giovedì 24 settembre 2009

Varlam Tichonovic Salamov

Varlam Tichonovic Salamov nacque nel 1907 a Vologda.
A Mosca, dal 1924, lavorò per due anni come conciatore ;
si iscrisse poi alla facoltà di Diritto Sovietico ma continuò a coltivare il suo vivo, precoce interesse per la letteratura.
Il 19 febbraio 1929 fu arrestato per aver diffuso la "Lettera al Congresso" di Lenin e condannato a tre anni di reclusione in un campo di concentramento degli Urali Settentrionali.
Nel 1932 tornò a Mosca.
Sei anni più tardi comparve sulla rivista "Oktjabr" il suo primo racconto.
La notte tra il 1936 e il 1937 fu nuovamente arrestato - "per attività controrivoluzionaria trockista" - e condannato a cinque anni di lavori forzati nelle miniere della Kolyma, la vasta e impervia regione che il fiume omonimo attraversa prima di sfociare nel Mare Siberiano Orientale.
Nel 1942 la condanna gli venne prolungata "fino alla fine della guerra" ;
l'anno seguente, questa volta per aver sostenuto che Bunin era un classico russo, venne condannato ad altri dieci anni nell'inferno della Kolyma.
Ma la Kolyma - ha scritto Michail Geller nella prefazione alla prima edizione unitaria e pressochè integrale dei Kolymsie rasskazy apparsa in Occidente (1978) - "non era un inferno.
Era un'industria sovietica, una fabbrica che dava al paese oro, carbone, stagno, uranio, nutrendo la terra di cadaveri.


Era una gigantesca impresa schiavista che si distingueva da tutte quelle conosciute della storia per il fatto che la forza-lavoro fornita dagli schiavi era ssolutamente gratuita.
Un cavallo alla Kolyma costava infinitamente di più di uno schiavo-detenuto.
Una vanga costava di più.
"L'esperienza di Salamov nei lager" ha testominato Solzenicyn "è stata più amara e più lunga della mia, e con rispetto riconosco che proprio a lui e non a me è stato dato in sorte di toccare il fondo di abbrutimento e disperazione verso cui ci spingeva tutta l'esistenza quotidiana nei lager".
Non a caso, leggendo Una giornata di Ivan Denisovic, Salamov scrisse a Solzenicyn :
"E come mai lì da voi va in giro un gatto nell'ospedale ?
Come mai non l'hanno ancora ammazzato e mangiato ?"
Per un reduce della Kolyma anche un gatto vivo era assurdo, impensabile.
E a Pasternak, dopo averlo brevemente messo a parte di alcuni episodi della vita quotidiana alla kolyma, Salamov scrisse :

"L'essenziale non è qui, ma nella corruzione della mente e del cuore, quando giorno dopo giorno l'immensa maggioranza delle persone capisce sempre più chiaramente che in fin dei conti si può vivere senza carne, senza zucchero, senza abiti, senza scarpe, ma anche senza onore, senza coscienza, senza amore nè senso sel dovere.
Tutto viene a nudo, e l'ultimo denudamento è tremendo.
La mente sconvolta, già attaccata dalla follia, si aggrappa all'idea di 'salvare la vita' grazie al geniale sistema di ricompense e sanzioni che le viene proposto.
Questo sistema è stato concepito in modo empirico, giacchè è impossibile credere all'esistenza di un genio capace di inventarlo da solo e d'un sol colpo...
Perdonatemi se vi parlo di cose così tristi ma vorrei che aveste un'idea più o meno corretta di questo fenomeno capitale e singolare che ha fatto la gloria di quasi vent'anni di piani quinquennali e dei grandi cantieri che vengono definiti 'audaci realizzazioni'.
Giacchè non v'è una sola costruzione importante che sia stata portata a termine senza detenuti, persone la cui vita non è che un'ininterrotta catena di umiliazioni, la nostra epocaè riuscita a far dimenticare all'uomo che è un essere umano...
".

Fu un medico detenuto, A. M. Pantjuchov, che salvò la vita a Salamov :
nel 1946, rischiando la propria carriera, lo destinò ai corsi di addestramento per infermieri che si tenevano nell'Ospedale centrale, sulla 'riva sinistra' del kolyma.
Liberato dal lager nel 1951, lo scrittore potè ritornare a Mosca solo nel dicembre 1953 e per due giorni soltanto ( come ex detenuto gli era vietato di risiedere nelle città con più di mille abitanti ).
Nella capitale rivide la moglie e la figlia, da cui era però destinato ad essere diviso per sempre ;
incontrò Boris Pasternak, con cui era entrato in corrispondenza nel marzo 1952.
Stabilitosi nella regione di Kalinin, iniziò a scrivere I racconti della Kolyma.
Nel luglio 1956, riabilitato, potè far ritorno nella capitale.
Dal 1961 al 1967 videro la luce tre sue raccolte di poesie, ma i racconti sulla Kolyma gli venivano puntualmente restituiti dalle redazioni di riviste e case editrici.
Altrettanto dolore provocò in lui il destino dei suoi racconti all'estero, dove per lunghi anni vennero pubblicati in modo sparso e frammentario, secondo approssimativi criteri filologici, come ai tempi del samizdat avveniva di frequente per gli scritti che riuscivano a filtrare dalle ferree maglie della cortina di ferro.
L'interesse che l'Occidente manifestò subito per la sconvolgente testimonianza artistica di Salamov impensierì le autorità sovietiche, che nel 1972 costrinsero lo scrittore in disgrazia a sconfessare i Racconti della kolyma con un documento in cui tra l'altro affermava che 'la loro problematica era stata superata dalla vita', dal XX Congresso del PCUS.
Gravemente provato nel fisico dagli anni di lager e nello spirito dagli ani di 'libertà', Salamov non smise di scrivere :
negli anni Settanta nacquero, insieme a La quarta Vologda, dove rievocava infanzia e adolescenza, i romanzi brevi Visera e Fedor Raskol'nikov, i racconti del Guanto, poesie, saggi.
Nel 1973 terminò il lavoro sulla vasta e agghiacciante epopea della Kolyma, titolo divenuto canonico per l'intero corpus dei racconti, La riva sinistra, Il virtuoso della vanga, Schizzi dal mondo criminale, La resurrezione del larice, Il guanto, ovvero KR-2.
Varlam Salamov morì il 17 gennaio 1982 nella casa di riposo in cui il Litfond lo aveva fatto ricoverare nel 1979.
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