domenica 8 agosto 2021

CRIMINALE COMUNISTA PARTIGIANO E ASSASSINO : SAURO BALLARDINI

Sauro Ballardini fu un assassino partigiano comunista del partigianato bolognese, soprannominato “Topo” per via della sua bassa statura, a cui i “compagni” di Castelmaggiore aggiunsero il nomignolo di “romagnolo” a causa dei suoi trascorsi nel Faenza calcio.

Il suo nome compare in parecchi procedimenti penali per reati ascrivibili al banditismo partigiano comunista che insaguinò le zone del bolognese a guerra finita.

Fu condannato dai Tribunali della Giustizia italiana per omicidio volontario, occultamento di cadavere, furto e rapina.

Nel 1945 fu indicato da Guido Cevolani, a cui i partigiani avevano prelevato il fratello, di essere l’autore insieme ad altri della strage dei sette fratelli Govoni e di altre dieci persone a Casadio, una località del Comune di Argelato.

Cevolani, accompagnato dall’amico Giovanni Campanini, riuscì a seguire l’auto che i partigiani avevano usato per il sequestro del fratello, e a raggiungere il luogo in cui venivano condotti i prigionieri.

Cevolani, a rischio della sua stessa vita,  affrontò Luigi Borghi, alias “Ultimo”, a capo della brigata partigiana “Paolo”, e riuscì a farsi consegnare il fratello, che nel frattempo era già stato sottoposto a violente percosse.

Fu così che Cevolani divenne testimone oculare della presenza di Ballardini, braccio destro di Borghi, fra coloro che compirono l’eccidio delle sequestrate.

Le vittime furono portate nella casa colonica dell’agricoltore Emilio Grazia, in frazione Casadio, dove confluirono parecchi partigiani, avvisati che lì ci sarebbe stata una bella “festa”.

I partigiani comunisti iniziarono così a raggrupparsi sempre più numerosi, per partecipare attivamente al massacro.


Per parecchie ore, i fratelli Govoni, che furono i primi ad essere portati al podere Grazia, vennero torturati, picchiati, e seviziati da chiunque raggiungesse il luogo della “festa”.


 

Il calvario dei fratelli Govoni continuò tra urla disumane, violenza selvaggia, e imprecazioni, fino a quando quasi tutte ossa dei malcapitati furono fratturate e incrinate dalle percosse.

 

Ida Govoni, che fu prelevata appena ventenne mentre allatava la figlioletta Paola partorita due mesi prima, morì tra sevizie inimmaginabili e orrende, invocando la sua bambina.

 

Coloro che non perirono tra i tormenti e le sevizie, furono strangolati.


Le indagini dei Carabinieri, dopo la denuncia-confessione di Cevolani, portarono al rinvenimento di una fossa comune, il 24 febbraio 1951, che conteneva i resti dei 7 fratelli Govoni e dei 10 cittadini di San Giorgio di Piano (Bologna).


Nel processo che seguì, Ballardini Sauro fu assolto per insufficienza di prove dai reati di omicidio e rapina.


Il curriculum criminale di Ballardini è così lungo da indurre a ritenere che  il suo pseudonimo, anziché “Topo romagnolo”, avrebbe dovuto essere quello di “ratto di fogna”, così come tutti i suoi complici partigiani comunisti e assassini !


I suoi delitti furono commessi dopo la guerra, in tempo di pace, successivamente alla cosiddetta “liberazione”, nella feroce mattanza attuata dai partigiani che insanguinò l’Italia.

L’Emilia in particolare fu trasformata in mattatoio dalla furia omicida da quei comunisti partigiani che ancora oggi l’ANPI delinea come giustizieri popolari.

Nella zona di Castelmaggiore, da cui proveniva Ballardini, imperversavano sia la banda della Brigata partigiana comunista “Paolo” che la Gap locale, guidata da Luigi Borghi, alias “Ultimo”.

Ballardini operava in quei territori, insieme a questa accozzaglia criminale, come commissario politico e “braccio destro” di Borghi, con cui organizzava omicidi, rapine, estorsioni, saccheggi, e ogni altro tipo di nefandezze, nascondendo le proprie azioni dietro l’alibi della lotta al fascismo.


A Ballardini si deve l’uccisione di Francesco Testoni, reo di essere imparentato con l’ex Console della Milizia volontaria Enea Venturi.

Testoni venne prelevato a casa sua, di fronte i suoi figli, e condotto fino ad una cascina, in località Castagnolino di Bentivoglio, e percosso a lungo perché rivelasse dove si trovava Venturi.

Dopo aver denudato la vittima, Ballardini (Topo romagnolo) e i suoi complici la seviziarono e si appropriarono dei suoi averi, consistenti nel vestiario, nelle scarpe, nell’orologio e in una catenina d’oro, poi lo  strangolarono e gli spararono diversi colpi di pistola, infine lo gettarono in una fossa, forse ancora vivo.

Le successive indagini dei Carabinieri condussero all’arresto di Mario Neri, un partigiano comunista di ventitrè anni, che confessò, indicando il luogo dove fu interrato Testoni e i nomi degli assassini soi complici.

Furono così arrestati e sottoposti a processo i partigiani comunisti che vennero definiti la “comitiva di belve umane”, i cui appartenenti erano:

Sauro Ballardini, Luigi Borghi (Ultimo), Paolino Vergnana, Fedele Ziosi, Dino Bolelli, Giorgio Chiarini, Rino Resca, Lino Michelini.

Il Tribunale li condannò tutti a pene varianti dai 17 ai 26 anni di carcere, ma Ballardini espatriò clandestinamente in Jugoslavia, aiutato dal P.C.I. bolognese, insieme a Borghi, Ziosi e Vergnana, sfuggendo così alla Giustizia italiana.

Ballardini collezionò un’altra condanna a 21 anni di carcere per l’omicidio di Elio Fioravanti, un partigiano che dopo aver collaborato con le truppe dell’Esercito popolare nella Jugoslavia di Tito, era rientrato in Italia a causa di una ferita riportata in battaglia.

A Bologna Fioravanti stava indagando sull’eccidio della famiglia Bolzan, i cui componenti erano stati prelevati il 10 aprile del 1945 nella loro abitazione di via Lame da un commando di quattro persone.

A chiedergli di indagare erano state Albertina e Rosanna, le due sorelle di Antonio (sparito insieme ai due figli Bruno di vent’anni e Jada di ventiquattro) che gli chiesero di interessarsi della loro sparizione.

Le indagini di Elio Fioravanti condotte negli ambienti del partigianato comunista bolognese produssero forti preoccupazioni negli autori del crimine, al punto che gli fu dato un appuntamento con la scusa di fornire dati utili alle sue ricerche.

Fioravanti si recò all’appuntamento in compagnia di Albertina, ansiosa di avere qualche notizia sulla vicenda, ma mentre i due si recavano sul luogo concordato vennero raggiunti da tre individui in bicicletta.

Uno di loro estrasse una rivoltella e sparò a sangue freddo contro Fioravanti, uccidendolo.

Sauro Ballardini, il ratto di fogna partigiano e assassino, era colui che aveva sparato, riconosciuto da Albertina mentre premeva il grilletto contro il partigiano Elio Fioravanti, reo di essere molto vicino a scoprire chi fossero gli autori della “sparizione” della famiglia Bolzan.

La Jugoslavia comunista di Tito accolse Ballardini tra i suoi combattenti, nascosto sotto lo pseudonimo di Athos Bovina, mentre l’apparato disinformatore delle sinistre in Italia lo proclamava come esule in fuga dalle persecuzioni della Magistratura italiana.

Il “ratto di fogna” però, convintamente staliniano, iniziò ad operare in una cellula jugoslava che complottava contro il regime di Tito, dopo che questi era entrato in rotta di collisione con il regime sovietico, ma fu scoperto e arrestato dalll’UDBA, la famigerata polizia segreta che perseguiva la dissidenza politica nei territori della Jugoslavia.

Nel 1950 scontò tre mesi di carcere, poi nel 1952 venne di nuovo arrestato e accusato di spionaggio militare e politico, per il quale era prevista la pena di morte.


I ratti di fogna della Brigata "Paolo".
Al centro si riconosce Sauro Ballardini.

Bovina, alias Ballardini, alias “Topo”, da me ribattezzato “ratto di fogna” se la cavò con una sentenza che lo condannava a 14 anni di lavori forzati, da scontare nel lager di Sremska Mitrovica.

La fortuna, sotto le mentite spoglie della distensione tra l’Unione Sovietica di Khruscev e la Jugoslavia di Tito, successiva alla morte di Tito, favorì la liberazione degli internati comunisti italiani, tra cui Ballardini.

Nel 1956 l’assassino partigiano uscì dal carcere-lager di Sremska Mitrovica, decidendo di trasferirsi in Cecoslovacchia, uno dei luoghi scelti dal P.C.I. per la latitanza dei suoi protetti, quasi tutti omicidi, rapinatori, delinquenti di bassa lega, e terroristi.

Nell’aprile del 1965 gli fu concessa la Grazia dal Presidente della Repubblica italiana Giuseppe Saragat, lo stesso squallido policante che graziò Francesco Moranino, alias Gemisto, capo del sesto distaccamento partigiano comunista “Pisacane” della Brigata Garibaldi-Biella, autore della strage di sette persone.

Nel 1981  il partigiano comunista assassino tornò in Italia, stabilendosi a Bologna.

La sua immagine di boia e di criminale fu rapidamente trasformata dall’ANPI in quella di un eroico combattente antifascista, mentre l’apparato disinformaore e propagandistico del Partito comunista gli creava un’aura leggendaria.

Ballardini fu invitato anche a presenziare a commemorazioni della Resistenza, come quella che si tenne davanti al sacrario in piazza del Nettuno a Bologna  in cui è ricordato il partigiano Elio Fioravanti da lui assassinato.

La sua partecipazione fu richiesta in convegni e incontri, oppure nelle scuole, per raccontare con enfasi la sua versione dela Resistenza, ponendosi agli occhi degli astanti, adulti e bambini, come personaggio mitico e comunista appassionato.

Nei suoi racconti, naturalmente, Ballardini si è ben guardato dal menzionare le degenerazioni delle squallide squadracce partigiane e le loro stragi di uomini e donne innocenti, così come i furti o le rapine perpetrate a danno delle loro vittime.

Nessun accenno anche al suo “curriculum” criminale, degno di un partigiano comunista crriminale e assetato di odio e di sangue.

Una vera icona del Partito Comunista Italiano!

Ballardini morì nel 2010 a 85 anni di età, liberando il mondo dalla sua squallida presenza.


Dissenso

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