sabato 18 febbraio 2012

GLI STEREOTIPI DEL COMUNISMO

La proliferazione delle culture, resa possibile dalla universalizzazione dei parametri di diffusione e dalla omogenea permeabilizzazione a qualunque idiosincrasia di ogni paradigma oggettivo, ha svincolato e modificato le linee guida su cui per decenni i comunisti avevano fatto leva per la loro opera di disinformazione.
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Internet ha ricostituito l’anello mancante tra lo scandire delle voci di dissenso universale contro la ferocia comunista e il reale posizionamento storico degli eventi mondiali.
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L’anello precedente era stato realizzato ad arte, a proprio uso e consumo, dai disinformatori appartenenti alla sfera intellettualoide comunista, almanaccando argomentazioni pretenziose che nulla avevano a che fare con la verità oggettiva.
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Il disinformatore comunista, come un perverso principe del male, da sempre si pasce di un lento ma inesorabile obnubilamento diffuso, che si risolve poi in catarsi allorquando gli spettri dell’orrore passato si reincarnano negli stereotipi contingenti, liberandone le insite e malcelate nefandezze.
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Alcuni stereotipi del recente passato, simbionti con il comunismo, hanno fatto convergere i concetti di valutazione soggettiva verso una disarmante perentorietà di allocuzioni ricercatamente benevole che sviluppano una conveniente accondiscendenza.
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Una delle frasi stereotipate e abbastanza radicata nell’immaginario collettivo è, ad esempio :
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“IL COMUNISMO E’ DALLA PARTE DEI CONTADINI.”
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Nulla di più clamorosamente falso !
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Alla luce dei fatti e delle risultanze storiche, “carta canta”, come si suol dire, la realtà ha evidenziato proprio il contrario !

Secondo la “dottrina comunista” il contadino, a partire dalle indicazioni fornite dallo stesso Marx, rappresenta il borghese ricco, lo scomodo nemico da annientare.
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La carestia dell’holomodor in Ucraina e le deportazioni dei Kulaki (contadini) inviati in Siberia nei Gulag staliniani, stanno a dimostrarlo.
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Quindi il contadino, secondo la realtà COMUNISTA è un nemico di classe, da combattere e da annichilire ad ogni costo.
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I gulag, parte integrante dei “paradisi sovietici”, e le storie che tristemente ne rappresentano il tragico vissuto, ci raccontano di migliaia di contadini che, insieme alle loro famiglie, sono stati deportati e trascinati in un abisso di dolore, fino alle estreme conseguenze, colpevoli solo del fatto di essere tali : contadini, appunto !
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I lavoratori delle campagne di oggi, che spesso inneggiano alla bandiera rossa e al “Migliore”, a quel Togliatti a cui i comunisti guardano con affetto, dovrebbero sapere che i loro “colleghi” sovietici sono stati STERMINATI a centinaia di migliaia, come nemici di classe.
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Se vogliamo approfondire, riguardo a Togliatti, è necessario che tutti sappiano che costui (numero due del “Comintern”, l’organo di diffusione del comunismo nel mondo) ha spesso avvallato le decisioni di Stalin, diventandone complice a tutti gli effetti, e che quindi dovrebbe essere indicato come nemico dell’umanità, insieme ai capi del regime comunista da lui sostenuto.
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In questo caso, lo stereotipo “il Migliore” è quanto mai inappropriato, essendo frutto della genesi disinformativa operata per decenni da una schiera di vili opportunisti di Partito, e da mestieranti della politica che nulla hanno a che vedere con la realtà storica.
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Per inciso, va detto che lo stuolo di ferventi manipolatori delle coscienze, sono sempre quelli che hanno creato ad arte lo stereotipo che lega la falce e il martello al mondo contadino, come se i milioni di morte prodotti non esistessero !
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Gli stessi intellettuali hanno ricamato orditi e trame che richiamano alla memoria immagini di libertà e di avvolgente sicurezza, al solo menzionare la bandiera rossa …
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La perseveranza diabolica e criminale dell’intellighenzia comunista ha quindi manipolato e nascosto  a lungo la verità sul vero volto dei regimi marxisti, spesso negando l’evidenza o sorvolando sui milioni di vittime del mostro rosso mai sazio di sangue.
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Un altro stereotipo, che per decenni ha fatto molto comodo al comunismo è quello secondo cui si afferma :
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“IL COMUNISMO DIFENDE GLI INTERESSI DEGLI OPERAI.”
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Anche in questo caso, va ricordato ai meno attenti che la situazione lavorativa in Unione Sovietica, patria del Comunismo, ha dimostrato in maniera epocale il dimensionamento reale del rapporto tra gli operai e la classe dirigente marxista, basato esclusivamente sull’esasperazione  quantitativa delle fasce produttive.
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Durante gli anni della N.E.P. (la nuova politica economica), instaurata dallo stesso Stalin, il comunismo fece ricorso quotidianamente all’uso del “cottimo”, secondo cui il riconoscimento economico era proporzionato al solo raggiungimento di quote di lavoro prefissate, in una corsa estenuante alle soglie minime di produzione indicate dal regime.
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Il superamento dei limiti minimi, venne poi stigmatizzato dai seguaci del modello comportamentale legato ad Aleksej Stakanov, che si impose per la metodologia esasperata degli indici di produttività, che sfociò poi nello sfruttamento delle risorse umane.
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Lo stacanovismo, come fu definito il fenomeno, divenne molto presto il simbolo dell’alienazione e della costrizione a cui erano sottoposte le masse operaie sovietiche, soggiogate dai ritmi devastanti di un comunismo imperante.
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Nei suoi primi anni di potere, dopo aver giustiziato i Romanov, nel 1918, il comunismo bolscevico rinnegò le sue rivendicazioni rivoluzionarie, attuando una politica repressiva che impose agli operai il DIVIETO DI SCIOPERO.
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Gli operai furono obbligati a turni di lavoro forzato e furono soppresse  la libertà di espressione e di opinione.
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L’operaio dell’universo proletario sovietico, spinto anche dai sindacati stessi, divenne, in ultima analisi,  un mero oggetto delle pressioni del Partito Comunista.
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Fu organizzato il Sabato comunista, ripetuto ciclicamente con costante regolarità, durante il quale il lavoratore forniva la sua forza lavoro del tutto gratuitamente, in maniera coercitiva, poiché chi tentava di sottrarsi a questa imposizione vedeva compromessa seriamente la propria posizione lavorativa.
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Secondo le teorie marxiste, la coscienza umana è il riflesso della realtà sociale ed economica.
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Da questo discutibile assioma, possiamo desumere che il problema della produttività e dell’innalzamento dei suoi livelli costituisca il primo gradino, per la realizzazione tecnica e materiale della società comunista.
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Ecco perché nelle fabbriche staliniane si puniva anche con la fucilazione chi non raggiungeva i livelli di produzione stabiliti antecedentemente, imputando l’insuccesso  al presunto sabotaggio compiuto dagli operai stessi.
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Alla luce di tutto ciò, evidenziando le contrapposizioni, facendo conoscere le risultanze delle indagini socio storiografiche, informando e non disinformando, spaziando nell’universo oggettivo dello scibile, possiamo affermare che i vecchi stereotipi risultano oggi desueti, e attraversati da un polimorfismo obbligatorio che ne rimodella il significato e l’accostamento simbiotico.
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Il Comunismo deve richiamare alla memoria il ricordo dei milioni di vittime che in suo nome sono state sacrificate.
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Lo stereotipo costruito ad arte dai comunisti, che per decenni ha spostato la riconducibilità del termine verso orizzonti di benevolenza non è ora più accettabile, assumendo linee identificative ben diverse e tragicamente identificabili.
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La morte e lo sterminio, il sangue e il dolore, la sopraffazione e la crudeltà, il disprezzo per la vita umana, la negazione della libertà, il totalitarismo assoluto, la violenza, la disinformazione, l’annichilimento delle coscienze, sono i veri parametri attraverso cui lentamente ma inesorabilmente si è giunti al nuovo, tragico stereotipo cui abbinare il comunismo.
Il comunismo come male assoluto, estremo, insieme al nazismo, di cui condivide una delle due facce della stessa medaglia : quella della malvagia perseveranza nel tentare di asservire gli esseri umani al volere dittatoriale del pazzoide di turno.
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Dico quindi no al comunismo.
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Fermamente e decisamente, inoltre, vorrei che sia gli operai che i contadini riflettessero sulle caratteristiche intrinseche del comunismo stesso, il quale forse non è proprio come loro pensano che sia.
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Dissenso
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