domenica 5 agosto 2018

IL PREMIO STREGA 2018


Ho da poco letto il libro intitolato “La ragazza con la Leica”, scritto da Helena Janeczwek, vincitrice del Premio Strega 2018.
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Il volto della disinformazione letteraria
Francamente, mi è apparso fin dalle prime pagine del prologo, come la riproposizione di un ennesimo trito e ritrito rigurgito di antifascismo, accompagnato per contro, come se ciò fosse una prerogativa simbiotica, dall’immancabile apoteosi del comunismo e del fenomeno rivoluzionario.
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L’ambientazione del romanzo è datata, all'inizio, nel 1936, in una Spagna che si sta armando contro il fascismo, appunto, e ciò, alla luce dei tanti libri mai scritti sul gulag e sui milioni di morti ammazzati dal comunismo, sembra quanto meno anacronistico, se non addirittura compiacente con la tendenza pseudo intellettuale delle sinistre odierne, allineate a stereotipi disinformativi ben delineati.
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Nel prologo, la figura dell’operaia che tiene il fucile tra le gambe, e la coppia ridente (sempre armata di fucile), vogliono simboleggiare una tendenza che sempre più, oggi, appare come l’estremo tentativo di resuscitare fantasmi del passato; un passato che con la scusa dell’antifascismo crea un alibi all’imposizione di immediate riproposizioni di un comunismo e di un marxismo beceri e mai morti, sopiti ma sempre pronti a ripresentare i mille volti di odio e disperazione di cui sono l'essenza, e che li contraddistingue.
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Nei dialoghi fra i protagonisti del romanzo appaiono fin dalle prime pagine i riferimenti a Marx, a Lenin, e a Rosa Luxemburg, proposti (anzi imposti) in chiave positiva, come a voler sbilanciare il lettore verso posizioni di riferimento obbligate, verso un binario da percorrere che si dirige nella direzione prefissata, mentre i riferimenti a Mussolini e al fascismo ne sono il corollario di contrasto.
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Un libro, questo, la cui pianificazione politica segue costantemente un filo apertamente marxista, con i suoi riferimenti a Mosca e a Lenin, omettendo accuratamente di accennare, neppure minimamente, ai tanti milioni di disperati uccisi proprio in nome del comunismo stesso e dei suoi leader.
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Ogni tanto è riproposta una enfasi anacronistica che rispunta con impazienza rivoluzionaria, accuratamente costruita e artefatta, che priva il lettore di una flluidità narrativa omogenea e interessante, svilendo la trama stessa del racconto e declassandolo a mera propaganda politica.
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Non mancano i riferimenti che si affacciano alla diaspora ebraica e alle migrazioni nella Francia non ancora occupata dai nazisti, senza però accennare  mai, neppure minimamente (lo schema disinformativo si ripete), al fatto che mentre Hitler da un lato iniziava ad emanare leggi razziali contro gli ebrei, dall’altro Stalin e Lenin ne avevano già ammazzati a centinaia di migliaia, sia direttamente con le deportazioni, che indirettamente con l’organizzazione di pogrom (1) in tutti i territori soggetti all’influenza bolscevica.
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L’essenza della disinformazione comunista di cui è impregnata l’evoluzione  della narrativa stessa, impone all’autore di questo libro di proporre Gerda, la ragazza con la Leica, nei panni di demagogica crocerossina,  impegnata a immortalare scene e visioni di umanità sofferenti, di vittime di bombardamenti, di uomini nudi coperti da lenzuola insanguinate.
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Le prime 80 pagine del romanzo seguono il tracciato sopra descritto, insistendo ancora sulla tragica scomparsa di Gerda, morta sì per un incidente stupido e crudele, ma pur sempre in una guerra che, con le sue immagini, voleva vincere la lotta contro il fascismo.
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Le riflessioni del protagonista, il Dottor Chardack, spaziano da un lato verso  considerazioni sulla sua stessa figura di ebreo anomalo, non legato alle tradizioni religiose, svincolato da imposizioni etniche e calato in un ruolo di scienziato e illuminista, che pare osservare con distacco l’evolversi delle situazioni che lo circondano, mentre dall’altro rivivono una malinconica serie di rimembranze, di ricordi, di fatti ed episodi di vita vissuta, in perenne afflato con Gerda, su cui il protagonista tenta di lasciare una impronta indelebile, prodromica ad una auspicata quanto improbabile simbiosi.
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Fanno  da corollario i ricordi della gioventù studentesca trascorsa a Lipsia, poi a Parigi, dai quali emerge, caso mai ce ne fosse bisogno, l’impellenza di ribadire un modus vivendi fuori dalle righe e dall’ordinario, alla giornata, magari supportato da furtarelli quotidiani e da una concezione della vita refrattaria a imposizioni di qualunque tipo, di tipo bohemien.
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Non manca, nuovamente, il tentativo di fagocitare il lettore verso tesi che l’autrice vorrebbe universalizzare, ma che in realtà esprimono invece (in una platea culturalmente preparata) una concatenazione di sentimenti avversi a tale tentativo.
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La morte di Gerda viene infatti presentata come l’estremo sacrificio di una martire, avvolta nella bandiera rossa, che ha perso la sua vita in difesa di un valore universale a cui l’intera umanità fa riferimento, e da cui ne dipende il futuro stesso.
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Il saluto con il pugno chiuso e le processioni rosse delle manifestazioni, così come le ipotesi rivoluzionaire, non potevano certo mancare in questa farsesca rappresentazione che pare uscita da un melodramma di infima categoria, e che tratteggia molto bene l’universo della feccia comunista.
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Le istantanee scattate da Gerda e da tutti i suoi colleghi fotografi pseudo rivoluzionari, sebbene presentati al lettore come campioni di antifascismo e come depositari di un turbamento ideale che solo la fotografia può trasmettere,  in realtà esprimono una bassezza culturale, ideologica, e morale, che trascende da un manipolato entusiamo e sfocia in un complice asservimento ai dictat del comunismo.
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Mancano infatti in tutta l’opera dell’autrice i riferimenti, noti ma tenuti nascosti, alle tragiche vicende dell’intero popolo russo, anch’esso asservito con la violenza agli stessi dictat a cui Gerda e i suoi amici si prostrano con entusiasmo.
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Una normale divagazione avrebbe consentito, mediante un approccio contestuale quanto doveroso, di affermare di fronte al lettore una propria verginità ideologica, non assuefatta a logiche di partito, che raccontasse anche le miserie dell’universo comunista, appunto.
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L’autrice ha invece deliberatamente omesso qualsiasi riferimento di tipo critico,  enfatizzando con perseveranza un avanguardismo rivoluzionario condito da spaccati di vita che definire insulsi sarebbe eufemistico.
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Il banditismo nazista nei confronti degli ebrei, così come i saccheggi, gli interrogatori e la prigione, a loro riservata, non hanno ragione di Gerda, che  nel romanzo viene quindi considerata, ad un certo punto, come una creatura di  un mondo a parte.
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Questa divagazione, ricorda un’opera dello scrittore polacco Gustaw Herling,  intitolata “Un mondo a parte”, in cui l’autore racconta la sua deportazione nei gelidi gulag siberiani, dove fu costretto a vivere a temperature di 40 gradi sotto zero.

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Quello di Herling è veramente “un mondo a parte”, e il solo accostamento seppur lessicale dell’autrice ad una realtà così devastante come quella effettiva e reale del comunismo, senza però citarlo ma anzi nascondendolo, diventa offensivo per qualsiasi lettore che abbia un minimo di conoscenza dell’argomento.
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Tutta l’opera, se così si può chiamare, è una mistificazione che compare sulla scena letteraria in un particolare momento storico-politico, quello odierno, in cui la sinistra soffoca, strangolata dall’espandersi delle sue stesse millanterie.
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Fa molto comodo alle sinistre il poter disporre di schiere di pseudo intellettuali, come l’autrice, appunto, pronti a ripetere l’esperimento già riuscito e attuato in passato con la diffusione dell’opera “il diario di Anna Frank”.
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Risvegliare sentimenti particolari, facendo leva su emozioni ancestrali, è uno dei metodi adottati dalla disinformazione comunista oramai da decenni, parallelamente all'opera di omissione, di mistificazione, e di annientamento di altre importanti realtà, volutamente celate e rese inaccessibili per lungo tempo.
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Il romanzo vincitore del Premio Strega 2018 appare proprio così, come il prodotto di un autrice che ci impone un remaking dal sapore nauseabondo e sicuramente disprezzabile, grottesco, e partigiano.
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La trama, confusa e priva di fluidità, sembra solo un mezzo per trainare il vero scopo della proposta letteraria, finalizzata all’enfatizzazione del comunismo e della rivoluzione.
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L’anacronismo e la doppiezza sono quindi elementi intrinsecamente riscontrabili in tutto lo svolgersi dell’opera, da cui traspare uno stillicidio di manovre propagandistiche, celate nella cosiddetta trama narrativa, che offendono l’intelligenza del lettore.
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Anche quando l’ambientazione del romanzo si sposta avanti nel tempo, fino al 1960, l’autrice, non paga della sua incessante propaganda, continua imperterrita a riproporre rimembranze della guerra di Spagna, evocando giovani “compagni” assuefatti all’ideologia comunista, alla loro determinazione, fino all’uso delle armi, e all’immancabile Gerda che ne immortala l’enfasi ideologica con la sua Leica.
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Stucchevole nella sostanza e statico nella sua essenza, ripetitivo e incompleto, il romanzo propone solo ciò che all'autrice fa comodo proporre, e cioè la propaganda sinistroide, senza sapere che oggi Internet ci permette di conoscere la verità e di rifiutare le imposizion stereotipate fino ad oggi proposte dalla disinformazione comunista o post-tale, come appunto quest’opera.
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La parte finale del libro è illeggibile ...
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Si passa da considerazioni appena tratteggiate, ma costanti, su ostaggi trattenuti dai nazisti durante la guerra, ad evocazioni di partigiani catturati e deportati, per disquisire poi di sfilate del Ventennio, di Legione straniera, di Buchenwald, di DDR, di comunismo, interpretando così una sorta di attivismo letterario, di volantinaggio virtuale, di percorso finalizzato alla creazione di un fronte unitario della sinistra, rispolverando i fantasmi del passato.
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L’apice della menzogna nel romanzo si raggiunge quando l'autrice accenna a quei comunisti che da Lipsia si rifugiarono in Russia per sfuggire alle persecuzioni naziste.
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L’autrice afferma che di questo universo di persone emigrate e mai più riviste, molte furono uccise dall’artiglio del grande freddo artico mentre altri divennero preda di assassini, ladri e sfruttatori, negando così palesemente la responsabilità accertata del Partito comunista russo nella morte di centinaia di migliaia di vittime innocenti.
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Non paga l’autrice dà sfogo al suo estro disinformatore raccontando fatti di cronaca italiani avulsi da un contesto più generale, allo scopo di enfatizzare quella che per lei è la abbiano giusta lotta dei compagni comunisti.
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Da una autrice ebrea mi sarei aspettato una conformità storica disgiunta da condizionamenti di parte, e una narrazione meno partitica, obiettiva ed universale, ma pare che l’ebrasimo letterario oggi sia restio a condannare il comunismo, nonostante le sue indubbie crudeltà, i genocidi su base etnica, culturale, religiosa, e politica.
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E’ anche vero il fatto che, nonostante l'effettiva realtà che le persecuzioni del comunismo russo verso gli ebrei abbiano prodotto molte vittime innocenti, i seguaci della Stella di David costituirono il nucleo centrale del potere comunista stesso.
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I maggiori gerarchi comunisti, descritti come feroci e spietati assassini erano infatti ebrei, ma questo pare non interessare alla vincitrice del Premio Strega 2018.
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Suggerisco ai lettori del presente articolo, e a coloro che cercano una piena soddisfazione in ambito storico-culturale, di scegliere opere letterarie obiettive e scevre da condizionamenti partitici, che possano dare l’esatta dimensione di fenomeni politici narrati senza manipolazioni evidenti.
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A questo scopo, accludo il link al sito che ho creato per indicare e proporre gli scrittori e gli intellettuali che, con il loro minuzioso lavoro di ricerca e di indagine, propongono argomenti fino ad oggi nascosti o falsati dalla disinformazione comunista.
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Note :
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(1) Pogrom : il termine è di derivazione russa e significa devastazione.
Indica le sommosse popolari antisemite (contro le comunità ebraiche), iniziate nella russia zarista già nel 1881, che provocarono massacri e saccheggi.
Spesso i pogrom erano fomentati dalle autorità.
I massacri di ebrei si registrano fin dal 1066, a Granada (Spagna), ma anche in Inghilterra (1189-1190), in Francia e Germania (1348-1351), in Poloni e Ucraina (1648).
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Dissenso
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