sabato 20 gennaio 2018

JAN PALACH LA FIAMMA DELLA LIBERTA'

Tratto da : "il Resto del Carlino" di Sabato 20 gennaio 2018
di Giovanni Morandi
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Le speranze nate con la Primavera di Praga, 50 anni fa, vengono schiacciate dai carri armati.
Un ragazzo si ribella e diventa un eroe universale.
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Il giovane martire anticomunista JAN PALACH
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Come si diventa un eroe.
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Questa è la storia di un ragazzo che morì a vent'anni, proprio in questi giorni di gennaio.
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Non tutti i ragazzi di Praga che oggi hanno la sua età sanno chi sia, anzi tanti non conoscono nemmeno il suo nome.
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Nonostante che in piazza San Venceslao ci sia un originale monumento che lo ricorda :
due assi di legno a croce, bruciate e appoggiate per terra, anzi pare emergano dalla terra.
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Da quella terra per cui Jan Palach si immolò.
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Jan era il tipico ragazzo per bene, cresciuto in una famiglia molto normale che era poco in sintonia con il regime.
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Il padre Josef era iscritto al partito socialista, la madre a quello comunista ma solo perché voleva che i figli studiassero.
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Ne aveva due.
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Il maggiore si chiamava Jiri.
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Nel tempo libero i genitori recitavano in una compagnia teatrale di dilettanti, a Vsetaty, dove vivevano, ad una cinquantina di chilometri da Praga.
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La madre era casalinga e molto presente nella vita della Chiesa evangelica locale e attenta verso i figli che cercò di educare nello spirito della tradizione patriottica.
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Il padre invece veniva da una dinastia di pasticcieri proprietari di un negozio e di un forno.
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Ma dopo la fine della guerra con l'arrivo del comunismo dovette prima chiudere il negozio e poi il laboratorio.
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Si riciclò come banconista nella mensa aziendale alla stazione ferroviaria.
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La morte se lo portò via per un infarto quando Jan aveva 14 anni e faceva il liceo.
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Jan era il tipico figlio che tutti si augurano di avere, ascoltava quello che gli dicevano il padre e la madre e lo faceva suo.
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Era tranquillo, riflessivo, studioso, leggeva tanto ed era un appassionato di scacchi.
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Tutto filò liscio fino al 1968, anno fatidico.
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L'anno dopo la maturità andò in Kazakistan per scambi con i coetanei sovietici e si comportò così bene che l'anno dopo, nel giugno del '68, ebbe un altro invito per un altro soggiorno estivo a Leningrado.
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Tutto sembrava essere uguale all'anno prima ed invece era cambiato tutto il contorno :
da sei mesi era stato eletto segretario del partito comunista cecoslovacco, Alexander Dubcek, e a Praga e nell'università c'era un gran fermento e sembrava che stesse per nascere un nuovo mondo.
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Tanto che la chiamarono la primavera di Praga, che poi voleva dire solo sentirsi e volersi sentire liberi.
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Fra l'altro in quell'anno a cavallo tra il '67 e il '68 Jan aveva dovuto parcheggiarsi alla facoltà di economia  perché a lettere e filosofia c'era un eccesso di iscritti.
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Dovette aspettare un anno per fare il cambio di facoltà.
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Ma nulla era più come prima da quella notte del 21 agosto 1968, quando 200mila soldati e 5mila carri armati del Patto di Varsavia avevano messo fine a quello che chiamavano il comunismo dal volto umano.
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Il destino ci mise del suo.
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Il partito era così soddisfatto di Jan che gli offrì una vacanza-lavoro, oggi si direbbe un agriturismo, in Francia, nel cuore della rivoluzione giovanile che aveva travolto l'Occidente e aveva avuto la sua punta più alta nel maggio francese.
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Vi rimase una ventina di giorni, giusto il tempo per venir contagiato da quegli slogan :
non è che l'inizio continueremo la lotta.
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Torna all'università e si accorge che i militari hanno schiacciato sotto i cingoli gli animi dei cecoslovacchi e la loro voglia di combattere.
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I carri armati sovietici invadono le città della Cecoslovacchia

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Ma gli studenti riprendono le agitazioni e le occupazioni.
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Il 6 dicembre Jan dà l'ultimo esame.
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E comincia a pensare a come passare all'azione.
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Ragiona su due ipotesi, occupare la radio cecoslovacca per trasmettere un appello allo sciopero generale o adottare la protesta dei monaci buddisti che si davano fuoco a Saigon contro la guerra in Vietnam.
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Il 15 gennaio tornò a Vsetaty per partecipare al funerale dello zio e la mattina dopo, era giovedì, partì per Praga.
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Arrivò alla casa dello studente e in camera scrisse in quattro copie una lettera firmata "Torcia Umana n°. 1" :
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"Poiché i nostri popoli sono sull'orlo della disperazione e della rassegnazione, abbiamo deciso di esprimere la nostra protesta e di scuotere la coscienza del popolo.
Il nostro gruppo è costituito da volontari pronti a bruciarsi per la nostra causa.
Poiché ho avuto l'onore di estrarre il numero uno, è mio diritto scrivere la prima lettera e i essere la prima torcia umana.
Noi esigiamo l'abolizione della censura e la chiusura del giornale dell'esercito di occupazione.
Se le nostre richieste non saranno esaudite entro cinque giorni, il 21 gennaio 1969, una nuova torcia si infiammerà".
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Alle 11 uscì dalla casa dello studente, imbucò tre lettere e la quarta la tenne con sé.
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A mezzogiorno e mezzo acquistò due recipienti di plastica e li riempì con la benzina comprata ad un distributore in via Opletalova.
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Si diresse verso la scalinata del Museo nazionale in piazza San Venceslao.
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Si rovesciò sulla testa la benzina e con un accendino appiccò il fuoco.
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Un grido di dolore si levò sulla piazza di fronte alla folla terrorizzata.
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In quel momento Jan Palch (che morirà il 19 gennaio) diventò un eroe e nei giorni seguenti le piazze di mezzo mondo ne invocarono il nome.
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Ma il comunismo gli sarebbe sopravvissuto per altri vent'anni.
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P.S. Le immagini sono state aggiunte dal blog
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Dissenso
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