sabato 10 dicembre 2016

TIBET : IL SILENZIO DELL'OCCIDENTE


Il Tibet, chiamato anche Tetto del Mondo o Paese delle nevi, a causa della sua altitudine media che si aggira sui 4.900 metri sul ivello del mare, è una regione dell’Asia centrale.
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Il Tibet è un Paese la cui Storia millenaria risale, come conoscenza e documentazione, al 617 dopo Cristo.
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Libero ed autonomo per secoli, il Tibet conobbe anche un periodo di espansione territoriale che arrivò a comprendere parti dell’attuale Cina, ma in seguito divenne prima uno Stato vassallo dell’Impero Mongolo (XIII secolo), proseguendo poi sotto il dominio della dinastia cinese Ming (1368-1644), e infine della dinastia cinese Qing (1644-1911).
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Dal 1911 il Tibet divenne uno Stato indipendente, fino al 1950, anno in cui la Repubblica Popolare Cinese decise di annettersi questi territori, invadendoli e occupandoli militarmente.
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Il 7 ottobre 1950, 40.000 soldati dell’esercito cinese dilagarono in tutto il Tibet orientale, approfittando del fatto che l’opinione pubblica mondiale fosse distratta dalla guerra tra la Corea del Nord e la Corea del Sud, e dall’intervento americano in difesa di quest’ultima.
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I militari comunisti cinesi bombardarono Lhasa, la città più importante del Tibet, radendo al suolo i suoi millenari monasteri buddisti e iniziando così l’occupazione cinese.
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Il popolo tibetano fu sottoposto alla privazione della propria autonomia non solo politica ma anche religiosa, e obbligato a subire gli effetti di feroci repressioni e di devastanti carestie.
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La durezza delle atrocità commesse dai comunisti cinesi si è focalizzò nell’intento di annichilire le coscienze nazionali tibetane, per svuotarle di ogni contenuto e sostituirle con la dottrina del nuovo dominio comunista.
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Nel 1956, durante il Capodanno tibetano, il grande monastero Chode Gaden Phendeling, a Batang, venne completamente distrutto da un bombardamento aereo in cui persero la vita 2.000 persone, tra monaci buddisti e pellegrini.
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La sistematica distruzione del culto tibetano, si accanì proprio sui monasteri e sui monaci buddisti provocando una forte reazione popolare, guidata dal movimento di resistenza tibetano.
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Bandiera tibetana
Il legittimo dissenso popolare fu però stroncato dai comunisti cinesi col sangue di 80.000 vittime, per la maggior parte donne e bambini del Tibet, che vennero massacrati sia nelle strade di Lhasa che in altre località del Paese.
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Nel 1959 i patrioti tibetani si riappropriarono militarmente di Lhasa, ma in seguito al bombardamento cinese della città, che provocò oltre 20.000 vittime, dovettero cedere allo strapotere comunista che rioccupò la città, provocando altre 10.000 ulteriori vittime.
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Il Governo cinese decide di ribattezzare il Tibet con il nome di “Regione autonoma dello Xizang”, escludendo alcune importanti regioni di tradizione e cultura tibetana che saranno poi accorpate  alle Province cinesi dello Szechuan e del Ch’ing-hai.
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In conseguenza di tutto ciò, il 17 marzo 1959, il Dalai Lama, la massima autorità politia-religiosa del Tibet fu costretto a lasciare Lhasa, per cercare asilo politico in India, seguito da 80.000 profughi suoi seguaci.
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Il Governo tibetano si appellò all’ONU, così come agli Stati Uniti, e alla Gran Bretagna, ma l’Occidente decise di “liquidare” la questione tibetana come una normale diatriba interna alle vicende politiche cinesi.
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Nacquero così sul territorio tibetano 166 campi di lavoro forzato, in cui trovarono la morte oltre 170.000 vittime, in perfetto stile comunista, così come avevano già sperimentato sia Mao in Cina che Stalin in Unione sovietica.
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Il modello comunista ripropose in Tibet anche un altro devastante elemento già tragicamente sperimentato sulla pelle del popolo, sia cinese che russo, e cioè la collettivizzazione  delle terre, che anche qui si evolse nello stesso modo, causando una grande carestia e oltre 70.000 morti per fame.
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Il popolo tibetano scappò dai propri territori oramai devastati dalla furia comunista e cercò riparo in India, proseguendo la diaspora già iniziata al momento dell’esilio del Dalai Lama, e raggiungendo la cifra di 130.000 esuli.
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Mao, in clima di piena “rivoluzione culturale”, la terrificante e devastante politica di annichilimento della cultura, delle arti e della letteratura, in quanto sinonimo di borghesia e di intellettualismo (nemici da combattere), fece arrestare il Panchen Lama, il secondo più alto dignitario del buddismo tibetano e iniziò la persecuzione dei monaci buddisti.
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Su un totale di 6.259 luoghi di culto presenti in Tibet ne rimasero in funzione solo tredici, mentre tutti gli altri vennero devastati, saccheggiati, dati alle fiamme, o trasformati in prigioni.
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Tutti i manoscritti secolari, le statue e i dipinti scomparvero, distrutti o rubati dalla furia comunista.
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Nel 1984 il Governo tibetano in esilio denuciò al mondo le cifre delle vittime del dominio cinese, che avevano raggiunto la cifra di un milione e 200.000 persone.
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Il comunismo cinese ha operato scientemente un vero e proprio genocidio culturale del Tibet, sostituendo le popolazioni autoctone con flussi di immigrazione forzata di etnia Han, proibendo la lingua tibetana e rendendo obbligatorio l’uso della lingua cinese, radendo al suolo gli edifici storici del paese e sostituendoli con caseggiati di cemento armato, proibendo la libertà di associazione, di espressione religiosa, e instaurando la legge marziale.
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Nel 1989 Il Presidente cinese Hu Jintao aumentò la durezza della politica repressiva, associando e parificando l’attività religiosa dei monaci tibetani ad attività terroristica, e condannandoli a lunghe pene detentive o alla pena di morte.
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Tenzin Rinpoche
Il famoso maestro religioso Tenzin Delek Rinpoche fu arrestato nel 2002 perché accusato di aver compiuto attentati esplosivi, mentre in realtà la sua sola colpa è stata quella di aver pacificamete svolto attività religiosa nelle comunità tibetane dello Sichuan.
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Nel 2003 gli fu confermata la sentenza di condanna a morte, e durante la detenzione fu torturato e maltrattato nei più svariati modi previsti dagli aguzzini comunisti, come essere appeso con i piedi e i polsi incatenati.
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Di lui, come dei molti monaci incarcerati non si è più potuto sapere nulla, come se fossero tutti improvvisamente scomparsi.
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La caccia al monaco tibetano sembrò essere diventata una priorità per la politica espressa dal comunismo cinese, al punto che i religiosi venivano intercettati anche se tentavano di scappare attraversando il confine con il Nepal, motivo per il quale si apriva il fuco contro di loro, tanto che nel 2007 i militari cinesi occupati in queste operazioni di rastrellamento uccisero a colpi di arma da fuoco anche un bambino.
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Oggi la dissidenza tibetana che i monaci buddisti esprimono fermamente si avvale di mezzi tragicamente autolesivi, al fine di evidenziare davanti al mondo intero la disperazione che il regime comunista cinese provoca su loro stessi e sull’intero popolo tibetano.
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A decine oramai si sono infatti dati fuoco da vivi, auto immolandosi per attirare l’attenzione dell mondo, morendo in modo atroce per opporsi alla dittatura cinese che li sta distruggendo.
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Spesso e incredibilmente i monaci ardono seduti e con le mani giunte, come se le fiamme appartenessero non alla tragica e dolorosa realtà in cui sono immersi e protagonisti, ma ad un universo irreale e lontano.
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Questi religiosi diventano interpreti ed emblemi di una storia scritta col loro stesso sangue di vittime innocenti, che però troppo spesso viene archiviata dai mezzi di comunicazione con un colpevole atteggiamento di disinteresse e di indifferenza.
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Questi eroi del nostro tempo, che a costo della vita lottano per gli ideali di libertà contro l’oppressore comunista, rappresentano la sublimazione del dissenso, la capacità di resistere oltre le umani possibilità, preferendo l’affratellamento con sorella morte piuttosto che con il comunismo cinese.
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Decine di migliaia di tibetani sono stati uccisi dall’invasore comunista cinese, senza alcun processo, nei modi più svariati e documentati : crocefissi, arsi vivi, annegati, strangolati, impiccati, sepolti vivi, decapitati, fatti a pezzi, torturati e martoriati.
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I comunisti hanno costretto perfino i bambini a sparare sui loro stessi genitori.
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I Lama, considerati dai cinesi come parassiti, sono stati legati agli aratri e cavalcati come cavalli, frustati e abbattuti, mentre li si scherniva chiedendo loro sarcasticamente di produrre un miracolo che li preservasse dai dolori inflitti.
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I monaci sono stati costretti dai cinesi ad interrompere il loro celibato, nel tentativo di violare la loro intima essenza religiosa e spirituale, e la loro forza interiore.
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Più di cento monaci, ad oggi, hanno sacrificato la loro vita per denunciare l’oppressione del loro popolo, urlando il loro sacrificio alle nostre orecchie, divenute ormai sorde e assuefatte perfino alle emergenze umanitarie.
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Renzi e Xi Jinping
I politici occidentali, soggiogati dalla bramosia economica di concludere affari col gigante asiatico, si recano ossequiosi nel Paese del Celeste Impero per stringere la mano ai Presidenti di turno,  in spregio ai diritti umani calpestati.
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Prodi, Berlusconi, Napolitano, Renzi, Alfano, così come Sarcozy, Cameron, Merkel e Obama, sono stati immortalati mentre si intrattengono cordialmente con i maggiori criminali della società globale odierna : i rappresentanti del potere comunista cinese.
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Affamatori del loro stesso popolo, dittatori e invasori del Tibet, responsabili di crimini contro l’umanità, nonchè di politiche che vanno nel senso contrario della direzione indicata per salvare l’intero pianeta dall’inquinamento, fautori di un comunismo distruttivo e insaziabile, i politici cinesi rappresentano, nonostante tutto, un target appetibile cui rivolgersi per soddisfare le voraci necessità del mondo commerciale ed economico occidentale.
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Napolitano e Xi Jinping
I politici occidentali sopra citati, incuranti della devastazione non solo morale compiuta in nome del comunismo, si prodigano in iniziative (come quella delle Olimpiadi) che possano assicurare un reciproco e proficuo vantaggio economico alle parti interessate, in totale dispregio dei diritti umani, e rendendosi complici di un sistema marcio, corrotto, violento e sanguinario.
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La Storia scriverà a caratteri cubitali i nomi di coloro che hanno permesso che tutto ciò accadesse, identificando con il senso di verità che il tempo inesorabilmente produce, tutti coloro che risulteranno esserne implicati.
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Napolitano e Hu Jintao
Le fotografie di coloro che oggi stringono la mano al Presidente comunista cinese di turno, saranno testimonianze inoppugnabili della loro collusione e responsabilità.
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Le torture, i laogai, i sacrifici dei monaci buddisti, e tutte le altre molteplici nefandezze compiute dal comunismo cinese, anche oggi in questo stesso momento, sono una precisa responsabilitòà proprio di quei politici che con il sorriso sulle labbra ne avallano, con il loro silenzio, il tragico e incessante  proseguo.
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Prodi e Hu Jintao
Come possono essere definiti quindi Napolitano, e tutti quelli come lui, che stringono la mano ai criminali comunisti ?
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E se stringessero la mano di Hitler, di Pol Pot, o di qualunque altro gerarca della falce e martello piuttosto che della svastica, che differenza ci sarebbe ?
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E’ ripugnante che l’opinione pubblica occidentale non punti il dito contro costoro, che con il loro silenzio-assenso avallano la politica di terrore messa in atto dal comunismo cinese.
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E’ ripugnante che falsi pacifisti ammantati nelle loro bandiere multicolori della Pace si ritrovino nelle Piazze, gremendole in nome di un anti berlusconismo esasperato, e parallelamente tacciano sui crimini che vengono compiuti quotidianamente in nome del comunismo.
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Berlusconi e Hu Jintao
E’ falso e ipocrita tutto ciò che gli intellettuali della sinistra ci fanno arrivare, filtrato e metamorfizzato, a partire dalle informazioni, o meglio dalle disinformazioni che ci trasmettono.
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Le persone di buon senso e con un minimo di percezione della reale portata del modus operandi attuato da chi manipola l’informazione, appannaggio delle sinistre, dovrebbero quanto meno prendere le distanze da chi, impunemente e sfacciatamente, omette di prendere atto delle problematiche umanitarie esistenti.
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Non possiamo, a prescindere dallo spirito cristiano che anima la società occidentale, evitare di prendere in considerazione le terribili condizioni di vita cui sono sottoposti sia il popolo tibetano che lo stesso popolo cinese, strangolati da un regime cruento e sanguinario.
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La Cina è al primo posto nella vendita di organi umani, ma non tutti sanno che occorre collegare due fatti eclatanti e metterli a confronto per far emergere una realtà devastante :
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  -  In Cina c’è la pena di morte (al primo posto per numero di esecuzioni).
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- I detenuti politici condannati a morte sono sottoposti forzatamente all’espianto dei loro organi.
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Le due cose, già di per sé terribili, fanno sorgere il sospetto che l’eliminazione degli oppositori politici sia attuata con il duplice scopo di annientare il dissenso e di procurare organi freschi e disponibili da commercializzare.
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Cosa occorre, oltre a ciò, perché i politici occidentali prendano le distanze da questo universo di orrore ?
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Fino a quando questo non avverrà io personalmente li posso considerare semplicemente come complici, scrivendoli a chiare lettere nell’elenco dei peggiori criminali dell’umanità…
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Dissenso
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