giovedì 7 maggio 2020

Criminale comunista : LUIGI LONGO


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Luigi Longo (Fubine (Alessandria) 15 marzo 1900 - Roma, 1980) nacque da una famiglia povera del Monferrato che poi si trasferì a Torino, dove il padre apri una mescita di vino nei pressi dello stabilimento Fiat, aperto da poco.
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Nel 1920 si iscrisse ad un circolo studentesco di Torino, dove conobbe Gramsci e Togliatti, poi nel 1921 a Livorno fu tra i fautori della scissione socialista che portò alla nascita del Partito Comunista d’Italia.
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Luigi Longo
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Nel 1922 si recò a Mosca dove incontrò Lenin, e instaurò una serie di rapporti che lo portarono a conoscere Stalin e i maggiori gerarchi sovietici del Cremlino, da cui ebbe poi l’incarico di interpretare il ruolo di Ispettore generale delle Brigate internazionali in Spagna durante la guerra civile del 1936.
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Luigi Longo divenne il terminale operativo in occidente delle strategie espansionistiche sovietiche, al punto che Mosca lo indicò come il personaggio ideale per guidare le formazioni partigiane che dovevano combattere il fascismo in Italia nella cosiddetta lotta di liberazione dal 1943 in avanti.
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Luigi Longo, alias “Gallo”, capo partigiano comunista e vice di Togliatti, divenne così il Comandante generale delle Brigate Garibaldi, oltre che l’organizzatore assoluto delle violenze e delle strategie delinquenziali del PCI attuate sia nel periodo della Resistenza che nel dopoguerra.
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In queste vestì si macchiò di innumerevoli crimini contro l’Umanità ed espresse palesemente il suo disprezzo per i diritti umani mediante l’uso della ferocia e della violenza, interpretando un ruolo di carnefice e assassino grazie al quale fu addirittura premiato dal Partito Comunista Italiano che, nel dopoguerra, lo ricompensò offrendogli un seggio in Parlamento come Onorevole della Repubblica.
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Dal libro di Gianfranco Stella intitolato “I grandi killer della liberazione” si evince il ruolo criminale svolto da Luigi Longo durante il periodo della guerriglia comunista del ‘43/’45, in cui mise a punto ed emanò le seguenti direttive, a cui dovevano attenersi i partigiani comunisti:
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Sul piano strategico consistevano nelle seguenti imposizioni:
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1)  Provocazione di rappresaglie.
2) Eliminazione di partigiani ostili o non allineati, e comunque insensibili ai richiami del partito.
3)  Non rispettare gli atti di resa.
4)  Premiare con la nomina a Sindaco i capi partigiani (i cosiddetti Sindaci della liberazione).
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Sul piano tattico prevedevano:
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1) Il sistematico ricorso all’uso dell’uniforme nemica.
2) L’istituzione della cosiddetta polizia partigiana.
3) La cattura di persone considerate spie.
4) L’estorsione, ovvero la richiesta armata manu di contributi.
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Longo impose anche un codice comportamentale che rendeva obbligatorio:
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1) Il prelevamento di fascisti o presunti tali.
2) Lo stupro collettivo.
3) L’infliggere al prigioniero le maggiori sofferenze.
4) L’imporre alla vittima lo scavo della fossa.
5) Il furto.
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Questo assurdo e indegno catalogo riassume la strategia criminale di Luigi Longo, finalizzata ad imporre il Terrore in Italia, così come aveva fatto Stalin in Unione Sovietica per assoggettarne le popolazioni.
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Longo (al centro in piedi con giubba bianca) in Spagna con i Partigiani comunisti
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Il fatto più grave si può riscontrare nella criminale provocazione di rappresaglie tedesche e nel cinismo con cui i partigiani comunisti esposero le popolazioni italiane alla furia nemica, reiteratamente e consapevolmente, fino al raggiungimento dello scopo.
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Questa strategia fu confermata anche da Pietro Secchia (appartenente all’apparato comunista criminale di Togliatti e Longo) che già nel 1943 minacciava chiunque si opponesse al progetto di provocare, appunto, la reazione tedesca e le rappresaglie.
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Senza le direttive di criminali imposte da Longo non ci sarebbero state le rappresaglie tedesche che insanguinarono l’Italia, a partire da quella di Marzabotto nel bolognese, oppure da quella delle Fosse Ardeatine a Roma innescata dal criminale comunista Giorgio Amendola.
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La vigliaccheria comunista dei partigiani assassini legati al PCI si palesò ampiamente e ulteriormente nel dare seguito alle direttive di Longo, che imponevano anche l’uccisione di tutti quei partigiani non comunisti che potevano costituire un ostacolo al disegno di costituire con le armi uno Stato marxista legato a Mosca al termine della guerra.
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Si contano infatti a decine i nomi delle vittime della furia rossa dei partigiani assassini, i quali ribadirono con il sangue la volontà di mantenersi saldamente ancorati all’ortodossia politica imposta da Togliatti e da Stalin.
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Longo ideò una figura di riferimento di tipo bolscevico denominandola con il termine di Commissario politico, il quale doveva essere di chiara fede comunista e privo di scrupoli e a cui ogni partigiano comunista doveva obbedienza assoluta.
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Il suo compito era quello di controllare i comandanti delle brigate partigiane, soprattutto di quelle non comuniste, e di agire in modo che i dictat di Longo, sebbene spesso connotati con evidenti intenzioni criminali, fossero eseguiti con scrupolosa diligenza.
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"Bisagno" vittima di Longo
Alcune delle vittime eccellenti che persero la vita per essersi opposti alle strategie delinquenziali di Longo furono ad esempio il famoso partigiano genovese Mario Gastaldi, alias Bisagno, reo di non essere comunista ma cattolico, oppure il comasco Luigi Canali, alias capitano Neri, reo di essersi opposto all’esecuzione sommaria di Benito Mussolini.
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Longo interpretava il ruolo di killer spietato anche come appartenente a quell’apparato criminale che, insieme a Togliatti, Secchia, Barontini, e ad altri miserabili vigliacchi comunisti, stilava le “schede” informative dei “compagni” italiani “scomodi” che venivano fatti espatriare in Unione Sovietica allo scopo di farli poi rinchiudere nei gelidi gulag staliniani.
Sulle schede infatti venivano riportate quelle note negative come ad esempio l’aver manifestato apprezzamento per Trocky o per Amedeo Bordiga, invisi a Stalin, oppure essere anarchici o non osservanti dell’ortodossia comunista di riferimento, che li rendevano quindi oggetto di attenzione per i servizi segreti russi dell’NKVD che ne avrebbero decretato l’arresto e la deportazione nei gelidi gulag della Siberia.
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Molti di loro, a causa dell’intento persecutorio di personaggi come Luigi Longo e Palmiro Togliatti, ai vertici del PCI, non tornarono mai più a casa ma perirono dimenticati e ignorati dal partito stesso al quale appartenevano.
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Le nefandezze ascrivibili a Luigi Longo che lo identificano come criminale e autore di delitti contro l’umanità trovano riscontro anche nel disprezzo palesato verso lo stesso Popolo italiano, soprattutto in occasione dell’aggressione jugoslava alla città di Trieste.
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Nella primavera del 1945 il dittatore comunista jugoslavo Tito si preparava a invadere Trieste, applicando il dogma staliniano secondo cui “il possesso costituisce i nove decimi del diritto”.
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In conseguenza di questo pericolo si tenne a Trieste una riunione clandestina del CLN, durante la quale emerse il comportamento criminale del Partito Comunista Italiano.
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Un rappresentante locale del PCI chiese infatti non solo che fosse accolto all’interno del consesso partigiano un rappresentante del Partito comunista sloveno, ma anche che si dichiarasse ufficialmente e pubblicamente che la popolazione giuliana, compresa quella italiana, desiderava unirsi alla nuova Jugoslavia.
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Il CLN friulano rifiutò categoricamente questa impostazione fratricida, provocando una rottura con il PCI e con il suo maggiore esponente Luigi Longo, che comandava le formazioni partigiane comuniste.
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Longo, apertamente colluso con il comunismo jugoslavo dichiarò la sua volontà di accettare “l’annessione di Trieste e del Litorale alla Slovenia come un inevitabile fatto storico”, avallando l’operato di Tito e delle sue truppe che il primo maggio 1945 occuparono Trieste.
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Per quaranta giorni le forze titine a Trieste si abbandonarono a violenze e saccheggi, deportando e infoibando un numero impressionante di vittime civili di etnia italiana, compiendo un genocidio pianificato secondo un orribile disegno di pulizia etnica.
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Longo e il PCI divennero così complici della morte di 4.500 persone gettate spesso ancora vive nelle profondità degli inghiottitoi naturali chiamati foibe nelle zone di Basovizza e di Monrupino, alla periferia di Trieste.
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I crimini di guerra, i crimini contro l’umanità, la complicità in genocidio, la tortura, le violenze, gli stupri, gli omicidi e le stragi, costituiscono il curriculum vitae di questo fulgido esempio di comunista, seguace della dottrina marxista.
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Luigi Longo è stato quindi un efferato criminale, fra i peggiori della Storia dell’umanità, i cui tratti sono riconducibili a personaggi dalla stessa caratura omicida come Pol Pot o il tristemente famoso Berja, piuttosto che di altri sciacalli del panorama delinquenziale comunista mondiale.
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L’immensa associazione a delinquere nota con il nome di Partito Comunista Italiano ha tenuto in ostaggio la Democrazia in Italia a cominciare dal biennio rosso precedente alla sua stessa nascita ufficiale del 1921, per proseguire fino ai nostri giorni, ammantata da nuove vesti frutto di un metamorfismo polimorfico che ne ha dissimulato le sembianze ma non la sostanza.
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Nel biennio precedente alla fondazione del PCd’I la nazione fu messa a ferro e fuoco dalla barbarie comunista nel tentativo di riproporre in Italia, attraverso il Comintern, espressione dell’Interazionale comunista, il modello bolscevico della contro-rivoluzione sovietica.
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Oggi, i seguaci di Longo e di Togliatti si identificano in uno schieramento politico che ha preso il nome di Partito Democratico, usurpando il termine stesso con cui si attribuisce tale denominazione, visto che di Democratico questo partito non ha proprio nulla.
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I suoi componenti infatti, incuranti delle vittime trucidate e torturate dal comunismo, inneggiano apertamente a Togliatti e alle compagini criminali partigiane comuniste, cantando “bella ciao” e saltandosi a pugno chiuso.
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Longo e i suoi partigiani assassini erano determinati a fondare in Italia una dittatura filo-sovietica e per questo progetto il PCI italiano ricevette ingenti stanziamenti, anno dopo anno, fino agli anni ’70.
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In quel periodo Enrico Berlinguer fingeva di prendere le distanze da Mosca e dalle politiche espresse dallo stalinismo e dai suoi eredi, propugnando in alternativa un “eurocomunismo” di stampo socialdemocratico, ma in realtà continuava a incamerare flussi costanti di denaro provenienti dal comunismo sovietico.
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Il progetto di cui Longo costituiva il braccio armato e criminale, si poggiava sulla diffusione dell’odio sociale e del terrore, esattamente come accadeva nella Russia di Stalin.
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I GAP organizzati da Longo usarono quindi la violenza cieca e la vigliaccheria come modus operandi quotidiano, palesando un disprezzo allo stato puro per la democrazia che la dice lunga sul comunismo.
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Killer prezzolati erano invitati a sparare alle spalle contro i bersagli designati, a sangue freddo, manifestandosi in totale pienezza come artefici di un terrorismo che divenne prodromico alla futura nascita della Volante Rossa, delle Brigate Rosse e di altre formazioni comuniste armate.
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Longo fu Segretario del PCI dal 1964 al 1972, anno in cui fu sostituito da Berlinguer e fu quindi responsabile di ogni nefandezza compiuta non solo dai partigiani assassini che ben conosciamo, ma anche dai loro eredi e dai loro fiancheggiatori.
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L’apparato paramilitare occulto del PCI, composto da depositi di armi e da ex partigiani comunisti, attivo fin dall’immediato dopoguerra rimase attiva fino al 1974, ma le bande armate che lo costituivano e l’arsenale militare di cui era dotato costituiscono ancora oggi un significativo punto interrogativo.
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La smania rivoluzionaria di Longo e la sua sudditanza al comunismo sovietico hanno costituito per l’Italia un passo indietro della civiltà e della democrazia, relegando il Paese entro i limiti di una cieca violenza e di un odio insanabile dall’intensità tale che sol il comunismo può esprimere.
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Longo si arrogò il diritto di ordinare la morte di Benito Mussolini, che una volta fatto prigioniero fu freddato senza processo dietro suo esplicito comando insieme a Claretta Petacci.
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Scheda biografica di Luigi Longo
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L’odio che divorava Luigi Longo e che costituiva l’essenza stessa del PCI impose ai comunisti di portare il corpo di Mussolini e della Petacci a Piazzale Loreto dove oltraggiarono le loro spoglie.
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Secondo le direttive emanate da Longo tutti gli assassini partigiani comunisti che più si erano distinti per ferocia e per obbedienza al piano di sterminio imposto dal PCI, furono assunti nel Corpo dello Stato, soprattutto nella Polizia.
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Questa procedura comportò l’assunzione di 6.000 partigiani nel 1945 e di altri 15.000 nel 1946 saturando la P.S. di ex partigiani comunisti che spesso erano collusi proprio con coloro che avevano commesso crimini ordinati da Longo.
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Il dopoguerra fu teatro di una mattanza compiuta da quegli assassini partigiani comunisti che ancora oggi sono celebrati dalla doppiezza dell’ANPI e da coloro che cantano bella ciao, nonostante gli abusi e le violenze su donne e bambine a cui si abbandonarono i seguaci di Longo e di Togliatti.
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L’Italia dovrebbe festeggiare quindi la morte di Luigi Longo anziché il 25 aprile, e testimoniare la sua vicinanza alle migliaia di vittime innocenti cadute sotto la mannaia e l’odio di Longo e del partito Comunista Italiano.
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Quando un Presidente della Repubblica italiana si dimostrerà riverente verso le vittime dei partigiani comunisti, affermando la dimensione criminale dell’apparato delinquenziale guidato d Luigi Longo, e cesserà la squallida commemorazione della cosiddetta “liberazione”, solamente allora si potrà parlare di Democrazia ripristinata.
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Fino a quel momento saremo ancora ostaggio di coloro che hanno ereditato il retaggio pseudo culturale del PCI, di Togliatti, e di Luigi Longo.
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A tutt’oggi la divulgazione storica e la verità sono pilotate attraverso la mistificazione attuata dall’apparato disinformativo post-comunista, grazie al quale Togliatti è ancora denominato come “il Migliore” mentre Luigi Longo è indicato come punto di riferimento.
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Rimane il fatto che il mondo comunista è caratterizzato dall’odio allo stato puro e dal disprezzo per la vita umana, e 100 milioni di vittime ne sono la evidente testimonianza.
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Dissenso
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