lunedì 5 settembre 2022

Luigi Borghi: criminale partigiano comunista assassino

Nato a Castelmaggiore in provincia di Bologna nel 1914, Luigi Borghi era un operaio della Manifattura Tabacchi, che prestò servizio militare presso il Regio esercito, passando poi dopo l’Armistizio del 1943 nei ranghi della Guardia nazionale repubblicana, il corpo di polizia interna e militare della Repubblica sociale di Mussolini.



La sua istruzione si fermò alla quinta elementare ed era caratterizzato dai modi rozzi e nevrotici, così come da due baffetti appena accennati e da capelli neri e crespi, con una inconfondibile attaccatura alta.

Fece parte anche del Feldkommandantur di Bologna, il comando militare tedesco da cui dipendevano le SS italiane.

Verso la fine dell’estate del 1944 fu catturato dai gappisti partigiani del comandante Franco Franchini, alias “Romagna”, un carpentiere imolese messo a capo del gruppo locale per le sue attitudini militari.

Franchini fu poi trasferito nel distaccamento di Castel Maggiore, a comandare la 7° Brigata GAP comunista Gianni Garibaldi, a cui fu dato il nome di Brigata Paolo.

Borghi stava per essere fucilato, ma si mise a singhiozzare, umiliandosi e implorando pietà, chiedendo a gran voce di essere integrato nelle file partigiane.

Sapendo che Borghi aveva un fratello comunista e un altro socialista, i partigiani decisero di graziarlo, provocando la sua immediata trasformazione da camerata a compagno.

Da quel momento Borghi iniziò la sua carriera di partigiano, palesandosi però come individuo indiscplinato e inaffidabile.

Durante il suo primo scontro a fuoco, a Sabbiuno di Castelmaggiore, nell’ottobre 1944, morì il comandante “Romagna”, colpito alla schiena da una fucilata, e ci sono forti sospetti che a colpirlo sia stato proprio Borghi.

Il nome di battaglia di Borghi era “Ultimo”  a causa del fatto che fu l’ultimo in ordine cronologico ad aggregarsi alla 7° Gap di Castelmaggiore, ma i suoi complici comunisti preferivano chiamarlo “Gino”, oppure “Maurizio” o ancora “Giordano”.

Borghi aveva un motto che ripeteva a tutti continuamente :

Quand ch’us va in tal cà b’sogna mazè tot, nec e gatt” (Quando si entra in una casa bisogna ammazzare tutti, anche il gatto!".

S. Ballardini
Con questa filosofia di vita, improntata all’omicidio e al disprezzo per la vita umana, il feroce partigiano comunista fu responsabile, insieme al “compagno” Sauro Ballardini, detto “Topo”, di una lunga scia di sangue.

A proposito di quest’ultimo, si veda un mio post al link : Ballardini

Oltre alla coppia Borghi-Ballardini, la Gap di Castelmaggiore era costituita anche da due donne, entrambe contadine, Germana Bordoni di anni 20 e Carolina Malaguti, alias “Prima” di anni 21, non meno feroci della coppia maschile.

Fra i tanti omicidi commessi dal partigiano comunista figura quello di Giuseppe Forti, proprietario dell’azienda agricola “Ringhiera” di Bentivoglio, e di suo figlio Romeo.

Infatti Borghi e la sua accolita delinquenziale si recarono a Bologna, in via Santo Stefano 48, dove abitava la famiglia Forti e dopo aver individuato Giuseppe, di 72 anni, lo freddarono nell’atrio del palazzo con tre colpi di pistola, poi prelevarono Romeo e lo portarono via.

Il mattino seguente il suo cadavere fu ritrovato steso a terra crivellato di colpi in via San Petronio Vecchio, a poca distanza da casa sua.

Nel dopoguerra i comunisti e il loro partigianato assassino avevano come scopo quello di ripristinare lo stesso clima di terrore che avevano imposto vent’anni prima, nel periodo cosiddetto del biennio rosso, durante il quale misero a ferro e  fuoco l’intera penisola.

Quel fascismo che in precedenza li aveva fermati, e che aveva ripristinato la Pace e il benessere, dopo la guerra non c’era più, e riprese quindi forza l’idea espressa dalle bande comuniste di trasformare l’Italia in un satellite sovietico, con tanto di guerra alla borghesia e di collettivizzazione delle terre agricole, proprio come nella Russia di Stalin.

Borghi impazzava per i territori della bassa bolognese in sella ad una motocicletta rossa, con la mitraglietta a tracolla, e lasciava dietro di sé una scia di morti ammazzati.


Borghi è l’autore materiale anche dell’omicidio di Leandro Arpinati, ex podestà di Bologna che durante il suo mandato di Sindaco realizzò diverse opere pubbliche, come lo Stadio Littoriale, oggi Stadio Dallara, a quel tempo uno dei più grandi in Europa, la Clinica psichiatrica, l’Ospedale Pizzardi, il raddoppio della linea del tram, l’edilizia popolare, la funivia di San Luca, ed altre opere.

Arpinati era una delle voci del dissenso contro l’operato dei gerarchi fascisti, contro i quali ebbe a scontrarsi al punto che Mussolini gli impose il “confino” a Lipari, seguito poi dal “domicilio coatto” nella sua casa di Malacappa, nella Bassa bolognese.

Da quel momento Arpinati operò per la protezione degli antifascisti, pur rimanendo anticomunista, al punto che si incontrò con il comandante Franchini alias “Romagna” (che poi sarà ucciso da “Ultimo”), il quale gli promise che nessuno lo avrebbe toccato, proprio per ringraziarlo del suo impegno.

Quando il motofurgone che trasportava Borghi e altri partigiani oltrepassò il cancello della proprietà di Arpinati, verso mezzogiorno del 22 aprile 1945, si trovò di fronte proprio a lui, che stava passeggiando insieme a Torquato Nanni e a Mario Lolli, il segretario dell’ex Podestà.

Una delle due partigiane che componevano il drappello criminale si mise istericamente a strillare : “Dai dai sparagli sparagli!

Torquato Nanni si frappose fra Borghi e l’amico, nel tentativo di calmare gli animi, ma fu steso da un violento colpo ala nuca inferto con il calcio del fucile da uno dei partigiani.

A quel punto Borghi, “Ultimo”, sparò con il suo sten (mitra a canna corta di fabbricazione inglese) al volto di Arpinati, devastandogli il viso e uccidendolo all’istante.

Le due pasionarie partigiane intervennero nuovamente, mettendo a nudo la loro immensa carica di odio, tipica delle bande comuniste, urlando :

Dai dai ammazzate anche gli altri!

Una di loro sparò un colpo alla nuca di Nanni, finendolo, mentre glia ltri partigiani infierirono sul cadavere di Arpinati bersagliandolo di colpi.

Il segretario Mario Lolli tentò la fuga correndo verso la casa, ma fu raggiunto da diversi proiettili alla schiena, e ancora una volta, una delle due partigiane con il fazzoletto rosso al collo si mise a urlare:

Ammazzalo, finiscilo!

Quando fu di fronte a Giancarla, la figlia 21enne di Arpinati, “Ultimo” le lanciò fra le gambe una bomba a mano che fortunatamente non esplose, poi iniziò insieme al gruppo a depredare i cadaveri, portando via orologi, portafogli e altri oggetti.

A proposito di Arpinati, si veda un mio post al link : Arpinati

Lo stesso giorno, il manipolo di criminali assassini della Brigata comunista partigiana Paolo si recò a Bentivoglio, dove uccise barbaramente  Serafino Zoni, di 48 anni, milite della Guardia repubblicana, e i fratelli Luigi e Rino Ramponi, rispettivamente di 41 e 39 anni,gettando poi i cadaveri in una buca anticarro.

Dopo la strage i partigiani si recarono nell’abitazione di Zoni minacciando madre e figlio perchè consegnassero loro il denaro e i libretti di risparmio.

Nel corso delle indagini su queste uccisioni sia la vedova di Zoni che il figlio testimoniarono ai Carabinieri che due dei sequestratori del familiare ucciso erano Luigi Borghi e Carolina Malaguti.


In occasione del successivo processo istituito nel 1952, un altro testimone, tale Arturo C., identificò ”Ultimo” e Ballardini, il suo degno compare, come due dei tre partigiani che in località Paleotto a Funo di Argelato scortavano i tre prigionieri verso il luogo dell’esecuzione.

Nonostante i crimini commessi, la sociopatica comunista e criminale Carolina Malaguti fu poi inserita nella vulgata resistenziale del dopoguerra, zeppa di falsità e di inganni ad opera dell’appparato disinformatore delle sinistre, come eroico esempio di partigiana, e decorata con medaglia di bronzo al Valor Militare.

Due giorni dopo l’eccidio di Malacappa e cioè il 24 aprile 1945, Luigi Borghi si recò, alla guida del famigerato autocarro, in Via Fondazza 53 a Bologna, dove abitava Luigi Trevisi, di 57 anni, capo tecnico della Manifattura Tabacchi.

Con lui aveva uno “screzio” da regolare in quanto il tecnico aveva questionato con la moglie del partigiano, Iside Bussolari, 31enne operaia della Manifattura, e non le aveva concesso alcuni permessi.

Borghi e gli altri partigiani dopo aver saccheggiato l’appartamento, ripetendo lo squallido itinerario dello sciacallaggio comunista, sequestrarono Trevisi e lo portarono in Piazza Maggiore esibendolo come trofeo fino alla sera, e trattenendolo poi a Castelmaggiore al loro rientro in sede.

Il gruppo si recò quindi a Trebbo di Reno, per prelevare il cantoniere comunale Armando Bonazzi, considerato da “Ultimo” una spia dei tedeschi, nonostante il fatto che costui non avesse nemmeno aderito al fascismo di Salò.

Sia Trevisi che Bonazzi vennero trucidati in località Noce, vicino al fiume Reno e i loro cadaveri crivellati di proiettili vennero scoperti il giorno successivo.

I Carabinieri durante le indagni stablirono che i delitti erano da ascrivere alla famigerata banda Borghi, autrice di rapine, estorsioni, razzie, saccheggi, e numerosi omicidi.

Affermarono inoltre che della banda facevano parte, oltre a Borghi detto “Ultimo”, anche Sauro Ballardini, e Carolina Malaguti.

A quest’ultima, nonostante la caratura criminale e il disprezzo per la vita umana, venne conferita la Medaglia di Bronzo al Valor Militare, e questo la dice lunga sulla affidabilità della vulgata resistenziale propagandata dal PCI nel dopoguerra.

Le ricostruzioni storiche vennero platealmente falsate e plasmate ad uso e consumo della sinistra, la quale cantando “bella ciao” ha costruito a tavolino eroi che non esistevano e nascosto criminali sanguinari colpevoli di aver compiuto stragi ed eccidi di persone innocenti, a guerra finita, spesso per rancori personali o semplicemente per predare i loro averi.

A guerra finita, lo psicopatico partigiano comunista uccise anche Carlo Savoia, un 19enne che era stato squadrista delle Brigate Nere, e Raffaele Calzoni, milite 35enne della Guardia nazionale repubblicana di Baricella, oltre a Loris Busi, fornaio.

Dopo averli trasportati con un camion in aperta campagna i partigiani li falciarono a colpi di mitra e abbandonarono i loro cadaveri in un campo.

Gli omicidi della Brigata Paolo si susseguirono quotidianamente dopo la fine della guerra, in un delirio di onnipotenza criminale in seguito al quale vennero uccisi i sette fratelli Govoni di Pieve di Cento e la moglie di Ido Cevolani, Govannina, massacrati senza pietà.


Insieme a loro i partigiani uccisero i prigionieri prelevati a San Giorgio di Piano:

Bonora Cesarino, il padre Alberto, il figlio Ivo, e Bonora Ugo, Bonvicini Alberto, Caliceti Giovanni, Malaguti Giacomo, Mattioli GuidoPancaldi Guidoe Testoni Vinicio.

I prigionieri vennero prima sottoposti ad un feroce pestaggio, con pugni, calci, bastonate, sevizie e torture, infine strangolati, poi dopo essere stati spogliati dei beni personali furono tutti gettati in una fossa anticarro.

In precedenza l’odio cieco e irrazionale delle bande comuniste partigiane compì un’altra strage, prelevando nella cittadina di Cento le seguenti persone:

Alborghetti Giuseppe, Bonazzi DinoCavallini EnricoCevolani Alfonso, Costa Sisto, la di lui moglie, Adele, e il loro figlio VincenzoMaccaferri VanesMelloni Ferdinando, Moroni Otello,  Tartati Guido, e Zaccarato Augusto.

Guido Cevolani, fratello di Alfonso riuscì a convincere i partigiani a liberare il congiunto, ma tutti gli altri vennero condannati a morte dopo un processo farsa da uno pseudo tribunale partigiano.

Le vittime, dopo essere state depredate dei loro averi, furono tutte strangolate.

Questi episodi criminali costituivano la quotidianità del dopoguerra emiliano, in un crescendo di odio con cui il PCI voleva traghettare l’Italia verso un oscuro destino trasformandola in un satellite sovietico.

L’8 febbraio 1953 i responsabili dei massacri, o perlomeno quelli che la Magistratura bolognese riuscì ad individuare, furono condannati all’ergastolo dai Giudici del Tribunale, ma non fecero nemmeno un giorno di galera, poiché il PCI li fece espatriare in Cecoslovacchia.

I nomi di questi assassini partigiani sono:

Luigi Borghi, alias "Ultimo", comandante del distretto di Castel Maggiore della VII brigata Gap Gianni Garibaldi;

Vittorio Caffeo, alias "Drago", partigiano nella II brigata Paolo;

Vitaliano Bertuzzi, alias "Zampo", partigiano prima nella IV brigata Venturoli Garibaldi, poi nella II brigata  Paolo, in cui era vice comandante di battaglione;

Adelmo Benini, alias "Gino", partigiano nella II brigata Paolo. 

Tra gli indiziati, veri e propri banditi scappati a gambe levate poco prima del processo, figuravano:

Accurso Carlo, Ballardini Sauro, Biondi Enzo, Crescimenti Lodovico, Dardi Arturo, Galuppi Pietro, Marzetti Alberto, Montanari Ivano, Pioppi Arrigo, Vignoli Bruno, Zanardi Remo, Ziosi Fedele.

"Ultimo", insieme a "Moretto" è stato anche l'esecutore materiale dell'omicidio di Laura Emiliani Costa, descritta dai partigiani della Paolo come ipocrita e pericolosa.

Insieme ai partigiani "Moretto", Dino Cipollani e Guido Belletti, dopo averla prelevata dalla sua villa, a Torre di Asìa, nel Comune di San Pietro in Casale, la portarono alla sede del Cln di Argelato.

In questa occasione Luigi Borghi le disse:

"Vè chi è sta faza da fascesta" (Guarda chi c'è qui quest faccia da fascsta".

Poi la caricarono su un auto, e da quel momento Laura Emiliani Costa scomparve nel nulla.

La disinformazione comunista, quella per intenderci che piace tanto all’ANPI, nel suo continuo manipolare i fatti storici, ha dipinto Luigi Borghi non come il sadico criminale che era, ma come eroico combattente e degno rappresentante della nuova gioventù italiana, come risulta dalle sue note, scritte e pubblicate per conto del Comune di Bologna, Dipartimento Cultura, Area Storia memoria, sul sito storiaememoriadibologna.it.

Non solo Borghi, un vero ratto di fogna comunista e partigiano, è stato eletto ad eroe, e proclamato indomito combattente, ma gli è stata anche conferita una Medaglia d’Argento al Valor Militare, confermando che l’apparato resistenziale comunista descritto dalle sinistre con grande enfasi, in realtà si componeva di criminali sanguinari che abusavano del loro potere per compiere omicidi e rapine, con la compiacenza del PCI di Longo e Togliatti.

Ancora oggi le sinistre celebrano il 25 aprile senza la minima vergogna per i numerosissimi crimini commessi dal PCI, loro antesignano, da cui hanno tratto linfa vitale per decenni, salvo poi metamorfizzarsi sotto mentite spoglie.

.

Dissenso

.


Nessun commento:

Posta un commento

Post più popolari

Amici del blog