domenica 5 febbraio 2023

Il comunista Dante Stefani

E’ morto all’età di 95 anni Dante Stefani, dirigente di quel Partito Comunista e di quel partigianato garibaldino che seminarono lutti, sangue e terrore nei territori bolognesi, e non solo.

Grazie al partito divenne assessore al bilancio nella giunta presieduta da Guido Fanti nel 1970 e in seguito presidente di BolognaFiere, poi nel 1979 fu eletto al Senato dove rimase fino al 1987.

Nacque nel 1927 e fin da giovanissimo aderì alla Resistenza come membro delle brigate Garibaldi attive nel bolognese e teatro di premeditate azioni delittuose.


Dante Stefani  -  Scheda ANPI - Istituto Storico Parri


Va detto che in tale contesto molti degli assassini comunisti che parteciparono alle scorribande criminali dei garibaldini nel dopo guerra, ad armi deposte, in tempo di pace, furono poi condannati dalla Magistratura a pene che arrivarono anche all’ergastolo, ma quasi tutti vennero aiutati dalla dirigenza del partito comunista ad espatriare in Cecoslovacchia per vivere in stato di latitanza alla faccia della Giustizia italiana.

Le bande garibaldine, come la 36a brigata Garibaldi Bianconcini, la IVa brigata Venturoli (dove militò Stefani), e la IIa brigata Paolo, solo per citarne alcune, furono in prima linea nel compiere una lunga catena di delitti di odio e di crimini sanguinosi, con la compiacenza e lo sprone dei cosiddetti Commissari politici del Partito comunista Italiano.

Molti assassini vennero anzi premiati per la loro ferocia, fino a ricoprire incarichi pubblici o addirittura eletti nel ruolo di deputati in Parlamento, come nel caso, ecclatante, di Francesco Moranino.

Ricordo a chi legge che “Gemisto”, così era chiamato Moranino quando comandava il distaccamento “Pisacane” delle Brigate Garibaldi, e in seguito la 50° brigata Garibaldi, e ancora la XXIIa Divisione Pietro Pajetta, tutte rigorosamente comuniste, organizzò il massacro di 7 persone, premiando poi gli esecutori materiali della strage con la somma di trecento lire ciascuno.

Nel  1949 fu colpito da un mandato di cattura emesso dalla Magistratura, ma si diede alla macchia, protetto dal PCI, salvo poi ritornare una volta eletto in Parlamento nel 1953.

Nel 1955 l’assassino deputato comunista che siedeva sugli scranni del Parlamento italiano fu rinviato a giudizio per omicidio plurimo e grazie alla concessione dell’autorizzazione a procedere il processo penale ebbe un seguito che si concluse con la sua condanna all’ergastolo.

Nel processo di appello del 1957 la sentenza fu confermata ma il comunista stragista non fece nemmeno un giorno di galera perché il PCI e “Soccorso rosso” lo aiutarono ad espatriare, inviandolo in Cecoslovacchia presso “Radio Praga”, dove rimase fino al 1965, anno in cui il Presidente della Repubblica italiana Giuseppe Saragat gli concesse la grazia.

Va detto che in precedenza, nel 1958, anche il Presidente della Repubblica italiana Giovanni Gronchi, predecessore di Saragat, aveva commutato la pena da ergastolo a dieci anni di reclusione.

Al suo rientro in Italia l’assassino comunista fu accolto a braccia aperte dal PCI, che lo fece eleggere Senatore della Repubblica, carica che mantenne fino alla sua morte nel 1971.

Dante Stefani,  ex
Commissario politico
 del PCI

Negli anni del dopoguerra a Bologna era Sindaco Giuseppe Dozza (dal 1945 al 1966) e poiché a quei tempi nulla si muoveva senza il consenso esplicito del Partito comunista, viene da pensare  che il tanto osannato dirigente politico, definito come “il Sindaco di tutti” non fosse all’oscuro delle manovre criminali che il partigianato garibaldino locale interpretava quotidianamente.

I cosiddetti “commissari politici” (come Dante Stefani) che imperversarono nel dopoguerra, ubbidivano direttamente al PCI, e svolgevano un ruolo che aveva poco di diverso dalle famigerate “trojke” staliniane che seminavano sentenze di morte fra la popolazione dell’Unione Sovietica.

La disinformazione comunista e i seguaci di Togliatti, ancora ben attivi ai nostri giorni, hanno presentato la narrazione della vulgata resistenziale completamente falsata nella sua essenza, raccontando di eroi che in realtà erano criminali, e nascondendo i crimini e la ferocia che li avevano contraddistinti, insieme ad un odio insanabile.

I delitti, le stragi efferate, i furti e le ruberie, commessi da veri sciacalli al soldo di Togliatti e Longo, come nel caso dell’”Oro di Dongo”, oppure delle torture che precedettero le esecuzioni della famiglia Govoni, così come le esecuzioni di altri partigiani colpevoli di non essere allineati all’ortodossia stalinista, rappresentarono nell’immediato dopoguerra il biglietto da visita del partigianto comunista.

Gli Istituti storici della Resistenza, che avrebbero dovuto interpretare un ruolo di obiettività nel raccontare le vicende della guerra civile italiana dal 1943 al 1945, oltre che del dopoguerra, in realtà si incaricarono di fabbricare una versione adulterata e falsa dei fatti.

L’INSMLI (Istituto Nazionale per la Storia del Movimento di Liberazione in Italia) comprende quegli Istituti sopra citati che in realtà non sono altro che fabbriche di colossali falsificazioni, affratellate da un culto malsano della Resistenza, offerta secondo stereotipi preconfezionati e adattati alle esigenze del Partito comunista.

Il simbolo di MORTE che
piace tanto ad ANPI e PD

Deus ex machina della vulgata resistenziale e delle relative imposizioni dogmatiche è senza ombra di dubbio l’ANPI, roccaforte degli stalinisti che traggono linfa vitale sia dal retaggio pseudo culturale e politico di Togliatti, definito con il vezzeggiativo di “il Migliore”, che dai veterocomunisti dei nostri giorni.

E’ anche sintomatico il fatto che nei siti dell’ANPI si trovino riferimenti a criminali assassini del partigianato comunista, ma solo in termini che ne glorificano l’operato, e che omettono deliberatamente i coinvolgimenti giudiziari, le condanne, la latitanza e quant’altro possa inficiarne l’immagine.

Appare quindi assolutamente inaffidabile l’intero impianto resistenziale così come viene presentato, compreso l’insieme di biografie e di documenti sapientemente manipolati.

Viene quindi da interrogarsi sul fatto che fosse prassi consolidata quella di omettere fatti, circostanze, e soprattutto responsabilità che riguardavano personaggi di spicco del partito comunista, come ad esempio il Sindaco Dozza, oppure Dante Stefani.

Oggi sappiamo che il Partito comunista operava per sviluppare un disegno eversivo con il quale intendeva trasformare l’Italia in un satellite russo, agli ordini dell’Unione Sovietica.

Togliatti era l’artefice del piano criminale, mentre le brigate Garibaldi costituivano il braccio armato con cui realizzare il disegno eversivo.

La volontà comunista si palesò apertamente con il tradimento del Partito nei confronti del Popolo e dello Stato italiano, nel momento in cui Togliatti e Longo dichiararono la loro volontà di lottare al fianco di Tito e dei comunisti jugoslavi per dare loro i territori istriani dell’Italia orientale che appartenevano di diritto alla Nazione italiana.

Il Trattato di Rapallo del 1920, conseguente alla vittoria italiana nella prima Guerra mondiale, sancì l’appartenenza della Venezia Giulia, dell’Istria e del Quarnaro al Regno d’Italia, ma le orde garibaldine comuniste italiane furono destinate, per ordine di Longo e Togliatti, a combattere in seno al IX Corpus d’armata titino, a fianco del comunismo slavo.

Togliatti e Tito, i due comunisti stragisti e assassini a colloquio...

Il tradimento comunista apparve palese in ogni suo aspetto, compreso il fatto che per interi decenni un fiume di denaro si riversò da Mosca nelle casse del Partito comunista italiano, nonostante il fatto che questo fosse insito nell’ambito parlamentare della Repubblica.

Tutto ciò, di per sé, costituì un tradimento comunista nei confronti della nazione, poiché gli ingenti finanziamenti russi legavano il PCI a doppio filo con Mosca, inducendo il partito di Togliatti ad agire non nell’interesse del Popolo italiano, ma in nome di Stalin.

Non a caso Togliatti, dopo aver interpretato il ruolo di Numero due del Comintern, ebbe a lui intitolata una città sul fiume Volga, in Russia, che prese il nome di Togliattigrad.

Quando nel 1930 Stalin concesse a Togliatti la cittadinanza russa, durante il XVI Congresso del Partito Comunista Sovietico, lo statista italiano dichiarò :

È motivo di particolare orgoglio aver lasciato la cittadinanza italiana perché come italiano sarei solo un miserabile mandolinista e nulla più.

Come cittadino sovietico sento di valere 10 mila volte più del migliore cittadino italiano”.

L’elenco dei traditori, degli assassini, dei ladri, e di coloro che impunemente stuprarono, mutilarono e torturarono esseri umani innocenti a guerra finita, è molto lungo, ed è composto proprio da quei personaggi che il PCI prima e l’ANPI poi hanno sublimato e presentato come esempi da seguire, come eroi e simboli di una Italia repubblicana e antifascista.

Viene spontaneo quindi fare dei confronti e dei parallelismi fra i vari personaggi indicati sia dall’ANPI che dai vari rappresentanti di quel partito, il PD, che trae le sue origini dal famigerato PCI.

Dante Stefani nell’immediato dopoguerra era poco meno che ventenne e membro effettivo del partigianato comunista.

Premesso che le squadracce comuniste garibaldine del bolognese si macchiarono di una serie infinita di crimini, di omicidi e di stragi, di torture e stupri, seguiti dall’immancabile occultamento dei cadaveri per coprire ciò che loro stessi sapevano essere un delitto contro l’umanità, e considerando che Stefani ne faceva parte e che era talmente legato al PCI da diventarne poi un “uomo chiave” ricoprendo incarichi di prestigio, oltre che essere amico di personaggi come Araldo Tolomelli (Sap) o Vincenzo Galletti (Gap), viene da chiedersi:

Possibile che il tanto osannato e defunto Dante Stefani non avesse alcuna responsabilità nei fatti e nelle strategie criminose del PCI di cui era membro iperattivo?

Gli archivi comunisti potrebbero dircelo, ma come sappiamo la gestione degli incartamenti relativi alla Resistenza e al dopoguerra sono appannaggio esclusivo di organismi come gli Istituti Storici pilotati dall’ANPI, per cui risulta evidente che per ora possiamo sapere solo ciò che i veterocomunisti vogliono che sappiamo.



Tutto ciò nel totale disprezzo della democrazia, della verità e della realtà dei fatti.

L’essenza comunista è proprio questo, e ci permette di dubitare su chiunque venga proposto all’attenzione delle masse come fulgido esempio da seguire e come modello di comunista.

Sappiamo bene cosa ciò possa significare…


Dissenso 

 

lunedì 23 gennaio 2023

PAVEL FLORENSKIJ

Pavel Aleksandrovich Florenskij nacque a Yevlach (nell’attuale Azerbagian) il 9 gennaio 1882.

Era figlio di un ingegnere delle ferrovie, Aleksandr Ivanovic, e di Olga Pavlovna Saparova, discendente d una nobile e colta famiglia armena.

Primogenito tra i fratelli e sorelle Julija (medico psichiatra), Elizaveta (pittrice e pedagoga), Aleksandr (geologo, archeologo ed etnografo, arrestato nel 1937 e fucilato nel lager di Sussuman, nella regione di Magadan), Olga, Raisa (pittrice) e Andrej (esperto di armamento militare pesante), Pavel divenne un sacerdote, distinguendosi anche come scienziato, enciclopedista, filosofo, teologo, fisico, matematico e ingegnere, specialista di materiali elettrotecnici.

La famiglia si trasferì a Tbilisi, in Georgia, dove dimorò a lungo e da cui Pavel si allontanò solo al compimento dei 18 anni di età per recarsi all’Università di Mosca, dopo aver concluso gli studi ginnasiali nella cittadina georgiana di Tiflis.


Seduti, da sinistra: il padre Aleksandr, la sorellina Raisa, Pavel, la sorella Elizaveta, la mamma Olga, e il fratellino Aleksandr.  In piedi: Olga Florenskaja, Elizaveta Pavlovna Melik-Beglyarova, e Lucy Glorenskaja

All'Università di Mosca studiò fisica e matematica (seguì i corsi di N.Bugaev, il padre dello scrittore Andrej Belyj) laureandosi nel 1904, ma rinunziò ad una prestigiosa cattedra universitaria per dedicarsi alla filosofia antica, seguendo i seminari di Nikolaj Sereevic Trubeckoj e L. Lopatin, come iscritto all’Accademia di teologia (dove svolse anche l’attività di insegnante) e, dopo aver conseguito la Licenza tale disciplina nel 1908, anno della morte del padre, divenne nell’aprile del 1911 sacerdote della Chiesa ortodossa senza però ricoprire alcun incarico parrocchiale.

Pavel e la moglie Anna Michaijlovna Giacintova

Il 25 agosto 1910 Pavel si sposò con Anna Michaijlovna Giacintova, dalla quale ebbe il primo figlio, Vasilij, nel 1911.

Il secondo figlio fu chiamato Kirill, mentre alla figlia più grande fu dato il nome di Olga, e ad altri due figli, fratello e sorella minori, rispettivamente quelli di Michail e di Maria Tinatin.

Il 5 aprile 1912 conseguì il Dottorato e il titolo di Magister in Teologia.

Dal 1912 al 1917 lavorò come segretario scientifico della commissione per la protezione dei monumenti d’arte e delle antichità del Monastero ortodosso Santissima Trinità Sergio Lavra (Trinity-Sergius), poi diresse la rivista Theological Bulletin (Messaggero teologico) e tenne lezioni di matematica e fisica presso l’istituto Sergio di Pubblica Istruzione.

Nel 1917 fu sacerdote a Sergiev  Posad, una città a circa 71 Km a nordest di Mosca.

Dopo la rivoluzione bolscevica, il nuovo regime dittatoriale e totatlitario impose la chiusura dell’Accademia Teologica di Mosca, costringendo Florenskij a rivolgersi verso una attività diversa, focalizzzatasi dal 1921 con l’insegnamento della ”teoria della prospettiva” all’Istituto superiore tecnico-artistico Vchutemas di Mosca, legato al proletkult, l’Organizzazione culturale-educativa proletaria che seguendo le teorie del critico marxista Aleksandr Bofdanov imponeva le basi di una cultura artistica scevra da condizionamenti borghesi.

Nel 1918 ottenne l'incarico di creare una commissione per la salvaguardia del Monastero di San Sergio, sopracitato.

Lavorò inoltre come ingegnere, nella fabbrica Karbolit, occupandosi della teoria della relatività e dei quanti, dimostrandi di essere un uomo dall’intelligenza straordinaria, in grado di unire le più alte divagazioni metafisiche con la disciplina matematica e l’ingegneria, la storia dell’arte con la filosofia, l’invenzione scientifica con la creazione artistica, la teologia con la semiotica pragmatista, sintattica e semantica, e la simbologia.

Pavel Florenskij era un uomo dotato di eccezionale cultura poliedrica, che riusciva a coniugare con ardite intuizioni le dinamiche della scienza e della fede, del cristianesimo e della cultura, della vita e del pensiero, anticipando lo sviluppo della cibernetica e contribuendo a diverse importanti scoperte scientifiche.

Nel 1919 scrisse una delle sue opere più interessanti, intitolata “La prospettiva rovesciata e altri scritti sull’arte” (tradotto in Italiano a cura di Adriano Dell’Asta e pubblicato da Adelphi).

Lo scritto verte sulla rappresentazione dello spazio nelle arti figurative e fu realizzato per il Comitato che si occupava della conservazione dei beni storico artistici del Monastero della Santissima Trinità di San Sergio, diventando un punto di riferimento per i corsi di Analisi dello Spazio nelle opere d’arte figurative e di Analisi della prospettiva che l’Autore tenne fra il 1921 e il 1924 presso la Facoltà Poligrafica Statale del VChUTEMAS di Mosca, l’Istituto Superiore per la Progettazione Industriale (analogo all’Istituto d’arte e design Bauhaus tedesco della repubblica di Weimar).

Florenskij lavorò dal 24 marzo 1925 come ingegnere capo del laboratorio di sperimentazione dei materiali da lui stesso creato, presso l’Istituto Nazionale di Elettrotecnica.

Nel 1927 iniziò a collaborare alla redazione dell'Enciclopedia Tecnica, ma nel 1931 dovette interrompere questa ed altre attività.

Il suo primo arresto avvenne il 21 maggio 1928, e in tale occasione fu condannato a tre anni di confino, da scontare nel villaggio di Skovorodino, ma la pena fu sospesa grazie all’intervento della ex moglie di Gorkij, Ekaterina Pavlovna Pekova.

Trascorse un periodo di relativa tranquillità, senza sapere a suo nome era già stato aperto un fascicolo di indagine in cui veniiva segnalato come una minaccia per il potere sovietico.

Il suo ultimo articolo, relativo alla interconnessione della fisica al servizio della matematica comparve nel 1932, poi il 26 febbraio del 1933 fu arrestato e imprigionato nella famigerata prigione moscovita della Lubjanka.

La colpa di Pavel, secondo gli inquisitori della GPU, la Polizia segreta staliniana, era quella di appartenere ad una organizzazione clandestina denominata “Partito del Rinascimento Russo”, in stretti rapporti con l’emigrazione bianca e in attesa di incontrare Hitler.

Il suo principale acccusatore era un giurista di nome Giduljanov, che seguendo un rituale già sperimentato dagli inquirenti, si autoaccusò chiamandolo in causa, salvo poi ritrattare dopo essere stati entrambi deportati, e asserendo di essere stato costretto a confessare, inventandosi tutto, dietro la pressione dell’ufficiale istruttore, tale Supejko.

Il tritacarne comunista usava ogni mezzo per estorcere confessioni alle vittime che avevano la sfortuna di cadere nelle loro mani, usando la tortura, le minacce, il ricatto, le pressioni psicologiche e fisiche.

A Pavel, in particolare, fu detto che la sua ostinazione al rifiuto di confessare avrebbe impedito la liberazione di altri prigionieri, sfruttando così la condizione psicologica secondo la quale un prete non avrebbe potuto permettere che il proprio comportamento si riflettesse negativamente su altri esseri umani.

Dopo tre mesi, durante i quali venne sottoposto a continui interrogatori nella fase istruttoria del suo procedimento penale, Pavel nell’estate del 1933 confessò una colpa che non aveva, firmando un verbale, preventivamente approntato dal magistarto inquirente, che trasformandolo in fascista recitava testualmente:

Riconoscendo i miei crimini verso il potere sovietico e il partito, con la presente esprimo il mio profondo pentimento per la mia criminale adesione all’organizzazione del centro nazionalfascista

Il potere comunista decretò infine l’accusa di “attività controrivoluzionaria", per la quale l’imputato venne inviato a Skorovodino, nella Siberia occidentale per scontare una pena di dieci anni nella sperduta Stazione sperimentale degli studi sul gelo  presso il BAMLAG dove rimase dal 10 febbraio al 17 agosto 1934.

Stazione del permafrost a Skovorodino

Le ricerche sul gelo vertevano sul suo utilizzo in campo elettrotecnico e il genio di Pavel portò a scoperte  importanti sul permafrost e sui liquidi anticongelanti.

L’estate successiva fu raggiunto dalla moglie Anna e dai suoi tre figli piccoli, ma la perfidia del regime comunista si palesò pervicacemente sotto forma di un nuovo trasferimento, il giorno 1 settembre 1934, decretando per lui come destinazione il lager delle isole Solovki nel Mar Bianco.

Accompagnato dal famigerato articolo 58, paragrafi 10 e 11 (propaganda antisovietica e partecipazione a organizzazione controrivoluzionaria) si aprirono per lui le porte del Gulag mentre la famiglia non ebbe nemmeno il diritto di sapere in quale parte dell’universo sovietico era stato destinato.

A Skorodino, 1934
Il 24 ottobre 1934 Pavel venne imbarcato insieme ad altri deportati sulla nave che da Kem attraversò il Mar Bianco fino alle coste delle isole Solovki.

All’arrivo, tutti quelli rimasti vivi furono incolonnati verso il luogo in cui avrebbero trascorso un periodo di quarantena, mentre sulla riva vennero accatastati i corpi di coloro che non avevano superato le fatiche del viaggio, la fame, il freddo o una malattia.

Florenskij entrò così a far parte di quell’universo di 850.000 deportati che furono inghiottiti dalle Solovki, uomini, donne, giovani e vecchi, tutti accomunati senza che ci fosse un vakido motivo a subìre il medesimo tragico destino.

Proprio per lui, in particolare, considerato la mente più vasta che il Novecento russo abbia mai conosciuto, date le sue qualità di matematico, ingegnere, inventore, teologo, filosofo e sacerdote, non c’era alcun motivo plausibile, se non quello di soddisfare il sadico bisogno del comunismo di affermarsi al di sopra dei valori di libertà e di democrazia, disprezzando con arroganza i diritti umani.

Fu definito il “Pascal russo”, e anche il “Leonardo da Vinci della Russia”, ma la sua immensa caratura morale e le sua incommensurabile capacità intellettuale non furono sufficienti a evitargli di finire stritolato nelle ruote dell’ingranaggio sovietico.

Nel 1934 Pavel aveva 52 anni e non sapeva che il Gulag, al cui ingresso troneggiava imperiosa la scritta “Rieducazione attraverso il lavoro”, si sarebbe appropriato della sua vita da lì a tre anni, mentre il regime comunista tentava di fare di lui un uomo nuovo, anzi un automa spersonalizzato di proiprietà esclusiva della macchina statale.

Stalin, deus ex machina del comunismo sovietico, tolse all’umanità sofferente delle Solovki tutto ciò che apparteneva alla sfera dei sentimenti, come l’onore, la rispettabilità, la fedeltà, l’amicizia, il senso del vero o della giustizia, la speranza, lasciando i deportati in balìa di carnefici sadici e sanguinari, e offrendo loro tavolacci di legno da usare come giacigli su cui abbandonarsi esausti dopo i turni di lavoro, assediati da un esecito sempre attivo di cimici che banchettavano con la loro carne, spudoratamente e senza pause.

Florenskij fu assegnato ai lavori comuni a svolgere mansioni come la selezione e la sbucciatura delle patate, oppure come addetto al mangime degli animali, lo scarico dei sacchi di rape, ma anche come addetto al centralino o al lavoro nella torbiera.

Il 15 novembre venne però trasferito per lavorare nella fabbrica “Iodprom”, uno stabilimento nel quale si produceva  lo iodio che veniva estratto dalle alghe marine.

Nel 1936 scrisse una lettera alla sua famiglia, di cui propongo un brano significativo del suo stato d’animo:

Qui tutto è senza suoni, come nei sogni.

E’ il regno del silenzio.

Naturalmente non proprio alla lettera perchè c’è più che abbondanza di ogni tipo di rumori molesti, e viene voglia di rinchiudersi da qualche parte per restare in silenzio.

Ma il fatto è che qui non si sente il suono interiore della natura, la parola interiore della gente.

Tutto scivola, come in un teatro d’ombre, e i rumori giungono dall’esterno, come un qualcosa d’inutile e fastidioso, o come chiasso.

E’ una cosa difficile da spiegare come mai niente ha rumore, perché non c’è la musica delle cose e della vita; io stesso non riesco a capire fino in fondo perché sia così, ma questa musica non c’è.

C’è solo la risacca (ma che si sente molto raramente) e l’ululato del vento

Pavel Florenskij morì fucilato il giorno 8 dicembre 1937, a seguito della famigerata ordinanza N° 00447 emessa da Stalin, che imponeva lo sterminio di centinaia di migliaia di persone, accusate di propaganda trockista controrivoluzionaria, ma la notizia della sua morte si ebbe soltanto nel 1969.

L’impietosa quanto squallida motivazione che autorizzò i suoi carnefici a toglierli la vita fu lapidaria:

Fa propaganda controrivoluzionaria esaltando il nemico del popolo Trockij”.

Lo scittore russo Vitali Sentalisnkij, autore del libro “I manoscritti non bruciano. Gli archivi letterari del KGB”, trovò negli archivi della Polizia segreta di Leningrado un verbale redatto dalla trojka speciale che nel 1937 emetteva le condanne a morte.

Il testo era tanto lapidario quanto drammatico:

FUCILARE FLORENSKIJ PAVEL ALEXANDROVIC”.

L’incartamento esaminato da Sentalisnkij comprendeva anche una busta gialla, contenente l’attestazione dell’avvenuta esecuzione.

La sentenza della trojka della Direzione dell’NKVD della regione di Leningrado relativa al condannato alla pena suprema Florenskij Pavel Alexandrovic è stata eseguita l’8 dicembre 1937, come certifica il presente atto”.

E’ sintomatico del delirio di onnipotenza che animava i carnefici comunisti il testo del decreto emanato dal Commissario del Popolo agli Affari Interni  e Commissario generale della sicurezza dello Stato, Nikolaj Ivanovic Ezov, con cui si imponenano le quote minime di persone da “liquidare”.

Ecco un estratto del delirante documento:

Entro due mesi, a partire dal 25 agosto, portare a termine l’operazione per reprimere i più attivi elementi controrivoluzionari condannati per attività spionistiche, ribellione, terrorismo, insubordinazione e banditismo, come pure i membri di partiti antisovietici e altri rivoluzionari che in prigione hanno avuto un comportamento antisovietico … Il numero dei detenuti da fucilare per la prigione delle Solovki è fissato a 1200”.

Nel 1990 il KGB, degna erede della ferocia espressa dalla GPU, artiglio di Stalin ideato per ghermire le prede necessarie a soddisfare il suo sadico delirio di onnipotenza, inviò una lettera alla famiglia di Pavel, nella quale indicava le circostanze della morte del loro caro, a distanza di 53 anni dal momento della fucilazione.

Fra le sue opere letterarie ricordiamo i seguenti titoli, in ordine alfabetico, tradotti in italiano:

Ai miei figli. Memorie di giorni passati, A. Mondadori, Milano 2003;

Amleto, Bompiani 2004

Antonio del romanzo e Antonio della tradizione, Edizioni degli Animali 2018;

Attualità della parola: la lingua tra scienza e mito, Guerini e associati, Milano 1987;

Bellezza e liturgia. Scritti su cristianesimo e cultura, Mondadori, Milano 2010;

Dielettrica;

Gli immaginari in geometria. Estensione del dominio delle immagini bidimensionali nella geometria, Mimesis 2021;

Iconostasi. Saggio sull’icona, Medusa 2008

Il concetto di Chiesa nella Sacra Scrittura, San Paolo, Milano 2008;

Il cuore cherubico. Scritti teologici e mistici, Piemme, Casale Monferrato 1999; 

Il Dante di Florenskij, Lindau 2021;

Il sale della terra. Vita dello starec Isidoro, edizioni Qiqajon, Magnano 1992;

Il significato dell’idealismo, Rusconi, Milano 1999

Il simbolo e la forma. Scritti di filosofia della scienza, Bollati Boringhieri, Torino 2007; 

Il valore magico della parola, Medusa 2001;

La colonna e il fondamento della verità, San Paolo Milano 2010;

La concezione cristiana del mondo, Pendragon 2019;

La filosofia del culto. Saggio di antropodicea ortodossa, San Paolo Ed 2016

L’amicizia, Castelvecchi  2013;

La mistica e l’anima russa, San Paolo Edizioni, 2006;

La prospettiva rovesciata, Adelphi 2020; 

L’arte di educare, La Scuola, Brescia 2015;

Le porte regali. Saggio sull’icona, Adelphi, Milano 1977;

L’infinito nella conoscenza, Mimesis, Milano 2014; 

Lo spazio e il tempo nell’arte, Adelphi, Milano 1995;

Lo stato futuro, Il Nuovo Melangolo Editore 2022;

Non dimenticatemi, Mondadori 2006;

Primi passi della filosofia. Lezioni sull'origine della filosofia occidentale, 2022;

Realtà e mistero. Le radici universalidell’idealismo e la filosofia del nome, SE Editore 2013;

Scritti sullo spazio, Beatrix 2017

Simboli dell’eternità. Meditazioni e preghiere, Lipa Editore 2020;

Stratificazioni: Scritti sull’arte e la tecnic (Lo spazio e il tempo), Diabasis 2007;

Stupore e dialettica, Quodlibet, Macerata 2013;

Sulla superstizione e il miracolo, SE Editore 2014; 

~ ~ ~

Sergej Bulgakov, il sacerdote ortodosso e intellettuale suo amico, che fu espulso dall’Unione Sovietica per ordine del  regime comunista, commemorò la scomparsa di Florenskij con le seguenti parole:

Pavel e Bulgakov
Padre Pavel non era solo un fenomeno di genialità, ma anche un’opera d’arte. (…).

L’attuale opera di padre Pavel non sono più i libri da lui scritti, le sue idee e parole, ma egli stesso, la sua vita”.

Va però detto che soprattutto Pavel Florenskij è stato un martire cristiano della Chiesa ortodossa, rimasto fedele fino in fondo ai grandi valori che aveva posto alla base della propria vita, rendendo così una testimonianza alla verità nel cuore della tragedia del Novecento.

La figura di Pavel Florenskij è stata ricordata anche da Giovanni Paolo II nell’enciclica “Fides et ratio” rivolta ai vescovi della Chiesa cattolica circa i rapporti tra fede e ragione,  proprio per il modo originale e rigoroso con cui il pensatore russo ha saputo coniugare i dati della conoscenza scientifica con quelli della fede.

Ecco un breve estratto dell’enciclica:

Il fecondo rapporto tra filosofia e parola di Dio si manifesta anche nella ricerca coraggiosa condotta da pensatori più recenti, tra i quali mi piace menzionare (…..) Pavel A. Florenskij (…).

Ovviamente, nel fare riferimento a questi autori, accanto ai quali altri nomi potrebbero essere citati, non intendo avallare ogni aspetto del loro pensiero, ma solo proporre esempi significativi di un cammino di ricerca filosofica che ha tratto considerevoli vantaggi dal confronto con i dati della fede.

Una cosa è certa:

l'attenzione all'itinerario spirituale di questi maestri non potrà che giovare al progresso nella ricerca della verità e nell'utilizzo a servizio dell'uomo dei risultati conseguiti.

C'è da sperare che questa grande tradizione filosofico-teologica trovi oggi e nel futuro i suoi continuatori e i suoi cultori per il bene della Chiesa e dell'umanità”.

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Dissenso

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