mercoledì 26 giugno 2019

ASSASSINI PARTIGIANI COMUNISTI : la 36a BRIGATA GARIBALDI "BIANCONCINI"

Dopo aver letto il libro di Gianfranco Stella intitolato “I grandi killer della liberazione” ho voluto estrapolare tutto ciò che riguarda uno dei gruppi criminali e assassini appartenenti all’Universo comunista : quello che fu denominato 36° Brigata Garibaldi “Bianconcini”.
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Ogni anno l’Anpi e i politici legati al retaggio pseudo culturale di Palmiro Togliatti continuano a rappresentare il falso storico del mito resistenziale, secondo cui eroici combattenti comunisti sarebbero stati protagonisti della cosiddetta “Liberazione” italiana.
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Nulla di più lontano dalla realtà effettiva, in cui la presenza dei partigiani comunisti è stata in effetti una “spina nel fianco” degli anglo americani e delle formazioni partigiane non comuniste.
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Sono note infatti le molteplici uccisioni compiute dalle bande di assassini capitanate dai Commissari politici inviati dal PCI di Togliatti, allo scopo di consolidare i presupposti per una presa del potere a guerra finita ed instaurare una dittatura comunista.
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Il gotha dell'orrore comunista e partigiano
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In tale senso il biennio rosso 1919-1920 è stato prodromico alla conseguenziale diffusione di odio e di violenza prodottasi con la fine del fascismo, unico ostacolo al dilagare del comunismo.
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Fortunatamente, la spartizione dei blocchi territoriali di influenza delle zone occidentali ed orientali Europee fra Unione Sovietica e potenze occidentali, sancì la rinuncia di Mosca a fagocitare la nostra penisola a favore degli Stati Uniti.
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Finchè non si giunse a quel punto però, la ferocia comunista per mano dei partigiani comunisti assassini e sanguinari, si palesò in maniera chiara ed evidente esplodendo in manifestazioni di odio incontrollato e devastante.
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Successivamente, il PCI operò per tutto il periodo del dopoguerra al fine di proteggere e aiutare gli assassini comunisti, prima per mezzo dell’amnistia Togliatti, poi per mezzo di altri provvedimenti di clemenza, e infine ricorrendo al favoreggiamento e all’aiuto economico nei casi di latitanza di coloro che erano stati condannati per fatti di sangue.
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I più sanguinari vennero ricompensati e premiati con cariche politiche, eleggendoli Sindaci o Deputati, oppure garantendo loro un lavoro Statale come poliziotti nel Corpo di Polizia.
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Ecco ora un riassunto del modus operandi con cui i “gloriosi” partigiani comunisti spargevano il seme dell’odio e della violenza …
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Negli anni 1943 e 1944 al confine fra la Toscana e il territorio imolese, sulle colline faentine, operava un nucleo di sei partigiani denominato 8a Brigata Garibaldi a cui in seguito se ne aggiunsero un’altra ventina circa.
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A questo gruppo si aggregò una ulteriore formazione di circa 50 partigiani comunisti che era composta da elementi ravennati, imolesi, faentini e bolognesi che prese il nome di 4° Brigata Garibaldi di Romagna.
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Il criminale partigiano comunista 
e assassino Libero Lossanti
Nella formazione partigiana comunista confluirono poi altri gruppi armati come quelli guidati da Libero Lossanti alias “Capitano Lorenzini”, e da Ernesto Venzi detto “Nino”.
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Questi due criminali comunisti, coadiuvati da Andrea Gualandi detto “Bruno” e da Roberto Gerardi avevano istituito una sorta di troika allargata, un tribunale popolare in perfetto stile staliniano, che emetteva sentenze di condanne verso i prigionieri che avevano la malasorte di capitare sotto le loro unghie da carnefici.
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Il gruppo arrivò a contare circa 1200 unità e diventò il primo centro operativo della Brigata, ribattezzata con il nome di 36a Brigata Garibaldi Bianconcini.
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Lo “stato maggiore” della Brigata, comandata da Luigi Tinti detto  “Bob” (1920-1954), da Giovanni Nardi detto “Caio”, e dall’immancabile commissario politico del PCI Guido Gualandi, detto “Moro”, si era acquartierato a Molino Boldrino in un casolare  sperduto nella Valle del Sintria.
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La Brigata fu organizzata in quattro Battaglioni :
1° Battaglione, Libero, comandato da Edmondo Golinelli
2° Battaglione, Ravenna, comandato da Ivo Mazzanti
3° Battaglione, comandato da Carlo Nicoli
4° Battaglione, comandato da Guerrino De Giovanni
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Questa Brigata si contraddistinse per la ferocia e l’efferatezza delle azioni criminali compiute in totale disprezzo dei diritti umani.
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Anche i criminali assassini comunisti appartenenti a questa Brigata  beneficiarono dei provvedimenti di amnistia emanati da Palmiro Togliatti e dai Governi del dopoguerra, che come si sa, tutelarono questi delinquenti in ogni modo.
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Le condanne capitali costituivano la norma, precedute sempre da sevizie e torture di ogni genere, così com’era consuetudine fra gli “eroici” combattenti comunisti, stupratori di vittime innocenti, ladri, torturatori e sadici.
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A riprova di queste affermazioni ci sono le salme riesumate guerra finita, che erano state nascoste e seppellite nell’aia del casolare di Molino e che furono sottoposte ad autopsia per ordine dell’autorità giudiziaria.
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La prima salma apparteneva a Michele Biagi che presentava chiari segni di tortura, avendo i denti spezzati e segni di trascinamento.
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Le indagini, con l’ausilio anche di testimonianze giudiziarie, provarono che la vittima era stata legata alla coda di un cavallo e trascinata fino a ridursi ad un ammasso sanguinolento e informe, poi fu finita con un colpo di fucile alla testa.
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Cirillo Bernardi, la seconda vittima, era invece stato bastonato prima di essere ucciso a colpi di pistola, mentre la terza vittima, che aveva il cranio fratturato,  non venne mai identificata.
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La quarta salma presentava anch’essa diverse fratture nel cranio ed era priva di denti.
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La quinta salma ci dà l’esatta dimensione della ferocia e del sadismo di questi assassini comunisti, che furono comunque sempre protetti dal Partito comunista italiano.
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Era una donna, identificata come Maria Paoletti ed era gravida al quinto mese di gestazione, ma ciò non bastò a impedire che fosse seviziata  violentata, e infine impiccata con una corda che le fu trovata ancora attorcigliata al collo al momento della riesumazione.
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Il sadismo dei comunisti partigiani assassini, osannati ancora oggi dagli eredi di Togliatti, si manifestò ancora più apertamente contro due vittime innocenti, Olga Benericetti di 19 anni e la sorella Pasqualina di 15.
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Le sorelle si erano recate fino al casolare Molino alla ricerca del padre che dopo essere stato prelevato alcuni giorni prima, non aveva più fatto ritorno a casa.
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Le sorelle, a cui partigiani diedero scarso ascolto e considerazione,  insistettero nella loro richiesta di sapere dove fosse il loro padre e minacciarono di rivolgersi al comando tedesco, ma il loro atteggiamento irritò gli “eroici” combattenti comunisti che scatenarono la loro libidine e la loro perversione contro le inermi fanciulle.
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L’autopsia rivelò infatti evidenti prove di sevizie e di violenza sessuale in entrambe le salme, ma la sorella minore presentava chiari  segni di abuso anche nella regione rettale.
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I partigiani, non ancora soddisfatti, appagarono il loro sadismo tentando di enucleare gli occhi dalle orbite conficcandole un chiodo nel cranio.
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In seguito la mamma delle due bambine rimasta sola con un’altra figlia di otto anni non resse al dolore e impazzì, e per questo fu ricoverata nel manicomio di Imola, dove morì pochi mesi dopo.
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I responsabili di queste atrocità, oltre al comandante Bob e al commissario politico Moro, furono i seguenti :
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Pietro Ferrucci, l’esecutore materiale del duplice omicidio delle sorelle Benericetti che poi fu messo dal CLN a dirigere il Comune di Faenza, come Sindaco.
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Seguono i nomi degli altri responsabili, tutti criminali comunisti e tutti partigiani della 36° Brigata :
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Argelli Sergio
Arienti Primo
Bianchi Paolo
Car..li (?) Ermenegildo
Carpino Amelio
Casadio Luigi
Cavina Stefano
Chiarini Otello
Cimatti Onelio
Dalla Valle Luigi
Dal Monte Ciro
Domenicali Giuseppe
Falconi Attilio
Ferretti Romualdo
Ferri Adelmo
Gaudenzi Umberto
Gentilini Francesco
Giacometti Ciro
Grandi Valter
Marabini Filippo
Mazzotti Armando
Mazzotti Mario
Melandri Stefano
Meneghetti Gugliemo
Pratini Federico
Ragazzini Giuseppe (1928-1991)
Spada Domenico
Spada Vincenzo
Tabanelli Giovanni
Turicchia Franco
Visani Torquato
Zappi Graziano
Zappi Lino
Zauli Medardo
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Ragazzini Giuseppe, evidentemente non pago del sangue innocente versato,  commise anche gli omicidi Sarti del 13 maggio ’45, Ronchi del 24 maggio ’45, e Rondinini del 5 gennaio 1946.
Morì all’età di 63 anni a Ravenna, dove si era trasferito.
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Il comandante Luigi Tinti alias "Bob", una volta sciolta la Brigata Bianconcini, si arruolò nella Brigata Cremona dove però gli fu dato il grado di soldato semplice.
Per i crimini commessi dopo la cosiddetta “liberazione” fu sottoposto a processo, ma poi stralciato dal procedimento essendo venuto a mancare per tisi nel 1954.
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Nella 36° Brigata Bianconcini si distinse per i crimini commessi anche il sopracitato Guido Gualandi (Dozza Imolese 1908-1964) che fu autore di diversi delitti, tra cui l’uccisione di Bandini a San Cassiano nel luglio 1944, l’omicidio Guerra a Casola Valsenio nell’agosto 1944, e l’eliminazione di  Quadralti a Brisighella nel settembre dello stesso anno.
Questo “curriculum” gli valse la protezione a vita da parte del PCI, che poi si trasmise al di lui figlio che fu infatti nominato Segretario del PCI di Imola, poi Sindaco, ed infine Deputato per diverse legislature.
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Zauli Medardo alias "Pedro" (1922), che troviamo nella lista di assassini del Molino, divenne Vigile urbano nel Comune di Riolo Bagni dopo la “liberazione”.
Fu processato per tre gravi fatti di sangue :
l’omicidio di due fratelli, Eugenio e Giuseppe Sartori, commessi il 17 maggio 1945, l’omicidio di Battista Braghini il 21 maggio, e quello di Bruno Berti, il giorno 28 dello stesso mese.
Si diede alla latitanza e fu aiutato dal PCI a riparare in Cecoslovacchia, dove trovavano rifugio tutti coloro che il Partito comunista italiano poneva sotto la sua protezione, nonostante fossero delinquenti, assassini, e sadici assetati di sangue.
Il mandante di questi omicidi fu un capo partigiano riolese, il comunista Angelo Morini.
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Marabini Filippo, alias “Cucaracia” nativo di Castel San Pietro (1923-1986) aveva scelto come suo rifugio la canonica diroccata di Croara, una borgata delle colline imolesi e da qui partiva per compiere i suoi delitti.
Fu accusato di un numero enorme di omicidi tra cui quello  dei tre fratelli Neri, Francesco, Luigi e Zenobio, prelevati la notte dell’11 settembre 1944 e condotti nei pressi del cimitero, dove furono falciati a raffiche di mitra.
Questo sadico assassino comunista uccise anche il Maresciallo dei Carabinieri di Fontanelice, Salvatore Pantaleo, tagliandogli la gola per vendicarsi del fatto che poco tempo prima questi lo aveva arrestato per furto.
Forte dell’appoggio di altri assassini partigiani comunisti gli inflisse una ventina di coltellate alla gola, compiacendosi poi di raccontare gli ultimi istanti di vita della sua vittima, affogata nel suo stesso sangue.
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Il partigiano comunista Sergio Battilani detto “Roco” (Imola 1924), dopo la cosiddetta “liberazione” divenne Sindaco di Casalfiumanese dal 1948 al 1951.
A lui vengono attribuiti gli omicidi del calzolaio Sanzio Biondi e della sua famiglia nella frazione imolese di Fabbrica.
Nell’eccidio non vennero risparmiati nemmeno la moglie Lea Morsiani e i due figli, Anita di 25 anni, e Giuseppe di 17.
La sua responsabilità fu accertata e comprovata da una testimonianza ma venne inspiegabilmente assolto per insufficienza di prove.
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Uno fra i più spietati killer comunisti fu Augusto Monti, arrestato nel 1951 e condannato poi nel 1954 all’ergastolo dalla Corte di Assise di Bologna per numerosi omicidi di cui uno in particolare, commesso il 29 settembre 1945, gli precluse la fruizione delle 5 amnistie emanate e che gli costò la carcerazione all’Asinara per diversi anni.
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Concludo con una riflessione che mi porta a chiedere come mai certi personaggi politici legati al mondo delle sinistre come Laura Boldrini oppure come gli squallidi personaggi appartenenti al PD, o all’Anpi, sapendo tutto ciò, non vogliano ancora chiedere scusa per il male prodotto dai partigiani comunisti, ma anzi siano così ostinati, anno dopo anno, a celebrarne il ricordo.
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Malafede ? 
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O forse accade perché l’essenza comunista di cui sono inzuppati impedisce loro di provare empatia con le vittime e li spinge al disprezzo totale dei diritti umani, così come accade ancora oggi nei regimi comunisti esistenti ?
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Dissenso
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