domenica 21 aprile 2013

NORMA COSSETTO

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Norma Cossetto, nacque a Santa Domenica di Visinada, un piccolo borgo agricolo dell’entroterra Istriano, non lontano da Parendo (Porec) territorio ora appartenente alla Croazia, il 17 maggio del 1920.
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Il padre, Giuseppe, era un possidente terriero e benestante, dirigente locale del Partito Nazionale Fascista e aveva ricoperto anche l’incarico di Commissario Governativo delle Casse Rurali e di Podestà di Visinada.
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In questo ruolo aveva notevolmente contribuito allo sviluppo della vita agricola e sociale del paese, e aiutato le persone indigenti del luogo.
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Norma si diplomò brillantemente nel 1939 nel Regio Liceo Vittorio Emanuele III di Gorizia, poi si iscrisse all’Università di Padova.
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I suoi contemporanei la ricordano come una giovane ragazza dedita allo sport, molto portata per gli studi e le lingua straniere, infatti conosce bene sia il francese che il tedesco, e superò l’esame di maturità con 9 e 10 in greco e latino.
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Norma amava la musica e per questo motivo studiava il pianoforte, ma era attratta anche da pittura e canto.
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Era fidanzata con un incursore dei mezzi d’assalto della Regia Marina.
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Dal 1941 alternò lo studio universitario, come studentessa di Lettere e Filosofia, iscritta all’Università di Padova, a periodi di lavoro, come supplente scolastica nei paesi di Pisino o di Parendo, e nel frattempo si iscrisse ai Gruppi Universitari Fascisti di Pola.
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Nell’estate del 1943, seguita dal Professor Arrigo Lorenzi,  stava preparando la sua tesi di laurea, intitolata “Istria rossa” (riferendosi al colore della terra ricca di bauxite dell’Istria), e quindi passava le giornate girando per municipi e canoniche alla ricerca di archivi che le consentissero di sviluppare i suoi scritti sull’argomento.
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Il 25 settembre un gruppo di partigiani di Josip Broz, meglio conosciuto come Maresciallo Tito, con l’appoggio di quelli italiani, fece irruzione a casa dei Cossetto, e si lasciò andare al saccheggio, depredando la famiglia dei suoi averi, e sparando in aria a scopo intimidatorio sopra i letti, nelle camere.
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I comunisti titini portarono via perfino le divise del papà, che in seguito avrebbero poi indossato, cucendovi sopra una stella rossa.
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Il giorno successivo, il 26 settembre, un partigiano di nome Giorgio si recò nuovamente a casa dei Cossetto, per convocare Norma al Comando partigiano, che aveva sede nell’ex caserma dei Carabinieri di Visignano.
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La formazione partigiana era composta da un gruppo assortito di comunisti sia italiani che slavi.
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Norma fu dapprima interrogata, e poi le fu proposto di entrare nel movimento partigiano, promettendole libertà e mansioni direttive.
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Le proposero di collaborare con quello stesso sanguinario movimento di occupazione comunista che aveva già da tempo iniziato i rastrellamenti e i genocidi degli italiani : l’E.L.P. (Esercito Popolare di Liberazione jugoslava), una banda di feroci assassini.
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Al secco e deciso rifiuto della ragazza seguì il suo rilascio e Norma potè tornare a casa, anche se turbata profondamente.
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La sua tranquillità fu però di breve durata, infatti il giorno dopo, mentre girava in bicicletta, il 27 settembre, fu fermata e arrestata dai partigiani titini del cosiddetto Esercito Popolare di Liberazione della Jugoslavia.
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Norma fu tratta in arresto insieme a parenti, amici e conoscenti, tra cui Eugenio Cossetto (cugino del padre), Antonio Posar, Antonio Ferrarin, Ada Riosa (cognata del padre), Maria Concetta (cugina della madre), Umberto Zotter e altri abitanti del paese di San Domenico, di Castellier, di Ghedda, di Villanova e di Parenz.
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Tutti furono imprigionati nella ex caserma della Guardia di Finanza a Parenzo, dove la sorella di Norma, Licia, si precipitò per ottenere il rilascio dei reclusi, senza peraltro ottenere nulla.
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Gli sventurati, furono anzi tradotti in altra sede, di notte, su un autocarro, e precisamente nella scuola di Antignana, trasformata in prigione, poiché a Visinada erano arrivati i tedeschi, e i partigiani si sentivano minacciati se fossero rimasti a Parenzo.
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All’arrivo nella scuola, Norma fu separata dal resto dei prigionieri.
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Nelle giornate che vanno dal 1° al 4 ottobre, la ragazza fu tenuta legata ad un tavolo, denudata, e sottoposta a sevizie e stupri dai suoi 17 carcerieri, prolungatamente e ripetutamente.
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Esistono testimonianze in tale senso, tra cui quella di una donna del luogo, che risiedeva proprio di fronte al luogo in cui era tenuta prigioniera Norma, e che vi si avvicinò attirata dai lamenti e dai gemiti che provenivano dall’interno.
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Al calare della sera, prudentemente, la donna cercò coraggiosamente di scoprire la fonte di tali lamenti, e si avvicinò alle imposte socchiuse, per guardare dentro.
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Norma era legata ad un tavolo, e la scena che gli si presentò agli occhi fu raccapricciante.
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La notte tra il 4 e il 5 ottobre sia Norma che gli altri 26 prigionieri furono legati con il filo di ferro e costretti a camminare fino a raggiungere Villa Surani.

Norma e le altre donne furono nuovamente sottoposte a violenze, poi tutti furono gettati nella vicina foiba, ancora vivi.
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Il padre, Giuseppe Cossetto, e il genero, Mario Bellini, dopo la cattura di Norma si misero subito alla loro ricerca, ma furono anch’essi presi dai partigiani.
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Mario Bellini era invalido di guerra e sposato da poco, tanto che la moglie era in attesa di un figlio.
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I partigiani tesero un agguato ad entrambi.
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Bellini fu stroncato da una raffica di mitra, mentre il padre di Norma rimase ferito, e fu quindi finito con una coltellata.
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Si seppe poi che il suo assassino gli doveva la vita, essendo stato trasportato da lui in  auto all’ospedale di Pola, in fin di vita, pochi mesi prima.
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A Mario e Giorgio furono legate braccia e gambe con il filo di ferro e vennero gettati nella foiba di Treghelizza a Castellier di Visinada, dove furono poi ritrovati il 4 novembre.
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Il corpo di Norma Cossetto fu ritrovato invece il 10 dicembre del 1943, dopo l’occupazione tedesca dell’Istria, dai Vigili del Fuoco di Pola, guidati dal Maresciallo Arnaldo Harzarich, a 136 metri di profondità nella Foiba di Villa Surani, sita alle pendici del Monte Croce, vicino alla strada che da Antignana porta al villaggio agricolo di Montreo.
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Norma era in posizione supina, nuda, con le braccia legate con filo di ferro, su un cumulo di cadaveri aggrovigliati.
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Era stata pugnalata su entrambi i seni e picchiata ripetutamente in viso, come testimoniavano i lividi presenti sul volto.
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Aveva gambe e braccia spezzate.
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Il corpo era stato sfregiato e le era stato conficcato un pezzo di legno nella vagina.
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La salma straziata fu identificata dallo zio di Norma, Emanuele Cossetto.
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La sorella Licia, raccontò poi :
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Ancora adesso la notte ho gli incubi, al ricordo di come l’abbiamo trovata :
mani legate dietro alla schiena, tutto aperto sul seno il golfino di lana tirolese comperatoci da papà la volta che ci aveva portate sulle Dolomiti, tutti i vestiti tirati sopra l’addome…
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Solo il viso mi sembrava abbastanza sereno.
Ho cercato di guardare se aveva dei colpi di arma da fuoco, ma non aveva niente ;
sono convinta che l’abbiano gettata giù ancora viva.
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Mentre stavo lì, cercando di ricomporla, una signora si è avvicinata e mi ha detto :
“Signorina non le dico il mio nome, ma io quel pomeriggio, dalla mia casa che era vicina alla scuola, dalle imposte socchiuse, ho visto sua sorella legata ad un tavolo e delle belve abusare di lei ;
alla sera poi ho sentito anche i suoi lamenti ;
invocava la mamma e chiedeva acqua, ma non ho potuto fare niente, perché avevo paura anche io”.
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La sorella Licia denunciò l’orrendo crimine, presentando una denuncia al comando tedesco, a seguito della quale furono catturati 16 dei suoi assassini.
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Di questi “eroici” partigiani, feroci massacratori di donne innocenti e indifese, sei furono costretti dai tedeschi a vegliare per tutta la notte la salma della loro vittima, Norma Cossetto, nella cappella mortuaria del locale cimitero, e poi la mattina seguente, all’alba, furono fucilati.
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Tre di loro, soli con la loro vittima in decomposizione (era stata uccisa 67 giorni prima) e forse schiacciati dal peso del rimorso, impazzirono, prima di essere passati per le armi.
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Il cadavere della ragazza fu poi ricomposto nella cappella mortuaria del cimitero di Castellier, insieme al padre.
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A distanza di sei anni dalla sua uccisione, l’Università di Padova le ha conferito la Laurea ad honorem, su proposta del Rettore, Concetto Marchesi, e del Consiglio della Facoltà di Lettere e Filosofia.
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Il giorno 8 del mese di febbraio, nel 2005, l’allora Presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi, ha insignito Norma Cossetto della Medaglia d’oro al merito civile.
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L’onorificenza recita :
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Giovane studentessa istriana, catturata e imprigionata dai partigiani slavi, veniva lungamente seviziata e violentata dai suoi carcerieri e poi barbaramente gettata in una foiba.
Luminosa testimonianza di coraggio e di amor patrio”.
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In occasione della Giornata del Ricordo in memoria delle vittime delle Foibe, il 10 febbraio 2011, l’Università degli studi di Padova ha scoperto, nel cortile del Rettorato, una targa commemorativa della morte di Norma Cossetto e della Laurea ad honorem a lei attribuita.
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Sono state intitolate vie a Norma Cossetto nei Comuni di Narni (Terni) nel luglio 2011, di Bolzano il 22 ottobre 2012, e di Fossano /(Cuneo).
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Il Comune di Limena (Padova)  nell’Aprile 2011 le ha intitolato la Biblioteca comunale.
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La barbara uccisione di Norma Cossetto, rappresenta il modus operandi del comunismo più bieco, stereotipando la ferocia e la violenza come elementi simbiotici che collegano, unendoli, la filosofia marxista, impermeata di violenza, e i partigiani titini o italiani, che ne esaltano le caratteristiche.
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La criminale attività svolta da Lenin e da Stalin in Russia si è rivelata prodromica nella sua drammaticità, tanto che i milioni di morti prodotti dal regime comunista sovietico non sono stati sufficienti a evitare che la ferocia rossa prendesse il sopravvento di nuovo, in Istria e Dalmazia.
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Gli esiti sono stati devastanti e hanno prodotto migliaia di vittime innocenti, colpevoli solo di essere italiani, e di trovarsi su un percorso che i massacratori comunisti di Tito avevano già deciso di percorrere e di fagocitare.
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La strage etnica compiuta dagli jugoslavi sulla popolazione civile dalmato-istriana è stata pianificata a freddo, a tavolino, complice il silenzio assenso di Togliatti, che ha permesso ai suoi compagni di partito titini di mettere in atto il loro piano criminale.
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Un vero e proprio ennesimo delitto contro l’umanità è stato compiuto dai comunisti del “Maresciallo Tito” per presentarsi poi alla Conferenza di Pace con una certezza, e cioè quella di presentare il territorio da annettere, rivendicandolo come popolato unicamente da abitanti di etnia slava, e assente da enclavi di popolazione italiana (requisito fondamentale per poter accampare diritti di proprietà).
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Lo sterminio è stato tanto più grave per le modalità con cui è stato attuato : la ferocia.
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La legatura delle mani con il filo di ferro, e le vittime legate l’una all’altra, erano il modus operandi con cui si eseguivano le uccisioni di massa.
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Era sufficiente gettare la prima vittima, spesso viva, nella foiba, perché il suo stesso peso trascinasse nella buia cavità le altre vittime, legate in una lunga catena umana da sacrificare.
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La tortura e lo stupro, insieme alla prassi di infierire con sadica ferocia sulle vittime, ci danno un’idea dell’”eroismo” di questi partigiani comunisti, molto coraggiosi, soprattutto nel tormentare le donne.
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I comunisti italiani per decenni hanno cercato di far passare sotto silenzio tutto ciò, rendendosi nuovamente complici, dopo Togliatti, dei crimini commessi.
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Ancora oggi si tenta di ignorare la data commemorativa che ricorda i tragici eventi.
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Nel Comune dove io risiedo, a Minerbio, in provincia di Bologna, ho richiesto al Sindaco di intitolare una Via ai Martiri delle Foibe, ma non ho mai avuto risposta.
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Il Sindaco, Lorenzo Minganti, è rappresentante del PD locale…sarà un caso ?
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Dissenso
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