lunedì 24 agosto 2009

RAFFAELE BARTOLI ~ L'Arte a Monzuno


Monzuno è un piccolo paese situato sulle colline di Bologna, ad una altitudine di 650 metri sul livello del mare.
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La località rappresenta una meta turistica storica della montagna bolognese, soprattutto per quanto riguarda la dislocazione della seconda casa, e la sua popolazione raggiunge la cifra di 6.500 unità.
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Una delle caratteristiche peculiari di questi territori è rappresentata dal fatto che le frequentazioni artistiche sono di casa, data la prolifica presenza, nel corso degli anni, di pittori locali, di maestri del pennello appartenenti alle più disparate scuole di pensiero.
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Accanto ai famosi Corrado Corazza, Giacomo Manzù, Ferruccio Giacomelli, Mario Nanni, Mario Giovanetti, Paola Collina, Giuseppe Gagliardi, Ilario Rossi, Carlo Caporale, Sergio Tisselli, voglio parlare di un altro grande rappresentante di questa categoria di cittadini di Monzuno : Raffaele Bartoli.
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L’artista ci ha purtroppo lasciati prematuramente quattro anni or sono, lasciando però la sua impronta indelebile nei cuori di tutti coloro che lo hanno conosciuto, oltre che, naturalmente la sua produzione artistica, tanto apprezzata dai conoscitori.
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Molto amato, insieme alle sue opere, si è ritagliato uno spazio tra i grandi e più blasonati della pittura Monzunese, evolvendosi come artista, e passando dalle interpretazioni soggettive di case antiche, vecchi forni da pane, scorci di Bologna antica, mediante la tecnica dell’acquerello, regalandoci così sensazioni dimenticate, permeate di una eleganza soffusa e di ancestrali ricordi, per continuare la metamorfosi alla ricerca di una identità stilistica personale.
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Il raggiungimento di questa meta lo ha visto superare concezioni obsolete di radicalismo pittorico, lasciandolo intonso nelle sue qualità artistiche, arricchito anzi da una nuova fluidità e da una nuova concezione di espressione, che lo hanno consacrato nell’olimpo di quegli artisti che hanno potuto intermediare con la loro personalità tutte le sensazioni espresse pittoricamente.
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Una nuova simbiosi tra la realtà e la sua nuova dimensione interpretativa attraverso il pittore, inedita non solo per Monzuno, ha iniziato così a fiorire nella produzione di Raffaele, che ci ha così regalato le sue splendide opere, intrise di musica, di armonia, di misteri profondi, di magia, ma anche di riflessione, di consapevolezze, e di amore.
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Voglio riportare a questo proposito il profilo di Raffaele Bartoli scritto dal critico d’arte Valerio Grimaldi :
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Artista desueto, spurio, urticante, Raffaele Bartoli torna a casa.
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E’ passato qualche anno dalla sua ultima mostra.
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E se il tempo è passato indubbiamente, come scriverebbe Pablo Neruda, il suo nomadismo estetico e culturale ha lasciato, alla distanza, segni e segnali profondi.
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Come il reduce brechtiano, Bartoli torna sulle tracce percorse per confermare una storia a metà strada tra racconto e favola, tra realtà e commedia.
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Ogni quadro si conferma un rutilante ballon d’essai gonfio di messaggi subliminali, difeso da cavalli di frisia che tagliano gambe alla noia accademica, ai copisti dell’ultima ora, alle retroguardie dei paesaggisti senza paesaggio.
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E dire che i suoi primi lavori - tempere e acquerelli di cicisbea fattura, ricami frondosi di bradi pellegrinaggi in montagna, abbracci raffinatissimi al caramello naturale, paradisi artificiali di boschetti e macchie percorse da luci terse e acque tranquille con l’inevitabile ponticello, o casolare, a fare da palo al “misfatto” naturalistico - sembravano condannarlo alla maledizione dei Maestri “permanenti e stanziali” della zona : quella prigione figurale, dolce e protettiva, con il marchio doc del visto, piaciuto, venduto.
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In questa gabbia dorata si sguazzava bene ed il salvadanaio rischiava di scoppiare.
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E poi c’era la compagnia illustre delle vacanze a Monzuno di Bertocchi, di Giacomelli, di Ilario Rossi a cementare la convinzione che si poteva campare en plein air con poco rischio e una manciata di gloria locale sino alla stazione finale del vissero felici e contenti.
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Ma il felice e contento Bartoli non poteva reggere.
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La sua interiorità irsuta ed irrequieta non ha, infatti, sopportato a lungo la luce lancinante dei tramonti di mezza collina, il verde riposante di sottoboschi macchiaioli, i colori ambragiti degli autunni con le foglie che cadono, l’arcadia dei sentieri e delle casone perdute nella valle.
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Arrivò così il notturno come habitat emozionale e la notte come protagonista di sogni, pensieri, presenze.Ho già scritto in passato di queste notti, ora quiete, immerse nelle indecifrabili ombre, ora di case, ora di stanze, dove lenzuoli e tendaggi appaiono come fantasmi metabolizzati, dove si muovono ricordi e si incollano alle finestre i simboli di una immaginazione che non prese il potere.
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Notti con la costante delle presenze di borghi impossibili, con gli abeti a fare da coro, i rami come braccia protese, chinati a proteggere, coprire, accerchiare, chiese e campanili a virgola, quasi chagalliani, oppure a guidare su strade improbabili le macchine aliene con la faccia da “Balilla”, da “Topolino” o da cromatissime e barocche fuori serie : prototipo della versione 2000 del cocchio di Cenerentola.
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Dal rosso acceso e rilucente di quelle holliwoodiane carrozzerie nacque per clonazione cromosomatica Pinocchio, tanto e presto famoso che Raffaele divenne Pinocchio Bartoli e non si riuscì più a comprendere se Raffaele fosse Pinocchio o Pinocchio vestisse, sotto mentite spoglie, i panni di Raffaele :
quasi una riedizione aggiornata e corretta dell’Enrico IV pirandelliano.
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Era un Pinocchio - scrissi anche questo nella occasione di una importante mostra bolognese - tra il metafisico e il surreale, completamente sganciato dal burattino di Collodi, torvo, contemporaneo, adulto e lontano dalla simpatica birba della storia inchiodata nella memoria della nostra infanzia.
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Uno, nessuno, centomila, il personaggio di Bartoli suonava ora la corda civile, ora la corda pazza che abitano in noi, una provocazione stabile e permanente, un utensile di scasso per raccontare le maschere nude di un nuovo mondo di Pinocchi massificati.
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E siamo all’oggi.
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Pinocchio è uscito dalla comune.Neppure Bartoli sa dove sia andato a finire.
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Morto, rapito, suicida per le troppe responsabilità, in fuga verso un multimediale paese dei balocchi, in un Eden erotico con la fata Turchina ?
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Non si hanno notizie di lui da tempo.
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Ogni tentativo di rintracciarlo è stato vano.
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Non è servito neppure “Chi l’ha visto ?”
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Così Raffaele è tornato tra la sua gente.
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Gironzolando per il suo quotidiano ha incontrato nuovi protagonisti da raccontare, da mettere in pittura.
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Ma come scriveva di Bacon quel grande critico che è stato Carlo Giulio Argan, dopo averlo fatto Bartoli assiste da spettatore, non senza una vena di compiacimento e di traslato emozionale, al loro corrompersi.
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L’ultima galleria dell’Artista non cataloga una serie di ritratti ma metabolizza visi noti dando loro un’anima pittorica.
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Tra reperti di cubismo, radici di meccanica futurista e surrealista (impressionante a tale proposito il mixage fisionomico tra la pittrice, la benzinaia e la villeggiante con “Plus belle qu’une etoile”, opera di Robert Desnos del 1924), Bartoli mette in scena un teatro sottopelle di autentico grottesco in cui i personaggi sono investigati dal di dentro, vivono di segni particolari e di sintesi significante come i personaggi dello zoo di vetro di Tennessee Williams.
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Dissenso
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