, in mancanza di dati “ufficiali”, di almeno 6.000 esecuzioni all’anno nella Cina comunista, mentre “Nessuno tocchi Caino” offre analisi di pari entità.
Un esponente politico cinese, invece, il Preside dell’Università di Legge dell’Università sudorientale cinese, ha parlato di 10.000 esecuzioni annuali.
L’Occidente sembra completamente disinteressato a tutto ciò, capitanato da orde di “politici” interessati solo a riempirsi le tasche e a mantenere uno “status” privilegiato nei confronti di quegli elettori che, inspiegabilmente continuano a votarli…
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Gli interessi economici rappresentano la “chiave di volta” attorno a cui ruota il sistema comunista cinese continua imperterrito a compiere i suoi misfatti.
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Negli ultimi anni la Cina è riuscita a detenere percentuali significative dei debiti pubblici di alcuni tra i più importanti Stati Occidentali, aumentando le esportazioni e le importazioni, creando una dipendenza interattiva nei mercati economici, a cui poco importa se le opportunità di guadagno siano legate ad un sistema di sfruttamento e di repressione di un intero popolo.
Le fabbriche cinesi che producono a ritmo continuo i prodotti esportati in Occidente, sono spesso lager camuffati da imprese commerciali, anche con nomi altisonanti, come ad esempio “JINZHOU JINKAI ELECTRICAL GROUP”.
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In questi veri e propri mattatoi si macella carne umana, sfruttando il lavoro gratuito di schiere di deportati per motivi religiosi, o politici, o razziali, imponendo loro ritmi di lavoro obbligatori, come si usava fare anche nei lager staliniani (la famosa “norma”) e con coercizioni e torture quotidiane.
I prodotti che arrivano in Occidente dalla Cina sono lordi del sangue di milioni di vittime dell’apparato sanguinario cinese, uno dei “paradisi comunisti” ancora esistenti oggi.
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La sete di denaro che attanaglia le economie mondiali permette che accada tutto ciò, al punto che i Presidenti delle repubbliche europee, e non solo, ad uno ad uno, si sono sperticati in strette di mano, sorrisi di compiacimento, ed elogi, nei confronti del presidente cinese.
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Mentre 50 milioni di esseri umani sono oggi segregati in campi di concentramento, abbiamo assistito attoniti alla stretta di mano di Xi Jinping con :
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Matteo Renzi, Presidente del Consiglio italiano,
Giorgio Napolitano, ex Presidente della Repubblica Italiana,
Silvio Berlusconi, ex premier italiano,
Barack Obama, Presidente degli Stati Uniti,
Ban Ki-moon, Segretario generale delle Nazioni Unite,
Dan Kritenbrink, vicecapo della missione diplomatica statunitense in Cina,
Mamnoon Hussain, Presidente del Marocco,
Alberto II, Principe di Monaco,
Angela Merkel, Premier tedesco,
Ashraf Ghani Ahmadzai, Presidente dell’Afghanistan,
Kirill I, Patriarca ortodosso di Mosca,
Shinzo Abe, Primo ministro giapponese.
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Vorrei chiarire la semantica di alcuni termini che ricorrono nella storia repressiva comunista cinese, attraverso cui possiamo farci un quadro più oggettivo.
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LAOGAI

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E’ il sistema basato sui campi di concentramento cinesi, sulle prigioni e sul lavoro forzato, sui centri di detenzione e sugli ospedali psichiatrici.
Il termine tradotto significa “riforma attraverso il lavoro”.

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Il governo comunista, dopo che il termine Laogai ha iniziato ad essere conosciuto in Occidente, lo ha modificato, rimpiazzandolo con quello più generico e innocuo di “prigione”.
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In queste strutture il detenuto è obbligato a lavorare, per “servire alla costruzione economica dello stato”, contribuendo alla produzione di quanto occorre per le attività imprenditoriali previste.
In questo modo si producono quantitativi considerevoli di materiali a costo zero che invadono poi i mercati occidentali.
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Queste merci sono estremamente competitive per quanto riguarda il prezzo, poiché la mano d’opera non prevede i percorsi che in Occidente tengono conto dei diritti delle manovalanze e degli operai preposti alla produzione, come i salari e le assicurazioni sanitarie o pensionistiche.
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Questa concorrenza sleale, che ha rovinato interi settori merceologici europei, si basa sullo sfruttamento e sulla vita stessa di milioni di persone tenute prigioniere dal regime comunista cinese.
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Chi si rifiuta di collaborare viene condannato a morte, come nemico dello Stato,  e i suoi organi vengono prelevati per entrare  a far parte di un turpe mercato in cui la Cina è prima al Mondo, e cioè il commercio di organi umani.
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Una indagine della Laogai Research Foundation ha stimato in 1.422 il numero dei laogai oggi presenti sul territorio cinese, ma probabilmente il numero effettivo dei campi di concentramento è molto più elevato.
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LAOJIAO

E’ una forma di detenzione amministrativa, secondo cui il regime può tenere in carcere i cittadini cinesi fino a tre anni anche senza processo.
Il termine tradotto significa “rieducazione attraverso il lavoro”.
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Coloro che risultano essere invisi al regime possono anche ritrovarsi chiusi in manicomio ed essere sottoposti a cure psichiatriche forzate, compreso l'elettroshock.
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ANKANG

Paradossalmente questo termine tradotto significa “pace e salute”, mentre in realtà l’ankang è una forma di detenzione psichiatrica.
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BLACK JAILS
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Sono parte di un sistema di detenzione segreto formalmente illegale, noto al regime che però non solo finge di non conoscere ma anzi lo tollera.
I singoli cittadini possono presentare alle autorità delle denunce o delle petizioni riguardo gli abusi subiti da parte di funzionari locali, e per questo viaggiano fino a Pechino o fino alla capitale della provincia in cui risiedono.
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I funzionari però, forti di squadracce di mercenari, tentano di impedirlo e di catturare i malcapitati, rinchiudendoli poi in strutture, a volte affittate allo scopo, e sottoponendoli a restrizione della libertà e a torture, complice un regime compiacente.
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Segnalo ora alcuni Laogai che pubblicizzano impunemente  in Internet la loro attività commerciale :
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Food & Beverage Online  -  LINK : http://www.21food.com/
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OriProbe Information Services  -  LINK :  http://www.oriprobe.com/
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Mint Powerful streamlined business information  -  LINK : http://mintportal.bvdep.com
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MadeInChina.com  -  LINK : http://www.madeinchina.com/
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Chinabizdb  -  LINK : http://www.chinabizdb.com/
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Chinaec8  -  LINK : http://www.chinaec8.com/
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Boicottiamo i prodotti cinesi, in nome dei diritti dell’uomo !
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Non rendiamoci complici di questo turpe commercio di vite umane !
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Dissenso
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