domenica 14 ottobre 2012

IL MALAFFARE DEL PCI E GLI INDAGATI DEL PD

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Gli eredi poli-metamorfizzati del vecchio PCI, tentano di ammantarsi di un’aura nivea e immacolata, a riguardo del loro modus operandi e dell’etica sia politica che morale, che però sicuramente risultano essere in uno stato di profonda e irreversibile compromissione.
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Il ricorso al malaffare e all’uso della corruzione, delle tangenti, e di qualunque altro mezzo da usare come scorciatoia, fa parte del substrato stesso su cui si fonda l’operato dei partiti comunisti, fin dalla notte dei tempi.
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A questo proposito voglio raccontare una storiella, che forse pochi conoscono, e che coinvolse, all’inizio degli anni ’60, sia l’Eni che il Partito Comunista Italiano.
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Tutto nacque dalle rivelazioni del periodico “Il Settimanale”, che faceva emergere lo scandalo di una grossa tangente al PCI legata all’affare del gasdotto siberiano, per le forniture di gas naturale dall’Urss alla SNAM.
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La società fiorentina “Nuovo Pignone”, colosso del gruppo ENI, nella persona del dottor Alessandro Bernasconi forniva periodicamente offerte in denaro al PCI, fino a raggiungere la cifra di 12 milioni di dollari (un miliardo delle vecchie Lire del 1992), al fine di procacciarsi la realizzazione della colossale opera “gasdotto siberiano” che avrebbe portato il gas naturale nelle cucine delle massaie italiane.
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Fu istituita una commissione d’inchiesta, presieduta da una triade composta da due luminari di fiducia nominati dall’ENI stessa (il Professor Luigi Guatri dell’Università Bocconi, e il Professor Gerardo Broggini), e uno nominato dal Ministero delle Partecipazioni Statali (il Dottor Ettore Costa).
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Dopo breve tempo la Commissione rassegnò le dimissioni, dichiarando di aver assolto il mandato “nei limiti del possibile”.
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Le limitazioni incontrate nel corso delle indagini consistevano nel fatto che due degli ex Presidenti ENI, direttamente implicati all’epoca nella realizzazione del gasdotto e nel pagamento delle tangenti, osteggiavano sfacciatamente la stessa commissione.
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Il primo, Eugenio Cefis, addirittura si rese irrintracciabile, mentre l’altro, Raffaele Girotti fece sapere alla Commissione che non aveva nessuna intenzione di rispondere alle loro domande da rompiscatole.
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L’esito investigativo della triade non condusse ad alcun risultato, nonostante le indagini parallele del nucleo di Polizia tributaria della Guardia di Finanza, che in quel periodo indagò contro ignoti per il reato di peculato aggravato, dopo una ispezione negli archivi dell’Eni, in cui si scoprirono documenti compromettenti.
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Tra i motivi delle dimissioni la commissione addusse anche l’indisponibilità delle fonti (alcuni erano deceduti nel corso del tempo), la riservatezza delle banche, e l’impossibilità materiale di condurre accertamenti più incisivi.
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Tornando al Dottor Bernasconi, responsabile del Servizio commerciale della “Nuovo Pignone” va detto che fu lui stesso a raccontare alla Commissione come si svolsero i fatti.
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Ogni sei mesi si recava a Roma, in Via Gaeta al numero 5, recando con sé una borsa, all’interno della quale era riposto un assegno circolare in bianco, firmato, e intestato alla società stessa, senza l’indicazione del destinatario.
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Giunto a destinazione suonava il campanello e rispondeva al citofono pronunciando una frase convenzionale, in seguito alla quale gli veniva aperto il cancello.
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Dopo essere entrato attendeva che arrivasse un personaggio, che si qualificava sempre come funzionario della rappresentanza commerciale sovietica.
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Bernasconi consegnava l’assegno al funzionario, insieme ad una relazione  contenente una serie di cifre e di percentuali che venivano messe a confronto con l’importo scritto sull’assegno e con una quietanza già preparata in precedenza, che nel frattempo il funzionario stesso aveva estratto dalla cartellina che recava con sé.
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Dopo il controllo e la verifica che i dati fossero congruenti il funzionario intascava l’assegno e firmava la quietanza, consegnandola poi al dirigente fiorentino, concludendo l’incontro.
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Bernasconi dopo essere rientrato a Firenze consegnava la ricevuta alla Direzione amministrativa.
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Dopo alcuni giorni, si presentava in Via Gaeta al numero 5 un altro personaggio.
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Si trattava di un responsabile amministrativo del Partito Comunista Italiano, che dopo essere stato accolto dallo stesso funzionario sovietico, riceveva l’assegno ( o il contante ) portato in precedenza da Bernasconi.
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Scarabocchiava una quietanza a mano, su un foglio di carta bianco senza intestazione, e dopo averla consegnata al funzionario sovietico si accomiatava.
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Questi incontri e queste situazioni sembrano quasi essere uno spaccato di un romanzo di spionaggio, in cui si intessono trame e cospirazioni legate all’avventura, ma in realtà costituiscono gli anelli di una lunga catena di finanziamenti offerti da ENI e ricevuti illegalmente dal Partito Comunista Italiano.
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Evidentemente il malaffare è radicato all’interno di chi si vuole erigere, invece, ad esempio nel panorama dei partiti italiani.
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Corruzione, illegalità, e falsità, sono da sempre gli stereotipi di riferimento dei comunisti in Italia e della loro politica di manipolazione della realtà.
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Durante la loro camaleontica metamorfosi i seguaci di Togliatti non hanno mai smesso di interpretare un ruolo subdolo che li identifica come protagonisti del malaffare di casa nostra.
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Ancora oggi la magistratura si occupa di indagare su personaggi di spicco del PD, e tanti di coloro che vi appartengono nascondono scheletri nell’armadio.
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Cito solo alcuni dei nomi eccellenti :
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Ottaviano del Turco, (membro della Direzione nazionale del PD), fu arrestato con l’accusa di associazione a delinquere, truffa, corruzione, e concussione (inchiesta sulla gestione della Sanità in Abruzzo).
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Alberto Ravaglioli, ex Sindaco di Rimini della coalizione dell’Ulivo, fu indagato per falso ideologico e concorso in truffa ai danni del SSN nell’ambito di una inchiesta sulla Sanità Pubblica.
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Fu accusato anche di furto aggravato di energia elettrica  (perpetrato tra il 2005e il 2007) ai danni dell’Enel.
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Flavio Delbono, (PD) ex Sindaco di Bologna, fu indagato per reati come peculato, truffa aggravata, e abuso d’ufficio nell’ambito dell’inchiesta denominata “Cinziagate”.
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Filippo Penati (+ altri 15 seguaci di Togliatti), (PD) ex vice Presidente del Consiglio regionale lombardo, è indagato per concussione, corruzione, e illecito finanziamento dei partiti (inchiesta Falck di Sesto San Giovanni).
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Indagato per corruzione nell'inchiesta che riguarda l'acquisto della Milano-Serravallle.

Penati è stato il responsabile della segreteria politica di Pier Luigi BERSANI, il Segretario del PD.
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La lista degli indagati del PD si allunga fino a raggiungere il numero di 400 persone  come si può constatare visitando il Link :
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Come si può evincere da questi dati, il lupo perde il pelo, ma non il vizio…
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Dissenso
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