sabato 15 marzo 2014

EURASIATISMO E COMUNISMO


Noi tutti stiamo assistendo al proliferare di un fenomeno inquietante che trova riscontro in un modus operandi e in alcune teorie di base sviluppate in passato sia dal nazismo che dal comunismo.
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Si tratta dell’Eurasiatismo, una filosofia che ha trovato a Mosca, inserita nel programma di una Organizzazione non governativa fondata da Aleksandr Gel’evic Dugin, un terreno molto fertile per lo sviluppo di un panslavismo esasperato, simile al pangermanesimo hitleriano e alla diffusione del bolscevismo per mezzo del Cominform staliniano.
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Anche Stalin nel 1945 proclamava il russo come lingua di comunicazione generale e ufficiale per tutti i Paesi slavi, mentre il metropolita Stefano, Vicario del Sinodo bulgaro invitava il popolo russo a “ricordare la sua missione messianica”, profetizzando la futura unità dell’universo slavo.
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Aleksandr Gel'evic Dugin
L’espansione auspicata dagli eurasiatisti pone al centro del mondo slavo il potere di Mosca, che assume il ruolo di nucleo essenziale per fagocitare l’Europa sotto l’egida di un unico grande controllore : la Russia.
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Putin non è in competizione con Dugin, ma se ne serve come catalizzatore per orientare le masse verso preferenze che auspicano un ritorno a simbiosi panrusse, spezzando i fermenti popolari legati a indesiderati sentimenti nazionalisti.
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Vladimir Putin
L’ex colonnello del Kgb (Putin) affianca il Movimento eurasiatista, fornendo la presenza militare e la forza devastante di un comunismo mai sopito, che ripropone uno stereotipo devastante e tragicamente noto.
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Da una parte quindi una accattivante politica di universalizzazione dei popoli slavi, proposta da Dugin e inoculata alle masse sotto forma di propaganda ideologica, e dall’altra la prepotenza micidiale dell’apparato militare comunista, già responsabile di efferatezze, stupri, omicidi, e violenze, come nel caso dell’occupazione della Cecenia, o in relazione all’eliminazione fisica degli oppositori, come nel caso di Anna Politkovskaja e di altre decine di giornalisti russi.
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Dugin è stato il fondatore del Partito Nazional-Bolscevico e di altri partiti russi, come il Fronte Nazionale Bolscevico, che sebbene siano indicati dai media come “di destra” ripercorrono stereotipi che trovano corrispondenza in un comunismo nazionalista che si allarga come un virus verso una pandemia che si estende in Europa.
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Le simpatie espresse da Dugin verso il nazionalismo esasperato nazista ricalcano la sua ossessione per l’unificazione politica del territorio russo, e il conseguente allargamento all’Europa, salvando ideologicamente l’eredità bolscevica, creando un dualismo destra-sinistra che prende il nome di nazional-bolscevismo.
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Non a caso la bandiera del Partito Nazional-Bolscevico, cui diede origine Dugin, e che attualmente è fuori legge, consiste in una grafica riveduta e corretta di due elementi fusi in un contrasto di assonanze, il nazismo e il comunismo.
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Tale bandiera adotta come simbolo, infatti, la falce e il martello all’interno di un cerchio bianco su sfondo rosso.
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bandiera Fronte Nazionale Bolscevico
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Tra Putin e Dugin intercorre però una sorta di simbiosi che permette di individuare nell’accorpamento delle Repubbliche ex sovietiche una linearità di percorso comune, che passa attraverso una identità di vedute che soddisfa entrambi.
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Le caratteristiche della cieca violenza esercitata in occasione dell’occupazione della Repubblica Cecena sono facilmente individuabili anche nell’ultima devastante performance dello “zar” Putin, mentre gli pseudo referendum “popolari” e l’indottrinamento delle masse a favore della Russia esercitate da Dugin, dimostrano la volontà di annichilire un’altra sovranità nazionale, a favore di un sentimento panrusso che travalica la democrazia e la giustizia.
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Va però considerato che l’elemento principe che si auto alimenta a questo banchetto si può facilmente individuare nell’unico attore in grado di poter decidere, con la forza, in che direzione andare, e cioè Putin.
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Putin quindi assume il ruolo di colui che, paradossalmente, cavalca la tigre, come direbbe Julius Evola, e che strumentalizza gli elementi della politica interna a lui favorevoli, in un percorso strategico degno di un ex colonnello del Kgb, il servizio segreto più fedele al comunismo che sia mai esistito.
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Il comunismo, quindi, ripropone oggi, subdolamente, i suoi stereotipi, modificati , ma identici nell’essenza, come quelli che hanno condotto milioni di persone alla morte nei gulag staliniani.
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Putin ha dimostrato in questi anni di rappresentare la continuazione tra la minoranza bolscevica che strappò il potere politico mediante il ricorso alla violenza, esercitata da Lenin e da Stalin dopo la Rivoluzione dell’Ottobre 1917, e  il comunismo attuale,  metamorfizzato, che da un lato compete sui mercati finanziari mondiali, o che ospita le olimpiadi invernali, ma che parallelamente uccide a sangue freddo gli oppositori politici.
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L’eurasiatismo forse è il mezzo attraverso cui il comunismo tenta di espandere in occidente ciò che resta di un retaggio politico culturale estrapolato dai recessi della devastazione staliniana, metamorfizzato ma saldamente ancorato ai principi fondanti del marxismo, da sempre portati avanti con l’uso della violenza e della coercizione.
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Solo il futuro ci dirà come andrà a finire, e se i miei sospetti sono fondati, ma di certo le azioni nefaste sviluppate in queste giorni in Crimea, sia da Putin che da Dugin, sono sicuramente prodromiche a qualche cosa che non assomiglia neppure lontanamente alla libertà e alla democrazia.
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Dissenso
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