domenica 12 ottobre 2014

Hannah Arendt : Le origini del totalitarismo

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Hannah Arendt può, a giusta ragione, essere definita il filosofo per eccellenza dei nostri tempi, per aver compreso concettualmente proprio uno dei fenomeni che persiste ancora oggi nella memoria contemporanea, a causa delle caratteristiche devastanti che lo contraddistinguono: il totalitarismo. 
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Ebrea, nacque ad Hannover (Germania)  il 14 ottobre 1906 e morì a New York il 4 dicembre 1975 in seguito ad un attacco cardiaco.
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Dopo l’avvento del nazionalsocialismo e il successivo inizio delle persecuzioni contro le comunità ebraiche, Hannah fu costretta nel 1933 ad abbandonare la Germania, finendo per stabilirsi in Francia, a Parigi.
Fu internata nel campo di “Gurs” come “straniera sospetta” e poi rilasciata da Governo Vichy.
Hannah e il marito Heinrich Blucher
Fu quindi costretta a lasciare anche il territorio francese nel 1941  e si trasferì a New York dove ottenne la cittadinanza statunitense nel 1951, insieme al secondo marito, Heinrich Blucher.
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Questa formidabile scrittrice, che affonda le radici delle sue analisi nell’approfondimento storico-filosofico degli elementi che costituiscono l’essenza delle strutture sociali, ci offre uno spaccato delle differenze che intercorrono tra i sistemi socio-politici e le forme di potere assoluto, come il dispotismo, la tirannide, la dittatura, e il totalitarismo, ma anche e soprattutto uno studio approfondito delle origini e del perché siano nati i sistemi totalitari.
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Le oltre 600 pagine del suo trattato, “Le origini del totalitarismo”, spaziano dall’identificazione dei suoi interpreti fino alla definizione delle vittime, divenute un elemento massificato nel sistema totalitario, ed evidenziando lo strumento poliziesco e le finalità politiche, dirette ad un dominio universale dei popoli.
La connotazione delle caratteristiche intrinseche del fenomeno indica, secondo Hannah Arendt, la volontà di attuare particolari visioni della legge della storia o della natura, senza tenere conto delle oggettive prerogative di giustizia o ingiustizia, ma secondo canoni disgiunti dalla legalità dei comportamenti individuali.
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L’autrice afferma infatti che i sistemi totalitari in cui vengono commessi crimini mostruosi si avvalgono della convinzione di poter fare a meno di un “consensus iuris”, sentendosi liberamente svincolati dagli obblighi di sottostare all’azione dell’uomo e dalla sua volontà, pretendendo di fare dell’umanità stessa l’incarnazione del dirittto.
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Nell’interpretazione del totalitarismo, tutte le leggi sono vincolate ad una progressione in movimento dei processi naturali e storici.
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I due più sanguinari sistemi totalitari, quello nazista e quello comunista rientrano in questa dinamica.
Per il nazismo, infatti, le leggi razziali costituiscono l’espressione di un concetto naturale espresso da Darwin secondo cui l’evoluzione della razza umana non si arresta alla presente specie .
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Adunata nazista
Secondo Marx, invece, la società è il prodotto di un gigantesco movimento storico, in cui è inserita la lotta di classe, che corre rapidamente verso la sua fine.
Arendt puntualizza che poiché la concezione darwiniana segue un percorso rettilineo, la vita naturale viene considerata storica, per cui i due movimenti (storico e naturale) sono la stessa cosa.
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In effetti, prosegue l’autrice, la politica totalitaria ha messo a nudo la vera essenza di tali movimenti mostrando chiaramente che il processo non poteva avere una fine, poiché se è conforme alla legge naturale eliminare tutto ciò che è nocivo e inadatto a vivere, sarebbe la fine della natura stessa, se non si trovassero nuove categorie del genere.
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Per contro se è conforme alla legge storica che nella lotta certe classi si “estinguano”, sarebbe la fine della storia umana, se non si formassero nuove classi “rudimentali”, destinate a loro volta ad “estinguersi” sotto i dittatori totalitari.
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Nel regime totalitario il posto del diritto positivo viene preso dal terrore totale, inteso a tradurre in realtà la legge di movimento della storia o della natura.
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Pur essendo usato anche come strumento per la soppressione delle opposizioni, il terrore termina tale ruolo a prescindere appunto dall’uso che ne viene fatto e dall’assenza di ostacoli, divenendo totale e supremo, simbiotico e rappresentativo : l’essenza stessa del totalitarismo.
Carta dei gulag in Unione Sovietica
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Il Terrore permette la realizzazione della legge del movimento.
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E’ il movimento stesso che individua i nemici dell’umanità contro cui scatenare il Terrore.
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Colpevolezza e innocenza diventano concetti senza senso, poiché le “razze inferiori”, gli “individui inadatti a vivere”, le “classi in via di estinzione”, i “nemici del popolo” rappresentano già di per sé un ostacolo al processo naturale o storico, come intrinsecamente in conformità con la legge del movimento.
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Il terrore come esecuzione di una legge del movimento, il cui fine ultimo non è il benessere degli uomini o l’interesse di un singolo, bensì la creazione dell’umanità, elimina gli individui per la specie, sacrifica le “parti” per il “tutto”.
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Tortura nel gulag
Dal libro di Danzig Baldaev
Il terrore totale è facilmente scambiabile per un governo tirannico, poiché nella sua fase iniziale deve comportarsi come una tirannide e radere al suolo i limiti posti dalle leggi umane.
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Mentre però nella tirannide esistono spazi, seppur limitati, che consentono di anelare alla libertà, il terrore del regime totalitario distrugge il presupposto stesso ad ogni libertà, eliminando la possibilità di movimento e di spazio e sradicando ogni possibile ipotesi di riscossa.
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Il Terrore del totalitarismo distrugge la pluralità umana,  fondendola in un unico essere, massificato in un unico organismo, soggiacente al processo naturale o storico.
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Il fenomeno totalitarista è considerato dal mondo filosofico non come un avvenimento storico imprevisto e imprevedibile, ma come una evoluzione intrinseca allo sviluppo della società moderna, come potenzialità effettiva derivata dalle devianze delle strutture economiche politiche contemporanee.
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Tortura nel gulag
Dal libro di Danzig Baldaev
Nato dalla crisi della democrazia nella Germania weimeriana così come dalle contraddizioni della rivoluzione comunista in Unione Sovietica, il totalitarismo è stato sconfitto in entrambe le manifestazioni, ma potrebbe rinascere nuovamente in nome di altre e diverse ideologie perverse, per trasformare la società e l’umanità.
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Il principio dell’azione che muove il Terrore, nel totalitarismo, è invece un elemento relativamente nuovo, cui hanno attinto a piene mani sia Stalin che Hitler : l’ideologia.
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Hannah Arendt definisce le ideologie come :
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Ismi che per la soddisfazione dei loro aderenti possono spiegare ogni cosa e ogni avvenimento facendoli derivare da una singola premessa”.
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Il totalitarismo può consolidarsi laddove le ideologie più elementari diventano efficaci nel loro appello alle masse, attraverso la lotta di classe nella sua versione più superficiale, e la supremazia razziale.
L’ideologia prescinde dall’individuo e dall’incedere degli eventi quotidiani, e si arroga il diritto di attribuire ad ogni fatto un significato recondito e insito nella universalità della propria dottrina, dando spiegazione alle versioni della storia passata, alle trame del presente, e attribuendo al futuro la consapevolezza di liberare li movimento della storia e della natura dalle manipolazioni dell’uomo.
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La presenza onnipotente della Polizia, come elemento quotidiano e simbiotico di interconnessione con totalitarismo e terrore, si può evincere anche nel microcosmo di Berlino Est, prima della caduta del “Muro”, così come evidenziato nel film “Le vite degli altri” di F. Henckel von Donnersmarck del 2006.
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Questo concetto è evidente nel libro di Orwell, “1984”, in cui la “psicopolizia” (polizia del pensiero) esercitava lo strumento di coercizione più invasivo per l’umanità : il controllo del pensiero in ogni ora del giorno e della notte.
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Un nuovo totalitarismo oggi si è affacciato prepotentemente sulla scena mondiale, per insidiare e fagocitare chiunque si trovi sul suo cammino : l’integralismo islamico, per mezzo dei feroci adepti dell’ISIS, che usano la decapitazione come mezzo terroristico, indiscriminatamente e su qualunque essere umano dissenziente dai loro dictat.
La collettività mondiale è sottoposta ad un elevato rischio da non sottovalutare, poiché sono a rischio i concetti morali dell’intera società, non solo occidentale, la coscienza, l’onestà, il rispetto per sé stessi, e la dignità umana.
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Il libro di Hannah Arendt è senza dubbio prodromico alla possibilità di poter identificare un eventuale male assoluto, come ad esempio i tentativi di un odierno islam impazzito e devastante, grazie alle attente analisi dell’autrice, che ci permettono un discernimento più agevole grazie proprio al suo lavoro.
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Dissenso
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