sabato 28 marzo 2020

Il comunista Alberto Moravia


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Alberto  Moravia
Alberto Moravia è in realtà lo pseudonimo adottato da Alberto Pincherle (Roma 26 novembre 1907 – Roma, 26 settembre 1990) per la sua attività di giornalista, scrittore, saggista e sceneggiatore, mentre il cognome con cui divenne famoso era quello della nonna materna.
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Il padre Carlo Pincherle Moravia, era un architetto e pittore nato a Venezia da famiglia ebraica di Conegliano Veneto, mentre la madre Teresa Iginia De Marsanich, detta Gina, era nata as Ancona da una famiglia di immigrati dalla Dalmazia.
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All’età di nove anni si ammalò di tubercolosi ossea che lo costrinse ad una vita ritirata fino al 1923, anno in cui venne ricoverato al sanatorio Codivilla di Corina d’Ampezzo.
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Subito dopo la fine della seconda guerra mondiale lo scrittore si iscrisse al Partito Comunista Italiano, profondamente convinto che il comunismo fosse una religione moderna superiore al cristianesimo.
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A quel tempo gli ambienti intellettuali, o pseudo tali, erano dominio incontrastato delle sinistre, che ne avevano fagocitato l’essenza mediante una asfissiante opera di disinformazione, anche grazie a personaggi proprio come Moravia.
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La caratura culturale e lo spessore politico erano infatti definiti e considerati in base all’appartenenza militante e all’osservanza dei dictat che il Partito di Togliatti imponeva alla società italiana.
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I pittori come Pablo Picasso, o Renato Guttuso, così come gli scrittori e i poeti, oppure gli attori come Dario Fo e Franca Rame, facevano a gara per ossequiare e compiacere la politica comunista, perdendo così di vista il vero ideale di libertà e fratellanza che avrebbe dovuto compenetrare l’universo artistico e intellettuale in simbiosi con i suoi appartenenti.
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Il "Paradiso comunista" veniva presentato al pubblico mediante l’esposizione contraffatta di scribacchini tanto solerti quanto in malafede, dando alle masse popolari una immagine idilliaca del comunismo,
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Altri scrittori, non contaminati dal servilismo verso i simboli della falce e martello, rimasti integri nel loro ruolo di servizio alla verità e alla narrazione, si contrapponevano alle falsità dilaganti del pensiero unico comunista.
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Ignazio Silone e Nicola Chiaromonte erano tra questi e attraverso la rivista “Tempo presente” davano ai loro contemporanei le notizie di una realtà comunista, come quella sovietica, molto diversa da quel paradiso che veniva propagandato da personaggi come Moravia.
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Moravia affermò che la teoria comunista era un congegno meravigliosamente architettato in cui i fattori morali e umani sposavano perfettamente quelli materiali e scientifici.
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Peccato che sia in Unione sovietica che nei paesi satelliti il ricorso ai gulag e alla deportazione, alle uccisioni e alla tortura, allo stupro e al ricatto, fossero elementi pratici inscindibili dalla violenza teorizzata dal suo ideatore, Karl Marx.
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Possiamo quindi affermare che Moravia era come tanti altri un servo, quantomeno ideologicamente parlando, del sistema di terrore comunista, di cui osannava l’universo, falsificandolo in ogni sua  considerazione, e divenendone per questo complice.
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La sua produzione letteraria si snoda attraverso la pubblicazione di oltre trenta romanzi, seguendo come filo conduttore i temi dell’aridità morale e dell’ipocrisia della vita contemporanea.
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Ritengo sintomatico il fatto che Moravia si dichiarasse apertamente comunista, tanto da essere eletto Europarlamentare nelle liste del PCI nel 1984, e che di conseguenza lui stesso possa essere considerato un degno interprete di quell’ipocrisia e di quella aridità contro cui puntava il dito, ergendosi a falso poeta, consapevole e ambiguo.
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Renato Guttuso e Marta Marzotto
Non a caso, nonostante una sterminata produzione letteraria, la sua influenza e la sua fama in campo letterario scemarono rapidamente dopo la sua scomparsa.
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In periodo di guerra scrisse e pubblicò alcuni racconti a tiratura limitata, illustrati dal pittore Renato Guttuso, esponente della cultura di area comunista che poi sposerà Marta Marzotto.
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Elsa Morante
Moravia convolò a nozze con la poetessa e saggista Elsa Morante il 14 aprile 1941 ma dopo 26 anni di matrimonio si separò da lei per accompagnarsi con la scrittrice Dacia Maraini, interrompendo però il nuovo il sodalizio nel 1976 per convivere con Carmen Llera, una scrittrice spagnola più giovane di 45 anni.
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Frequentò a lungo Pier Paolo Pasolini, il regista e scrittore pedofilo tanto caro alle sinistre, le quali senza tenere in minimo conto le sue aberranti deviazioni sessuali lo santificarono e lo elevarono a rango di sublime intellettuale da prendere ad esempio.
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Moravia nel 1947 scrisse a Nicola Chiaromonte affermando di dissentire dal comunismo sovietico e di non sentirsela di essere anticomunista in Italia, esprimendo però con il suo comportamento e con l’iscrizione al Partito Comunista Italiano una ambiguità a dir poco sconcertante, figlia di quella falsità intellettuale che lo condusse poi, vergognosamente, nel 1975 a brindare insieme ad altri “compagni” per l’assoluzione di Achille Lollo, lo stragista di “Potere Operaio” che nel 1973 arse vivi due dei ragazzi della famiglia Mattei, Virgilio di 22 anni e il fratellino Stefano di soli 10 anni di età, colpevoli di essere figli del Segretario del Movimento Sociale Italiano di Primavalle.
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I due fratelli Mattei, arsi vivi dall'odio comunista
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Quella sera nella villa di Fregene di proprietà dei genitori di Lollo, a festeggiare l’ignobile sentenza di prima assoluzione che le toghe rosse avevano confezionato per il “pupillo” di Dario Fo e Franca Rame che lo assistevano tramite la loro organizzazione delinquenziale denominata “Soccorso rosso”, c’erano oltre a Moravia, anche il poeta Dario Bellezza e il pittore e regista Mario Schifano.
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Dario Bellezza è l’esempio tipico di come fosse composta negli anni ’70 (ma anche in seguito) la schiera  intellettuale di area comunista in Italia.
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Un poeta, la cui sensibilità dovrebbe costituire l’elemento prodromico alla contemplazione dell’anima, glorificandone l’essenza interiore e la simbiosi con i princìpi di consapevolezza che ci elevano al di sopra del gretto materialismo, come l’amore universale, la fratellanza, la commozione, la pietà, e tutti i sentimenti che ne definiscono la dimensione, non può definirsi tale e contemporaneamente alzare il calice per brindare al trionfo di chi invece costituisce, in ultima analisi,  l’apoteosi del male assoluto.
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La figura di Mario Schifano, perfettamente inserita nel panorama pseudo culturale asservito alla sinistra degli anni ’60, era quella di un tossicomane appartenente a quella intellighenzia romana di cui faceva parte anche l’editore trotzkista Giulio Savelli (in seguito divenuto deputato di Forza Italia), che attribuiva tutte le colpe ai fascisti.
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La responsabilità criminale di Moravia nel “coprire” le nefandezze del comunismo italiano è ben delineata da alcune sue affermazioni sui delitti compiuti da gruppi terroristici, come quello ad esempio delle Brigate rosse, verso cui lo scrittore soleva affermare, insieme allo scrittore e politico del Partito Radicale Leonardo Sciascia, di non essere “né con lo Stato né con le Br”.
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Modellando il suo comportamento su quello tenuto dal Procuratore romano della Giudea Ponzio Pilato davanti al Popolo, Moravia se ne lavò le mani, rifiutando di prendere una posizione di condanna per i crimini comunisti in Italia, ed esimendosi da qualsiasi responsabilità, anche morale, al riguardo.
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Una superficialità, la sua, indubbia e criminale, poiché insita e rapportata alla contestualità di un fenomeno, quello comunista, ugualmente deleterio e delinquenziale.
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Resta il fatto, inconfutabile, che cento milioni di vittime siano state il prezzo altissimo di vite umane spezzate dal comunismo nel secolo scorso, nel silenzio assordante di chi, come Moravia, ha interpretato il ruolo di complice, coprendone i crimini e i criminali.
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Dissenso
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