domenica 20 novembre 2016

GLI OSPEDALI PSICHIATRICI SPECIALI IN RUSSIA



Gli anni del comunismo post staliniano in Russia non furono meno devastanti per coloro che si opponevano al regime, di quanto non lo fosse stato in precedenza.
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Nel 1959, sotto la guida di Nikita Krusciov il Politbjuro decise infatti di ricorrere ad un nuovo sistema di coercizione per interrompere il dilagare della crescente dissidenza intellettuale, instaurando una rete di ospedali psichiatrici governativi destinati ad accogliere i nuovi arrestati.
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Iniziò così una nuova epoca, caratterizzata dalla nascita dei cosiddetti  psihuska”, ovvero gli “ospedali psichiatrici speciali”.
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Lo stesso Krusciov, per giustificare l’uso sovietico della psichiatria, dichiarò che :
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un crimine è una deviazione dagli standard di comportamento generalmente riconosciuti, spesso causato da disturbi mentali.
E’ possibile che si manifestino patologie nervose all’interno di una società comunista ?
Ovviamente si”.
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Quindi era possibile che persone affette da disturbi mentali potessero compiere dei crimini :
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in tal caso, “a coloro che intendono fondare l’opposizione al comunismo su queste basi, possiamo rispondere che le condizioni di tali persone deviano in maniera evidente dalla normalità”.
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Dal 1964 al 1982 Breznev fece di questo strumento di repressione la norma abituale, affermando che “in Unione Sovietica non c’erano detenuti politici poiché nella società socialista non esistono conflitti sociali e i pochi insoddisfatti non potevano che essere malati di mente.
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Jurij Andropov
Nel 1977 Jurij Valdimirovic Andropov, che poi nel 1982 sarebbe succeduto a Breznev,  ribadì il concetto che tra le cause del dissenso al regime comunista, oltre agli errori ideologici, al fanatismo religioso, e al deviazionismo nazionalista, ci fosse anche l’instabilità psichica.
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Il regime comunista continuò quindi a servirsi dei medici psichiatrici, tra la cui comunità trovò ampia collaborazione.
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In particolare, il Direttore dell’istituto di Psichiatria delle scienze mediche dell’URSS, lo psichiatra Andrejj Snežnevskij, vera e propria autorità sovietica del settore, ideò e creò per i dissidenti una nuova evidenza patologica, che nella fattispecie denominò con il termine di schizofrenia latente”.
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Questo personaggio, interprete abominevole dell’abuso politico della psichiatria, reo di aver fatto personalmente incarcerare i dissidenti che venivano sottoposti alle sue valutazioni, elaborò una teoria allucinante secondo cui la dissidenza politica era frutto di una forma di schizofrenia, estendendo le caratteristiche che la contraddistinguevano oltre i limiti accettati dalla scienza universale.
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Secondo Sneznevskij, la schizofrenia “non è necessariamente accompagnata da sintomi esterni, anche quando è abbastanza grave da giustificare un’ospedalizzazione coattiva”.
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La schizofrenia «latente» per l’appunto,  «dal decorso lento, o attenuato
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Nel disegno criminale di Snežnevskij si giustificava la coercizione di soggetti “apparentemente sani”, seguendo la seguente elaborazione mentale :
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Le persone a contatto con simili casi non hanno l’impressione che si tratti di evidente pazzia”,
oppure :
l’apparente normalità di tali persone malate … viene usata dalla propaganda anti-sovietica per affermare calunniosamente che esse non soffrono di disordine mentale”.
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In pratica si attestava la presenza o l’assenza della malattia mentale ad esclusiva discrezione dello psichiatra inquirente, come unico referente a definirne la presenza patologica.
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Oltre alle varie forme di «schizofrenia latente», ai dissidenti venne frequentemente diagnosticato lo «sviluppo paranoico della personalità.»
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Gli attuali studi di etica psichiatrica e di Storia della psichiatria sovietica, come quelli elaborati da Sidney Bloch (Professore emerito presso L’Università di Melbourne) e Paul Chodoff, oppure quelli scritti da Bloch e da Peter Reddaway (psichiatra), dimostrano l’ingerenza del KGB negli ospedali psichiatrici, sia ordinari che speciali.
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Parallelamente ai dictat dell’etica psichiatrica sovietica, manipolata dal regime comunista, lo sviluppo delle diagnosi era subordinato al’influenza diretta esercitata dai funzionari degli organi di sicurezza, come l’MVD e il KGB.
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In questa ottica, i trattamenti terapeutici a cui i dissidenti venivano sottoposti prevedevano la somministrazione di prodotti neurolettici in dosi massicce, e un trattamento di punture a scopo punitivo, come le iniezioni di soluzioni solforose, allo scopo di procurare forti febbri e uno stato comatoso, nel chiaro intento di piegare l’equilibrio psico-fisico del soggetto.
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Spesso anche gli stessi medici degli ospedali psichiatrici–prigioni erano ufficiali del KGB e dell’MVD, mentre gli infermieri erano delinquenti comuni che scontavano il loro periodo di pena svolgendo tale funzione.
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La manovalanza infermieristica, formata appunto da delinquenti comuni, serviva al regime, come già sperimentato nei gulag, come arma e come deterrente contro i politici, che sottoposti alle vessazioni degli infermieri potevano così essere tenuti in stato di prostrazione continuata.
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Il terrore veniva quindi usato, come mezzo di repressione governativo ampiamente collaudato, anche negli ospedali-prigioni psichiatrici, tant’è che gli infermieri-delinquenti erano addetti a dileggiare e a perquotere sistematicamente i prigionieri.
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All’interno di queste strutture la brutalità era di casa e costituiva un elemento di divertimento per i delinquenti-infermieri, che si lasciavano andare a vere e proprie manifestazioni di sadismo e di perfidia.
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La furia e l’odio imperversavano, al punto che la violenza delle percosse assumeva caratteristiche sub-umane.
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Le vittime venivano gettate a terra e tempestate con ogni genere di colpi, dai pugni, ai calci, o con mezzi contundenti che colpivano ogni parte del corpo, causando spesso danni fisici permanenti, fino alla morte della vittima malcapitata.
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Per semplice crudeltà gli infermieri a volte legavano al letto i malati per ventiquattro ore, negando loro la possibilità di recarsi ai gabinetti.
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Come misura punitiva i dottori psichiatri impiegavano l’elettroshock, oppure ricorrevano all’uso di trattamenti farmacologici.
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Di questi veniva spesso adottato il metodo che privilegiava l’uso del Sulfazim, che veniva somministrato al paziente-prigioniero per via intramuscolare.
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L’iniezione di questo farmaco, provoca un brusco aumento della temperatura fino a 40 gradi, stati febbrili, tremiti, un forte dolore in tutto il corpo ad ogni minimo movimento.
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Questo tipo di tortura proseguiva per molti giorni causando alla vittime danni permanenti.
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Si ricorreva anche ad iniezioni di insulina, che inducevano un forte stato di shock, e che non di rado provocavano il coma.
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Oppure la perfidia dei sadici rappresentanti della psichiatria comunista arrivava ad iniettare Aminazin nelle natiche, in un ciclo che si ripetava giorno dopo giorno, fino a determinare la formazione di fitti noduli.
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Queste formazioni erano talmente dure da non poter essere penetrate nemmeno dall’ago di una siringa (l’Aminazin si riassorbe con difficoltà), causando al paziente-prigioniero un dolore talmente forte da impedirgli di stare seduto e di camminare.
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Bisogna considerare anche un fattore molto importante, che serviva al regime per  tentare di annichilire le coscienze e la resistenza dei dissidenti, e cioè che la semplice stessa permanenza di una persona sana in mezzo a malati di mente veri compromette l’equilibrio psichico anche della persona più equilibrata.
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L’ospedale psichiatrico speciale si presentava come una normale prigione circondata da filo spinato e dotata di inferriate alle finestre.
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Le camerate erano gelide e buie, maleodoranti e senza ricambio d’aria, e ospitavano circa 20-25 persone stipate forzatamente.
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La permanenza in camere più piccole potevano presentare rischi maggiori anziché vantaggi, come la possibilità di coabitarvi con pazzi pericolosi e con psicopatici di ogni tipo.
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Il noto dissidente Vladimir Bukovskij, ad esempio, venne rinchiuso con un pazzo criminale che aveva ucciso in modo efferato i propri figli, dopo che si era tagliato le orecchie e se le era mangiate.
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La giovane Olga Jofe venne internata con una povera demente che non solo sporcava il letto ma raccoglieva gli escrementei altrui riempendosene le tasche.
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Le botte, la tortura, i farmaci, e la promiscuità con persone disturbate psichicamente metteva a dura prova l’integrità e il benessere mentale dei dissidenti.
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Tatiana Guseva venne rinchiusa nell’ospedale psichiatrico di Kazan per “vilipendio della bandiera nazionale sovietica” ancora giovane e allegra.
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Dopo dodici anni di reclusione Tatiana era ridotta come una vecchia affetta da idiozia.
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Uno dei medici-aguzzini più noti dell’inferno psichiatrico sovietico fu il Professor Daniil Lunc, colonnello del famigerato KGB.
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In epoca sovietica la dottoressa Tamara Pavlovna Pecernikova, specialista dell’Istituto Serbskij,  è stata una fidata collaboratrice del KGB nel combattere il dissenso intellettuale come una malattia mentale, mentre oggi, al soldo di Putin, sentenzia diagnosi adatte a suffragare tesi di infermità mentali per i difensori della causa cecena.
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In una nota del 1979, stilata insieme al dottor Kosacev, la Pecerikova afferma che, nella maggior parte dei casi, le idee di lotta per la verità e la giustizia compaiono in personalità a struttura paranoica.
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Anche il criminale di guerra Yuri Budanov, autore di crimini contro l’umanità al soldo di Putin,  che stuprò e strangolò la giovane fanciulla cecena (18enne) Kheda Kungaeva, ha usufruito della compiacenza di dottori psichiatri, anch'essi al soldo di Putin.
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E’ stato infatti prima assolto dalle accuse perché ritenuto incapace di intendere e di volere in quel momento di follia assassina, a causa di una forma di “pazzia temporanea”.
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La psichiatria punitiva è quindi ancora oggi un orribile strumento a disposizione del regime russo, capitanato da Putin, che da perfetto ex colonnello del KGB ne ripercorre, senza interruzione, i devastanti percorsi distruttivi.
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Per coloro che oggi guardano positivamente al nuovo zar come all’interprete di un apprezzabile nazionalismo, va ricordato che gli atti di violenza di Putin vanno nella direzione opposta.
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Il cieco furore esercitato senza alcuna pietà contro gli oppositori politici, mediante l’uso di qualunque mezzo, dall’omicidio all’internamento in strutture psichiatriche dei dissidenti, dimostra che non siamo di fronte alla difesa di una espressione nazionalistica, ma davanti alla palese imposizione di una dittatura in antitesi con i valori universali su cui si fondano le democrazie popolari.
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Il nazionalismo in quanto tale infatti, è l’espressione del completo rispetto proprio dei confini nazionali, che è rivolto anche alle popolazioni residenti e autoctone, mentre le manovre che Putin attua spavaldamente nei territori ucraini, ceceni, georgiani e in Crimea, dimostrano il totale disprezzo di questi valori.
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Una dittatura che si appropria di territori esterni all’ambito nazionale assume il nome di Paese imperialista e colonialista, e la Storia ci insegna quali nefaste conseguenze abbia comportato tale orientamento.
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Dissenso
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