mercoledì 8 novembre 2017

IRINA BORISOVNA RATUSHINSKAYA


(Odessa (Ucraina), 4 marzo 1954  -  Mosca, 5 luglio 2017)
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Irina Ratushinskaya era una poetessa, una scrittrice, e una dissidente sovietica, nata dall’unione di Boris Leonidovich (ingegnere) e di Irina Valentinovna Ratushinsky (insegnante di letteratura russa).
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La famiglia della madre era di origine polacca, e il nonno di Irina fu deportato in Siberia dopo aver partecipato alla rivolta delle popolazioni che in Polonia, in Lituania, in Bielorussia, in Lettonia, e nei territori della Russia occidentale,  si opposero all’Impero russo (1863/1864).
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Trovò un impiego come insegnante in una scuola elementare, poi proseguì gli studi frequentando l’Università di Odessa dove si laureò in fisica nel 1976.
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Il 17 settembre 1982 Irina fu arrestata per “agitazione e propaganda antisovietica” termine usato dal regime comunista per indicare l’appartenenza a forme di dissidenza e di agitazione controrivoluzionaria, e condannata nel 1983 a sette anni di reclusione, da scontare nel campo di lavoro di Barashevo (Mordovia), a 500 Km a sud est di Mosca, e ad altri cinque anni di esilio interno.
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Irina scriveva poesie, che apparivano anche in riviste samizdat, esternando sentimenti di amore e trattando di teologia cristiana o di creazione artistica, senza sconfinare nel pericoloso pantano della politica, ma ciò non fu sufficiente ad evitarle l’inspiegabile castigo del gulag.
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Durante gli anni trascorsi nel brutale campo di prigionia, in cui sopravvisse nutrendosi di pane, brodaglia, e pesce marcio, scrisse 250 opere, vergandole singolarmente con un bastoncino bruciacchiato su pezzi di sapone, per poi memorizzarle una ad una, lavarle via, e ricominciare di nuovo.
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In queste opere risalta l’apprezzamento per le componenti primarie che contraddistinguono i diritti umani, come la libertà e la bellezza della vita umana, e vengono messi in evidenza i temi che da sempre hanno assillato i poeti russi : la memoria, la storia, il destino, l’amore, la poesia, la fede.
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Amnesty Italia ha scritto di lei :
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Fu messa in carcere nella “zona piccola”, un settore speciale per donne prigioniere politiche, a Barashevo, nelle Repubblica Autonoma della Monrovia, stato della Federazione  Russa.
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La “zona piccola” aveva il regime di prigionia più duro per le donne, secondo la legge sovietica.

Irina fece scioperi della fame per protestare contro le celle non riscaldate e la mancanza di cibo e cure mediche.
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Soffrì di numerosi problemi di salute, eppure la famiglia non poteva andarla a trovare né poteva mandarle medicinali.
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In risposta ai suoi scioperi della fame, Irina fu trasferita ai servizi punitivi nella prigione di Yava.
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All’arrivo, fu bastonata fino a perdere conoscenza e lasciata per tutta la notte svestita sul pavimento in pietra e non le fu concesso un letto per riprendersi.
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Dopo i tentativi di accusare i sorveglianti di averla percossa, Irina fu messa in isolamento per “simulazione di sofferenza da percosse”.
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Irina fu liberata il 9 ottobre 1986, in occasione del vertice di Reykjavik (Islanda) tra il Presidente americano Ronald Reagan e Mikhail Gorbacev l’allora Segretario generale del Partito comunista dell’Unione sovietica, fautore del programma di trasparenza (glasnost) e di rinnovamento della politica russa (perestroika).
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L’anno successivo Irina si trasferì negli Stati Uniti, dove ricevette il Premio sulla libertà religiosa dell’Istituto per la religione e la democrazia, mentre allo stesso tempo il Politburo russo la privò della cittadinanza sovietica.
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Dal 1987 al 1989 Irina si stabilì presso l’Università Northwestern, nello Stato dell’Illinois.
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Successivamente Irina si trasferì poi in Inghilterra dove visse fino al 1998, poi iniziò le procedure per richiedere la cittadinanza russa che le era stata tolta.
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Irina morì a Mosca a causa di un cancro, all’eta’ di 63 anni, lasciando il marito Igor  Gerashchenko, poeta sovietico e attivista per i diritti umani, e i loro due figli (Sergei e Oleg).
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Le sue opere :
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Nel 1986 viene pubblicato : “No, non ho paura”, il primo dei suoi libri, di cui accenno alcune righe :
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No, non ho paura : dopo un anno
Di respirare queste notti della prigione
Sopravviverò nella tristezza
Per indicare quale è la fuga !
Il cockerel piangerebbe la libertà per me
E qui – ginocchia in più –
I miei giardini hanno versato l’acqua
E l’aria settentrionale soffia in bozze.
E come devo portare a un pianeta alieno
Cosa sono quasi lacrime, come se in casa …
Non è vero, temo, cara mia !
Ma fai sembrare come se non l’avessi notato”.
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Nel 1987 viene dato alle stampe : “ Oltre il limite ” , in cui Irina raccoglie 42 delle sue poesie carcerarie, scritte tra il mese di giugno del 1983 e quello di agosto del 1984, offrendoci la prova del suo forte legame con la tradizione letteraria della poesia russa, come erede del lirismo rappresentato da Pushkin e proseguito nel XX secolo da Anna Akhmatova, Osip Mandelstam, Boris Pasternak e Marina Tsvetyeva.
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La poetessa in quest’opera trascende la dura esperienza carceraria, portando il lettore con lei nel mondo dello spirito “oltre i cancelli, al di là del confine”, “oltre il confine / che non può essere attraversato”, “oltre il limite”.
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Nel 1989 esce   : “ Grigio è il colore della speranza ” in cui racconta i suoi quattro anni di prigionia nel gulag sovietico..
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Questo libro è un appello di umanità contro la ferocia della dittatura comunista, contro una ideologia che costringe l’uomo a odiare sé stesso, contro una violenza fisica e psicologica capace di piegare i giganti.
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Ma da questo lager emerge una luce, che è quella della dignità umana, quella di chi oppone alle torture più spietate un cuore puro e umano.
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Per questo, Irina scrive nel libro :
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"E nello stesso tempo non dovrete mai, per nessuna ragione, permettervi di odiare !
Non perché i vostri aguzzini non se lo meritino.
Ma perché se soltanto lascerete penetrare l’odio dentro di voi, negli anni di lager si svilupperà talmente che soppianterà qualsiasi altra cosa, vi corroderà e corromperà l’anima.
Voi cesserete di esistere, la vostra personalità verrà annientata, e in libertà tornerà un essere isterico, furioso, indemoniato.
E se doveste morire in una delle tante camere di tortura, questo sarebbe l’essere che si presenterebbe al cospetto di Dio.
Ed è proprio ciò che loro vogliono.
Perciò voi, guardando uno dei tanti ingranaggi di questa macchina – che abbia le mostrine rosse o celesti – cercherete di pensare che forse ha dei figli, che potrebbero crescere completamente diversi da lui.
Oppure troverete in lui qualcosa di ridicolo :
l’umorismo uccide l’ira.
Oppure vi farà giustamente pena: adesso nessuno potrebbe certo invidiarvi, ma scambiereste forse il vostro posto con il suo ?
(…) Tutto ciò, già dopo il primo anno, vi procura il cosiddetto « sguardo da prigioniero » , che è impossibile descrivere, ma, una volta incontrato, è anche impossibile dimenticare.
si girano tutti dall’altra parte come cani bastonati. ".
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La realtà della detenzione, nelle strutture ideate dal comunismo per annichilire le vittime designate, era la seguente, come descritta dall’autrice :
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Tutte le norme di comportamento umano che vengono inculcate a ogni essere umano sin dalla culla, sono soggette a distruzione sistematica e deliberata.
È normale voler essere puliti ?
Allora prendi la tua porzione di sardine salate attraverso l’apertura della porta della tua cella con le mani nude !
Non ti verranno dati né piatti né coltelli, nemmeno un foglio di carta per poggiarle.
E poi, pulisciti le mani sporche delle viscere del pesce sui vestiti, perché non puoi avere acqua.
Contrai scabbia e funghi della pelle, vivi nell’immondizia, respira il puzzo del secchio di acqua sporca, allora ti pentirai dei tuoi misfatti !
Le donne sono inclini alla modestia ?
Una ragione in più per lasciarle nude durante le perquisizioni, e quando vengono portate al bagno durante le perquisizioni, un intero gruppo di ufficiali del KGB beffardi e con occhi maliziosi entreranno “per caso”…
A una persona normale ripugnano volgarità e bugie ?
Incontrerai una così grande quantità di entrambe, che dovrai dar fondo a tutte le tue risorse interiori per ricordare che sì, esiste un’altra realtà ! ”.
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Nel 1999 scrive : “Finzioni e bugie” in cui ripropone abilmente l’atmosfera di labirintica doppiezza che si respira negli ambienti letterari, soggetti all’incessante controllo del KGB, l’onnipresente polizia segreta sovietica.
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Nel romanzo, uno scrittore muore improvvisamente, terrorizzato dalle persecuzioni del KGB.
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Il suo ultimo manoscritto, considerato particolarmente pericoloso perché anti sovietico, non viene però trovato nel suo appartamento, e diventa subito oggetto di una rapida ricerca della polizia segreta.
Traspare dal romanzo l’assurdità del controllo realmente esercitato dal regime comunista sui cittadini, compresi gli esponenti del mondo letterario.
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Mi domando perché, trovandoci in presenza di autori di caratura mondiale, come appunto Irina Ratishinskaya, sopravvissuti al calvario del gulag e alle atrocità del comunismo, NON si studino le loro opere nelle aule scolastiche !
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Le sinistre ci hanno obbligati a leggere testi che appartengono al loro disegno manipolatore e fuorviante, che prevede di incanalare le coscienze verso un pensiero unico di stampo orwelliano, propinandoci all’infinito libri come “Il diario di Anna Frank”, e facendo cantare ai  bambini degli asili le canzonette trite e ritrite come “bella ciao” , l’inno dei criminali comunisti partigiani.
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Rendo onore al ricordo di questa poetessa e scrittrice, Irina Ratushinskaya, testimone della violenza comunista, che l’ha obbligata a interpretare il ruolo di vittima innocente ...
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Dissenso
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