domenica 18 marzo 2018

Il BIENNIO ROSSO


L’Italia del biennio 1919 e 1920 fu attraversata da una serie di violenze  politiche, fomentate dalle sinistre, che portò il Paese sull’orlo di una cruenta guerra civile.
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I tanti problemi che seguirono la Prima Guerra Mondiale, come le difficoltà economiche, la disoccupazione, la riconversione industriale da militare a civile, la povertà e il ritorno dei reduci divennero l’alibi attraverso cui la sinistra diede inizio a scontri e battaglie di piazza, coinvolgendo contadini e operai.
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Lo spettro comunista
Anche i ceti medi e le classi a reddito fisso furono colpite dalla recessione economica, a causa dell’inflazione generata dalle enormi spese militari e dal conseguente mancato aumento degli stipendi.
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In questo clima di incertezza e di crisi economica si diffuse nel mondo del lavoro il falso mito della rivoluzione russa, alimentato ad arte dai comunisti italiani, a cui le masse popolari guardavano come ad un punto di riferimento in chiave rivoluzionaria.
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Furono artificiosamente coniati termini nuovi che assunsero il valore di parola d’ordine, come “le fabbriche agli operai” e “la terra ai contadini”.
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Operai e contadini vennero però tenuti all’oscuro del fatto che, in Unione Sovietica, le prime vittime del comunismo furono proprio loro … (la storia ce lo insegna).
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L’impeto marxista rivoluzionario alimentò la protesta popolare italiana e condusse a scontri armati, sollevazioni popolari e occupazioni delle fabbriche, allo scopo di instaurare un regime comunista di stampo sovietico.
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Le lotte operaie si diffusero in tutta europa, travalicando i confini della rivendicazione sindacale e giungendo a mettere in discussione e a minare le basi stesse della produzione economica e dell’organizzazione padronale, e assumendo l’aspetto di rivolta insurrezionale di stampo filo comunista.
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In Italia a quel tempo esisteva il seguente quadro partitico :
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Partito comunista, guidato da Nicola Bombacci
Partito socialista Italiano, guidato da Giovanni Bacci
Partito Popolare Italiano, di ispirazione cattolica, fondato e guidato da Don Luigi Sturzo
Partito Liberale Democratico, guidato da Vittorio Emanuele Orlando
Blocchi Nazionali, guidato da Giovanni Giolitti
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I Blocchi Nazionali erano una aggregazione di forze politiche di destra che comprendevano i liberali giolittiani, i democratici, l’Associazione Nazionalista Italiana di Enrico Corradini, i Fasci di Combattimento di Benito Mussolini, e altre forze di destra.
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Il giorno 11 del mese di giugno del 1919 a La Spezia, le sinistre organizzarono uno sciopero generale che coinvolse oltre diecimila persone.
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I feroci criminali comunisti Lenin e Stalin
La massa di scioperanti fu affrontata dalla Polizia che sparò sul corteo, uccidendo due lavoratori e ferendone venticinque.
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La reazione dei manifestanti fu violenta e si trasformò in moto insurrezionale, al punto che  i facinorosi comunisti si impadronirono della città.
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I negozi  vennero assaltati e saccheggiati, e il conflitto si estese anche a Genova, a Pisa, a Bologna, a Forlì, a Faenza, ad Ancona, a Imola e a Torre Annunziata, segno della presenza inequivocabile di una regia, quella comunista, che animava lo scontento popolare.
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A Genova il 7 luglio migliaia di operai saccheggiarono negozi e magazzini, scontrandosi con la Polizia che sparò uccidendo un facinoroso, ferendone e arrestandone numerosi altri.
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In questi territori gli scontri dei manifestanti con agenti di Polizia e Carabinieri erano all’ordine del giorno, così come i saccheggi di negozi che perdurarono fino al mese di luglio.
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Il 3 luglio a Firenze l’intera popolazione cittadina scese in Piazza assaltando i negozi con le armi e requisendo con la forza le derrate alimentari, le scarpe e le stoffe.
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L’intervento della forza pubblica, che sparò sulla folla, si concluse con un bilancio di due morti e otto feriti.
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La lotta provocata dall’incitamento comunista si concluse non prima di aver coinvolto anche Prato e Pistoia.
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In altre città della Toscana, dell’Emilia, della Romagna, e delle Marche, il parossismo comunista si spinse ad istituire addirittura dei comitati rivoluzionari denominati “soviet annonari” (sulla falsariga di quelli sovietici), deputati alla requisizione di merci non solo di tipo alimentare.
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A Brescia le orde comuniste organizzate ebbero ragione delle forze di Polizia che sparavano sulla folla.
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A Livorno  fu attuata una autoregolazione dei prezzi, arbitraria e violenta, che impose la diminuzione del 50% sui generi alimentari e del 70% sui tessuti.
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A Piombino nacque la prima “Guardia rossa” sul territorio nazionale, incaricata d requisire e distribuire le derrate alimentari.
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"Guardie rosse" armate presidiano una fabbrica occupata

La “Guardia rossa” si costituì anche a Savona, con la confluenza di migliaia di operai, che si occuparono della “autoriduzione” dei prezzi del 50 %.
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Nelle varie città in cui avveniva tutto ciò si elesse a presidio dei manifestanti la Camera del Lavoro, a indicare il connubio simbiotico fra gli operai e il comunismo.
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In città come Bari, Messina, Taranto, Spoleto, Civitavecchia, e  Barletta, i manifestanti svuotavano i negozi e i magazzini consegnando le merci alla Camera del Lavoro.
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Barletta fu presa in ostaggio per quattro giorni e governata dai “Consigli del Lavoro”, organizzati dai comunisti armati.
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La repressione poliziesca condusse ad arresti di massa e a numerosi eccidi.
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Era ed è oggi più che mai evidente che ai comunisti non importasse nulla del benessere delle masse popolari, di cui sfruttarono l’onda emotiva solo per raggiungere il loro scopo : la rivoluzione armata e la presa del potere.
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Nel 1919 iniziarono i primi scontri fra socialisti e fascisti, mentre più numerosi furono quelli fra socialisti e arditi (gruppo nazionalista, futurista prima e dannunziano poi) .
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Parallelamente alle lotte operaie si sviluppò anche un altro fenomeno pseudo rivoluzionario, e cioè quello dell’occupazione delle terre da parte dei contadini.
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Furono organizzate le cosiddette “Leghe dei lavoratori” per organizzare le rivendicazioni contadine di braccianti, mezzadri, affittuari, finalizzate all’occupazione delle terre.
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Una vasta ondata di occupazioni si verificò nell’agro laziale, poi in Puglia e in Sicilia, per continuare poi nel nord Italia, dove furono occupati i telegrafi, le ferrovie, le cascine, e dove si scatenarono violenze contro i proprietari terrieri, sfociate nella distruzione dei raccolti.
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Le fasce popolari contrarie a questo bagno di sangue si schierarono dalla parte di Benito Mussolini per la restaurazione dell’ordine pubblico.
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La violenza comunista dilagante era contrastata unicamente dalle nuove organizzazioni fasciste, ed oggi, con il senno di poi, si può facilmente capire come mai ancora oggi i comunisti e i loro seguaci (compresa larga parte del popolo delle sinistre) possano odiare tanto i fascismi.
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1920  -  Primi scontri tra fascisti e rivoluzionari socialisti

Il fascismo impedì ai comunisti armati di prendere il potere come in Unione sovietica (loro modello di riferimento) negandogli la possibilità di instaurare un regime dittatoriale rosso di stampo staliniano.
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L’enfasi marxista dei rivoluzionari della “falce e martello” non ebbe il successo previsto dai caporioni del Partito comunista, grazie a Mussolini che salvò l’Italia da questa orribile prospettiva.
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Le minacce delle sinistre e le violenze continue del biennio 1919 e 1920 provocarono una sorta di controrivoluzione moderata e legale che portò Mussolini al potere nel 1922.
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Nel frattempo il Partito Socialista Italiano riunito in congresso a Livorno nel 1921 si scisse in due, dando ufficialmente origine al Partito comunista.
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I comunisti, sostenitori del bolscevismo auspicavano una rivoluzione di tipo russo e giurarono il loro odio eterno al fascismo, responsabile di aver impedito loro di prendere il potere.
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Questo odio è vivo e attivo ancora oggi, anche fra esponenti del Parlamento italiano, e avvelena la società civile, ammorbandone l’essenza con il suo carico di violenza antifascista.
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Io ringrazio, invece, che sia nato il Partito Fascista e che sia opposto alla violenza comunista, altrimenti avremmo probabilmente seguito la sorte che milioni di vittime hanno dovuto subire in Unione sovietica.
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La Boldrini e Renzi (poi castigati dal Popolo italiano) hanno sempre esaltato il loro inutile e anacronistico antifascismo, ma si sono ben guardati dal dire cosa hanno fatto socialisti e comunisti nel biennio precedente l'avvento del fascismo.
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La disinformazione rimane l'arma principe con cui le sinistre nascondono, mistificano, e occultano le verità storiche che appaiono loro scomode, dimostrando così la loro violenza e la loro arroganza.
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Le sinistre sono riuscite a convincere la classe operaia e contadina che il baluardo di difesa dei loro stessi diritti fosse il Partito comunista, rovesciando completamente l'oggettiva realtà.
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Nell'Unione sovietica di Stalin, loro punto di riferimento, infatti, i contadini sono stati deportati e uccisi (carestia ucraina indotta) a milioni, mentre gli operai erano sottoposti ad ogni genere di vessazione (cottimo, stakanovismo, passaporto interno, divieto di sciopero, ecc.).
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Oggi Putin fa la stessa cosa : si mostra all'Occidente come un nazionalista che vuole compattare la Patria, mentre in realtà è un usurpatore e un invasore di Nazioni sovrane, come l'Ucraina, la Crimea, la Cecenia, la Georgia.
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Non a caso è un acceso sostenitore dell'Eurasiatismo, che prevede l'espansione militare della Russia e l'Europa nel ruolo di satellite russo.
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La disinformazione post comunista (Putin è un ex colonnello del KGB) è arrivata perfino a confondere le idee a parte del popolo della destra (in Italia) che guarda a lui come ad un leader da seguire.
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I fatti del Biennio rosso in Italia appartengono a questo modus operandi, in cui la realtà viene stravolta e mistificata.
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Gli esempi non mancano, ma purtroppo non c'è peggior cieco di chi non vuol vedere ...
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Dissenso
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