lunedì 15 giugno 2020

DESTRE : palingenesi o involuzione ?

Non c’è dubbio che, nonostante l’indubbio apprezzamento popolare espresso nei confronti dei leader che sono alla guida dei Partiti della destra italiana, non sia stato ancora avviato quel procedimento rinnovativo che è necessario a rafforzare e a consolidare l’essenza stessa di tali movimenti politici.
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La tangibile popolarità che aleggia intorno agli odierni leader di riferimento, se analizzata alla luce della effimera e volubile volontà popolare, risulterebbe vana in assenza degli stessi, poiché priva di riferimenti culturali.
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In parole povere tutto ruota intorno a Matteo Salvini e a Giorgia Meloni in percentuali plebiscitarie ma che focalizzano però i consensi non verso una ideologia radicalizzata e intimamente assorbita dalle masse, ma sulla base di un afflato tanto imponente quanto relativo.
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Quello che manca nel Popolo delle destre, e di ciò sono colpevoli proprio i leader che ne dettano le file guida, è una attenta esegesi delle rilevanze storiografiche, priva di forzature e finalizzata all’arricchimento culturale delle aree didattiche, sociali, intellettuali, artistiche, e in ogni altro settore fino ad oggi contaminato dalla disinformazione comunista.
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I falsi idoli e gli stereotipi di riferimento che la sinistra ha posizionato in ogni minimo e recondito pertugio della società, esistono solo per il fatto che le destre non sono state capaci di opporre una dialettica efficace ad un tale strapotere intellettuale, o pseudo tale, che indisturbato ha imposto i suoi modelli.
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La propaganda delle sinistre è stata martellante e capillare sul territorio nazionale fin dal dopoguerra, e ha palesato realtà manipolate che ora, in mancanza di contraddittorio, sono divenute assiomi e punti di riferimento nell’immaginario collettivo.
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Un esempio ?
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Quello più eclatante è rappresentato dalle bandiere multicolori adottate come simbolo di Pace, che assumono una rilevanza simbiotica con l’universo comunista, con il quale vengono identificate. 
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Il paradosso è che le due cose in realtà sono assolutamente incompatibili, poiché è stato ampiamente dimostrato dalla Storia che il comunismo ha prodotto oltre cento milioni di vittime innocenti, incompatibili con il concetto stesso di pace.
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Il martellante messaggio mistificatorio che l’apparato disinformatore delle sinistre ha però continuato a riproporre come una mantra, si è insinuato nelle coscienze di massa ottenendo il risultato voluto, alla faccia della verità.
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L’indolenza delle destre si manifesta proprio nel confronto culturale, nel quale solamente in occasione di cicliche ricorrenze è possibile rivendicare un proprio punto di vista, per tornare poi subito dopo ad assumere posizioni di radicata letargia intellettuale.
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Ed è così che il mondo orientato a sinistra, politicizzato e scolarizzato, indotto ad assorbire supine inoculazioni sperequative storico culturali, si dimostra pronto al contraddittorio su qualsiasi argomento di interesse politico e storico, in quanto precedentemente analizzato e opportunamente modificato.
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In questo modo le sinistre hanno potuto urlare la loro rabbia contro alcuni episodi di negazionismo dell’olocausto, mentre per contro loro stesse hanno interpretato il medesimo squallido ruolo negando le foibe, i gulag, i laogai, e ogni altra nefandezza possibile.
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Nello stesso modo, senza che alcuna opposizione costruisse un serio argine al dilagare delle menzogne, hanno eletto come simboli di riferimento alcuni fra i più sanguinari criminali dell’intera Storia dell’umanità, come Lenin, Tito, e Togliatti, estrapolando dal contesto della devastazione comunista un microcosmo plasmato ad arte e presentato come esempio da seguire. 
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In ogni località del pianeta la parola Auschwitz evoca scenari agghiaccianti, permettendo alla memoria di ricordare il nazismo, mostro vorace che ha fagocitato milioni di esseri viventi, ma per contro, se pronunciamo la parola Kolyma, pochissimi trovano un riscontro, sebbene questo vocabolo indichi un territorio siberiano costellato di lager in cui persero la vita molte più vittime innocenti per mano comunista.
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Le sinistre pubblicano un numero incredibile di stampati, di volantini, e di libri, coadiuvando l’opera propagandistica con il ricorso a stuoli di pseudo intellettuali, giornalisti, e artisti che hanno fatto da cassa di risonanza alle divulgazioni dell’ortodossia di riferimento.
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Le destre sono assolutamente prive di punti di aggregazione culturale e didattica, se si escludono alcuni gruppetti extraparlamentari che manifestano però indegne deviazioni e storture ideologiche anacronistiche e votate ad una sterile conclusione, rifiutando addirittura di dedicare una parte del loro tempo allo studio del fenomeno criminale comunista.
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La dichiarata appartenenza al Popolo delle destre non è di per sé motivo sufficiente per esimersi dal dovere di conoscere quel nemico che invece fa della conoscenza il proprio cavallo di battaglia.
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Le posizioni di privilegio raggiunte da molti dei protagonisti della politica sembrano un alibi per giustificare la loro indolenza, la mancanza di propositività, di inerzia costruttiva, di disinteresse verso la coltivazione e l’allargamento di una cultura che dovrebbe costituire l’ossatura principale dell’edificio culturale anticomunista.
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Personalmente, grazie all’anticomunismo che anima le mie azioni fin dall’età di 17 anni, mi sono mosso proprio per incrementare la diffusione e la conoscenza di fatti, di crimini e di criminali che appartengono alla realtà comunista in ogni parte del pianeta.
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Ho avuto un soddisfacente riscontro editoriale, grazie alla collaborazione di Amazon, che mi ha incentivato a proseguire la diffusione dei miei scritti, ma contemporaneamente ho dovuto con estremo rammarico registrare la totale indifferenza di chi, a capo degli organismi politici territoriali e nazionali delle destre, avrebbe invece dovuto fare propri i testi proposti e contribuire alla loro diffusione.
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In assenza di un mio intento speculativo, ma anzi orientato ad una capillarità informativa che prescindesse da un qualsiasi interesse economico, ho proposto anche a politici e ad editori “di destra” di diffondere i miei libri a prezzo zero, senza però avere un benché minimo riscontro.
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Probabilmente l’enfasi con la quale questi personaggi si propongono al loro elettorato è fine a sé stessa, e non prodromica allo sviluppo di una radicata coscienza anticomunista, vera essenza di una antitesi che può rappresentare una odierna opposizione credibile e una futura leadership di Governo.
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Il substrato culturale, intellettuale e ideologico che anima le diverse componenti dell’universo politico e partitico, non può prescindere dall’approfondimento delle stesse prerogative che ne costituiscono i rispettivi elementi di identificazione. 
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Le sinistre hanno capito e recepito molto bene questo concetto, al punto che ne hanno fatto un modus operandi e vivendi fin dai tempi di quel colpo di Stato bolscevico attuato da Lenin nell’Ottobre del 1917, e presentato al mondo come Rivoluzione. 
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Il Popolo delle destre fraziona il proprio sapere documentandosi su Mussolini, sui Fasci di combattimento e su altri aspetti legati all’anacronismo storico, evitando però di approfondire la conoscenza del pensiero di filosofi come Gentile piuttosto che di Evola o di Hegel piuttosto che di Nietzsche. 
. Parallelamente si nota l’assenza di interesse quasi totale per gli apparati comunisti criminali che hanno prodotto cento milioni di vittime nel secolo scorso.
. Si palesa una ignoranza diffusa che non consente di conoscere le biografie e l’operato di sadici esponenti del mondo comunista sullo scenario mondiale, come Enver Hoxha, Ceasusescu, Tito, Che Guevara, Pol Pot, Mao Tse Tung. 
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L’imponente apparato delinquenziale sovietico, composto al 60 % da comunisti ebrei, si è reso responsabile di deportazioni, genocidi, torture, sadismi, e ogni altra nefandezza possibile, in un delirio criminale unico nella Storia dell’Umanità, ma pochissimi tra coloro che si riconoscono nell’area di appartenenza culturale e ideologica della destra ne conoscono i nomi.
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Abakumov, Berija, Dekanozov, Dzerzinski, Ezov, Garanin, Serov, Jagoda, Kaganovic, Kamenev, Malenkov, Molotov, Pechernikova, Suslov, Vorosilov, Vysinskij, Zdanov, sono solo alcuni dei famigerati criminali comunisti sovietici che si sono distinti per la loro ferocia e il loro accanimento verso le vittime civili innocenti, le donne e i bambini.
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Tutto ciò è stato accuratamente nascosto in decenni di mistificazioni e di inganni attuati da un Partito Comunista Italiano che presentava l’Unione Sovietica come Paradiso del socialismo e come Patria dei diritti umani, e parallelamente, fino ad oggi, la destra ha concorso a produrre la medesima disinformazione, evitando di occuparsene e di divulgare capillarmente tale ossimoro.
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Ciò che importa a molti dei Consiglieri Regionali o Provinciali è raggiungere la loro meta, e cioè riuscire ad arrivare in Parlamento per godere dei benefici di una Casta che definire vergognosa sarebbe riduttivo.
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La Torre di Babele, allegoria della confusione comunicativa

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I gruppi dirigenti di Lega, di Fratelli d’Italia e di Forza Italia sembrano perennemente in campagna elettorale, come del resto i loro antagonisti, ma mentre le sinistre occupano ogni singolo spazio culturale, didattico e propagandistico, le destre si fanno portavoci delle rivendicazioni contingenti, accontentandosi di una immediata popolarità, senza indirizzare il proprio elettorato verso una consapevolezza ideologica che può venire solamente dall’approfondimento culturale.
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Molte volte ho detto che questo stato di cose, a prescindere dalle vittorie di Pirro che si potranno verificare, condurrà ad una inevitabile implosione che lascerà le destre prive delle stesse basi su cui poter ricostruire una partenza adeguata. 
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Spero di sbagliarmi, anche se i segnali ci sono tutti.
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Dissenso
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domenica 7 giugno 2020

SANDRO PERTINI, Presidente e partigiano assassino

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Sottotitolo : la verità sui crimini del partigiano stalinista e assassino Sandro Pertini, nascosti e negati dall'apparato disinformatore delle sinistre.
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La Storia, quella vera e non quella addomesticata ad uso e consumo dalle sinistre, ci permette di tratteggiare la figura di Sandro Pertini, collocandolo nella sua giusta dimensione, e cioé in quella di quella di assassino.
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In questa esposizione non mi dilungherò sulla sua completa biografia, poiché ciò che caratterizza il suo operato è già abbastanza significativo di come possa essere considerato questo personaggio, a prescindere dai dati anagrafici.
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Lo stereotipo ricorrente, imposto dalle sinistre, mostra un Pertini amato da quegli Italiani a cui è stata a lungo imposta la consueta mistificazione, e cioè la consapevole omissione dei crimini commessi.
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La lista delle nefandezze da ascrivere all’ex Presidente è piuttosto lunga, come ad esempio quella di aver ordinato la soppressione fisica mediante fucilazione dei due famosi attori Osvaldo Valenti e Luisa Ferida il 30 aprile 1945.
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Luisa ferida e Osvaldo Valenti, i due  attori vittime della furia omicida dell'assassino Sandro Pertini
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I due, che avevano aderito alla Repubblica Sociale, vennero accusati di appartenere al gruppo di torturatori conosciuti con il nome di “Banda Kock”, ma post mortem fu oggettivamente accertato che erano entrambi innocenti.
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Pertini era contornato da criminali del calibro di Giuseppe Marozin (omicidi, stupri, e rapine) a cui egli stesso aveva conferito l’autorità del comando nelle famigerate brigate partigiane Matteotti, legate al Partito socialista.
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Durante il procedimento penale a suo carico per quei delitti Marozin incolpò Pertini di aver dato l’ordine di fucilare i due attori pronunciando le precise parole: Fucilali, e non perdere tempo !”, e affermò inoltre che Luisa Ferida “non aveva fatto niente, veramente niente!”.
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In uno dei tanti omicidi commessi in nome di un comodo antifascismo, Marozin tolse la vita al Conte Federico Barbiano Belgioioso, un partigiano non comunista che fu scambiato erroneamente per fascista insieme ai suoi cinque compagni d’armi, che per questo motivo vennero freddati senza tanti complimenti.
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Adoratore di Stalin
Questo era lo squallido “ambiente politico” tanto caro ai gruppi partigiani cui apparteneva Sandro Pertini, intriso di sangue, di omicidi e di fanatismo marxista.
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Ebbene sì, perché Sandro Pertini, mitizzato come personaggio amato dagli italiani, dalla gente e dai bambini, il Presidente con la pipa, era un fervido ammiratore di Stalin, nonostante il fatto che questi fosse (e rimane) uno dei più efferati criminali di tutti i tempi.
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Alla morte di Stalin, nel 1953, l’ex partigiano Pertini dichiarò sull’Avanti, il quotidiano socialista di quei tempi :
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Il compagno Stalin ha terminato bene la sua giornata, anche se troppo presto per noi e per le sorti del mondo.
L'ultima sua parola è stata di pace. (...)
Si resta stupiti per la grandezza di questa figura...
Uomini di ogni credo, amici e avversari, debbono oggi riconoscere l'immensa statura di Giuseppe Stalin.
Egli è un gigante della storia e la sua memoria non conoscerà tramonto.” 
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Pertini si schierò quindi ufficialmente a fianco di colui che aveva prodotto decine di  milioni di vittime innocenti deportando intere popolazioni nei gelidi lager della Siberia, condannandole a morte per fame, per freddo o per le torture che il comunismo infliggeva alle sue vittime.
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L’antifascista Pertini va ricordato per questo, per essere stato ammiratore di un criminale e di avere lui stesso interpretato il ruolo di artefice di una parossistica emulazione, in nome di un becero antifascismo.
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La sua arroganza intellettuale unita alla sua sudditanza psicologica e politica nei confronti di Mosca continuarono anche nel dopoguerra, palesando comportamenti che vanno al di là del semplice condizionamento mentale, identificandolo come persona ostile ai diritti umani e dei Popoli.
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Quando, paradossalmente, divenne Presidente della Repubblica Italiana, Sandro Pertini manifestò chiaramente la sua dipendenza dall’odio e dalla violenza marxista, approfittando della sua posizione istituzionale per concedere la grazia a Mario Toffanin (alias Giacca), un criminale partigiano che aveva ucciso ben 17 persone, partigiani della brigata Osoppo, in quello che fu chiamato l’Eccidio di Porzus.
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Nel 1978, in pieno delirio di accondiscendenza con il crimine, Pertini graziò Giulio Paggio, un altro delinquente comunista appartenente alla famigerata “Volante rossa”, responsabile di una lunga lista di omicidi in Lombardia, in Emilia e nel Lazio.
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A questo proposito rimando ad un mio post sul sito “Italian samizdat”, disponibile al seguente link :
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Il disprezzo di Pertini per il Popolo italiano si manifestò con chiarezza in occasione della morte del Maresciallo Tito, dittatore della ex Jugoslavia, nel 1980.
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Pertini e Tito
Il Presidente partigiano partecipò commosso ai funerali baciando la bandiera jugoslava, oltraggiando così le migliaia di vittime delle Foibe che Tito ordinò di massacrare facendole scaraventare, spesso ancora vive, nelle profondità abissali degli inghiottitoi carsici.
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L’ignobile comportamento di Pertini oltraggiò inoltre in modo palese e arrogante tutti i profughi e gli esuli istriani, giuliani e dalmati, nel ricordo della terribile migrazione che dovettero compiere per sfuggire alla tirannide comunista.
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Ecco chi è veramente e storicamente Sandro Pertini, e poco importa se l’apparato mistificatorio delle sinistre insorgerà per queste mie inconfutabili asserzioni, in quanto la verità non concede sconti.
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Pertini fu un Presidente che si premurò di insignire con medaglia al valore centinaia di partigiani assassini condannati dalla Magistratura per efferati delitti, come nel caso di Filippo Papa, torturatore, seviziatore e assassino del modenese.
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Dante Bottazzi fu un altro partigiano assassino che beneficiò della benevolenza di Pertini, nonostante il fatto che fosse a capo di una banda che provocò la morte di ben 56 vittime a Castelfranco, nel modenese, compreso il prete don Giuseppe Tarozzi.
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Questo sanguinario partigiano (ma quale fra di loro non lo era ?) uccise anche Renato Seghedoni, un altro partigiano reo di aver denunciato i suoi delitti, per i quali Bottazzi fu condannato all’ergastolo, in contumacia.
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Accumulò altre condanne per omicidi vari oltre a trent’anni di carcere per quello del maresciallo dei Carabinieri Attilio Vannelli, ma poi il delirio di onnipotenza del tanto amato Pertini intervenne a graziarlo rendendolo completamente libero.
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Il totale disprezzo manifestato da Pertini nei confronti delle vittime e dei loro parenti la dice lunga sulla caratura morale di questo personaggio, eletto a simbolo di riferimento dalle sinistre. 
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Un riferimento che appare come un escremento, come una squallida esibizione di cosa sia in effetti l’essenza stessa che anima l’universo delle sinistre e la loro ostentata arroganza.
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Il socialismo massimalista espresso da Pertini trovò motivo di simbiosi con quel resistenzialismo comunista che nel Savonese, sua terra natale, condusse a ben cinquecento esecuzioni sommarie, senza che a ciò ci fosse la minima  opposizione da parte del partigiano futuro Presidente della Repubblica italiana.
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Pertini investì con una pioggia di medaglie, di attestati di merito, di pensioni, tutti i criminali assassini partigiani, compresi coloro dai quali lo stesso PCI aveva preso le distanze in quanto indifendibili. 
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Questa è la vera Storia di Pertini, come emerge dall’analisi oggettiva dei fatti, e dalla contestuale disamina del modus operandi cui il partigiano assassino ha fatto ricorso per tutta la sua miserabile esistenza.
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Fortunatamente l'inesorabile incedere del tempo ci ha liberati della sua odiosa presenza che ammorbava la Democrazia italiana.
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Il mondo ora, senza di lui, è sicuramente migliore !
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Dissenso
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domenica 31 maggio 2020

MILAN SIMECKA

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Milan Simecka, (Novy Bohumin, Praga, 6 marzo 1930 – Praga, 24 settembre 1990), è stato uno dei più importanti dissidenti cecoslovacchi, oltre che saggista, autore editorialista e “filosofo della politica”, come ebbe a chiamarlo Vilem Precan, eminente studioso di storia moderna cecoslovacca.
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Accanto a Vaclav Havel, Milan Šimečka era il dissidente più importante e maggiormente tradotto, contrario al regime comunista della Cecoslovacchia.
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E' disponibile nel sito Autori del dissenso un approfondimento sulla sua bibliografia, al seguente link :
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http://www.autorideldissenso.it/dissenso/simecka.htm

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Divenne orfano durante la seconda guerra mondiale, e dopo aver conseguito il diploma nel 1949, studiò Letteratura ceca e russa presso la Facoltà di Lettere dell’Università Masaryk di Brno, laureandosi nel 1953.
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L’anno successivo si trasferì a Bratislava dove visse e insegnò Filosofia marxista all’Università Comenius in qualità di professore membro del Partito Comunista, prima presso la Facoltà di Medicina e Farmacia (1954-1957), poi presso l’Accademia delle arti e dello spettacolo.
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Negli anni ’60 iniziò ad analizzare le utopie sociali, a cui dedicò i suoi primi libri, intitolati Le utopie sociali e gli utopisti (1963) e La crisi dell’utopia (1967).
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Per Simecka l’ utopia  consisteva in una concezione regressiva della storia, in una visione falsata della conoscenza, nell’idealizzazione della ragione, della povertà e dell’uguaglianza, in una forma di determinismo morale e in una sorta di esaltazione para religiosa.
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Analizzando l’essenza del pensiero utopico, Simecka ne ritrovò molti elementi nella pratica sociale e politica del sistema comunista.
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Studiando l’utopia riconobbe “nella forma contemporanea del socialismo (…) l’influenza delle vecchie immagini utopiche” fra cui erano compresi anche i tentativi “di creare un unico e indiscutibile schema di socialismo e comunismo”, inteso come l’ideale sommo cui aspirava il mondo intero.
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L’autore vide un futuro per il socialismo soltanto nel ritorno al valore dell’uomo e nell’abbandono delle “immagini semplicistiche del secolo precedente”.
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Questa sua posizione era ed è in conflitto con il modello leninista di socialismo e anche con il determinismo storico marxista, per questo egli si colloca nella corrente revisionistica rappresentata negli anni ’60 da molti intellettuali marxisti. 
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Tra il 1967 e il 1968 trascorse un periodo in Germania all’Istituto di Storia dell’Europa nella città tedesca di Magonza, come titolare di una borsa di studio, approfondendo soprattutto gli studi sociologici e filosofici nella Scuola di Francoforte, di orientamento marxista, e sulla “nuova sinistra”, in particolare sul pensiero di Marcuse, postulando richieste e aspettative, e manifestando atteggiamenti articolati, anziché proni alle imposizioni dell'ortodossia comunista.
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Dopo l’invasione sovietica della Cecoslovacchia avvenuta nel 1968, trascorsero due anni dopo i quali a causa della sua oramai manifesta attività come dissidente, fu espulso dal Partito comunista e licenziato dall’Università.
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Gli venne proibito sia di esercitare l’insegnamento che di fare studi di ricerca, e il regime gli offrì un posto “di ripiego” come bibliotecario, ma Simecka rifiutò per non dover scendere a compromessi con il potere.
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Così nel 1970 si vide costretto a lasciare il campo universitario e a lavorare come muratore e operaio meccanico, mentre sua moglie venne licenziata e al figlio minore Martin Milan venne precluso l’accesso alle scuole superiori.
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In quegli anni, durante l’occupazione sovietica, Simecka pubblicò grazie all’editoria clandestina e alla rivista Samizdat, numerosi articoli e saggi, come "Segni di luce" e "Difesa circolare",  che spesso vennero tradotti all’estero e stampati sui principali periodici americani e britannici.
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Simecka si occupò personalmente di realizzare le prime copie delle edizioni di alcuni libri attraverso la primitiva ma collaudata tecnica della ricopiatura, riproducendo a mano fino a trenta copie dei medesimi articoli o editandoli con la macchina da scrivere.
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La sua produzione letteraria si arricchì progressivamente fino a raggiungere sia la pubblicazione di cinque libri, editi in decine di migliaia di copie, che di più di duecento articoli e studi di varia natura.
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Tra il 1977 e il 1979 scrisse La restaurazione dell’ordine, in cui analizzava il processo di soffocante “normalizzazione”, apportato dal socialismo reale, che seguì lo schiacciamento dei moti connessi alla Primavera di Praga dopo il 1969, ed esprimeva il proprio scetticismo verso ogni costruzione ideologica:
"l’ideologia è sempre servita a conferire una dimensione sovrumana ai crimini, così da dare l’impressione che essi non siano commessi dalla mano dell’uomo, ma dalla potente ed imperscrutabile mano della storia”.
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Simecka e la moglie furono costantemente vessati e perseguitati dalla polizia, al punto che di fronte alla minaccia di espulsione dall’università del loro figlio maggiore, il dissidente si trovò costretto a non firmare la famosa Dichiarazione di Charta ’77, con cui le opposizioni chiedevano al regime il rispetto dei diritti umani sanciti nell’accordo di Helsinki.
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Il 6 maggio 1981 venne arrestato e rinchiuso in detenzione preventiva a Bratislava e poi nella famigerata prigione di Ruzyne (Praga) per oltre un anno, con l’accusa di “attività sovversiva” ai sensi dell’articolo 98 del codice penale, per aver contrabbandato i suoi testi fuori dal Paese con l’intenzione di pubblicarli.
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Durante la detenzione nelle carceri comuniste cecoslovacche scrisse 144 lettere, raccolte poi con il titolo di Lettere dalla prigione, in cui a causa del divieto di menzionare la politica poté solo disquisire di persone, di amore, di riflessioni filosofiche e di relazioni umane.
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Fu scarcerato il 27 maggio 1982, anche per le numerose proteste dell’opinione pubblica all’estero ma la sua salute risultò essere gravemente minata dalla reclusione.
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Nell’introduzione dell’edizione  del 2001 del libro Lettere dalla prigione, curata dalla sua cara amica Jirina Siklova, si legge :
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"Oggi, a oltre dieci anni dalla caduta del regime comunista, anche io, che ho trascorso la maggior parte della mia vita in regimi totalitari senza libertà, trovo impossibile capire come sia stato possibile imprigionare le persone per aver inviato i loro manoscritti di libri all'estero, per tradurre George Orwell, o Hannah Arendt, per aver scritto saggi politici su Andrei Sakharov, Solzhenitsyn o Heinrich Boll, prestando le riviste Svedectvi pubblicate a Parigi o Listy pubblicate a Roma o leggendo i romanzi di Milan Kundera pubblicati in ceco in esilio ...
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Era sufficiente per tre persone a testimoniare davanti al tribunale che un testo li incitava contro l'ordine socialista e l'autore poteva essere condannato ".
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Nel 1984 pubblicò il saggio Il Winston Smith céco, un commento al libro di Orwell 1984, in cui confrontava il mondo del romanzo con il socialismo reale.
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Nello stesso anno scrisse insieme a Miroslav KusyEsperienze europee di fronte al socialismo realeuna raccolta di saggi di politologia in cui veniva analizzato lo sviluppo del pensiero utopico facendone una lettura critica.
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In altri libri Simecka ha ripercorso la storia del pensiero marxista e la sua attuazione nella pratica :
nei saggi Da Ovest a Est e  L’ideologia russa vengono esaminati l’evoluzione del marxismo in URSS e la sua interconnessione con i regimi totalitari in Europa, mentre in altri scritti si analizza il comunismo.
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L’autore affermò : “il sistema socio-economico creato da Stalin è divenuto il fondamento stabile del socialismo reale”, vedendo con ciò la continuità indissolubile tra le diverse fasi di sviluppo dei regimi comunisti.
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Nel 1985 pubblicò nell’editoria clandestina una serie di saggi in cui rifletteva sul destino dei singoli individui, spesso tragicamente colpiti dal potere e dall’apparato al servizio dell’ideologia, miranti a far perdere loro la propria identità e individualità.
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Descrivendo l’azione del regime, che tendeva al controllo totale della vita del singolo, Simecka analizzò anche un altro aspetto del socialismo reale:
il tentativo dei sistemi dell’Europa dell’Est di fermare la storia”, costringendo i propri cittadini a vivere solo dentro “una piccola storia”, una dimensione ridotta dell’effettiva portata storica globale.
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L’autore studiò i metodi con cui i regimi comunisti manipolavano la memoria storica, spersonalizzandola in modo da ridurre la storia a un processo astratto:
una piramide eretta da costruttori anonimi (…), cosa che a priori esclude la domanda se le pietre avessero potuto essere collocate in modo e secondo un ordine diversi, e soprattutto se tutto l’edificio abbia un senso”.
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Nel 1986 gli fu conferito il Premio Jan Palach, a riconoscimento della sua attività letteraria.
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Il volume La fine dell’immobilità del 1988 raccolse i risultati delle ricerche sulla perestrojka in URSS e sulla ripresa d’iniziativa della società cecoslovacca. 
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Dopo la rivoluzione del 1989, sotto la Presidenza di Vaclav Havel, Simecka fu nominato deputato al Consiglio Nazionale Slovacco, e nella primavera del 1990 divenne consulente del presidente Havel per la politica estera.
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Nel corso di una sua conferenza Simecka dichiarò :
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Dopo la prima euforia, la rivoluzione in Cecoslovacchia si sta avvicinando cautamente ai rischi della libertà.
La cultura dissidente, emersa dall'invocazione della libertà come supremo valore umano, sta accettando i rischi.
È tutto meglio della pesante immobilità in cui rimasero la Cecoslovacchia e le sue nazioni.
È forse l'unica cosa indiscutibile nella società post-dissidente.
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Morì a Praga nel 1990 per un attacco di cuore all’età di 60 anni.
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Un mese prima gli fu assegnato l’IPI Press Freedom Award per il miglior articolo dell’anno, mentre nel 1991 il Presidente Vaclav Havel lo insignì di un riconoscimento alla memoria.
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Nel febbraio 1991 nacque la Fondazione Milan Šimečka che risulta quindi essere una delle più antiche organizzazioni non governative presenti in Slovacchia, creata dopo la sua morte dai suoi amici Martin Bùtora, Juraj Flamik, Fedor Gàl, Miroslav Kusy, Frantisek Miklosko, Peter Tatàr e Peter Zajac.
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La nascita di questa istituzione fu motivata con l’obiettivo di incoraggiare e sostenere le attività volte a sviluppare la democrazia, la cultura, la tolleranza e la società civile.
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Dissenso
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lunedì 18 maggio 2020

SERGEJ PETROVIC MEL'GUNOV

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SERGEJ PETROVIC MEL’GUNOV
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(IL TERRORE ROSSO IN RUSSIA - 1918-1923)
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(Mosca, 24/12/1879 – Parigi, 26/05/1956)
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Sergej Mel'gunov è stato un politico, storico e pubblicista russo, conosciuto per la sua opposizione al bolscevismo, autore di numerosi lavori sulla rivoluzione e sulla guerra civile del 1917 in Russia.
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Nacque a Mosca da madre polacca (Gruszacka), in una famiglia aristocratica decaduta a causa degli stravizi del padre.
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Si laureò a Mosca nel 1904 e iniziò la sua carriera politica e accademica nella Russia dell’Impero zarista.
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Nel 1906 entrò a far parte dei “cadetti” del Partito Democratico Costituzionale russo e l’anno successivo si iscrisse al Partito socialista popolare.
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Scrisse e pubblicò testi sulla massoneria, sui movimenti religiosi e sull’ortodossia, e curò le opere dello scrittore Lev Tolstoj che frequentava prima che questi venisse a mancare.
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Nel 1911 fondò una casa editrice, sotto forma di cooperativa, a cui diede il nome di Zadruga, in cui raccolse intorno a sé oltre seicento fra soci, scrittori, giornalisti e studiosi, dei quali pubblicò più di 500 libri raggiungendo una tiratura complessiva di dieci milioni di copie ed entrando di fatto nella leggenda dell’editoria russa.
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Dopo il colpo di Stato bolscevico del mese di Ottobre 1917 divenne un avversario attivo di Lenin e delle sue politiche aderendo all’Unione anti-sovietica della Rinascita della Russia, auspicando la lotta armata per il rovesciamento del regime bolscevico, e lavorando come responsabile degli Archivi.
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Nel 1919 venne arrestato e condannato a morte, poi graziato con pena commutata in detenzione, e poi rilasciato nel 1921 con l’obbligo dell’esilio. 
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Nel 1922 Mel’gunov riparò quindi a Praga, poi a Berlino, e infine si stabilì a Parigi dove si dedicò agli studi e alle ricerche storiche, curando la pubblicazione di diverse riviste per emigrati.
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Nei quattro anni precedenti l’esilio, Mel’gunov fu sottoposto ad arresti, a perquisizioni e a requisizioni, ma riuscì comunque, come archivista, a raccogliere una imponente mole documentale, composta da testimonianze e da documenti ufficiali, come i verbali degli interrogatori condotti dalla Ceka.
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Grazie a questa esauriente documentazione nel 1923 pubblicò a Berlino la sua opera più famosa intitolata  Il Terrore rosso in Russia (1918-1923)”, un lavoro dettagliato sul sanguinoso periodo degli scontri fra bolscevichi e Armate Bianche, in cui la minoranza politica rappresentata da Lenin impose alla Russia il famigerato Terrore attraverso cui mise in atto la repressione delle opposizioni e dei moti operai e contadini.
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Nel 1925 venne pubblicata la traduzione in lingua inglese, mentre nel 1927 uscirono anche quella spagnola e quella francese.
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Nel 1975 il libro arrivò anche negli Stati Uniti, mentre nel 1990, nel periodo della glasnost di Gorbaciov, fu pubblicato anche in Russia.
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Tra i suoi numerosi libri, ripubblicati in Russia tra il 2003 e il 2008 ricordiamo :
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I giorni di Marzo 1917.
Come i bolscevichi si sono impadroniti del potere.
La tragedia dell’ammiraglio Kolcak. Dalla storia della guerra civile.
Sulle vie delle congiure di palazzo. I complotti prima della rivoluzione del 1917.
“La chiave d’oro tedesca” per la rivoluzione bolscevica.
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In Italia l’opera di Mel’gunov approdò tardivamente solamente nel 2010, a causa dell’apparato mistificatore delle sinistre, che per decenni tentarono in tutti i modi di nascondere al Popolo le atrocità e le nefandezze del comunismo a cui loro stesse facevano riferimento.
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Il libro, curato da Sergio Rapetti e Paolo Sensini, ci racconta come la soppressione della Democrazia nell’Unione sovietica andasse di pari passo con l’istituzione della Ceka, la tristemente e onnipotente polizia segreta bolscevica, e all’avvento dei tribunali rivoluzionari che si sostituirono ai soviet.
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Il Terrore si focalizzò sulle odiate classi borghesi, dilagando nell’intera società sovietica e accanendosi contro tutto e tutti indistintamente.
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L’uso della tortura divenne endemico e diffuso capillarmente in ogni territorio, e prodromico alla soppressione delle vittime, elevando i peggiori istinti primordiali a sistema di potere, e giustificandone gli eccessi come necessari per stroncare la classe borghese.
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La morte arrivava sotto forma di fucilazione, di percosse, di efferati procedimenti di tortura per estorcere confessioni, per stupri e sevizie, mutilazioni, e non di rado le vittime venivano seppellite ancora vive in fosse comuni colme di cadaveri e di altri sventurati agonizzanti.
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Mel’gunov, avendo vissuto la detenzione proprio nel periodo del Terrore, ci racconta dettagliatamente e con agghiacciante dovizia di particolari, cosa avveniva realmente in quel Paradiso comunista che tanto piaceva ai comunisti occidentali come il PCI italiano piuttosto che il PCF francese.
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Il suo racconto ci mostra come fosse diffuso il sistema di violenza attuato dal comunismo, frutto non di intemperanze episodiche e disgiunte dal contesto generale, ma di imposizioni dogmatiche all’uso del Terrore che Lenin attraverso la Ceka aveva reso obbligatorie.
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La sanguinaria dittatura bolscevica si avvalse anche del sistema degli ostaggi, con cui Lenin e la Ceka ricattavano le opposizioni minacciandone lo sterminio in caso di attacchi militari o di attentati.
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Interi gruppi familiari, politici, e sociali, venivano arbitrariamente tenuti in carcere in attesa di essere giustiziati nel caso che si fossero verificate delle intemperanze da parte delle opposizioni.
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Tutta la classe borghese, denominata col termine dispregiativo di “colletti bianchi” e “donne col cappellino” fu sottoposta a rastrellamento e a cattura, cui seguiva la detenzione, la tortura, la deportazione, o la morte immediata.
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Le persone venivano arrestate per strada o in seguito all’irruzione nelle abitazioni, in un clima surreale di violenza che solo il comunismo ha saputo creare contro la Popolazione civile.
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I contadini erano assediati dalle truppe bolsceviche poichè riluttanti a consegnare loro ogni risorsa alimentare, e subivano per questo motivo incendi di interi villaggi, requisizioni, stupri, bombardamenti, e ogni altra forma di violenza che si concludeva poi con lo sterminio totale dei rivoltosi.
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In questo periodo di verificò il genocidio dei Cosacchi, le cui popolazioni  dopo la ribellione alle imposizioni comuniste furono oggetto di una repressione che comportò la morte e la deportazione di mezzo milione di persone.
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Il libro di Mel’gunov è considerato un “classico” dalla cui consultazione non si può  prescindere per l’accertamento delle responsabilità del Totalitarismo sovietico e del ruolo svolto in quanto essenza di un Male assoluto denominato comunismo.
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La testimonianza di Mel’gunov, così come quella di Aleksandr Solzenicyn, conferma la pesante responsabilità di Lenin come maestro di Stalin nella pratica del Terrore, smentendo le tesi sostenute maldestramente e ambiguamente dalle sinistre che assolverebbero Lenin disgiungendo il suo operato dai crimini di Stalin.
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Fu Kruscev che nel 1956 inventò il cosiddetto “stalinismo” inteso come fenomeno criminale, allo scopo di addossare esclusivamente al dittatore georgiano la responsabilità e i crimini attuati dal comunismo.
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Esecuzioni sommarie - Disegno di Danzig Baldaev - Tratto da "Drawings from the GULAG"
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In realtà Stalin proseguì ciò che Lenin aveva ideato ed iniziato, costruendo una struttura di potere fondata sulla malvagità e sul Terrore indiscriminato.
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La tesi di Kruscev fu prontamente acclamata dalle sinistre europee, felici di poter assolvere (davanti al loro elettorato) il comunismo russo, oltraggiato da un criminale di nome Stalin.
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Questa falsità storica che il PCI ha sostenuto per decenni, si sposa con un’altra palese mistificazione diffusa dalle schiere di pseudo intellettuali delle sinistre, riguardante la Rivoluzione russa.
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Ancora oggi gli eredi di Togliatti celebrano la Rivoluzione russa come quella attuata da Lenin nel mese di Ottobre, mentre quella effettiva e reale si compì nel mese di Febbraio, attuata da un movimento democratico di operai, studenti, e militari che dopo aver detronizzato lo Zar Nicola II Romanov formarono un Governo provvisorio comandato dall’avvocato socialista e antizarista Aleksandr Kerenskij, vicepresidente del Soviet di Pietroburgo.
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Lenin a quel tempo era in Svizzera, a Zurigo, e rientrò in Russia per organizzare quella che le sinistre hanno denominato “Rivoluzione di Ottobre”, ma che in realtà fu un vero e proprio colpo di Stato militare per nulla rivoluzionario.
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I bolscevichi capeggiati da Lenin e forti dell’alleanza con l’Armata Rossa guidata da Trocky, assaltarono il Palazzo d’Inverno e si sostituirono al Governo democratico di Kerenskij, e non al regime zarista, che era già caduto nel mese di febbraio !
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Il risultato fu quello dell’instaurazione di un regime barbaro e inumano guidato da Lenin, che usò la ferocia e il Terrore come modus operandi per annichilire il Popolo russo, consegnando poi a Stalin le redini di un comunismo che produsse cento milioni di vittime innocenti nel secolo scorso.
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L’opera di Mel’gunov ci consente di rigettare la proposizione pseudo intellettuale secondo cui Lenin aprì la via ad un socialismo “sostenibile”, constatandone invece le prerogative criminali con cui il comunismo ha sprofondato il suo stesso universo in un abisso di orrore senza fine.
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Mel’gunov è stato il primo, nel 1923, a denunciare la realtà storica in cui il Terrore bolscevico ha affermato il suo potere in Russia, cancellando ogni traccia della cultura che lo aveva preceduto, e sostituendola con un “pensiero unico” dominante imposto a priori.
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La Ceka fu ideata per distruggere gli esseri umani e plasmare i sopravvissuti, rendendoli schiavi di un mostruoso esperimento di ingegneria sociale, terrificante e devastante per l’intera umanità, in nome del comunismo.
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Non è un caso che uno dei fondatori del PCI, Antonio Gramsci, si riferisse a coloro che non erano allineati ai dictat del Partito definendoli come “pulci di cane tignoso”, mentre asseriva che i nemici politici DEVONO essere insultati con parolacce e con la denigrazione, poiché l’insulto secondo il dogma comunista è uno strumento pedagogico finalizzato alla trasformazione rivoluzionaria del mondo…
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Torture - Disegno di Danzig Baldaev - Tratto da "Drawings from the GULAG"
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L’odio era per i comunisti alla base della loro stessa essenza e del loro nutrimento quotidiano, che veniva appagato dando libero sfogo alle più feroci manifestazioni di tale sentimento.
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Mel’gunov cita fra gli altri il famigerato Martyn Lacis, capo della Ceka, il quale espresse assiomi di riferimento imponendo la seguente linea guida :
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Noi non lottiamo più contro singole persone, noi sterminiamo la borghesia come classe”.
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In osservanza di tali dogmi la Ceka “annientava i nemici di classe” gettandoli vivi dentro altiforni, con mani e piedi legati, oppure incatenandoli e buttandoli in mare aperto, dopo averli torturati.
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Le numerose testimonianze prodotte dalla Commissione Denikin, raccolte a partire dal 1919 e consultabili negli archivi oggi accessibili, a cui anche Mel’gunov ha attinto a piene mani, confermano che il Terrore istituzionalizzato e l’odio di classe, poi generalizzato, diedero vita ad uno dei periodi più bui della Storia dell’Umanità.
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Mel’gunov nel suo libro "Il terrore rosso in Russia" descrive le torture che stuoli di ferventi comunisti applicarono contro le loro vittime, manifestando i più bassi istinti brutali e la più feroce indole sanguinaria mai estesi prima a livello così endemico e capillare.
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Recentemente l’Unione Europea ha equiparato comunismo e nazismo al medesimo totalitarismo, decretandone la messa al bando, ma nelle città italiane ed europee permangono manifestazioni di simpatia verso gerarchi e criminali comunisti, palesati dall’esistenza di vie e piazze nelle nostre città che sono intitolate a Stalin, Lenin, Tito, Togliatti, ecc.
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L’arroganza comunista descritta da Mel’gunov è ancora evidentemente presente, e ciò rappresenta un insulto alla memoria delle vittime del comunismo e un freno allo sviluppo culturale e intellettuale della società democratica.
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Un grazie di cuore a Sergej Mel’gunov per averci testimoniato la reale portata del Male assoluto, tramandandoci i suoi scritti e il suo incessante lavoro di opposizione letteraria ai crimini del comunismo.
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Questo libro, come anche Arcipelago Gulag di Solzenicyn, dovrebbe essere studiato a scuola, perché i nostri figli e nipoti comprendano appieno cosa sia stato e cosa è ancora oggi il comunismo.
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Dissenso
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