domenica 14 gennaio 2018

In ricordo di VARLAM SALAMOV


(Vologda, 18/06/1907  -  Mosca, 17/01/1982)
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Ricorre il 17 gennaio il 36° anniversario della scomparsa di Varlam Salamov, lo scrittore russo che fu testimone diretto dell’abisso di orrore e di violenza costituito dai gulag comunisti sovietici, in cui fu deportato nelle gelide terre artiche della siberia.
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Museo degli orrori del comunismo  -  Varlam Salamov

Varlam è stato infatti per lunghi anni prigioniero di quel “mondo a parte”, come ebbe a definirlo Gustaw Herling, un altro scrittore che contribuì a smascherare il totalitarismo del sistema sovietico.
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Nel 1929, all’età di soli 22 anni, Varlam fu arrestato e condannato a tre anni di lavori forzati per aver criticato l’operato di Stalin.
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Varlam scontò la condanna negli Urali per due anni poi venne rilasciato, iniziando quindi a lavorare nella città di Beerezniki, città industriale della Russia europea orientale.
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Rientrò a Mosca nel 1932 e iniziò a dedicarsi alla scrittura.
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Nel 1936 completò il suo primo racconto, intitolato “Le tre morti del Dottor Austino”.
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L’anno successivo, che coincideva con l’inizio delle grandi “purghe” staliniane, fu nuovamente arrestato con l’accusa di svolgere attività trockiste e contro-rivoluzionarie, e deportato per cinque anni nei gelidi territori siberiani della Kolyma, tristemente famosa come “la terra della morte bianca”.
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Nel 1943 il regime comunista dimostrò (caso mai ce ne fosse bisogno) la sua spietatezza infliggendogli una ulteriore pena di dieci anni, accusandolo di “agitazione antisovietica”.
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La sua vita diventò un vero e proprio calvario, mentre veniva costretto a lavorare nelle miniere d’oro del regime e in quelle di carbone.
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Le condizioni climatiche erano proibitive e malsane, mentre le punizioni erano frequenti a causa dei suoi tentativi di fuga, fino a quando Varlam si ammalò di tifo, riducendosi allo stremo delle forze.
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La salvezza arrivò grazie all’intervento di un medico-prigioniero (A.M. Pantjuchov) che riuscì a prenderlo sotto la sua ala protettiva in qualità di assistente presso l’Ospedale del campo.
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La sua tragica epopea si snodò poi attraverso molteplici esperienze come infermiere nei cantieri forestali e negli ospedali del Dal’stroj (organizzazione dell’NKVD per la costruzione di strade e l’attività estrattiva).
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Nel 1951 venne rilasciato (dopo 17 anni) e Varlam decise di rimanere in quei territori, stabilendosi a Magadan (estremo oriente russo) e continuando a lavorare nello stesso ospedale in cui prestava servizio quando era detenuto, e iniziando contemporaneamente a scrivere di nuovo.
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La figlia lo disconobbe come padre, rifiutandosi di riconoscerlo come tale.
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Varlam inviò alcune delle sue poesie a Boris Pasternak, il famoso scrittore e letterato russo, il quale mostrò pubblicamente il suo apprezzamento per gli scritti ricevuti.
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Nel 1953 (otto mesi dopo la morte di Stalin) Varlam ottenne il permesso di lasciare Magadan e si stabilì in un villaggio non lontano da Mosca.
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Iniziò a scrivere ciò che sarebbe diventata la sua opera più famosa, incentrata sulla vita di forzato, dal titolo “I racconti della Kolyma”, che sarà poi completata nel 1973.
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Nel 1956 Varlam ottenne la riabilitazione ufficiale e l’anno successivo anche il permesso di tornare a Mosca, dove trovò un impiego come corrispondente della rivista letteraria “Moskva”.
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In questo periodo venne in contatto con altri scrittori dissidenti, come Aleksandr Solzenicyn, Boris Pasternak e Nadezda Mandel’stam.
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I suoi scritti, come saggi e poesie, vennero diffusi clandestinamente all’estero sotto forma di samizdat.
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Nel 1978 venne edita a Londra la prima edizione dei suoi racconti, mentre per la pubblicazione in Russia bisognerà aspettare fino al 1987, ben cinque anni dopo la sua morte.
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Consiglio a tutti la lettura di questo libro, perché rappresenta una pietra miliare nel cammino verso la conoscenza del "paradiso" comunista sovietico.
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Il nostro ricordo va a lui, Varlam Salamov, esempio della dissidenza e del contrasto al “male assoluto” che ha sterminato milioni di vittime innocenti in nome del comunismo.
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La colpevole miopia di personaggi ambigui e partigiani, come Laura Boldrini (ex presidente della Camera) fa sì che nonostante tutto, ancora oggi, si continuino a leggere brani del “Diario di Anna Frank” ai ragazzi delle Scuole, senza però dire loro che è esistita ed esiste anche un’altra terribile realtà, quella di Varlam Salamov.
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Le atrocità commesse in nome del comunismo vengono ancora oggi pubblicizzate il meno possibile, mentre invece i testi scolastici dovrebbero riportarne le nefandezze compiute, come nel caso dei gulag, dei laogai cinesi, delle Foibe, ecc, ecc.
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Propongo solo alcune righe tratte dai "Racconti della Kolyma", attraverso cui si evince la spaventosa grandezza del feroce ingranaggio di cui i detenuti erano parte integrante :
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"... Più tempo il detenuto passerà in cella prima di vedere il giudice, più quest'ultimo ne trarrà vantaggio.
L'arrestato si prepara all'interrogatorio, al primo interrogatorio della sua vita, mobilitando tutte le sue energie.
E l'interrogatorio non arriva.
Non arriva per una settimana, per un mese, per due mesi.
E' la cella del carcere ad annientare la psiche del detenuto al posto del giudice istruttore..."
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Varlam Salamov e tutti i dissidenti che si sono opposti al MALE ASSOLUTO rappresentato dal Comunismo, dovrebbero essere presenti nella cultura di base dei giovani studenti europei a testimoniarne quanto meno il ricordo…
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Dissenso
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