lunedì 1 aprile 2013

ARMENI : IL GENOCIDIO FINALE

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Dopo gli anni 1895 e 1896, che segnarono un periodo estremamente tragico per il popolo armeno, a causa dei massacri attuati sulla popolazione per volontà del Governo Ottomano, si assiste all’organizzazione di movimenti rivoluzionari turchi, nati per contrapporsi allo strapotere e alle politiche del sultano Abd ul Hamid.
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Parallelamente, le opposizioni armate si sviluppano su due fronti, quello turco e quello russo.
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Il bilancio delle vittime, relativamente al periodo che precede la nascita delle opposizioni armate, secondo la stima del Patriarcato armeno, ammonta a 300.000 morti e a 2.500 villaggi distrutti, a migliaia di case incendiate e a centinaia di chiese saccheggiate e demolite, o convertite in moschee.
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La crescente paura della popolazione di etnia armena, sottoposta a torture e sevizie, e a stupri e violenze di ogni tipo, produsse flussi importanti di emigrazioni verso altri paesi, alimentando una diaspora dell’ordine di centinaia di migliaia di esuli.
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La “Sublime Porta” (abbreviata in “Porta”), era il nome con cui si indicava in origine il Palazzo imperiale del Sultano, e rappresentava il centro del potere ottomano.
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Successivamente, dal XVII° secolo, poiché il Governo divenne di competenza del Gran Visir, si indicò la “Porta” per riferirsi a quest’ultimo.
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La “Sublime Porta”, comunque la si identifichi, fu la responsabile dello sterminio della popolazione di etnia armena fino alla fine del 1800, e trovò il suo più feroce carnefice nel Sultano Abd-ul-hamid, complice il silenzio colpevole dell’Europa.
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L’indifferenza delle Potenze occidentali durante le stragi è paragonabile infatti solo alla sconcertante passività con cui l’Europa, appunto, riuscì ad assistere ai crimini efferati con i quali i musulmani ottomani misero a repentaglio la sopravvivenza stessa della civiltà,
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L’opinione pubblica europea, grazie alle notizie diffuse da viaggiatori ritornati dall’Armenia e dai movimenti filo-armeni, iniziò poi gradatamente a prendere coscienza della reale situazione, tenuta fino ad allora nascosta dai Governi e dagli ambienti economici.
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Grazie alle conferenze e agli articoli di molti intellettuali si invertì in Francia la tendenza filo-ottomana, e si scoprì il dramma dell’Armenia in tutte le sue tinte fosche e drammatiche.
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Prolificarono le riviste di informazione sulla causa armena, e in Paesi come l’Italia, il Belgio, e i Paesi Bassi, vennero fatte interrogazioni parlamentari a favore degli stessi.
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In Germania, nonostante il veto opposto da Guglielmo II°, si alzarono voci che ruppero l’ostinato silenzio sul dramma armeno, mentre in Danimarca il filosofo Georg Brand lanciò un accorato appello all’opinione pubblica europea.
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Ginevra, in Svizzera, divenne un centro importante di attività filo-armene, tanto da vedere presentata una petizione al Governo federale, pro Armenia, firmata da centinaia di migliaia di cittadini elvetici.
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Nonostante l’orientamento delle masse popolari e il sentimento di diffusa empatia nei confronti della popolazione armena, non decollarono però iniziative o azioni ufficiali dei Governi Europei e delle potenze occidentali, che potessero dissuadere la “Sublime Porta” dai suoi intenti, e ciò permise ai carnefici hamidiani di proseguire le persecuzioni.
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Il popolo armeno, fino ad allora poco impegnato nella lotta politica, iniziò a recepire con maggiore sensibilità gli appelli dei propri movimenti rivoluzionari.
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La determinazione alla rivalsa della popolazione armena trovò corrispondenza nella nascita della Federazione Rivoluzionaria Armena, altrimenti conosciuta come  Partito Dashnak (FRA o HHD).
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Di ispirazione socialiste e pur essendo influenzato dalle correnti marxiste di stampo russo, accolse poi le idee di democrazia e libertà assorbite dagli armeni europei, fino a diventare negli anni sessanta del XX secolo un partito di ispirazione nazionalista e spiccatamente anti-comunista.
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Le potenze europee intervennero nell’Impero Ottomano solo per consolidare le rispettive posizioni nell’ambito delle prerogative economiche e commerciali, mascherando gli interventi con la facciata dell’intento umanitario.
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In realtà venne permesso al Sultano di continuare le sue persecuzioni verso la popolazione armena, tanto che continuarono le scorrerie della cavalleria hamidiana nei villaggi indifesi.
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Fu vietato agli Armeni lo spostamento da un luogo all’altro, causando così la rovina commerciale per le loro attività ; venne loro proibita la detenzione di qualsiasi tipo di arma, incluso i coltelli da cucina o i bastoni ; vennero arrestati con qualsiasi pretesto, anche futile, e i prigionieri furono sottoposti alle sevizie più disparate.
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Nell’Ottobre del 1900 i curdi ammazzarono più di 200 armeni  nella città di Khassdur, violentando le ragazze e saccheggiando le case e le chiese.
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La stessa sorte toccò alla città di Zeythun, in cui vennero uccisi 180 persone di etnia armena.
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La reazione armena, capitanata dal Dashnak, portò alla nascita di una rete di comitati e di bande di partigiani chiamate i “fedai”.
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Il termine “fedai”, in persiano significa “devoto” e designa colui che ha sacrificato la propria vita.
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Questa organizzazione nacque dapprima in Persia, poi in Russia, formando la propria preparazione militare grazie all’insegnamento dei rivoluzionari Dashnak, che nei territori di confine tra Russia e Turchia esercitavano un governo clandestino.
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I “fedai” oltre che provvedere all’azione militare e alla difesa dei villaggi, si occuparono anche di condurre un’azione politica per preparare il popolo alla sollevazione contro il dispotismo del Sultano.
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Diverse operazioni militari compiute con audacia e determinazione consacrarono i fedai alla leggenda.
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Nel 1896 la tribù curda “Mazrik” massacrò 800 armeni a Khanassor, e l’anno seguente un battaglione di 253 combattenti fedai vendicò le vittime di tale strage piombando sull’accampamento curdo e uccidendo tutti gli uomini.
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I fedai non toccarono né le donne, né i bambini, e non si abbandonarono al saccheggio.
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Il Governo ottomano manifestò e palesò poi nel 1900 la determinazione e la volontà di distruggere l’intera regione del Sasun di etnia a prevalenza armena.
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Iniziò così ad occupare i territori, a incendiare, e a radere al suolo interi villaggi, incominciando da quello di Spaghank.
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I fedai erano inferiori di numero rispetto alle forze hamidiane, e non riuscirono a impedire la distruzione dei villaggi di Shenik, di Semal, di Hunan, di Talori, e di Geliguzan.
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Il bilancio fu catastrofico : 3.000 vittime !
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La violenza del Sultano però andava di pari passo con il suo progressivo indebolimento, assediato com’era dalle nuove forze emergenti, legate ad un nazionalismo sempre più pressante, che costituirà poi la causa della fine dello stesso sultano.
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Le spinte nazionaliste si radicalizzarono sia in Partiti ideologicamente motivati e dotati di struttura organizzata e articolata, che in formazioni militari clandestine votate al terrorismo e all’uso della violenza come forma di lotta.
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Nel contesto internazionale, i nazionalismi si manifestarono attraverso l’evoluzione delle spinte provocate da una tensione rivoluzionaria, come in Russia nel 1905, oppure in Francia e in Italia che si ritrovarono i simbiosi con la mobilitazione e l’elaborazione di un sindacalismo rivoluzionario, e anche in Austria, dove premevano le spinte irredentistiche.
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Parimenti, ciò condusse all’inizio dello smembramento dell’Impero ottomano, a partire dai Balcani e poi nei paesi arabi, entrambi pervasi da fermenti nazionalistici.
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Si sviluppò un nuovo concetto sensibile ad un patriottismo fondato su qualcosa di profondo e unificante, come la coincidenza dello Stato con la Nazione.
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Le comunità nazionali furono unificate idealmente non solo dalla religione e dalla lingua ma soprattutto dalle proprie origini e dal proprio passato, a costituire il cemento per un futuro stato-nazione in cui il concetto nazionalistico avrebbe rappresentato un punto di arrivo.
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Per il nazionalismo armeno tutto ciò rappresentò quindi una meta, alla quale guardare, per porre fine alla diaspora del proprio popolo.
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In questo contesto nacque il movimento politico dei “Giovani Turchi”, contrario al Sultano, e fortemente nazionalistico.
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Le componenti politiche e ideologiche che rappresentarono l’essenza dei Giovani Turchi però, erano sì rivolte ad una visione moderna della società, che abbandonasse i vecchi e tradizionali schemi della società ottomana, ma erano anche intrise di una metodica ricerca di una identità turca che passasse attraverso il concetto di razza e di omogeneizzazione etnica.
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La coalizione che si era formata in Turchia per cacciare Abd ul Hamid contava al suo interno anche la rappresentativa Armena, con cui però i Giovani Turchi non avevano convergenze di intenti , ma che anzi costituiva fonte di tensione e di scontro.
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Agli armeni veniva contestato il fatto che essi avrebbero dovuto dare voce alle proteste non come Armeni, appunto, ma come indipendenti Ottomani, senza diritto di contrattare o fare offerte come se avessero rappresentato uno Stato a parte.
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Nei Giovani turchi aleggiava un sentimento di sospetto, legato al timore di future richieste di indipendentismo e di separatismo etnico da parte degli Armeni, pur se in quel momento alleati contro il nemico comune : il Sultano.
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Il nazionalismo turco si fondò sull’affermazione di un sistema sociale basato sulla costruzione NON di uno Stato ( in cui tutti i soggetti sarebbero stati membri), bensì di una Nazione, in cui solo i Turchi ne avrebbero costituito l’essenza stessa e l’ossatura.
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La lingua sarebbe quindi stata quella turca, e l’identità culturale si sarebbe sviluppata in simbiosi con una razza comune di antiche e comuni origini, a costituire una omogeneità in cui il nazionalismo, il panturchismo, il panturanesimo e il panislamismo sarebbero stati intrecciati e fusi insieme.
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Per contro, l’obiettivo dichiarato del FRA (Fronte Rivoluzionario Armeno) era quello dell’emancipazione politica ed economica dell’Armenia turca, mediante una vasta insurrezione armata.
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Parallelamente il FRA si adoperò per difendere le comunità armene dal tentativo di annichilimento zarista in Russia, dove Nicola II° perseguiva politiche di russificazione delle minoranze etniche.
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Lo Zar di Russia infatti, negli anni di fine ‘800, fece chiudere le scuole  e le associazioni culturali armene,  oltre che i giornali e le biblioteche, per passare poi nel 1903 alla confisca dei beni della Chiesa armena.
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La protesta in Russia, guidata dal movimento Dashnak, assunse quindi caratteristiche anti-imperialiste, con l’unione alla IIa Internazionale socialista.
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Secondo Rosa Luxemburg il requisito indispensabile alla diffusione della socialdemocrazia nell’Impero ottomano doveva passare attraverso il movimento nazionale e l’emancipazione dei popoli cristiani.
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La lotta dei Giovani Turchi contro Abd ul Hamid si avvalse anche della collaborazione con i suoi oppositori in esilio che si erano riuniti a formare il Comitato di Unione e Progresso.
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Nel 1907 i Giovani Turchi di Salonicco si unirono al CUP e con loro iniziarono a battersi chiedendo al Sultano il ripristino della Costituzione del 1876.
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Le ritorsioni di Abd ul Hamid, che iniziò a fucilare gli ufficiali coinvolti in queste rivendicazioni, indussero il gruppo dei Giovani Turchi di Salonicco a minacciare di marciare su Istanbul.
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Queste pressioni costrinsero il Sultano a ripristinare la Costituzione, nel 1908 e ad indire elezioni politiche, che portarono in Parlamento una maggioranza di deputati appoggiati dal Comitato Unione e Progresso.
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Lo sfaldamento però dell’Impero Ottomano, che perse molti dei territori precedentemente annessi, come la Rumelia in Bulgaria, Creta, la Bosnia e l’Erzegovina, fu addebitato alla politica dei Giovani Turchi, e permise al Sultano di tentare una contro rivoluzione nel 1909.
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Il tentativo fu subito stroncato, Abd ul Hamid fu definitivamente deposto e al suo posto fu insediato il docile Mehmet V, e i Giovani Turchi assunsero direttamente le responsabilità di Governo.
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Iniziò così un periodo di acceso nazionalismo, sotto la guida di Enver e di un triumvirato dittatoriale.
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In tale contesto avviene un nuovo e drammatico massacro di armeni, e precisamente nella Provincia di Adana, in cui le forse unioniste fedeli al Sultano uccidono ben 25.000 cristiani di etnia, appunto, armena.
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Tra le premesse che portarono poi all’eccidio ”finale” è da far notare l’orientamento intrapreso dalla fase rivoluzionaria dei Giovani turchi, secondo cui la forza  e la violenza dovevano essere i mezzi attraverso cui risolvere i conflitti provocati dalle nazionalità.
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Nel 1910  Mehmed Tal'at, uno dei leader che ebbero un ruolo preminente negli anni che vanno dal 1913 al 1918, basò la sua politica “sull’esigenza dell’eliminazione di tutti gli elementi eterogenei esistenti”.
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Non a caso costui è definito dagli armeni come l’”Hitler turco
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Ciò segna anche una sorta di continuità della repressione armena, a partire dai massacri hamidiani, fino al genocidio del 1915, e a quelli di fine decennio.
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In un congresso segreto, tenutosi a Salonicco nel 1911, i Giovani Turchi decisero di sopprimere totalmente gli armeni residenti in Turchia.
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L’obiettivo degli ottomani di annichilire l’etnia armena scaturì quindi dall’esigenza di portare avanti l’ideologia panturchista, determinata a riformare lo Stato su basi nazionaliste e su una omogeneità etnica e religiosa.
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L’occasione si presentò loro con lo scoppio del Primo conflitto Mondiale, allorquando le potenze europee, impegnate nella guerra, non potevano interferire.
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Così, tra il 1915 e il 1916, il Partito “Unione e Progresso” elaborò e poi realizzò un progetto di sterminio dei cittadini armeni dell’Impero Ottomano.
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I Giovani Turchi, ala del Comitato Centrale, divennero così interpreti di un piano genocidario, per mezzo dei propri politici più intransigenti, come : Tal'at, Enver, Djemal, e Kemal (detto Ataturk).
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Nel 1915 i turchi intrapresero un’opera di sistematica deportazione della popolazione armena, una parte verso Aleppo, e un’altra verso il deserto di Der-Es-Zor in Mesopotamia.
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Durante la marcia gli armeni vennero depredati di ogni loro avere, e molti di loro furono gettati in caverne e bruciati vivi.
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Molti altri vennero annegati nel fiume Eufrate o nel mar Nero.
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Nelle città e nei villaggi abitati da Armeni rimasero solo donne, vecchi e bambini a cui fu imposta la deportazione.
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Il Governo dei Giovani Turchi costituì una Organizzazione Speciale formata da bande di  malfattori fatti uscire appositamente dalle carceri, con il compito specifico di sterminare gli armeni.
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Queste bande di assassini legalizzati si accanirono contro le colonne dei deportati, lungo il percorso che questi percorrevano a piedi per centinaia di chilometri.
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Così gli armeni, oltre che con la fame, la sete, le malattie, lo sfinimento e gli stenti, si trovarono a fare i conti con gli stupri, le torture, la ferocia e il sadico accanimento delle bande filo-governative.
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In un telegramma, il comunicato di Talaat Pascià, del 15 settembre 1915, recita :
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In precedenza è stato comunicato che il Governo, su ordine del Partito (Unione e Progresso), ha stabilito di sterminare completamente tutti gli Armeni residenti in Turchia.
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Coloro i quali si oppongono a questo ordine non possono continuare a rimanere negli organici dell’Amministrazione dell’Impero.
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Bisogna dar fine alla loro esistenza, per quanto siano atroci le misure adottate, senza discriminazioni per il sesso e l’età e senza dar ascolto a considerazioni legate alla “coscienza”.
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Il 24 aprile del 1915 furono arrestati tutti i notabili della comunità armena di Costantinopoli, per essere deportati e massacrati.
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Nel mese di Maggio fu emanato un decreto provvisorio di deportazione, seguito da quello di confisca dei beni, entrambi mai ratificati dal Parlamento.
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I maschi adulti furono chiamati a prestare servizio militare e poi, dopo essere stati divisi e separati dai rispettivi reparti, vennero passati per le armi.
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Seguì poi la fase dei massacri e delle violenze indiscriminate sulla popolazione civile, sugli intellettuali, sui sacerdoti, sui dirigenti politici.
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Ancora oggi infatti, il 24 aprile, si celebra la “Giornata della memoria del popolo Armeno” per ricordare il “Metz Yeghern” (il Grande Male), lo sterminio di un milione e mezzo di armeni ad opera dei “Giovani Turchi nel 1915.
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Ufficialmente, però, ancora oggi, il Governo Turco non ha né riconosciuto, né tanto meno condannato questo olocausto, ma anzi continua a negare il fatto che questo sia mai avvenuto.
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Addirittura la Turchia tenta quotidianamente di corrompere la verità, assoldando politici, studiosi, scrittori, e giornalisti occidentali al fine di continuare a mistificare la realtà dei fatti.
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Il Governo Turco ricorre a sistemi di indottrinamento nelle Scuole esibendo false documentazioni e come se ciò non bastasse, intitola via o piazze, a Istanbul e ad Ankara, ai nomi dei principali responsabili dello sterminio degli armeni.
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Negli anni 2000 il Parlamentare Ozal ha affermato che forse la “lezione” data all’Armenia non era stata sufficiente ed occorreva darne loro un’altra.
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La presunzione turca di entrare a far parte dell’Unione Europea, non può prescindere, di fronte al genocidio armeno, da un “mea culpa” ufficiale, sancito dalle scuse del Governo in carica alla popolazione armena.
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Purtroppo fino ad oggi, quando ogni 24 aprile l’intero mondo civile si stringe in ricordo del genocidio armeno, la Turchia reagisce con rabbia, continuando a negare l’evidenza.
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E’ necessario, a questo proposito, rimarcare il fatto che in alcuni paesi (Germania, Austria, e Francia) è illegale pronunciarsi pubblicamente contro quelle verità storiche la cui negazione rappresenta un’offesa ancora attuale per le vittime e i loro discendenti.
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Concludo considerando che un atteggiamento come quello turco costituisce un serio pericolo, non solo per gli armeni, ancora oggi, ma anche per l’intera comunità civile e democratica e per quei valori di libertà e di pacifica coesistenza tra i popoli.
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