sabato 3 novembre 2018

I contadini e il comunismo


Dedico questo breve scritto, estrapolato dal libro di Louis RapoportLa guerra di Stalin contro gli ebrei”, a tutti quei contadini che hanno sempre voluto credere al comunismo come essenza simbiotica al loro status di proletari.
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La credenza popolare che il comunismo sia il baluardo eretto in difesa dei diritti di operai e contadini, è frutto sia di ignoranza storica che della disinformazione operata dal Partito comunista stesso per dissimulare e mistificare l’atroce realtà che ha visto, in Unione Sovietica, un vero e proprio attacco dei comunisti contro i contadini.
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La ferocia dimostrata dal regime comunista contro i contadini è stata senza precedenti nella storia dell’umanità, ed è stata accompagnata da un odio viscerale sia contro di loro che contro gli ebrei.
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Ecco cosa scrive Rapoport :
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Alla fine degli anni Venti il “culto della personalità” era appena agli inizi e doveva ancora assumere le sue proposizioni stratosferiche, ma nel Caucaso già si erigevano statue di Stalin; e i poeti lo paragonavano all’Essere Supremo.
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Presto non ci furono più limiti, e nella vasta parte della terra dominata da Stalin, egli cominciò a produrre morte a un ritmo impressionante.
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Tra il 1929 e il 1932 nei programmi di collettivizzazione e “dekulakizzazione” di Stalin furono sterminate, facendole morire di fame e di feddo, da cinque a dieci milioni di persone: fu questo il suo primo sforzo di “trasformazione dell’elemento umano”.
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Le vittime di questa impresa genocida, i “contadini ricchi”, noti come kulaki, nel subcosciente russo erano spesso associati agli ebrei, come si vede nel Diario di uno scrittore di Dostoevskij, che afferma:
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Rappresentazione di un kulaki
Noi non ci vantiamo mica dei nostri kulaki, non li presentiamo come esempio da seguire, ma al contrario, siamo d’accordo che gli uni e gli altri (ebrei e kulaki) sono ugualmente dannosi”.
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Gli ebrei, con la loro “sempiterna caccia all’oro”, secondo Dostoevskij avevano sfruttato e “rovinato” i russi con la vodka e se fossero stati in maggioranza rispetto ai russi “non li massacrerebbero totalmente fino all’annientamento completo, come facevano con le altre nazionalità negli antichi tempi della loro storia ?
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Sia Lenin che Stalin dicevano che i kulaki non erano esseri umani, proprio come Hitler e i nazionalsocialisti.
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Persino lo scrittore Maksim Gor’kij attaccò i kulaki, esprimendo la speranza che “il popolo incivile, stupido, gonfio dei villaggi russi si estingua (…) e venga rimpiazzato da un popolo istruito, razionale, energico.
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Si poteva sempre contare sugli intellettuali per avere questo tipo di prosa rivoluzionaria da utilizzare contro una nazionalità o una classe prese di mira ovvero delle espressioni un po’ più fiorite delle crude etichettature usate dai dirigenti : Stalin per esempio chiamava questi contadini semplicemente “feccia”.
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Nei film e nei fumetti i kulaki erano rappresentati come orrendi predatori barbuti, simili agli ebrei.
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Famiglie contadine deportate da Stalin sui carri ferroviari
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Persino il grande regista ebreo Sergej Eizenstein contribuì ad alimentare questa immagine.
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Ma quest’opera genocida non aveva bisogno di argomenti razionali, come non ne ebbe bisogno la guerra di Hitler contro gli ebrei : l’idea che soltanto una lotta di classe contro i kulaki avrebbe permesso al partito di mobilitare il resto dei contadini era “quasi del tutto una fantasia”.
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Le motivazioni razionali della liquidazione delle “risorse umane ostili” erano di carattere economico, ma si sarebbero potute dare ragioni politiche o di “sicurezza”, come quando, vent’anni dopo, venne montato il caso contro gli ebrei.
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Anche se fin dall’inizio della rivoluzione le menzogne abituali divennero parte integrante del sistema sovietico, in questo periodo venne cancellata la distinzione tra ciò che i comunisti credevano realmente e ciò che dicevano.
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Mitizzazione di Stalin
come Essere Supremo
Come avrebbe scritto George F. Kennan, dal momento in cui hanno preso il potere i comunisti russi si sono sempre caratterizzati per la straordinaria capacità di coltivare la menzogna come arma politica deliberata.
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Il sistema delle deportazioni in massa cominciò con la collettivizzazione, quella che Stalin chiamò “rivoluzione dall’alto”.
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Tre milioni di contadini, con le loro famiglie, furono deportati nei rigidi climi del nord, mentre altre centinaia di migliaia furono mandati a morire nel Gulag che andava sviluppandosi.
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Interi villaggi vennero distrutti e da tre a sei milioni di persone morirono di fame.
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Secondo alcuni studiosi la politica staliniana dei primi anni Trenta provocò addirittura ventidue milioni di morti.
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Dissenso
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