sabato 1 settembre 2018

CARLO ALBERTO dalla CHIESA, un eroe del nostro tempo.


(Saluzzo (Cuneo), 27 settembre 1920 – Palermo, 3 settembre 1982)
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Carlo Alberto dalla Chiesa è stato un Generale di divisione dell’Esercito italiano, e un Prefetto della Repubblica.
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Entrò nell’Esercito nel 1941, a ventuno anni, frequentando la Scuola allievi ufficiali di complemento a Spoleto, poi entrò come Sottotenente di fanteria nel 120° Reggimento Brigata Emilia, partecipando alla guerra in Montenegro, dove si guadagnò due croci di guerra al valor militare.
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Nel 1942 entrò nell’Arma dei Carabinieri, dove già prestava servizio il fratello Romolo, laureandosi in Giurisprudenza presso l’Università degli studi di Bari, città in cui il padre Romano, che sarebbe poi diventato Generale di Divisione, era comandante della locale Legione dell’Arma.
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Il suo primo incarico fu quello di comandare la Tenenza dei Carabinieri Reali di San Benedetto del Tronto, dove rimase fino all’otto settembre 1943, giorno dell’Armistizio firmato da Badoglio e dagli “Alleati”.
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Partecipò alla Resistenza guadagnandosi il passaggio al servizio permanente effettivo per meriti di guerra e alla fine della stessa fu mandato a comandare la Tenenza di Bari, dove conseguì una seconda laurea in Scienze Politiche.
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Fu proprio a Bari che conobbe Dora Fabbo, che nel 1946 sarebbe diventata sua moglie.
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La sua carriera nell’Arma proseguì con un incarico a Casoria (Napoli) al Comando della locale Compagnia, per contrastare il fenomeno del banditismo.
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A Casoria nel 1947 nacque la figlia Rita, oggi affermata giornalista e conduttrice televisiva.
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A causa dei suoi successi contro il banditismo campano l’Arma lo trasferì in Sicilia al Comando di una forza repressiva per eliminare le bande criminali che infestavano l’isola, in particolare quella del famigerato bandito Salvatore Giuliano.
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Nei territori corleonesi in cui aveva già operato il padre, ai comandi del famoso Prefetto Cesare Mori, denominato “il Prefetto di ferro”, Carlo Alberto intraprese un severo impegno quotidiano al Comando del Gruppo Squadriglie di Corleone, impegnandosi nel ruolo di Capo di stato Maggiore e ricevendo per i suoi successi una medaglia d’argento al valor militare.
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Nel mese di novembre 1949 a Firenze, nacque il suo secondogenito Nando, seguito il 23 ottobre 1952 dalla nascita di Simona, la terza figlia.
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Dopo la parentesi fiorentina Carlo Alberto fu trasferito prima a Como e quindi a Roma, per passare poi nel 1964 al coordinamento del nucleo di Polizia Giudiziaria presso la Corte d ‘Appello di Milano.
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Dalla Chiesa tornò in Sicilia nel 1966 e vi rimase fino al 1973 con il grado di Colonnello, al comando della Legione di Palermo.
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Iniziò nuove indagini per contrastare “Cosa Nostra” che in quegli anni aveva riacceso lo scontro fra le famiglie mafiose (omicidio del boss Michele Cavataio, 1969) e intrapreso vendette e omicidi contro giornalisti (Mauro de Mauro, 1970) e contro investigatori della Polizia (Boris Giuliano, Capo della Squadra Mobile di Palermo,  1979).
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Nel 1973 divenne Generale di Brigata a Torino e nel 1974 Comandante della Regione militare Nord-Ovest, con giurisdizione su Piemonte, Valle d’Aosta e Liguria.
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Divenne protagonista della lotta contro le Brigate Rosse, fondando il Gruppo Speciale di Polizia Giudiziaria, meglio noto come Nucleo Speciale Antiterrorismo, attivo nel biennio 1974-1976.
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Il gruppo comunista aveva già compiuto diversi atti criminali, radicalizzandosi negli ambienti comunisti della classe operaia, e dalla Chiesa utilizzò metodi che aveva già sperimentato nella lotta contro le mafie in Sicilia, infiltrando uomini dell’Arma all’interno dei gruppi terroristici.
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Le Brigate Rosse esercitarono la lotta armata colpendo le istituzioni, come nel caso del sequestro del Giudice genovese Mario Sossi nel 1974.
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Dalla Chiesa affrontò anche il caso della rivolta carceraria di Alessandria, guidata dal gruppo delle Pantere Rosse, conclusosi poi con la morte di sette persone e il ferimento di altre quindici.
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Nel mese di Maggio 1974 creò il Nucleo Speciale Antiterrorismo, una nuova struttura con base a Torino per la lotta alle organizzazioni terroristiche.
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I successi non tardarono ad arrivare, con la cattura nel mese di Settembre di Renato Curcio e Alberto Franceschini, due elementi di spicco delle famigerate Brigate Rosse.
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I farneticanti proclami degli assassini comunisti delle Brigate Rosse
Nel febbraio 1975 Curcio riuscì a scappare dal carcere di Casale Monferrato dove era recluso, grazie alla complicità della moglie Margherita Cagol che organizzò l’evasione.
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Nel 1975 le Brigate Rosse rapirono l’industriale Vittorio Vallarino Gancia, figlio del titolare dell’omonima Casa vinicola, ma i Carabinieri di dalla Chiesa li impegnarono in un violento scontro a fuoco in seguito al quale l’ostaggio fu liberato, ma persero la vita sia un milite dell’Arma (Giovanni D’Alfonso) che la moglie di Curcio, Margherita “Mara” Cagol.
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Nel 1976 nonostante i successi ottenuti il Nucleo Antiterrorismo fu sciolto.
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Nel 1977 dalla Chiesa fu promosso Generale di Divisione, mentre nel 1978 fu nominato Coordinatore delle Forze di Polizia e degli Agenti Informativi per la lotta contro il terrorismo, con poteri speciali.
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Una sorta di reparto operativo speciale alle dirette dipendenze del Ministro dell’Interno, Virginio Rognoni, creato allo scopo di contrastare le Brigate Rosse e ricercare gli assassini dello statista democristiano Aldo Moro.
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Da notare che le forze politiche della sinistra etichettarono questa concessione di poteri speciali a dalla Chiesa come “atto di repressione”.
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Alla morte della moglie, nel 1978, il Generale si buttò anima e corpo nella lotta  contro i brigatisti, arrestando due di loro, Lauro Azzolini e Nadia Mantovani, e ritrovando nel covo in cui questi si nascondevano alcune carte che riguardavano Aldo Moro e un presunto memoriale del leader democristiano.
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L'Onorevole Aldo Moro, statista democristiano, rapito e assassinato dalle Brigate Rosse
Nel 1979 fu trasferito di nuovo a Milano a comandare la Divisione Pastrengo, fino al dicembre 1981.
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Le sue indagini condussero all’arresto di due brigatisti, Rocco Micaletto e Patrizio Peci, il 20 febbraio 1980, e grazie alle rivelazioni di Peci che divenne il primo brigatista “pentito” a collaborare con le Forze dell’Ordine, potè  individuare una base delle Brigate Rosse a Genova, in via Fracchia 12, e fare irruzione nella stessa.
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Nacque un violento conflitto a fuoco in cui furono uccisi tutti i quattro membri del commando delle Brigate Rosse presenti, e dando un colpo mortale all’organizzazione terroristica genovese che dal 1976 si era resa colpevole di una lunga serie di attentati contro Magistrati, politici, industriali, e forze dell’ordine.
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Nel 1981 dalla Chiesa fu promosso Vice Comandante Generale dell’Arma, diventando Generale di Corpo d’Armata, la massima carica per un ufficiale dei Carabinieri e rimase in carica fino al 5 maggio 1982.
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Nel 1982 fu nominato Prefetto di Palermo dal Consiglio di Ministri e posto temporaneamente in congedo dall’Arma, per iniziare una battaglia contro la Mafia di “Cosa Nostra” e ottenere gli stessi brillanti risultati ottenuti nella lotta contro il terrorismo.
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Il Generale dalla Chiesa manifestò una certa perplessità per questa nomina ma poi fu convinto dal Ministro Virginio Rognoni che gli promise poteri speciali per contrastare la guerra fra cosche mafiose che insanguinavano l’isola siciliana.
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Il 10 luglio sposò in seconde nozze Emanuela Setti Carraro nella cappella del castello di Ivano-Fracena, una località della Provincia di Trento.
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A Palermo il Prefetto dalla Chiesa lamentò più volte il mancato rispetto degli impegni assunti dal Governo e dal Ministro Rognoni, e la carenza di sostegno da parte dello Stato, il quale gli aveva promesso poteri speciali di cui ancora non era stato investito.
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Nel mese di luglio trasmise alla Procura di Palermo il cosiddetto “rapporto dei 162” in cui era ricostruito, mediante scrupolose indagini, l’organigramma completo delle famiglie mafiose palermitane
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In via Carini a Palermo, la sera di venerdì 3 settembre 1982, alle ore 21.15, Carlo dalla Chiesa era a bordo della sua auto, una Autobianchi A112, guidata dalla moglie Emanuela, seguiti dall’agente di scorta Domenico Russo che conduceva una Alfetta.
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Il Generale con la moglie Emanuela
Si stavano recando a cena in un ristorante di Mondello, quando una BMW 518 affiancò l’auto su cu viaggiavano il Generale e la moglie.
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Il commando dei terroristi mafiosi, composto da Antonino Madonia e da Calogero Ganci, sparò diverse raffiche di Kalashnikov Ak 47 contro il parabrezza della A112, colpendo sia il Generale che la consorte.
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L’auto del prefetto sbandò e andò a sbattere contro una fiat Ritmo parcheggiata, fermandosi, e a quel punto i killer spararono di nuovo per completare il massacro.
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Il corpo del Generale fu trovato abbracciato a quello della moglie, in un estremo tentativo di salvarla, crivellati da oltre trenta proiettili.
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Contemporaneamente una motocicletta guidata da un killer che trasportava Pino Greco, detto “Scarpuzzedda” armato con lo stesso tipo di mitragliatore sparò contro Domenico Russo, ferendolo gravemente.
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L’agente di scorta morì dopo 13 giorni di agonia all’Ospedale di Palermo.
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Ancora oggi i brigatisti rossi sono protetti dai salotti rossi dalla sinistra, che offrono loro occasioni per pontificare in televisione o nelle aule universitarie e dipingendo i criminali comunisti come ragazzi che hanno commesso qualche sbaglio, e non come criminali assassini che non si sono mai pentiti del sangue versato.
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E’ stato loro permesso di raccontare la storia degli anni di piombo, spiegata dai brigatisti come l’impersonificazione di una lotta partigiana in cui si attacca il cuore di una casta politica meritevole di essere trucidata.
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Le Brigate rosse in televisione sono un vero e proprio oltraggio, non solo alle vittime della loro ferocia, ma anche per tutti i cittadini italiani onesti, per le famiglie, per la democrazia e per la libertà.
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Il criminale assassino Mario Moretti irride alla Giustizia e saluta con il pugno chiuso
La sinistra tiene in ostaggio il popolo italiano e la democrazia presentando in televisione i suoi pupilli, assassini e feroci criminali, mai pentiti, come Mario Moretti (sei ergastoli ed ora in semilibertà) ospite di “Masterchef” per proporre una ricetta con “rana pescatrice in zuppetta”, oppure come il terrorista e brigatista Renato Curcio (condannato a 28 anni di carcere come mandante di omicidi, mai pentito) che è stato invitato nel 2015 dall’Ausl della rossa Modena a presentare un suo libro sulla salute mentale.
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E’ palese la simpatia dimostrata dai seguaci della falce e martello verso questi criminali, così come lo è l’oltraggio al Generale dalla Chiesa, ma i vari personaggi della sinistra sembrano più interessati a intonare le note di “bella ciao” che a rispettare i valori di democrazia che sono alla base della nostra società.
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Personalmente, rivolgo al Generale dalla Chiesa un enorme GRAZIE per il suo notevole contributo nella lotta contro il comunismo armato in Italia e contro le mafie, ricordandolo con affetto e con una preghiera.
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GRAZIE, Carlo Alberto !
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Dissenso
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