venerdì 21 settembre 2012

ORO da MOSCA

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Il libro “Oro da Mosca”, scritto da Valerio Riva con la collaborazione di Francesco Bigazzi,  tratta dei finanziamenti sovietici al PCI, dalla Rivoluzione d’Ottobre al crollo dell’Urss.
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Per quasi un secolo infatti, l’Unione Sovietica ha erogato un vero e proprio fiume di denaro ai partiti comunisti dei cinque continenti, per un totale di due miliardi di euro attuali, di cui un quarto destinati all’Italia.
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Lo studio condotto da Valerio Riva, si è avvalso della consultazione di centinaia di carte inedite sulla contabilità segreta del PCUS, messe a disposizione dai magistrati russi che hanno iniziato nel 1992 a indagare sui Fondi di assistenza internazionale ai partiti e alle organizzazioni operaie e di sinistra.
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E’ stato possibile ricostruire una parte della storia d’Italia e del mondo precedentemente mai raccontata, dai risvolti inquietanti, che dovrebbe essere oggetto di studio sui banchi di scuola.
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Dal libro emergono le precise responsabilità dei comunisti italiani nel percorso di asservimento alle politiche sovietiche, e la loro dipendenza economica da Mosca, e il ruolo ambiguo che i parlamentari comunisti italiani hanno interpretato nell’essere contemporaneamente deputati del Governo italiano e marionette nelle mani del potere comunista russo.
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I capitoli sono esaustivi e ricchi di rivelazioni sconcertanti, aperti a interpretazioni oggettive e presentate con rigore storico, offrendo finalmente un esempio di informazione reale sulle vicende storiche che il PCI e i suoi seguaci metamorfizzati hanno sempre manipolato o nascosto.
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Il denaro è stato sempre la causa dell’interdipendenza tra i personaggi di spicco del PCI e Mosca, condizionando l’esistenza e la vita stessa dell’intero apparato politico cui facevano riferimento coloro che inneggiavano alla bandiera rossa.
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Nel libro vengono evidenziate dettagliatamente le cifre erogate periodicamente, oltre che le metodologie di consegna e i personaggi  deputati alla loro gestione.
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Si viene così a conoscenza di come funzionava il sistema commerciale attraverso cui il PCI traeva sostegno finanziario dai rapporti economici tra Russia e Italia, che erano consentiti solo ad aziende guidate da personaggi inseriti nell’entourage del partito stesso.
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Una fetta degli enormi profitti derivati dagli scambi commerciali doveva essere deviata nelle casse del PCI, prefigurando e anticipando una vera e propria tangentopoli rossa.
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Leggendo le pagine del libro ci si rende conto dell’immensa opera di disinformazione avvenuta per decenni in Italia, e della mistificazione storica che ha accompagnato per troppo tempo il silenzio imposto sull’argomento da Togliatti e dai suoi seguaci.
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Anche dopo la morte di Stalin l’Unione Sovietica, dal canto suo, si premurava di ricevere in modo non meno che sontuoso i delegati dei partiti comunisti europei, in occasione di eventi quale, ad esempio, quello del XX congresso, in piena era Kruscev.
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La volontà egemonica di Mosca si palesava ambiguamente nel trattamento principesco che veniva offerto ai delegati comunisti stranieri, che ricevevano diarie in rubli di cinque volte superiori al salario mensile di un operaio sovietico.
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I personaggi di spicco del comunismo internazionale, come ad esempio Togliatti, o Thorez, erano considerati come veri e propri divi del Comintern, ed erano assuefatti a tenori di vita non certo improntati allo spirito di vita proletario.
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Il libro evidenzia anche il nuovo percorso economico avviato da Boris Nikolaevic Ponomarev, il membro del soviet che si occupava dei rapporti con il PCI, in riferimento ai finanziamenti sovietici dei partiti comunisti europei.
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La nuova politica assistenzialista era improntata ad un policentrismo che individuava nel PCI (Partito Comunista Italiano), nel PCF (Partito Comunista Francese), nel Partito Comunista Finlandese, e nel SED (il Partito Socialista Unificato di Germania), gli unici destinatari del flusso di denaro erogato da Mosca.
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L’apertura degli archivi segreti del Comitato Centrale del colosso sovietico rivela con chiarezza come negli anni 50, dopo la morte di Stalin, e dopo il XX° Congresso, Mosca fosse una vera e propria “terra di Bengodi”.
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In quegli anni Mikhail Suslov interpreterà il ruolo di intransigente difensore della ortodossia staliniana, a cui dovranno piegarsi i destinatari dei flussi di denaro erogati da Mosca, compreso il PCI.
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In “Oro da Mosca” si parla anche della gestione dei fondi del PCI, e delle riserve finanziarie tenute separate dal conto corrente “ufficiale” del partito, a garanzia di eventuali esigenze straordinarie.
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Su questo argomento viene messa in evidenza la vicenda relativa all’”ammanco di cassa” che si verificò nel 1954 ad opera di Giulio Seniga (ex partigiano), il vice di Pietro Secchia (dirigente del PCI), che sparì con una somma equivalente a 10 miliardi di euro odierni.
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Il PCI non poté denunciare Seniga a causa del fatto che i fondi spariti facevano parte di finanziamenti ricevuti illegalmente dall’Unione Sovietica.
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Dal canto suo Seniga, in una lettera inviata a Secchia, afferma di essere sparito con “armi e bagagli” per combattere il “malcostume fatto  di opportunismo, paura e conformismo, che vige nei massimi organi del partito” di cui Togliatti è l’insultante incarnazione.
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Naturalmente l’unico che trarrà vantaggio da questa vicenda sarà proprio “il Migliore” (Togliatti), che riuscirà a prevalere sul rivale Secchia, proprio attaccandolo per gli esiti nefasti  della gestione e del controllo dei fondi segreti.
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Negli anni ’50 molti politici italiani appartenenti al PCI hanno goduto di introiti finanziari provenienti da Mosca, anche sotto forma di “diritti d’autore”, per le pubblicazioni dei loro scritti editi in Russia ; praticamente un modo per giustificare una corrispondenza economica dovuta a coloro che orbitavano nella sfera di influenza comunista sovietica.
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Gli esempi si sprecano, e risultano dai carteggi esaminati negli archivi :
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a Mario Montagnana (giornalista e parlamentare del PCI) viene erogata, per esempio, la somma di 13 milioni, mentre a Pietro Nenni (dirigente PSI e Direttore dell’”Avanti !”) viene pagato un totale di 160 milioni (si tratta di cifre equivalenti alle vecchie lire del 1997).
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A Togliatti e alla rivista “Rinascita” verranno corrisposti 750 milioni .
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Nel 1956 fu approvato e corrisposto anche uno stanziamento pari a circa un miliardo e mezzo (delle vecchie lire) , per l’assistenza alla Lega delle Cooperative italiana.
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Mosca offriva a piene mani, e i comunisti italiani arraffavano con disinvoltura.
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Erano molto apprezzati i viaggi vacanze o le cure mediche in terra di Russia, da cui i dirigenti del PCI sembravano essere calamitati.
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Tra le carte segrete emerse dagli archivi moscoviti, anche in questi casi, spiccano nomi ricorrenti, come quello di Pietro Nenni,  di Rita Montagnana (moglie di Togliatti), di Paolo Robotti (cognato di Togliatti), e dei sindacalisti della CGIL Giuseppe Di Vittorio e Fernando Santi (con relative famiglie al seguito).
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Il “personaggio” che si occupava di fornire a Mosca le liste di coloro che avrebbero dovuto essere invitati, era un alto funzionario del PCI, tale Edoardo D’Onofrio, detto Edo.
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Costui andava e veniva dalla capitale sovietica fin dal 1923, ed era in pratica un intermediario (nelle grazie di Mosca), che sceglieva l’inserimento dei nominativi per la lista di persone da invitare in Russia per le cure mediche,  non certo però per  motivazioni sanitarie, di cui non esisteva alcun accenno, ma solo in base a decisioni politiche.
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E’ indicativo il fatto che il figlio di Luigi Longo si sia laureato in economia all’Università di Mosca, approfittando della gentile offerta di coprire le spese fattagli dai comunisti russi eredi di Stalin.
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Un indubbio inquinamento della vita politica italiana è stato senza alcun dubbio messo in atto per decenni dai comunisti di Mosca.
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L’interferenza russa sul modus operandi e sulle strategie dell’intera sinistra italiana si è palesata anche a riguardo del Partito Socialista Italiano.
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Fino al 1956 infatti anche il partito di Nenni e il quotidiano l’”Avanti !” hanno ricevuto regolarmente soldi da Mosca.
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Successivamente le posizioni politiche di Nenni, relativamente ai fatti Ungheresi del 1956, mostrarono una netta opposizione alle repressioni sovietiche in quel Paese.
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I finanziamenti provenienti da Boris Ponomarev, secondo i criteri stabiliti da Suslov, il nuovo ideologo del partito Comunista Russo, filo-stalinista, furono deviati quindi a favore della dissidenza interna del PSI.
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L’incoraggiamento finanziario indirizzato agli oppositori  di Nenni portò alla scissione del partito e alla nascita del PSIUP : il Partito Socialista Italiano di Unità Proletaria.
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Questo nuovo partito politico, figlio del flusso di denaro dei comunisti russi, costò a Mosca oltre 50 miliardi delle vecchie lire, e raggruppò al suo interno le correnti politiche legate alla contestazione, al ribellismo, e alla guerriglia urbana, definendo così una “stazione di transito” per coloro che fluirono poi nelle file di Lotta Continua e di Potere Operaio.
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Il punto di arrivo di questa “evoluzione strategica di percorso” avrebbe poi generato in Italia un movimento rivoluzionario tristemente e tragicamente famoso : le Brigate Rosse.
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Appare quindi chiaro che gli strumenti di cui poteva disporre il comunismo sovietico, sia durante l’epoca staliniana che nel corso dell’era Breznev, per controllare, modificare o comunque inquinare la scena politica italiana, si svilupparono grazie al flusso enorme e costante di denaro elargito da Mosca ai gruppi e ai partiti della sinistra del nostro Paese.
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I documenti messi a disposizione degli studiosi di storia successivamente al 1974, mostrano anche il coinvolgimento di Mosca nel favoreggiamento del terrorismo internazionale.
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Uno dei documenti che maggiormente fece gridare allo scandalo fu quello che comprovava l’abitudine ricorrente di Mosca di abbandonare in pieno oceano Atlantico delle enorme chiatte cariche di armi, perché i terroristi dell’OLP (Organizzazione per la Liberazione della Palestina) le recuperassero.
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Uno dei verbali più significativi ed inquietanti che riguardano invece il nostro Paese è quello del 5 maggio 1974, relativo ad una riunione del Politburo, in epoca Breznev, in cui viene discussa e approvata la proposta di fornire al PCI una “assistenza speciale”.
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In pratica, sarebbero stati accolti dal KGB (la famigerata Polizia Segreta del Cremlino) diciannove membri del Partito Comunista Italiano, a spese del PCUS, e ospitati per alcuni mesi a Mosca, per frequentare una scuola gestita nella capitale sovietica dai servizi segreti russi.
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In seguito a costoro sarebbero poi state fornite attrezzature “speciali” e segrete per svolgere i compiti loro assegnati.
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Leggendo tra le righe, si evince che l’operazione altro non fu che l’itinerario di avviamento e di formazione di queste persone ad interpretare un ruolo che includesse l’uso di microspie, di messaggi in codice, di trasformazione fisica e di mimetizzazione, l’uso di documenti falsi, il ricorso alla clandestinità e il maneggio di armi e di pratiche illegali.
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In parole povere si tratta dell’addestramento di persone destinate a diventare agenti dello spionaggio.
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In quel periodo al comando del PCI c’era Enrico Berlinguer.
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E’ significativo il fatto che proprio Berlinguer, da una parte simulasse uno “strappo” con Mosca, mentre dall’altro inviasse queste 19 persone a imparare dal KGB le tecniche spionistiche.
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Fumo negli occhi per l’opinione pubblica ?
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Fatto sta che costoro, una volta addestrati, passavano dal ruolo di militanti del PCI a quello di agenti sotto il comando e gli ordini del KGB.
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I documenti consultati mostrano come venissero loro forniti anche gli strumenti per svolgere la loro ambigua attività agli ordini di Mosca, come ad esempio le parrucche per il mimetismo e i documenti falsificati.
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Esiste una lista di ben 600 passaporti e carte di identità contraffatte.
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Di questi documenti, un centinaio erano destinati ai capi del PCI, nella misura di due a testa ; un passaporto italiano e uno svizzero o francese, entrambi falsi.
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In cima alla lista dei privilegiati c’erano Luigi Longo, Enrico Berlinguer, e Armando Cossutta, che a quell’epoca sedevano sui banchi del Parlamento Italiano in qualità di “Onorevoli” !
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Queste rivelazioni inquietanti aprono la strada a interrogativi preoccupanti e sinistri.
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Ci si potrebbe chiedere se, nonostante il metamorfismo operato dai camaleontici comunisti italiani, esista ancora oggi qualche struttura segreta, paramilitare e clandestina legata al comunismo Moscovita.
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Il terrorismo, non solo italiano, ha trovato forme di assistenza e di proliferazione proprio grazie all’addestramento di macabre marionette del PCI, formate dal KGB per svolgere un ruolo destabilizzante ?
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Anche il Giudice Giovanni Falcone svolgeva indagini in tale direzione, dietro mandato del Presidente della Repubblica Francesco Cossiga, che richiese un’inchiesta giudiziaria sulle attività finanziarie del PCI.
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Falcone incontrò il Procuratore Generale russo Valentin Stepankov che conduceva una inchiesta russa sui finanziamenti del PCUS ai partiti europei, e decise di scoprire se questo flusso di denaro da Mosca all’Italia fosse poi servito anche per finalità legate al terrorismo politico, oppure per contatti mafiosi.
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Stepankov avrebbe dovuto poi incontrare di nuovo il Giudice Falcone, per consegnarli la documentazione richiestagli, quando gli giunse la notizia della strage di Capaci, in cui il magistrato italiano perse la vita insieme agli uomini della sua scorta.
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Oro da Mosca” racconta l’evolversi di queste indagini, portate avanti dal Sostituto Procuratore Luigi de Ficchi, e di come abbia preso forma l’ipotesi dell’esistenza di un braccio armato del PCI dal dopoguerra ad oggi.
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Dalle indagini emersero pesanti riscontri oggettivi che collegavano i finanziamenti sovietici con uno dei responsabili degli eccidi compiuti dai partigiani comunisti nel dopoguerra nel cosiddetto “triangolo della morte” in località Correggio (Reggio Emilia).
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In particolare l’indagine si riferisce al mandante dell’uccisione di Don Pessina, il Parroco di San Martino Piccolo di Correggio.
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L’assassino viene riconosciuto e identificato come un uomo d’affari emiliano divenuto enormemente ricco commerciando negli anni 60 con l’Unione Sovietica, con i paesi dell’est europeo, e con Cuba.
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Si dice che costui, negli anni 60/70 fosse uno dei finanziatori, neanche tanto occulti, delle Brigate Rosse.
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Appare quindi evidente una sinergia che lega i soldi russi non solo al comunismo italiano, ma anche a forme più estreme di aggregazioni sovversive, clandestine e violente.
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Naturalmente gli apparati comunisti italiani hanno sempre evitato accuratamente di parlarne, per non smuovere le acque torbide in cui avrebbero potuto altrimenti sprofondare.
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Il segreto, inteso come mezzo per occultare e nascondere le verità scomode, sembra essere quindi l’elemento costante e catalizzatore dei comunisti italiani, dal dopoguerra ai giorni nostri.
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Per meglio nascondere le prove della sua ambiguità, il PCI prese l’abitudine di trasferire a Mosca anche i documenti del proprio archivio, fin dai tempi del Comintern.
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A proposito di doppiezza e di meschinità, dal libro di Valerio Riva emerge ancora una volta il bieco ruolo del criminale Togliatti, membro del Parlamento italiano da un lato, ed esponente del comunismo sovietico al soldo di Mosca dall’altro.
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Le sue responsabilità assumono tonalità ulteriormente inquietanti se consideriamo anche i rapporti intrattenuti, fin dal 1945, con il massone piduista Licio Gelli.
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Erano gli anni delle trasmissioni radio che arrivavano dalla Cecoslovacchia, attraverso cui quei comunisti italiani che si erano rifugiati a Praga perché ricercati per il reato di omicidio o strage, conducevano una propaganda politica che istigava all’insurrezione.
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Alcuni di loro erano i famigerati assassini della “Volante rossa”, tristemente famosa in Italia per i massacri di donne e bambini, compiuti a guerra finita.
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A molti di questi criminali fu poi “regalata” l’amnistia dal Presidente Sandro Pertini.
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D’altra parte anche i nomi altisonanti del PCI, come Longo, Cossutta, intrattenevano rapporti dal sapore simbiotico addirittura con la dirigenza del KGB sovietico, e con i gerarchi da cui dipendevano i finanziamenti cui aspiravano e a cui erano oramai assuefatti.
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Non a caso, nel 1969, Armando Cossutta ottiene e accetta il flusso di denaro da Mosca in cambio dell’istituzione di un nuovo e più potente sistema di ricetrasmittenti tra l’est e l’Italia.
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Una vera e propria operazione di prostituzione in stile puramente togliattiano, che ha però permesso al PCI di sostenere le spese per la formazione politica dei militanti, e di acquistare le sedi di partito in varie località sul territorio nazionale.
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Una struttura quindi, quella dei comunisti italiani, che esiste solo grazie all’”oro di Mosca” e alla condiscendenza dimostrata da Togliatti in poi verso Mosca e le sue politiche, comprese quelle autoritarie e violente.
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Anche Enrico Berlinguer che manifestava inizialmente una contrapposizione di carattere teorico su elementi deformati del pensiero marxista espressi dal comunismo russo, si prostrò poi a manifestare la sua convinta solidarietà a Mosca, per il ruolo essenziale svolto nello scontro con l’imperialismo americano.
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Siamo nel 1971, e anche l’attuale Presidente della Repubblica italiana, Giorgio Napoletano, vola a Mosca con la scusa del festival del cinema.
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Berlinguer incontra il Capo dello Stato ungherese Janos Kadar a Budapest, mentre Agostino Novella (segreteria di Berlinguer) incontra il dittatore romeno Ceausescu a Bucarest.
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La fitta schiera di relazioni che interseca la collaborazione del PCI con i dittatori dei Partiti comunisti di tutto il mondo, attraversa e supera i confini della decenza, ignorando totalmente i presupposti di democrazia che un partito dell’arco parlamentare italiano dovrebbe avere, e identifica l’assuefazione e la dipendenza ad un sistema di potere iniquo e malvagio : quello comunista.
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Il servilismo del PCI e delle sue politiche produrranno ancora, nel 1975, un nuovo flusso di denaro da Mosca, dell’ordine di circa 17 milioni di euro attuali.
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Oro da Mosca” spiega anche diffusamente come, attraverso la fitta rete di rapporti commerciali, si deviasse nelle casse del PCI una parte delle percentuali di guadagno delle transazioni effettuate.
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Le aziende commerciali che importavano merci dai Paesi dell’est, e che commerciavano con la Germania orientale, dopo che fu eretto il Muro di Berlino, traevano immensi profitti dell’ordine di svariati miliardi delle vecchie Lire.
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Botteghe oscure” diventa il fulcro attraverso cui le mediazioni commerciali tra il colosso sovietico e i comunisti italiani appaiono come lunghe leve per manipolare e gestire gli orientamenti di interi strati sociali, e come mezzo di persuasione per incrementare la simbiosi tra Roma e Mosca.
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Il libro continua la narrazione spaziando nell’universo comunista fino quasi ai giorni nostri, lasciandoci poi con una sensazione di amaro in bocca, come se qualcuno o qualcosa si fosse insinuato con prepotenza dentro le nostre coscienze, spavaldamente e senza che fosse richiesto, minando le nostre convinzioni e i nostri aneliti di libertà, devastando le nostre certezze e i nostri punti di riferimento.
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Il PCI, e i suoi seguaci poli-metamorfizzati, rivestono un ruolo primario nel tentativo di dissimulare una corsa verso il nichilismo della nostra nazione, verso cui si sono precipitati i politicanti comunisti al soldo di Mosca.
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Il silenzio e la disinformazione che fino ad oggi hanno imperato in Italia, ora possono essere superati, grazie al lavoro di studiosi della realtà e di storici come Valerio Riva, a cui va, incondizionatamente, il mio ringraziamento per il lavoro svolto.
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Dissenso
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